&%"£$&!"%$!£"&/!"(§°ç§§*°_:>£$!|)="^?=! che cazzo è? Voglio dire, la mia vita. Dov’è? Ma è questa? Sono io?
Thursday, November 28
rivelazione
Salivo tranquilla e senza pensare a niente, quando la voce ha iniziato a parlarmi. È forte e chiara, scandisce le parole con calma e viene direttamente da me. Ho approfittato di questo momento, mi dice. Tu devi approfittare di questi momenti, per comprendere la verità di tutte le cose, compresa la tua vita che tu pensi così complessa e totalizzante e che a tratti ti fa disperare. Perché mai, tutto ciò? Perché mai, tutto questo inutile affannarsi a correr dietro a pensieri, giudizi, inconsce paure su di te e sugli altri?
In realtà, la tua vita non è nulla di separato da tutto il resto. L'esistenza stessa, di cui la tua fa parte, è il mare calmo che torna sempre uguale dopo ogni tempesta. Tutto si muove, sotto il pelo dell'acqua, e ti sembra che accadano cose, e ti sembra che le parole dette dagli altri siano irreparabili; le persone muoiono, questo sì; forse questo è l'unico mistero che ancora può rimanere intatto. Ma tutto il resto è pura apparenza.
Non vedi quanto è semplice, seguendo la mia voce, ricondurre i molti a uno?
Ma presto la voce sparirà. Tutto sarà come prima. I momenti di consapevolezza sono rari e la vita ci impedisce di vedere l'orizzonte che sta sempre là davanti. La vita che costruiamo giorno dopo giorno come fosse un castello di lego, che agghindiamo e addobbiamo come l'albero di natale, che mostriamo a tutti sottoforma di Identità immutabile, è un simpatico castello di carte in attesa di un soffio di vento.
Le risate sono assicurate. Venghino signori allo spettacolo! il divertimento non mancherà, quando un'altra tempesta rivolgerà le acque, sposterà i riferimenti, sconvolgerà il senso.
Tuttavia l'esistenza del tutto non farà una piega. L'acqua tornerà sempre calma, il mare sarà piatto e tranquillo sotto il cielo chiaro. Dunque perché affannarsi tanto? Perché i pettegolezzi, la cattiveria, l'ostilità insensata? Perdiamo in partenza.
Del nostro affogare, nel buio là in fondo, arriverà sul pelo dell'acqua solo qualche bolla silenziosa.
Prima di noi e dopo di noi, il mare era e sarà calmo per sempre.
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Friday, October 4
venerdì sera
Vorrei dire
qualcosa, dirlo al mondo, ma in un venerdì sera di feste e birra chi vuoi che stia a sentire le
parole scomposte di KK?
Non le ascolterei nemmeno io, se solo potessi stare
dall’altra parte.
Le rare volte che ci sto, sono spezzata in due. Quando tutto
sembra perfettamente ricomposto, KK si sente tranquilla. Ma dura un attimo, ed
è raggiungibile solo inondando il corpo di endorfina chimica. KK non sente e
non vede la crepa, la frattura che è in lei così fastidiosa. Essa è tanto più
odiosa quanto pare assente negli altri. Ma cosa ne sa KK, in effetti? La vita
degli altri è solitamente un enigma. Forse, molto probabilmente, la vita degli
altri è molto simile a quella di KK. Ma no, quella maledetta crepa non c’è. In
loro non ve n’è traccia. Se no non sarebbero tutti così sguaiati. Avrebbero un
po’ di rispetto, per chi nella crepa ci vive e, a volte, ci resta secco. Siamo tutti
spezzati, ma nessuno vuole davvero ammetterlo.
Al contrario, KK è
maledettamente riflessiva e non vede la stessa attitudine negli altri.
Quando KK si
accorse di questo, un giorno lontanissimo, preistorico, del liceo, fu assalita
anche da un pensiero autodistruttivo. Chiuse gli occhi e pensò forte forte a
come avrebbe voluto nascere dall’altra parte. Loro, i suoi compagni, erano così
perfetti. Inconsapevoli della crepa e di tutte le sue conseguenze. Naturalmente
era apparenza. Naturalmente quel ridere e quell’emettere sentenze e quello
sbaciucchiarsi e dirsi amore tesoro sei
stupenda erano una copertura. Dentro loro soffrivano, forse, ma se ne
stavano zitti. Ora KK può deriderli, per quella loro pochezza adolescenziale.
KK si lasciava così sconvolgere dalle cose e dalla realtà, da scrivere come una
pazza, nell’ora di religione, invocazioni e racconti a proposito di criceti su
una ruota, che volevano rappresentare gli alunni a scuola.
Lei li odiava,
tuttavia avrebbe tanto voluto essere come loro. Gli altri apparivano isole di
perfezione in mezzo al caos dell’adolescenza. Tutto in loro era falso. Allora KK
non poteva capire il profondo senso filosofico della loro falsità. La parola falsità
era anzi usata a scuola, spesso dagli stessi falsi, per definire chi stava loro
antipatico o non si comportava secondo il loro codice. Ma loro incarnavano davvero, nel vestirsi, nel parlare, nei
rapporti con gli altri, il grado più potente del Falso. Avanzavano per i
corridoi a grandi falcate, decisi, sicuri di sé, e senza degnarti di uno
sguardo. Potevi sentire le risate alle tue spalle. A volte ti sbagliavi, quelle
risatine non erano per te. Ma a volte si diventa paranoici. La loro sicurezza
si nutriva di un saldo quanto effimero controllo sul mondo circostante, fatto
da cose, persone, e ambiente in generale. I loro gesti e le loro mosse si
adattavano perfettamente all’ambiente e alla situazione. Condividevano con gli
altri il modo di chiamare le cose. Condividevano con gli altri il modo di
rapportarsi al mondo. KK rimase subito affascinata da questa capacità di
adattamento, giudicandola comunque qualcosa di elementare e non particolarmente
lodevole. Del resto di comportarsi come gli altri, di essere uno uguale all’altro,
sono capaci tutti. KK tentò anche, per un certo tempo, di vedere se un dialogo
fosse possibile, con l’altra parte. Le volte in cui dette fiducia, rimase
delusa. Allora cercò alleati. Tra quelli che stavano sulla sua stessa barca,
ognuno aveva sviluppato modi diversi e fantasiosi per sfuggire all’indifferenza
e alle angherie.
L’importante è identificarsi. Se quelli non sanno cosa sei,
non riescono a incasellarti, sei fottuto.
Se sei indeterminato generi antipatia
solo a guardarti. Così c’era chi si rivolgeva al punk. Altri rimanevano
orribilmente anonimi. Questi venivano eliminati per primi. Si autoeliminavano.
Molti
lasciarono la scuola proprio in questo modo. KK vedeva la loro sofferenza ma
non poteva far nulla. KK ci mise un po’ a ottenere una posizione decente, a
entrare in una casella in modo che gli altri smettessero finalmente di
chiedersi cosa fosse e smettessero di disturbarla. Tuttora KK non ha idea di
quale fosse quella casella e di cosa pensassero gli altri di lei. KK era
probabilmente un enigma. A tratti se ne usciva con cose geniali che lasciavano
gli altri interdetti. Chissà se avrà acceso in loro una luce, per dire che non
è tutto qua. In ogni caso, da quella posizione sconosciuta, KK potè osservare
da vicino la nascita e lo sviluppo di quel falso
che nella vita adulta causa la stupidità e il danneggiamento del mondo e della
vita umana.
E KK non ha paura di essere troppo apocalittica dicendo questo.
I germi
dell’odio e della crudeltà di cui l’uomo è capace sono vivi più che mai, in una
classe di liceo.
Il disprezzo che grondava dai commenti alle parole dei prof,
dalle risposte stizzite e irrispettose che KK sente ancora risuonare nelle
orecchie, era lì, in bella vista nella sua semplicità disarmante. Il candore
con cui gli altri rispondevano male ai prof era qualcosa di incredibile. Un giorno
la supplente della Giovanelli, che non aveva molti anni più di noi e che
tradiva il nervosismo attorcigliando le mani tra loro mentre spiegava, rischiò
di scoppiare a piangere. Quegli stronzi l’avevano distrutta psicologicamente. Lei
ingoiò le lacrime a fatica. Lei era alla cattedra, ma loro l’avevano trascinata
con le parole e gli sguardi e le risatine, tra i banchi, e lei era di nuovo una
ragazzina al liceo, angherie che si ripetono ancora e ancora anche dopo che ti
sei preso una laurea, un dottorato e hai vinto un concorso. Guardandola senza
poter fare niente, KK capì che gli altri
e le loro parole subdole, i loro sorrisi di scherno, erano impossibili da
fermare. Non c’erano leggi scritte, leggi della scuola, che impedissero a loro di farti stare male anche senza
bisogno di parlarti direttamente.
La supplente infatti non punì nessuno. Piangeva
per la sua impotenza, perché contro la pura cattiveria silenziosa non si può far
nulla. E anche perché nella classe come nella folla, non c’è nessun colpevole. Risatine
continue risuonano tra i banchi, ma chi può dire che sono per te?
