Friday, April 23

per ora non ancora tuttavia in qualsiasi momento


Stavo cercando qualcosa sul corso del professore ed è saltata fuori questa pagina.

E’ la cronaca di un giornale. Due anni fa circa. A uno col suo stesso cognome è successo qualcosa.

Non è quello che stavo cercando, e sarà una coincidenza, uno che si chiama come lui, così torno indietro e guardo quello che mi serve, cose per il corso, libri da studiare, qualche informazione. Ma di nuovo vado a finire sulla pagina di prima. Il titolo dice che qualcuno è caduto in un dirupo (dicono sempre così, anche quando si tratta di un semplice pendio ripido) e l’hanno trovato solo giorni dopo, troppo tardi. Non era una montagna particolarmente conosciuta. Neanche tanto alta. Mi metto a pensare che forse la vedo anche, quando dal pora guardo giù verso il lago. È pieno di montagne senza nome, con una vegetazione strana, incoerente. Arbusti a picco verso valle. Non ci si pensa mai, se ci siano strade per salirci. O forse semplicemente, e molto probabilmente, sono io che non le conosco. Non conosciamo la valle di là. Non ce ne occupiamo più di tanto. Il lago è bello da vedere d’inverno. Ha un colore argenteo e freddo. L’acqua è increspata leggermente, solcata da correnti sconosciute, tagliata da lame di sole che la rendono abbagliante anche a distanza. Il lago è silenzioso. L’acqua sembra muoversi ipercettibilmente, ma non fa alcun rumore.

Così, su questa montagna senza nome ma che io ho sicuramente visto, e che si trova incredibilmente vicino a me da qualche parte là fuori, è successo qualcosa a qualcuno con il suo stesso cognome. Continuo a leggere e qualcosa dentro di me ha già capito tutto. Il giornale dice (lo dicono sempre) che era prudente ed esperto. Poi aggiunge che aveva solo 23 anni. Era andato a fare un giro, non tornava e così hanno dato l’allarme. In fondo c’era scritto che anche il papà si era subito offerto di partecipare alle ricerche. Diceva che il papà è un eminente studioso. Un professore della statale.

* * *

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi. Succede quando non ho abbastanza difese. Credo sia come quando prendi l’influenza.

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi; cose che si portano dietro troppo; così scopro che neanche stare qui a sentire Petto che parla di Cassirer e di teoremi e di scienza e forse nemmeno pensa al suo lago che pure c’è, ed è lo stesso che io guardo dall’alto immerso nella nebbia, nemmeno questo si può più fare; nemmeno questo è senza dolore, perchè gli occhi di Petto lo dicono, che alla fine nè Cassirer nè la scienza risolvono niente, perchè le parole non possono dire quello che io so e lui sa e gli altri forse no.

Quello che ho scoperto, per caso, cercando su internet il suo nome.

E sono sicura che lui ora direbbe, lucido e coerente, che quello, qui e ora, non c’entra; che queste sue parole adesso hanno un senso e sono del tutto legittime, perchè lui sta facendo lezione, ed è qui per questo come lo siamo noi.

In realtà tutto questo, ogni cosa che dice, si porta dietro l’impossibilità di dire quella cosa, e l’impossibilità di tutto il suo discorso di darci un qualche sollievo.

Non c’è resistenza. Non c’è redenzione.

Forse vorrebbe correre fuori, lo penso perchè forse è quello che vorrei fare io, invece se ne sta lì a spiegare e ogni tanto perde lo sguardo al di là delle enormi finestre.

Non resisto a star qui a guardarlo. Eppure lui ci riesce, a guardare noi.

Non so a che prezzo, ma ci riesce.

Il problema sono le pause. Nelle pause, quando finisce una frase e sta in silenzio a pensare la successiva, e noi siamo chini sul foglio, con la penna che finisce come in automatico le frasi e rimane così, in attesa, davanti alla pagina ancora bianca; succede allora che c’è un momento, quando alziamo la testa per vedere che succede, per vedere come mai non sentiamo più nessuna voce, accade in questo secondo che noi percepiamo la vertigine.

È lì.

E’ lì in piedi, con le mani strette attorno al microfono, si staglia contro la parete di legno scuro mentre fissa un punto indefinito in fondo all’aula, oltre le nostre teste che ora sono volti in attesa.

Così, a tratti mi trovo ad essere spaventata da questa cosa. Mi rimetto a fissare il foglio e cerco di recuperare il filo, o provo a rileggere le parole contorte e incomprensibili che ho appena scritto per far passare questi secondi infiniti ma non c’è niente da fare, sono letteralmente paralizzata, perchè è in questi attimi vuoti, chiari e trasparenti che tutte le altre cose sembrano crollare dall’alto verso di noi, minacciano di schiacciarmi, e sono tutte della stessa specie, sono le cose cattive le cose che non dovrebbero succedere le cose possibili e quelle necessarie, e sono qui concentrate in questo silenzio e negli occhi di Petto, una mente tra le menti, che ora però non basta; e di quella mente le parole, capaci di definizioni ardite, di pura conoscenza, capaci di senso, sembrano ora soffocate dal riso beffardo delle cose, che accadono in silenzio, che sono già accadute, che non si possono fermare, e che si annunciano perchè verranno; e verranno, come un ladro nella notte.