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Tuesday, October 1
lezione del weekend
Sono su un ghiaione scosceso e fastidioso in un giorno di
ottobre. Non devo scivolare per nessun motivo. Sotto ci sono varie cose
appuntite su cui non voglio atterrare. L’erba è semi umida, spunta a tratti tra
le pietre marce e sfasciate, c’è uno stratino bianco di brina, ma a toccarla
non è fredda. Sono appesa con un piede e una mano ad una roccetta solida, ma la
cosa non durerà a lungo. Già la sento sfaldarsi sotto la scarpa. Affondo avidamente le dita nella terra nera
sotto la roccia, creo un appiglio. Respiro a tratti lunghissimi. Eppure laggiù
nella valle, lontano ma non troppo, ci sono case, e la via principale inondata
di sole, e persone che probabilmente passeggiano, e la chiesa gialla che sta
immobile in mezzo ai pini verde scuro. Qui da molte ore è scesa l’ombra, e le
pietre sono fresche, tendenti al freddo, umidicce, i rododendri stanno
abbarbicati poco lontano da me e mi guardano, e io so che devo raggiungerli e
attaccarmi a loro per riuscire a spostarmi da questa assurda posizione. È in
effetti una situazione fastidiosa e un poco preoccupante, ma io non provo
nulla. Sassolini si staccano da dove sono appoggiata e rotolano a valle
saltellando. Sembrano divertiti. Alzo lo sguardo, e in cima al ghiaione, oltre
un salto di roccia grigia e pulita, le teste di tre camosci mi osservano dall’alto,
le corna corte e appuntite che si stagliano contro l’enorme parete retrostante.
Sembrano divertiti. Ho la sensazione che
nel cielo senza sole, oltre i camosci e la parete, qualcun altro o qualcos’altro
mi guardi dall’alto.
***
È sera, sto scendendo a valle in macchina, su una strada
deserta. Davanti a me un immenso gregge di pecore belanti, una quindicina di
agnellini bianchi e puliti, tre cani dagli occhi azzurri, e la jeep del
pastore, vecchia e traballante , senza targa, carica di oggetti strani. Seguono
il gregge in vari punti, per non disperderlo, tre pastori di cui uno giovane e
scattante, in canottiera nonostante i sei gradi esterni. Tutt’intorno,
campanacci, grida disperate, guaiti, fischi, pecore che saltano il guard rail,
pecore che inciampano, zoppicano, si avventano a mangiare l’erba a bordo
strada, corrono terrorizzate quando i cani le inseguono. Si muovono in modo
scomposto, e traboccano dai confini della strada verso il bosco, verso il prato,
riempiono come acqua che corre ogni antro libero, prima che qualcuno le riporti
sulla retta via. In fondo al gregge un asino carico di agnellini, sei teste
sporgono dalla sella e ondeggiano ad ogni passo. Ogni tanto l’asino si
inchioda, e il tipo che lo guida lo guarda male e gli mostra il bastone
agitandolo in aria, finchè l’asino non riprende. È quasi buio. C’è una luce
blu, fredda, la valle è invisibile sotto uno spesso strato di bruma, si vede
qualche cima sprofondare nella notte, e qualche luce arancione nella
valle. Mi avvicino alla jeep, e i miei fari
illuminano il retro aperto e scrostato.
Nel cassone c’è un agnellino che tenta di stare in piedi nonostante le scosse
della jeep, sta fermo e ben puntato sulle zampe, e le zampe sono più grandi della testa e del
corpo, ma stare in piedi è difficile, lui è di un bianco abbagliante alla luce
dei fari, ondeggia pericolosamente, deve stare in piedi in mezzo a una serie di
carabattole tra cui del fil di ferro, e ogni tanto quando la jeep frena lui
cade in avanti e poi si rialza. E guarda me, guarda oltre la jeep l’asfalto che
scorre, accenna a belare, chiama qualcuno, cade di nuovo. Io lo guardo,
bloccata dietro, impotente verso di lui, verso la jeep, verso il gigantesco
gregge che mi impedisce di passare, verso tutta la crudeltà del mondo che sta
nei suoi occhi che mi guardano. Ho come la sensazione che non saremo, non siamo
mai liberi del tutto; ho come l’impressione, ed è chiara, viva, che la violenza
che noi ora non vediamo sta da qualche parte, sta ora latente, nascosta,
sorridente ad attenderci. Il nostro momento è ogni ora, ogni secondo, il nostro
momento è negli attimi persi, negli sguardi che ci perseguitano. L’agnello ha
continuato a guardarmi per un tempo lungo e indefinito, e dentro c’era la
storia del mondo. Ogni sua caduta sarà anche nostra, e ogni suo pianto ha la
nostra voce. Nel suo guardarsi attorno smarrito ho rivisto tanti occhi tristi
chiamare aiuto, e noi distogliere lo sguardo.
Ma ora mi fissa con gli occhi umidi e non posso sfuggire. Forse
un giorno nessuno potrà sfuggire quando ci porteranno il conto di tutte le volte che abbiamo guardato a terra invece di sostenere lo sguardo.
Cade di nuovo e
si rialza, ma la jeep non smette di traballare.
Io sto dietro, comodamente
seduta in auto, le mani ancora congelate per la discesa a piedi, la faccia che
comincia solo ora a scaldarsi. Ma tutto
va bene per me, in effetti.
Poco dopo è buio. I pastori sono agitati. Uno di loro corre
avanti superando le pecore, con un telefono in mano. Qualche minuto dopo il
gregge si arresta, o meglio smette di avanzare ma continua a muoversi sul
posto, si agita e sale da tutte le parti sui lati della strada. C’è un cavallo
che non avevo visto che sta in mezzo al gregge e sembra agitato, si alza e
scalcia, il tipo che lo tiene lo maledice e poi comincia a farfugliare cose a
me che sono in macchina, dicendo che mi
distruggeranno la macchina se sto lì. A questo punto il gregge comincia a
tornare indietro. Sono appena davanti a me. Metto la retro, ma dietro c’è
un’altra auto, mette la retro anche lei ma si ferma a bordo strada. Io parto e
la supero, il gregge davanti a me corre ora, mi raggiunge, mi ha raggiunto e mi
supera mentre io sto ancora andando, ma ho paura di metterne sotto qualcuno e
rallento. Le teste delle pecore scorrono appena fuori dal mio finestrino, mi
circondano e continuano ad avanzare oltre, finchè come una nave incagliata rallento
sempre più fino a fermarmi in mezzo al fiume di pecore, che passano come
fantasmi bianchi e improvvisi davanti ai fari, appaiono e scompaiono nella
strada blu che ora è un fiume senza forma, bianco e belante.
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Stream of Consciousness
la Toscana d'inverno
Com'è la Toscana d'inverno?
Credevo di ricordarmelo e invece non lo so più.
Le nuvole corrono in un cielo
chiaro, limpido e grandissimo e tutte le cose che stanno sotto non hanno più
senso. Ci sono io che seguo questa macchina per le curve dolci delle colline, che ora
sono verde acceso, brillano di tenere foglie nuove. Questo è un viaggio eterno.
Ho fatto questa strada tante volte ma il viaggio di oggi resterà stampato nella
mia testa per sempre. Non penso più a com'è la toscana d'inverno perché adesso
qui è improvvisamente primavera. Da oggi le cose non saranno più le stesse.
La mia stupida presunzione di
riuscire a non farmi coinvolgere troppo dalle cose ha fallito in pieno. Flash
dell'infanzia mi invadono la mente. Oggi
l'aria è fina e appena tiepida. In questa casa ora vuota l'estate ha i profumi
intensi del fico e della terra riarsa dal sole. Che senso ha tutto questo quando
noi ce ne andiamo? Chi starà nella mia stanza quando io non ci sarò più?
La strada corre davanti a me ad
una velocità che mi permette di guardarmi intorno. È tutto una distrazione
oggi, per non guardare troppo la macchina grigia là davanti. Sull'asfalto
stanno delle foglie che il vento prende e sposta in circoli ordinati e fa
danzare in aria. A tratti stormi di uccelli attraversano il cielo davanti a
noi. Ricordo solo ora di quella volta, tempo fa non lontano da qui, in cui due
cervi mi attraversarono la strada. Uno si fermò nel mezzo e mi guardò fisso, i
muscoli tesi, immobile. Nei suoi occhi, un terrore puro e naturale. Dopo un
attimo corsero via, scivolando gli zoccoli sull’asfalto.
***
In chiesa, quando tutti stanno
ancora prendendo posto, in signore simpatico, con folti capelli bianco argento,
saluta la nonna. Le prende il viso tra le mani sorridendo e ripetendo il suo
nome, la nonna un po' si scosta ma sorride anche lei. Chissà da quanto si
conoscono e da quanto non si vedevano. Ma ora sembra che il tempo non sia
passato, sembrano amici che si sono appena lasciati e ora si rivedono. Quel
gesto è familiare, amico, pieno di una sorta di amore universale. La nonna ha
gli occhi lucidi. Non avevo mai visto la nonna così. Per la prima volta da
quando non c’è più il nonno, non mi è sembrata sola. Più tardi, mentre
camminiamo sulla strada deserta e assolata che va verso i campi e verso il
cimitero, mi appare improvvisamente il senso di quella visione, e li vedo tutti
di nuovo, li vedo bambini e poi ragazzi, e poi giovani come me, li vedo tutti
come esseri umani senza età, e poi rivedo me e mi sento persa. I cipressi sono
alti e folti e si muovono piano nel vento. Quante giornate come questa in Toscana.
Improvvisamente li vedo tutti e scopro che tra me e loro non c’è in fin dei
conti alcuna differenza. Che cosa significa essere giovani? Perché tutti
continuano a dire questa cosa? Osservo rapita le foto di parenti lontani e il
senso di tutto questo appare semplice come non mai nella sua assurdità. Forse è
un compito, un ciclo, un cerchio che ogni volta riparte e poi si chiude; forse
la nostra vita è davvero il battito di ciglia di un dio sconosciuto.
Così, in chiesa, accade che
riesco a restare tranquilla per tutto il tempo in cui il prete parla. Dice di
dio, di comunione, di giudizio, di libertà e di amore. Dice tante belle cose
che però vengono dette per ogni morto, in modo che ogni volta le persone che
stanno là davanti con gli occhi lucidi abbiano un po' di sollievo. Mi concentro
in questo esercizio, come facevo alle messe della scuola, e come avevo fatto al
funerale del nonno; ricordo che ci ero riuscita finchè Giulia, che aveva sette
anni, sentendo il suono dolce delle preghiere cantate, non era scoppiata a
piangere attaccandosi al mio braccio. Allora ho pensato che niente di quel
giorno, di quei mesi passati, e niente di quello che era successo al nonno
aveva una parvenza di senso. Ho smesso solo da poco tempo di sognare che le
cose andassero in modo diverso. Per mesi e anni, in tante notti ho sognato di
un epilogo diverso, l'epilogo alternativo. Sognavo che il nonno ci venisse
restituito così come lo ricordo quando stava bene.
***
Tuttavia questa volta, in chiesa,
è stato diverso, più sereno. È successa una cosa strana, e cioè che a mandarmi
in crisi non è stata la morte, ma la vita. Stringere le mani delle persone,
vederne i sorrisi, sentire i loro ricordi mi lasciava inebetita e non in grado
di rispondere. A volte mi pare che siamo freddi, nei nostri rapporti con gli
altri. Anche con le persone vicine. A volte vorremmo dire tante cose ma dalla
bocca non esce niente. All'improvviso vedo me stessa ringraziare ed esprimere
quello che davvero ho dentro ad ognuna di queste persone. Ma è solo una
visione. Nella realtà riesco solo a balbettare qualcosa, e a mettere tutto il
mio calore nelle strette di mano, ma niente di più, niente di quello che
vorrei. Alla fine non sono per nulla sicura di aver detto tutto. Mi pare di
aver detto le solite cose, mentre tutto il resto continua a vorticarmi dentro.
La seconda cosa che mi ha mandato
in crisi e di cui mi sono accorta solo tempo dopo, è stata la crema di zia Lina.
L'ultima crema che era rimasta in frigo dalla domenica. L'abbiamo mangiata
martedì, a pranzo, dopo essere tornati da torrenieri. Era proprio l'ultima. Non
me ne rendo conto subito. Quella stessa sera, molte ore e molti chilometri più
tardi, quando rimango da sola nel buio della macchina a ripensare a tutto il
vortice degli avvenimenti, mi torna in mente la crema, capisco che era davvero l'ultima
e capisco che niente sarà più come prima, e allora come Giulia scoppio a
piangere a dirotto. Continuo a guidare, osservando attraverso le lacrime i fari
rossi delle auto davanti a me diventare
luci tremolanti e incerte, la strada scura e il cielo nero scorrere nella notte
ignari di tutto, e anche io mi sento vuota e stanca, di una stanchezza inutile
e senza senso.
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toscana
Friday, September 20
Maledettamente ridicoli
Non siamo maledettamente ridicoli?
KK pensa
intensamente a questa cosa, e a se stessa e ai suoi desideri, e non prova
nulla. Ripensa con grande concentrazione a ciò che vorrebbe dire, guarda dentro
di sé. Non trova niente.
Tuttavia il tempo avanzerà ugualmente, e mangerà tanti
di quei giorni ancora, giorni inutili come questo. In fin dei conti che
importanza hanno, i giorni, in sé e per sé? Ognuno si inventa eventi e cose da
fare perché i giorni si differenzino gli uni dagli altri, e perché messi
assieme e visti da lontano siano una storia. Ma restano una semplice
invenzione.
Allora KK vorrebbe ora inventare un nuovo modo di essere, di esistere, vorrebbe dire una nuova vita ma ancora non è quello il punto.
Ci sarebbe da cambiare proprio tutto.
KK vorrebbe ora ridere in preda all’alcol e incrociare i suoi occhi e vedervi
una luce, un lampo che dice sì,
aspetta solo un attimo, stiamo qui a studiarci da lontano, non aver fretta, non
preoccuparti che prima o poi succederà qualcosa, e prima che tu possa aprir
bocca io sarà ormai troppo vicino, e capirai tutto, tutto il mondo in uno
sguardo che desidera solo te e di cui nessuno davvero sa nulla. Oh sì. Nessuno sospetta
nulla, qui attorno. KK ama la complicità. KK a tratti vivrebbe solo di quei
tuoi sguardi, che prima di essere tuoi
erano di molti altri esseri umani come te, nei quali in momenti diversi quell’energia
si è concentrata; su di loro, gli amori temporanei, le infatuazioni senza meta
precisa, KK ha investito tutta se stessa, e questo accadeva ogni volta, per
ognuno, singolarmente. Forse varrebbe la pena di farsi uno schema con la durata
di quegli amori maledetti, pensa KK, in modo da sapere in anticipo quanto
durerà il prossimo, e quanto durerà quello presente, e se è possibile evitarne
la ripetizione, o alleviare la pur piacevole sofferenza che ci causa. KK non sa
davvero più cosa pensare. Un anno fa, questo, e molte altre cose, erano in
effetti impensabili. Ma invece succede sempre, maledizione. KK è presa da due
cose contemporaneamente, anzi forse la prima è ora passata in secondo piano. Il
nuovo temporaneo ha preso il sopravvento. L’altra, l’altro, ciò che era primo
ed era sembrato, con grande cautela, per
sempre, è ora una stanza buia, una luce spenta, è semplicemente invisibile.
La nuova luce dell’altro temporaneo acceca.
Bisogna stare attenti all’accecamento,
KK, ricordalo sempre.
Ma si sta così bene, senza pensare troppo. In queste
giornate che sembrano senza senso, in cui tu sei assente anche se ripetiamo che
va tutto bene, l’accecamento è tutto. L’accecamento è l’unica cosa possibile,
quella che permette a KK di andare avanti. KK chiude gli occhi e cerca di
capire. KK soffre in silenzio guardandovi da lontano. KK è sempre stata leale
ma non ha mai voluto sentirsi così.
Vorresti
forse una pausa da tutto, non è vero?
Credo di sì, dice KK candidamente. Io
voglio poter parlare chiaro, aggiunge. Poi, silenzio. KK con la testa sott’acqua
pensa di nuovo ai tuoi occhi nella sera calda umida, è uno smarrimento senza
parole, silenzioso, un cenno invisibile e solo per noi, un sorriso che vuol
dire tutto. Cosa aspetti, KK? Cosa aspetti perché tutto, nella tua esistenza,
diventi reale?
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Friday, August 23
Non mi è dispiaciuto
Non mi è dispiaciuto, quando mi ha toccato il braccio. Non mi è dispiaciuto, il suo sorriso che pure suonava così strano. Non mi è spiaciuto, sentirmi sfiorata da altre mani e altre parole. La verità è che cerco qualcuno che dia senso ai miei giorni; perché tu non ci sei più.
Che senso ha questa mia attrazione?
Mi pare, stando ferma qua, di accumular tristezza.
Mi pare, incrociando i suoi sguardi, di intravedere una vita nuova dietro l'angolo, appena oltre; una nuova considerazione, un nuovo modo di essere me stessa e di sentirmi. O forse è tutto frutto di quel bellissimo e maledetto momento in cui non fai altro che sentire le farfalle nella pancia e pensi che dureranno per sempre. Ma io aspiro a questo. Io ci credo, che questo sia possibile. Magari mi sbaglio, ma io cerco questo. Se questo non c'è più, posso anche passare oltre.
Io ora sono qui, a tratti soffro, a tratti cerco di recuperare e di avvicinarmi a te ma tu sei sempre distante. Mi accorgo che questa dinamica è logora, non può durare in eterno. Mi stai perdendo. Giorno dopo giorno. Io non vorrei perderti perché in fin dei conti non voglio proprio star da sola. Forse però dovrei farlo. Ma non voglio fare nessun passo. Io sto qua e aspetto, come spesso faccio per altre cose. Stavolta è diverso. Stavolta è una specie di esperimento; tuttavia non voglio farti soffrire.