Le puoi riconoscere una ad una nel suo sorriso spezzato, nel suo sguardo ora inspiegabilmente smarrito come quando qualcosa che credevi avere in pugno ti sfugge dalle mani.

Durano veramente il tempo di un secondo, queste pause, ma è abbastanza per gettarmi nel panico finchè non lo sento di nuovo parlare. Come se sentirlo parlare risolvesse qualcosa.

Oggi per una volta ho trovato, nel libro che stiamo leggendo, qualche parola sensata e qualche idea che mi pareva buona; ma non ho fatto in tempo a finire di comprenderle che lui subito si è messo a smontarle una per una, ha smontato il significato stesso di filosofia, ed era rabbioso, era cattivo, era come stanco per il troppo combattere, e sembrava non voler più sollevare gli occhi a guardar fuori, perchè ora li tiene puntati verso di noi, mentre attorciglia le mani come rampicanti attorno al microfono, lo tiene stretto e ci dice che un senso non c’è, e ha quel sorriso triste mentre lo dice, e ora nemmeno di Kant parla più, ci dice che neanche il fine c’è, perchè questa, questo mondo e questa vita, è la cosa più insensata in cui siamo capitati.

* * *

Petto sorride quando passa a fatica in mezzo a noi ragazzi ammassati, si fa strada nel corridoio troppo stretto con il suo sguardo furbo. È passato molto tempo dai titoli di giornale trovati per caso e dalle lezioni e da quella strana sensazione che ci prende quando non sentiamo più la voce. Mesi, sono passati. Il suo corso è finito. Cose nuove si sono messe in mezzo a noi. Cose.

Oggi è l’appello di un esame. Siamo in troppi e non sentiamo i nomi che un prof, là in fondo, sta dicendo in tono basso, troppo flebile per noi.

Ma Petto, quanta gente c’è qui, eppure passi senza dir niente, e mentre passi vedi che non sono altro che ragazzi ammassati e ognuno ha la sua vita e le sue cose, ma ora sono tutti qui, tutti salvi.

Perchè loro qui? Perchè loro ?

Eppure è così facile, essere salvi. Può essere facile quanto lo è ora camminare tra noi con quel sorriso e quegli occhi azzurro ghiaccio che non so comprendere ma che hanno dietro un mondo in cui, inspiegabilmente per me, non c’è traccia di odio.

Davvero non so cosa passi per quella mente, Petto, ma so cosa passa per la mia, che di grandi cose non sa niente e non capisce la fisica e si perde dietro a cose lontane e intuizioni improvvise.

Perchè noi siamo qui? Perchè siamo in tanti, e perchè siamo salvi?

E perchè, perchè lui no?

In tutta questa gente, tra tutti questi volti, qualcuno gli somiglierà; e tuttavia in ogni corridoio, e aula affollata, ovunque entrerai ci saranno ragazzi della sua età, ragazzi come lui, ma lui non ci sarà. Dietro ogni angolo, oltre ogni porta chiusa, accendendo la luce in una stanza buia, lui non sarà là.

Tutto questo e molto altro mi ha detto quello sguardo, mentre noi siamo qui e siamo in tanti e siamo salvi e nessuno di noi è lui, nessuno di noi potrà mai esserlo benchè siamo in tanti, e siamo ragazzi, e a logica poteva esserci anche lui qui tra noi, a rigore direbbe qualcuno, ma forse non c’è nessun rigore e nessuna logica, perchè per quanto fosse possibile e semplice e facile, lui no, lui non si è salvato.

Petto, questa cosa che ora ci assale

non ha un nome, e se ce l’ha noi non lo conosciamo

Ma il terrore che ora ci prende

È come è il cielo, calmo nella notte

Dolore nero punteggiato di stelle

Eppure i nostri occhi ancora si incrociano.

Beffardi.

Sembrano così ignari.

Sono azzurri

Il dolore è tutto dentro.

* * *

Ci sono dei momenti, in cui tutto si concentra. Ma un giorno guarderai lontano e tutto se ne sarà andato. I giorni non hanno colpa. Gli altri non hanno colpa. Questi attimi sono innocenti, scorrono come hanno sempre fatto, vengono riempiti di azioni, coincidenze, scontri e incontri; sono io che ci passo in mezzo a rimanere colpita. Sono io, la causa. Ci sono attimi in cui, improvvisamente, tutto si concentra alla massima potenza, tutto sembra avere dentro di sè un fine che ogni cosa raccoglie e ordina a suo piacimento. Io ci passo in mezzo e semplicemente vengo sopraffatta. Ogni cosa ha il suo significato. La marea di significati mi arrivano addosso come un’onda, e io sto come si sta sulla sabbia nel tramonto arancione, a sentire l’onda che mi scuote e mi sposta, sposta il mio corpo sdraiato e immobile come un tronco portato dal mare, mentre io guardo il cielo, meraviglioso, pensando a quel giorno, in cui non ci sarà che calma, in cui le lacrime saranno felicità che lava il viso, e all’orizzonte si potrà slanciare ancora una volta le mani senza paura.