Io voglio amare, è così difficile da capire? È possibile che quella spinta si esaurisca così presto? Amore è tutto, porta avanti e trascina con sé ogni cosa del mondo, in una felicità voluttuosa ma anche composta, ordinata, meravigliosa. Dov'è, tutto questo? Ti guardo da lontano e sento che quella cosa si è spenta; i tuoi sguardi non mi dicono niente; i tuoi gesti verso di me sono bruschi. Guardo lui e cerco di nuovo quello smarrimento; cerco il brivido, quella piacevole sofferenza agrodolce che tante volte è rimasta insoddisfatta ma che ha nondimeno mandato avanti molti dei miei giorni. Quel sentire dolce, quella voglia di sfiorarlo e di essere soli e tranquilli. Anche solo per una volta.
Piove, adesso. La notte è inquieta ed io anche. Ma sono lucida, perché ora le mie parole riescono a dire quasi con esattezza cosa voglio. Ma non per questo le cose sono più facili e meno dolorose. Sento bruciare quella sofferenza come la prima volta, come tutte le volte. Desidero quel coltello nel fianco.
E così adesso, in questa stanza con la luce spenta dovrei dormire. Chissà se nei miei sogni verrà a trovarmi.
Dio, come vorrei che in qualche modo fosse qui con me, ora. Senza dir niente a nessuno. Solo noi. Tutto daccapo come la prima volta. Aspetto solo un suo segno, per farmi capire che lo vuole anche lui e non sta solo scherzando. Aspetto solo un gesto.
Com'è possibile questo? Eppure di te sono ancora gelosa. Come cavolo è possibile questa compresenza di sentimenti e questo delirio? Eppure tutto ciò riesce a convivere perfettamente in me. Passo da un pensiero all'altro senza controllarne l'eventuale razionalità o logica, con una facilità che mi lascia piacevolmente sorpresa. Vi osservo da lontano e non mi scompongo. Penso a cosa succederebbe se all'improvviso sapeste cosa mi passa per la testa. Penso a cosa penseresti tu, se sapessi i miei pensieri. Immagino che soffriresti. Ma io cosa posso farci? Sento che lentamente mi sto allontanando, ma io non ho davvero fatto niente perché ciò accadesse. Tu sei lontano e non mi guardi, e ti ricordi di me quando è troppo tardi. Io non voglio soffrire e basta.
Io quella cosa la cerco ancora, io ci credo ancora, e se tu hai smesso di cercare non è affar mio.
La notte è lunga.
Mi ritrovo a farfugliare preghiere insensate.
La notte è lunga e piove ancora.
Aspetto solo un suo gesto.
Che senso ha questa mia attrazione?
Mi pare, stando ferma qua, di accumular tristezza.
Mi pare, incrociando i suoi sguardi, di intravedere una vita nuova dietro l'angolo, appena oltre; una nuova considerazione, un nuovo modo di essere me stessa e di sentirmi. O forse è tutto frutto di quel bellissimo e maledetto momento in cui non fai altro che sentire le farfalle nella pancia e pensi che dureranno per sempre. Ma io aspiro a questo. Io ci credo, che questo sia possibile. Magari mi sbaglio, ma io cerco questo. Se questo non c'è più, posso anche passare oltre.
Io ora sono qui, a tratti soffro, a tratti cerco di recuperare e di avvicinarmi a te ma tu sei sempre distante. Mi accorgo che questa dinamica è logora, non può durare in eterno. Mi stai perdendo. Giorno dopo giorno. Io non vorrei perderti perché in fin dei conti non voglio proprio star da sola. Forse però dovrei farlo. Ma non voglio fare nessun passo. Io sto qua e aspetto, come spesso faccio per altre cose. Stavolta è diverso. Stavolta è una specie di esperimento; tuttavia non voglio farti soffrire.
Io voglio amare, è così difficile da capire? È possibile che quella spinta si esaurisca così presto? Amore è tutto, porta avanti e trascina con sé ogni cosa del mondo, in una felicità voluttuosa ma anche composta, ordinata, meravigliosa. Dov'è, tutto questo? Ti guardo da lontano e sento che quella cosa si è spenta; i tuoi sguardi non mi dicono niente; i tuoi gesti verso di me sono bruschi. Guardo lui e cerco di nuovo quello smarrimento; cerco il brivido, quella piacevole sofferenza agrodolce che tante volte è rimasta insoddisfatta ma che ha nondimeno mandato avanti molti dei miei giorni. Quel sentire dolce, quella voglia di sfiorarlo e di essere soli e tranquilli. Anche solo per una volta.
Piove, adesso. La notte è inquieta ed io anche. Ma sono lucida, perché ora le mie parole riescono a dire quasi con esattezza cosa voglio. Ma non per questo le cose sono più facili e meno dolorose. Sento bruciare quella sofferenza come la prima volta, come tutte le volte. Desidero quel coltello nel fianco.
E così adesso, in questa stanza con la luce spenta dovrei dormire. Chissà se nei miei sogni verrà a trovarmi.
Dio, come vorrei che in qualche modo fosse qui con me, ora. Senza dir niente a nessuno. Solo noi. Tutto daccapo come la prima volta. Aspetto solo un suo segno, per farmi capire che lo vuole anche lui e non sta solo scherzando. Aspetto solo un gesto.
Com'è possibile questo? Eppure di te sono ancora gelosa. Come cavolo è possibile questa compresenza di sentimenti e questo delirio? Eppure tutto ciò riesce a convivere perfettamente in me. Passo da un pensiero all'altro senza controllarne l'eventuale razionalità o logica, con una facilità che mi lascia piacevolmente sorpresa. Vi osservo da lontano e non mi scompongo. Penso a cosa succederebbe se all'improvviso sapeste cosa mi passa per la testa. Penso a cosa penseresti tu, se sapessi i miei pensieri. Immagino che soffriresti. Ma io cosa posso farci? Sento che lentamente mi sto allontanando, ma io non ho davvero fatto niente perché ciò accadesse. Tu sei lontano e non mi guardi, e ti ricordi di me quando è troppo tardi. Io non voglio soffrire e basta.
Io quella cosa la cerco ancora, io ci credo ancora, e se tu hai smesso di cercare non è affar mio.
La notte è lunga.
Mi ritrovo a farfugliare preghiere insensate.
La notte è lunga e piove ancora.
Aspetto solo un suo gesto.
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Tuesday, August 20
della salita e della paura, a volte
Perché la strada ci fa paura?
Ti prende uno strano timore sulle salite che non danno tregua. Perché sei in trappola. Tu, la riga bianca che scorre lenta e rugosa, e un silenzio irreale. Particolari che in macchina non vedresti mai, ora possono essere fonte di piacevole distrazione dalla fatica continua.
La strada si muove lenta, improvvisamente la velocita si abbassa e puoi osservare sassolini, detriti, un bruco che attraversa incurante della tua sofferenza e del pericolo. A tratti provi il vago desiderio di fuggire.
Ma la liberta' delle moto che ti sfrecciano a fianco non è per te. Non ora. Mentre loro scompaiono dietro a una curva, tu sei inchiodato a questa strada e devi uscirne con le tue gambe.
Sono interessanti e istruttive, le salite che non danno tregua. Ti perdi e torni in te, tutte le volte. In quel limbo che sta nel mezzo, accade veramente di tutto. Impari una serie di cose, a dosare le forze se riesci, a scacciare i pensieri cattivi, a trovare un precario equilibrio. Ti fai domande, pensi a chi ce la fa e a chi non ce l'ha fatta, e a volte ti disperi, e, alla fine, in cima sei una persona diversa.
Oggi è accaduto che non avevo più paura. Ho pensato che potevo farcela senza soffrire. Oggi ogni cosa si è sciolta sull'asfalto liscio. Nella strada che si innalzava davanti a me come una lama accecante di sole non ho visto pericolo. Il profumo dei pini, il colore del bosco nel pieno dell'estate, la penombra buia tra gli alberi accanto alla strada erano parte di un tutto finalmente amico, in cui io mi inserivo senza paura e senza scosse, senza quella fatica insensata dei primi giorni. Accadeva anzi che proprio dalle piccole cose tutt'intorno riuscissi a trarre la forza necessaria per continuare.
Cosa significa tutto questo?
Nulla, davvero. Quando quel limbo finisce, tutto torna come prima. La strada è di nuovo piana, scende, la fatica è lontana, la riga bianca è un serpente rapidissimo dai contorni sfumati. Senti in
te una nuova forza, perché oggi ce l’hai fatta. Ma lei tornerà ogni volta e ti
farà soffrire, e ogni volta in un modo diverso. Ma ora che è finita ti illudi
di essere al sicuro.
Tutto quello che ho detto ha senso solo sulla salita. È un mondo a sè in cui valgono regole e leggi di movimento altrove sconosciute. Quando sei lontano, rischi di dimenticare la sua voce, che ti parlava in quegli attimi di sofferenza. Lei è tutto, perché ha in se' ogni risposta.
Che ne sara' di noi, quando non avremo più strade da scalare?
Che ne sara' di noi, quando non riusciremo più a replicare quella sensazione?
E che accadra', quando non potremo più perderci e ritrovarci, sempre di nuovo, sulla stessa salita?
Tutto quello che ho detto ha senso solo sulla salita. È un mondo a sè in cui valgono regole e leggi di movimento altrove sconosciute. Quando sei lontano, rischi di dimenticare la sua voce, che ti parlava in quegli attimi di sofferenza. Lei è tutto, perché ha in se' ogni risposta.
Che ne sara' di noi, quando non avremo più strade da scalare?
Che ne sara' di noi, quando non riusciremo più a replicare quella sensazione?
E che accadra', quando non potremo più perderci e ritrovarci, sempre di nuovo, sulla stessa salita?
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Tuesday, August 6
informazione di servizio
Eccoci! Vi sarete chiesti che fine avessi fatto, non è così?
Che fine ha fatto la mia urgenza di parlare,
parlarne, comunicare la mia insofferenza verso il mondo. Invece niente. Nessuna voce, nessun lamento e
nessun grido.
Silenzio.
Oh, ma vi assicuro che quel che conta c’è ancora, è tutto
dentro. Lo sento rivoltarsi, contorcersi dentro di me come un figlio che
vorrebbe veder la luce. Un figlio che non esiste. Senza occhi né bocca. Ma lui
è lì e devo liberarmene. È bello, per una volta parlare da sola. È strana,
questa mia trasformazione. Non sono più sola,
adesso; in verità non riesco a capire cosa mi succede, o forse un poco di
comprensione sta iniziando solo ora; sono letteralmente in balia degli eventi. Giorni e cose, giorni pieni di vita che solo
un anno fa desideravo ardentemente senza mai vederli, ora si accavallano, si
susseguono, si accatastano letteralmente l’uno sull’altro senza che io riesca a
coglierne appieno il senso e la meraviglia. Allo stesso modo, non riesco più a
concentrare l’attenzione sulle cose che mi fanno soffrire e mi infastidiscono,
oppure semplicemente su quelle che mi colpiscono. Prima era così facile, farsi
sconvolgere dalle cose, dagli eventi, anche solo dalle piccole ispirazioni e
illuminazioni di cui erano costellati i miei giorni, sebbene quei giorni, a ripensarci
oggi, fossero miseri e vuoti in confronto a ora. Eppure, io avevo qualcosa in
più. Ero proprio io. Ora mi sento
come sdoppiata, perché ci sono io e c’è lui e poi ci sono io con lui. E
arriviamo quindi a tre, la cosa si complica.
Cara la mia KK, lei
deve imparare una cosa che la salverà la vita nei momenti bui. Lei deve
imparare a credere nella sua propria FORZA. Sa cosa significa? Devo proprio
essere io a spiegarglielo? Ebbene, la sua forza è quella che le ha permesso di
buttarsi nelle sfide. Di continuare a pedalare anche quando sembrava
impossibile. Quante volte le cose le sono sembrate impossibili? E quante volte,
con la forza e la costanza, ha superato muri insormontabili? Quanti di quei muri
sono ora dietro le sue spalle? Li conti, li ricordi uno per uno, ne rammenti la
metamorfosi che lei, e solo lei, è stata capace di imprimervi. Questa cosa, è
la sua forza.
Sagge parole. Ha in effetti colto nel segno. Troppe volte mi
sento svuotata. Lui mi fa sentire così, ma immagino che una parte della
questione sia il naturale esito dell’incontro, finalmente, con gli Altri. Da
sola era tutto più logico e semplice. Ma non è possibile generalizzare. In ogni
caso, dobbiamo continuare il discorso di prima. Quello sdoppiamento mi causa
non pochi problemi. È davvero una cosa che non riesco a comprendere. Qualcosa
dentro di me ha smesso di funzionare; sono come perennemente distratta. Non
riesco a focalizzare la mia esistenza e il suo possibile sviluppo futuro. Sto
qui e vivo, semplicemente. Mi godo anche il fatto di poter vedere dei risultati
in tutte le mie faticate in bici, a piedi e con gli sci. Prima era come girare
sulla ruota del criceto. È successo, ad un certo punto di molti anni fa, che il
mio corpo ha smesso di rispondere. Soffriva
e basta. Non c’era allenamento, non c’era avanzamento. Stanchezza continua, a
cui mi ero abituata. Pensavo di essere così. La cosa deve aver avuto degli
effetti psicologici sulla mia già problematica persona, perché alla fine
credevo proprio che fosse un problema mio. Ricordo innumerevoli volte in cui ho
dovuto arrendermi perché le gambe non
mi reggevano oltre. Ricordo di aver guardato in alto e poi in basso, su una
distesa di sassi, e di essere stata lì un po’ con le mani sulle ginocchia, a
sentire il sudore correre lungo la schiena e sulle tempie, e da lì andare a
impastare gli occhi. A ripensarci adesso, senza voler esagerare, tutte quelle
volte in cui mi sono fermata non erano altro che piccole, microscopiche
sconfitte. Una dopo l’altra, giorno dopo giorno. Questo non potermi fidare del
mio corpo, non poter sapere se resisterà e quanto, mi toglieva fiducia,
distruggeva l’immagine di me stessa, mi metteva ogni volta di fronte al mio
senso di debolezza. Chissà il mio corpo, la sua povera carne e muscoli e ossa,
quanto stress ha subito in anni di
anemia. Chissà la mia testa, dopo anni di debolezza, come deve sentirsi. Oggi sto
bene. Niente più stanchezza. Soffro solo quando lo dico io, e poche altre volte.
Ma la mia testa è rimasta a tratti debole. Non si fida. A volte ride di me,
quando non riesco a spingere sui pedali come vorrei. A volte ride di me e
basta, allora io accendo la musica e vado da un’altra parte, finchè la sua voce
e la mia voce non le sento più.
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Tuesday, October 23
bambini a ginevra
Credo sia tempo di dire qualcosa. Non possono mettersi a
sparare musica fuori dalla mia finestra a quest’ora e pretendere che io non abbia niente da dire.
Nessuno può pensare che io non abbia da dire.
Parliamone. Mi parli
della sua infanzia.
Calma, calma, tutto questo mi pare troppo veloce, tutto
insieme, deve capire che non riesco a seguire bene il corso dei miei pensieri.
Da dove partiamo?
Partiamo dalla musica.
Ora mi fanno innervosire, non è ancora sera, non è esattamente sera, c’è luce
dannazione, ma loro sono là e la musica rimbomba, e molta gente accorre,
parcheggia scende e si incammina verso l’enorme tendone, sono famiglie (non è una parola abusata
“famiglia”? non è sdolcinata come parola? Eppure in qualche modo si deve
parlare…), insomma bambini con magliette e mamme con pantaloncini e altre cose,
ma il problema centrale è che sotto il tendone ci sono suoni sconnessi,
forzatamente allegri, come se per la felicità, come se per sentirsi vivi,
bastasse un ritmo incalzante, così veloce da riempire ogni spazio, ogni tuo spazio, entra e pervade ognuno dei
piccoli spaziettini di cui siamo fatti e così, solo così, ci sentiamo pieni. Non è così? È bene che gli
spaziettini siano sempre pieni, e contigui, uno a fianco all’altro senza
soluzione di continuità, in modo che la serata passi liscia liscia, e perché
più tardi si possa uscire dal tendone nella notte umida e calda, e tornare alla
macchina. Io sarò qui. Sentirò voci, e portiere sbattere. E macchine partire.
La notte è calda, la notte è nera, e una marea di stelle stanno in silenzio
sopra il tendone, ma sono lontane e invisibili, perchè l’afa intrappola tutti
quaggiù. Perché non possiamo fuggire? Le stelle non si vedono, e le auto se ne vanno ora. Senti il motore,
senti che si allontanano, silenzio. Siete
contenti, ora? Che effetto fa, non sentire più niente? Che cosa succederà, ai
nostri spaziettini, se nessuna musica e nessun ritmo allegro li riempirà
rendendoci pieni, e completi, e sazi?
Niente di male, KK, niente
di male accadrà. Deve smettere di pensare che succederà qualcosa di strano, o
liberatorio, o apocalittico, quando le persone intorno a lei si renderanno
conto di un inganno, o degli inganni, di cui da sempre sono preda. Per altro
non deve escludere, cara KK, che un inganno sia qualcosa di piacevole, e
desiderabile, e insomma in ultima istanza sia un male minore.
Questo me lo hanno già detto. Questo me lo sono già detta
troppe volte. Non ho più voglia di ascoltare questi sproloqui, ma perché non
posso dire due cose sulla musica odiosa e su un tendone pieno di gente che
mangia su tavoli traballanti, e sugli odori di grigliata, e il fumo grigioblù
che esce dai lati del tendone e bambini che corrono e piattini di plastica con
avanzi scarnificati di costine, perché non posso parlare di questo? E dei
suddetti piatti che essendo troppo leggeri non si riescono a tenere in mano
decentemente, e perciò molti cedono e perciò molte costine ancora intatte sono
ora nell’erba calpestata del campo sportivo, a testa in giù, con il piattino
suddetto e maledetto messo sopra a coprire lo scempio. E dei bicchieri di
plastica bianchi che immancabilmente si crepano su un lato, vogliamo parlare? E
di quanti di essi giacciono in terra schiacciati e orribilmente aperti e
squarciati, e delle risa tutt’intorno, e dei ragazzini tirati a lucido che
scrivono con la sigaretta il loro nome in svariati oggetti di plastica, con
fare spavaldo, e delle giovinette che ridacchiano e si lanciano sguardi mielosi
tutt’intorno, vogliamo parlarne? Non capisco perché mai non dovrei farmi
domande, su tutto ciò. Ho già dato, dannazione. Non ne posso più di questi
ragazzini idioti.
Che c’è che non va,
nei bicchieri di plastica? Che cosa di essi l’ha turbata? E poi, che problemi
ha, con i “ragazzini idioti”, KK? Del resto si tratta di comportamenti
fisiologici, legati ad una fase della crescita. Non era forse anche lei, una di
quelle ragazzine mielose?
Allora chiariamo una cosa. Cosa diavolo ne sappiamo di cosa
è fisiologico. Lei lo sa che il fisiologico è definito dal patologico? Lei sa
che una cosa è normale perché non è
malata? Ma il confine dove sta? Lei capirà che questa cosa ha evidenti problemi
fondazionali. C’è un circolo. Una petitio principii. Lei mi capisce, no? Che
cosa è fisiologico?
Sto cominciando ad avere qualche problema. Non voglio
incastrarmi in cose filosofiche, visto che è quello che faccio tutto il giorno,
per cui tralasciamo questo discorso. In secondo luogo (visto che lei mi
costringe a parlare in modo orrendamente forbito) no no e no, non credo proprio
di esser stata una di quelle ragazzine. O meglio, sì, ma ho talmente odiato la
cosa che l’esperienza non si è ripetuta.
Ma cosa ne sa? Ma cosa
mi racconta? Lei SA che è stata una ragazzina, e sa che ha avuto desideri,
speranze, attenzioni, verso i suoi coetanei. Lei ha amato e odiato, ma ha
soprattutto amato. Ha sperato e desiderato, era VIVA, non è così?
Ma certo, ma certo. Questo mi fa venire in mente che devo
aver sbagliato tutto nella mia descrizione. O più probabilmente la mia mente mi
inganna, vuole tenermi all’oscuro di alcune cose.
Noioso. Molto noioso.
Da quasi cent’anni ormai sappiamo che la mente ci tiene all’oscuro di buona
parte della nostra vita psichica.
Sì. Questo è un altro problema. Tutto questo è noioso. In
ogni caso, sì sì, ammetto di esser stata quella ragazzina. Non mielosa però.
Su, sia ragionevole.
Non mielosa, ribadisco. Insomma avevo il mio personale modo
di essere, e basta. E comunque ho sempre odiato i ragazzini spavaldi, i
ragazzini che fumano come se lo facessero da una vita, quando la loro piccola e
inutile vita è appena iniziata, ma via così, come se fumassimo dall’asilo,
quando il massimo che potevano fare era imitare i grandi con le sigarette di
cioccolato (un cioccolato che sapeva di carta, dalla consistenza senza senso,
granulosa, che tuttavia ho sempre trovato buonissimo).
Bene, ora non so più perché mai avrò fatto questo discorso.
La verità è che una tristezza strana, travestita da rivelazione, felicità
camuffata, mi è venuta incontro stasera. Quelli-che-non-ce-l’hanno-fatta mi
sono tornati alla mente assieme a una stilettata di dolore misto, colorato,
vibrante, e il tutto mi ha spinto a dire qualcosa. Improvvisamente ho paura che
molte cose possano perdersi per sempre. Ogni giorno perdo attimi e la sera me
li ricordo uno a uno ma mi dico che non importa. Però è così che passa il
tempo, che non risolve un bel niente.
***
Questa musica che ascolto ora ha dentro un’attesa, di
qualcosa di sconosciuto, di qualcosa che alla fine è doloroso ma ancora non sai
cosa è o cosa sarà. Prendo in mano il disco e mi accorgo, dopo tanto tempo che
non lo guardavo più, che la plastica è un po’ rovinata, e l’etichetta che c’è
appiccicata sopra è appena ingiallita. Ma il disco non è vecchio. L’abbiamo
preso qualche mese prima che io iniziassi il liceo. In certe canzoni riesco
ancora a ricordare quella sensazione. Di non aver ancor incominciato il liceo.
Sensazione di una cosa che stava cambiando. Ogni cosa sarebbe cambiata di lì a
pochissimo. Era un’attesa fastidiosa, ma fastidiosa
è un’aggiunta di oggi. In realtà aveva dentro qualcosa di speranzoso. A volte,
nel bel mezzo di questo disco, sento chiaramente quell’attesa, vedo me stessa
in auto seduta dietro, guardo fuori dal finestrino un cielo grigio perdersi
oltre le montagne, che scorrono verso la pianura, diventano poco più che
colline, e poi più niente, e io sto con la testa quasi contro il finestrino,
con il discman in mano e le cuffie nelle orecchie. Il discman ha smesso di
funzionare un giorno che non ricordo della quarta liceo. Prima di allora, molto
era passato dalle sue cuffie. Una volta in una gita in umbria l’avevo prestato
alla prof. Giovannelli. Si era sentita un intero disco dei Coldplay guardando assorta il dolce paesaggio
umbro fuori dai finestroni del pullman, e io ogni tanto le lanciavo uno sguardo
e ammiravo la sua tranquillità, ed ero contenta che una piccola parte di essa
fosse merito del mio discman. La mia inquietudine in quel momento era un poco
sopita. Ma le gite scolastiche erano fonte di sofferenze continue. Ora voi
avrete da dire sulla parola sofferenze.
Lo capisco, insomma non erano sofferenze fisiche, o forse un po’ sì, ma non
stavo male, non stavo morendo
maledizione. Ma ho un ricordo chiaro, semplice e netto di alcuni momenti di
grande insofferenza, cioè della sensazione di essere impotente davanti alla sofferenza, sofferenza causata dalla vista
di cose varie, di dinamiche che avvenivano tra i miei compagni, di risa che con
me non c’entravano niente, dalla sensazione di esser in mezzo a persone di cui
non mi interessava molto e di essere in tanti e di essere nello stesso tempo
assolutamente sola. Odiavo assai passare con il nostro rumoroso gregge in posti
nuovi e belli e pieni di possibilità,
e odiavo essere dentro quel gregge e non poterne uscire, e se loro fanno casino
come fanno sempre gli italiani,
anch’io sarò tra loro, anch’io sarò
loro. Ma la cosa che più mi faceva andare in crisi nelle gite scolastiche era vedere posti nuovi, vedere le persone
che vivevano là passeggiare per strada, andare in posta, e fare tutte le loro
cose. Insomma vedere posti nuovi era collegato immediatamente, era tutt’uno,
con la possibilità che anch’io avrei
potuto vivere là, se solo avessi potuto uscire da quella fila di scolari,
se solo avessi potuto….rimanere ultima
della fila, e alla prima curva della strada fermarmi, e poi correre a
perdifiato sul marciapiede nella direzione opposta, e girato un angolo sparire
per sempre.
Questo accadde una volta a Ginevra. Era una gita autunnale, e
con il mio discman e le cuffie e la musica avevo osservato le montagne
avvicinarsi e diventare enormi, mentre mi dicevo che dovevo stare tranquilla
perché nessuno lì conosceva le montagne come me, nessuno in quel pullman
sarebbe mai sceso e corso nel bosco, nessuno sarebbe stato ore a vagare in
mezzo ai pini odorando l’aria o guardando le nuvole. Stavo seriamente
cominciando a sentirmi da schifo perché volevo essere in quel posto senza
essere nel pullman e senza essere in gita. Invece le solite voci odiose
continuavano a urlare e ridere sguaiatamente appena fuori dalle cuffie che
avevo nelle orecchie. Ma niente.
Arrivammo a Ginevra senza che tutta la cosa riuscisse a sconvolgermi più di
tanto. Mi ero raccontata un sacco di favole sul fatto che qualche mese dopo
avrei sicuramente fatto qualcosa, avrei lasciato la scuola, sarei scappata da
casa, sarei andata in Canada, e mentre passavamo il Gran San Bernardo tutto questo era già successo, e io stavo
vivendo una meravigliosa e perfetta altra vita in British Columbia, dove tutto
era al suo posto e non c’era bisogno di gite perché nessuna gita, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare
cose che non avessi già, nessun nuovo
posto mi avrebbe fatto desiderare di cambiare, mai più.
Il problema fu quando arrivammo a Ginevra. Era una di quelle
giornate limpide di autunno inoltrato, in cui il sole è tiepido e le foglie
sono rosse e gialle, e il cielo è terso, gelato, perfetto, azzurro chiaro, con
striature uniformi di bianco, tirate dal vento freddo. L’aria era frizzante e sapeva di neve. Il
posto era bello davvero. Per una volta una città non mi dispiaceva. Per un po’
comunque la mia testa continuava a vagare in pensieri contorti in cui io non
ero io e presto sarei stata qualcun altro e presto sarei stata in un altro
posto. Insomma mi ero autoconvinta di essere solo di passaggio, ma non nel senso che ero di passaggio in quella
città, ma proprio che il mio essere io in quel momento era di passaggio, era
una fastidiosa fase di transizione verso qualcos’altro
non meglio specificato; a scuola, in gita, in pullman, in quell’istante in
cui stavo nel pullman, io ero di passaggio; io non ero davvero io; eddai! Io
non sono una di loro, dopotutto; io vedo tutto questo con occhi diversi; io odio
tutto quello che sono e dove vivo e presto andrò da un’altra parte. Presto tutto cambierà. Questa cosa resse
per un certo tempo, anche se vacillò quando sentii quell’inconfondibile odore
di neve appena scesa dal pullman; quell’odore di legna bruciata che era tanto
familiare fu una fitta improvvisa allo stomaco, una coltellata silenziosa. Ero quasi
persa. La mia strategia di
difesa faceva acqua da tutte le parti. Tuttavia andai avanti un po’, concentrandomi per
non pensare a niente.
La crisi fu quando vidi il lago. Il lago era grande,
perfettamente cintato da file uguali di alberi, rossi e arancioni e gialli, e
sotto di loro un pavimento di foglie colorate, e intorno al lago correva un
viottolo asfaltato dove dei bambini
andavano coi pattini, dei bambini svizzeri alle tre di pomeriggio
pattinavano intorno al lago, ridevano, erano felici; il giorno stava per finire
e loro sarebbero rientrati in una casetta svizzera, in una città che non puzza
e dove l’aria sa di neve, e ogni tanto nelle vie puoi sentire il profumo di
arrosto che non è come quello di casa, e il profumo di torta, e puoi fare tutto
questo in un normale pomeriggio di un giorno
di scuola di quegli stessi giorni di
scuola che tu odi perché sono fondamentalmente sprecati, inutili, vuoti, perché tu non potrai mai
pattinare intorno al lago il pomeriggio dopo la scuola.
I bambini sorridono, ignari di tutto questo delirio che la
mia testa fabbrica a loro insaputa e ad insaputa di tutta la fila di miei
compagni che avanza scomposta e se ne sbatte altamente dei bambini e del lago,
e di tutte le mie malate considerazioni. I bambini che pattinavano intorno al
lago è stata la crisi. Era il segno evidente, chiaro e limpido come quel cielo
d’autunno, della mia maledetta sconfitta.
Dell’inconsistenza di tutti i miei
progetti e piani per cambiare qualcosa, che non erano che castelli in aria. Era
orrore, sofferenza, tristezza irrimediabile, era il tonfo sordo di una casa che
crolla, del pavimento che si sfascia sotto i miei piedi. Continuai a camminare
sul tappeto di foglie mentre il sole faceva strani giochi con l’acqua del lago,
ma niente mi interessava più. Tutto era come era, io ero proprio io e non un
personaggio di passaggio, io non ero altro
che io, e se la cosa mi faceva schifo, bè, c’era poco da fare. Vorrei tornare
indietro. Vorrei tornare…
Ora sono proprio io che cammino sul lungolago di Ginevra,
sono sempre io che da fuori mi vedo camminare a testa bassa senza capire perché
devo sentirmi così male, sono io che mi trascino dietro al mio gregge, sono io
che non posso uscire dal gregge né da quella che è la mia attuale vita per
pattinare sul lungolago, e i sogni infranti sono ora in mille pezzi scomposti,
specchi che riflettono cose a caso, pezzi di progetti e desideri di un’altra
vita in un altro posto, diversa, che ora non hanno più senso, anzi sembra che
mi deridano per la mia ingenuità. Ahah!
Guarda! I bambini giocano ancora, e tra poco rientreranno a casa, dalle
finestre puoi vedere la luce gialla della cucina, è caldo dentro, e la cena
quasi pronta. Cosa fai tu? Perché piagnucoli? Pensa a camminare dritto. Pensa a
camminare dritto. Cammino dritto, gli occhi fissi sulle scarpe di chi
cammina davanti a me. Devo concentrarmi per non cadere, perché sto seriamente
per cadere giù. Mi guardo intorno in un attimo di disperazione e vedo
chiaramente che non c’è via d’uscita. Dove
vorresti andare? Non puoi far altro che camminar dritto.
A quest'ora, da qualche parte, i bambini giocano ancora. Io volevo essere uno di quei bambini. Volevo solo pattinare nelle giornate di
sole, e aspettare l’inverno, e non sentire più quell’ansia per le cose a venire
perché sapevo che non sarebbero state come volevo, sapevo che avrei dovuto
sopportare di stare chiusa in casa, che avrei dovuto andare a scuola e stare in
un posto che non avrei mai voluto. Volevo solo aspettare l’inverno, ma perché
nessuno ha capito? Non volevo fare del
male a nessuno, perché nessuno ha capito?
Bambini, bambini! Cancellate il mio nome e la mia storia,
bruciate i miei documenti e tutti i ricordi, sono inutili, sono corrotti, forse
sono falsi. Nessuno venga a cercarmi,
perché ora starò qui. Nessuno si ricordi di me perché io non ci sono più.
Perché non posso essere anonima? Perché non si può cancellare tutto e partire
daccapo? Bambini, bambini! Perché
perché perché non posso essere una di voi?
Bambini, bambini!
Perché perché perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini,
bambini! Quand’è quand’è quand’è che potrò essere una di voi?
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fantasmi di ottobre
Domenica di ottobre, tiepida,
azzurra, nitida e perfetta. Domenica di ottobre di quelle che anni fa erano
dolorose ma che io superavo ogni volta
dicendomi che un giorno non lontano non lo sarebbero state più. E in effetti oggi
non dovrebbero farmi più quell'effetto. Ma tant’è.
Ora non mi spiego cosa succede.
Sto scrivendo per non affondare del tutto. Mi sembra di affogare.
Mi sento debole. È una cosa
fisica. Mi sembra di non aver la forza di fare niente. È anche una cosa dentro
di me. Perché devo sentirmi cosi? Mi mancano giorni molto più sensati, molto
più pieni. Eppure se ci penso razionalmente, è chiaro che quei giorni
torneranno. E quando succederà, riderò di queste scenate e di quei giorni
inutili come oggi in cui tutto sembra perduto se non si fa qualcosa a dare un
senso di compiutezza, o semplicemente un senso e basta. Cercherò di spiegare il
problema come mi appare ora. Succede che io passo i miei giorni a denigrare la
vita degli altri, la gente che se ne sta col golfino sulle spalle al passo
mentre io arrivo in bici. Allora in quel momento posso ridere di loro e vedere
chiaramente in loro l'immagine di ciò che io non voglio mai essere. Ma il
giorno dopo, o forse no, diciamo un po' di giorni dopo, il corpo libero dagli
effetti dell'endorfina, io senza bici e senza sforzo e senza concentrazione
sono nulla, non ho letteralmente senso, fluttuo nell'aria senza direzione nè
significato. E l'orrore mi prende quando in tutta questa confusione mi pare
anche a me di essere come loro, come quelli che avevo tanto denigrato nei
momenti esaltati e felici, quando avevo il corpo sotto l’effetto di quella
meravigliosa chimica naturale. Questa identificazione improvvisa, che a
pensarci seriamente è semplicemente irreale,
perché è ovvio che io non sono così e mai lo sarò, riesce però lo stesso a dominare
la mia vita nei giorni inutili come oggi.
Succede, penso, perché non riesco
a vedere oltre le cose di oggi. Non
dico di avere un progetto per chissà quale futuro lontano. Anche solo domani,
non riesco a visualizzarlo e far sì che renda meno totale il fallimento che
vedo realizzato oggi, qui e ora. Relativizzare è il segreto per non farsi
sopraffare da questa sensazione assurda. È il segreto perché ciò che è solo una parte non venga improvvisamente preso
per il tutto. Le cose passano sempre, dovrei saperlo, dovrei
averne esperienza, e sì, ne ho esperienza ma non me la ricordo più, non ricordo
più niente di quando queste cose son successe nel passato, di tutti i giorni
come questo di cui poi ho riso quando erano finalmente andati. Non ho memoria,
in niente, non ricordo nessuna di tutte le cose che dovrebbero all'istante
farmi sentire meglio. Non vedo il passato. Non vedo neanche domani. Sono così
dannatamente stanca...non ho fame, ma mi sento debole, strana, vorrei partire.
E fare qualcosa per convincermi che posso ancora rimediare; ma non ho
letteralmente la forza fisica per farlo.
Neppure parlarne qui, scriverne,
riesce ad alleviare questa cosa, riesce a farmi sentire meglio. È un'altra domenica
di ottobre in cui cerco di trattenere i singhiozzi di un pianto a dirotto che
non vuole lasciarmi in pace. È rabbia pura, sensazione di impotenza. Di non
poter far niente per impedire che giorni come questo si ripetano uguali, ancora
una volta. Anche se tutto è cambiato o meglio "tutto è cambiato",
mettiamolo pure tra virgolette visto che sembra non sia cambiato proprio
niente. Riesco a litigare con tutti gli aspetti della mia vita. Non me ne
faccio passare una. Il punto vero qui, che poi forse è una parte della
soluzione catartica che sto cercando, è che io non sopporto le cose che si
ripetono. Divento pazza, non capisco più niente quando qualcosa che mi ero
ripromessa di non vivere più immancabilmente succede di nuovo, uguale, e non
all'improvviso ma con tutta la calma per vederlo arrivare da lontano, passarti
davanti e succedere, semplicemente, davanti a te che anche stavolta non
hai potuto far niente per impedirlo. Probabilmente è un residuo della mia vita
adolescente, in cui letteralmente ogni attimo era perduto, capitava a volte che
guardavo i giorni arrivare e andarsene sapendo esattamente che non sarebbe successo niente a cambiarne
il corso, che io non avrei potuto farci niente, se non stare a osservarne i
particolari, la nitidezza dei giorni di autunno, i riflessi e le foglie, il
cielo alto e freddo sopra di me, osservare tutto questo da dietro un vetro, e
immaginare, pensare, pensare forte forte a occhi chiusi sperando di svegliarmi
da un’altra parte. È successo una volta che ricordo ancora come fosse ieri, e il
ricordo mi provoca una specie di fitta. Ricordo che era fine settembre, il mio
compleanno. Devo andare a scuola, ma io con la testa sono da tutt’altra parte.
Prati dorati, da qualche parte. Nella realtà sono rannicchiata nel letto e
vengono a chiamarmi perché mi devo alzare e andare a scuola. Un venerdì. A
scuola dalle otto alle quattro. In autunno, alle quattro il giorno è già
scappato via. Non voglio guardar fuori dalle tapparelle, ma vedo le lame di
luce e riconosco le tonalità di un giorno di sole. Non voglio, non voglio
vederlo. Sono altrove. Mi chiamano, forse urlano, forse no, perché alla fine è
il mio compleanno. Non supererò mai questa cosa. Questa cosa torna tutte le
volte che c’è un problema. Questa cosa riaffiora come uno scoglio nella bassa
marea. Ma tant’è. Allora sono io rannicchiata nel letto, la testa altrove, la
testa in una valle sconosciuta di mia invenzione, l’aria pulita dell’autunno e
davanti una giornata che non sprecherai,
che potrai vivere come vuoi, a cui potrai dare un nome e che potrai ricordare. Invece no. Devi andare. Devo
andare. Ti chiamano. Mi chiamano. Mi
alzo, non mi guardo in giro, sono uno zombie che non incrocia gli occhi di
nessuno. Niente fuori mi interessa. Niente fuori è qualcosa che voglio. Semplicemente,
qui e ora, questa non sono io. Scaccio con tutte le forze il pensiero che oggi
passerà inesorabilmente e io non potrò far altro che stare a guardare.
Osservare tutte le tonalità che il cielo e le foglie gialle degli alberi del
cortile della scuola prenderanno durante ognuna delle ore di questa giornata.
Sono veramente un genio perché ci riesco, riesco a non pensarci, mi alzo come
uno zombie e come uno zombie esco di casa e guardo in terra per tutta la strada
fino a scuola, e senza droga e senza alcol e senza niente riesco ad
anestetizzare ogni mio impulso e desiderio. Ho passato gli anni del liceo a
sperimentare modi per anestetizzarmi e non sentir niente quando le cose che non
volevo vedere, che proprio non volevo,
mi passavano davanti costringendomi a guardarle. Zombie sul banco di scuola,
zombie a cui niente può far male, zombie che ha imparato a ignorare le cose
cattive, a sopravvivere. Sono uno zombie che riesce a far passare indenne,
pare, anche questo giorno di scuola che sembrava insopportabile. Cercando
distrazioni in modo abbastanza disperato e trovandole sempre. Quindi, è
successo che ancora in equilibrio, per quanto precario, sono tornata a casa e tutto
sembrava normale. Mi sentivo quasi meglio, ora che la giornata, le sue parti
migliori, le ore più splendenti e fonte di sofferenza, erano passate. Ma poi mi
è tornata in mente la valle che avevo in testa la mattina, allora ho preso il
computer e ho cercato le webcam di livigno. Volevo vedere com’era il 23
settembre a livigno. Che poteva essere uno dei tanti posti dove avrei voluto o
potuto essere. Magari, se mi concentravo e lo volevo e ci pensavo forte forte
forte, avrei potuto in qualche modo ritrovarmi là. Nella webcam era una
giornata meravigliosa. Il sole del tardo pomeriggio aveva tutti i colori
possibili. La valle era di tutti i colori possibili. Lontano si vedeva l’ombra
blu scuro degli abeti. Delle persone sulla strada, una macchina, immobili nello
scatto della webcam. Non è finito, questo 23 settembre. Quante cose si
potrebbero fare, ancora, se solo…due passi nel sole della valle, due passi…se
solo…se solo…
Non so che succede ma mi ritrovo
con la testa sul tavolo e una fitta in pancia e un peso gigantesco in gola, mi
stringe e non riesco a respirare bene, mi scoppia la testa, è rabbia pura,
odio, sensazione di impotenza assoluta, stanchezza per questa maledetta presa
in giro, per tutte le maledette volte in cui son stata presa in giro. Alzo gli
occhi, lacrimoni salati si accalcano sul bordo delle ciglia, e vedo tutto come
attraverso l’acqua, tremolante, la webcam sullo schermo del computer ride di
me, nel suo angolo in alto a destra l’orario e la data ridono di me, e io,
ancora una volta, non posso farci niente. Dondola sul tavolo la mia testa vuota eppure
pesante di rabbia e tristezza, dondola e tutto è così chiaro eppure assurdo, e
tutto scorre senza poterlo fermare, e mi ritrovo a odiare la sensazione di
sollievo data dal fatto che finalmente il giorno è finito, anche quella
sensazione non serve, è una sconfitta, ride di me, ride di me ancora e ancora.
Oggi
è tutto passato. Niente più scuola, e niente più zombie. Io non so perché, ma
queste cose mi sono rimaste dentro da allora e ogni tanto vengono fuori, quando
un giorno qualunque di tanti anni dopo, come oggi, le cose si ripetono uguali,
e anche se è davvero tutto diverso, io ancora una volta mi ritrovo a guardare
un giorno passare, e finire. Ogni volta la storia finisce con la testa sul
tavolo a sentire se la ventola del computer mi suggerisce una soluzione.
È cosi difficile da capire, di
cosa ho bisogno? È cosi difficile da capire, che io ho bisogno di perdere me
stessa e poi ritrovarmi di nuovo, ancora sulla stessa salita? Se non ho questa
riconferma ogni giorno, ogni due giorni, se non riesco a buttare là un ostacolo
e partire a testa bassa per superarlo, senza questa cosa io non sono niente,
continuo a fluttuare nel nulla, sono un fantasma in una domenica di ottobre. La
rabbia che ora mi divora, mi mangia letteralmente, la sento stringere, mordere
dentro, lei mi conosce, lei è me, è il mio Io che ride di me che oggi no, non
ce l'ho fatta. Che oggi ha perso di nuovo la riconferma di essere qualcosa di
stabile, almeno per qualche ora chimica in cui la mente è annegata nelle
endorfine e il corpo stanco, e per questo nessun demone viene a reclamare la
mia testa, la mia tranquillità, il racconto della mia vita che ho faticosamente
costruito. Soffro. Ma non è il senso comune di sofferenza. Non è fine a se
stessa. È anche altro. Perché dopo di lei, tutto è meraviglioso, ha nuovo
valore perché ogni cosa non è più lei, non è
sofferenza, non è fatica, ora sei in cima tutto è come un premio, e le
ore di fatica concentrata, in cui senti il corpo cedere, chiamare aiuto,
reclamare ossigeno, sono passate. È cosi difficile, capire che io devo perdermi
e ritrovarmi sempre ancora, sempre di nuovo, perdermi nell'ombra della valle e
alzare la testa e guardare la strada come una lama verticale di asfalto e sulla
strada e l'asfalto lucido il riflesso accecante del sole e abbassare gli occhi,
e la testa, e spingere e stringere i denti e sentire che tutto si perde...ma la
strada e l'asfalto e il sole e i tornanti passano, lenti ma passano e in cima
l'altro te stesso ti aspetta, il tuo fantasma che avevi lasciato in fondo ora è
lassù e tu sei pronto a tornare in te, ritrovi il tuo Io sempre sfuggente e
stavolta te lo attacchi addosso e lo tieni stretto, perché è stato così strano
e terribile perdersi ed è ora così meraviglioso e fantastico ritrovarsi, e
tutto ha più senso, tutto è prezioso, il mondo è più comprensibile e amico,
quelle ore di concentrazione per dosare le forze fanno sì che ora tutto venga
affrontato con la stessa attenzione concentrata, come se stessi camminando su
una corda tesa. Ogni passo è misurato, pare perfetto, perché con te ora c'è
quell'Io che sta in cima alla salita, quello che ti aspetta e torna in te solo
quando sei cima, e quell'Io è stato perso e ritrovato tante volte, e per questo
è la cosa più forte e piena e potente del mondo.
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