Tuesday, March 2

pazzia: una storia d'amore


*** , dove sei?

Ora ricordo varie cose. Ora il foglio è bianco. La notte è sconosciuta.

Ricordo tante cose.

Sei stato la strada

sei stato felicità di un momento

piacevole sofferenza che mi ha fatto andare avanti

sei conoscenza

anche questo è conoscenza


Dove sei?

Sento lacrime che vorrebbero liberarsi

sento parole che vorrebbero un senso

sento musica

tu sei musica

Non c’è concetto

tu sei una lama affilata

sei ferita sempre aperta

Dove sei? La nebbia oggi ci nascondeva

ma io lo sento

sento che sei qui

il cielo è bianco

potremmo non essere qui, ora

avremmo potuto non vederci mai

questo giorno e tutti gli altri e tutti i prossimi – potevano essere diversi


Dove sei? Sto tremando e non so il perchè

la mia natura prende il sopravvento

sono in tutto, ora

sono nebbia, cielo e neve

ma non basta

non sono soddisfatta

non sono io

sei in ogni cosa che si muove

sei in ogni cosa immobile

gli abeti ora danzano piano

nebbia gelata sopra le nostre teste

ma io ti ho visto, coi capelli arruffati

Dove sei? Dove sarai?

Non so nemmeno chi sei

Ricordo la notte d’estate

i lampi di luglio

sensazione di un tutto che ricomincia

sensazione di un eterno ritorno a cose che pensavo dimenticate

qualcosa di già visto

ma non noioso

come musica che puoi stare ad ascoltare all’infinito

qualcosa che è in te

qualcosa che è in me

brucia come rami secchi

scoppietta come rametti giovani

Io potrei vivere solo di questo

Felicità di un momento

Coltellate senza scopo

Continuo stringere i denti

felicità che se ne va

euforia che torna

attimi senza senso che arrivano e corrono via


Dove sei ora? Io sono qui

a ridere di queste cose

a ridere della nostra ingenuità

e della nebbia e del cielo e della neve

come se non esistesse nient’altro

con lo sguardo perso

a guardare l’orizzonte verso cui vanno le cose da dimenticare

come quando andavamo sull’altalena

e il cielo era solo cielo

e l’erba era solo erba

e il sole e la neve e tutto era solo bello e nient’altro

Sei qui?

lo so che ci sei

domani niente nebbia

domani cielo blu

Ricordo i lampi lontani

rumore di tuoni

la notte è sconosciuta

ma tu sei stato la strada

sei stato felicità di un momento

anche questo è conoscenza

piacevole sofferenza che mi fa andare avanti


Tuesday, December 8

amici nella notte

Oggi ho fatto solo quel che da tempo desideravo fare
stare tranquilla, al sole

Sento che la faccia sta per scoppiare
è bollente
è martellante
credo sia rosso fuoco, ma è buio per vedere

Credo di aver freddo
tuttavia non sento niente

Ho in testa una lampada
ora si riflette sul vetro di una finestra
è una pila frontale
è carina
è a led
ho sentito stamattina parlare dei led.
Alla radio
stavo facendo colazione.
E' stato divertente.

Ricordo di una notte di ottobre e di una montagna
io e la pila salivamo nel bosco
lento era sceso il buio, eppure sembrava ancora chiaro
tutto era così chiaro
tutto era nitido
dovevano essermisi trasformati gli occhi
avanzavo e vedevo tutto
Ho acceso la pila solo quando iniziavo a inciampare
niente chiarore notturno nel bosco
solo ombre di rami silenziosi

Ricordo una notte di ottobre e una montagna, e fuori dal bosco una luce
è in alto
è gialla, è calda
Qualcuno, là, aspetta.
La pila è azzurrina e colora le rocce su cui metto i piedi

Tutt'intorno si muovono animali
cose sconosciute a me familiari
rumori nel buio a cui non faccio caso
amici nella notte

Monday, November 23

è stato così tante volte

Questo sfondo mi distrae. Tutta la neve e la luce e il tramonto rosa. Mi distraggono. Adesso l’ho tolto.

Vorrei mettere un po’ di musica ma temo che mi distragga anche quella. Poi mi entra in testa e non vuole più andarsene. Mi martella. Ogni cosa è martellante in questo periodo.

Poco fa ero in giro con la bici. Niente di particolarmente impegnativo. Stava giusto scendendo un po’ di nebbia dal cielo sereno. Tutto è dannatamente umido adesso. Io e la bici ce ne andiamo mentre lente scendono nuvole piene di goccioline d’acqua sopra la mia testa.

Oggi è stata una giornata lunga. Oggi non è successo quel che di solito capita, cioè che le ore cominciano a correre alla velocità della luce per arrivare a sera. Oggi era come domenica. Una domenica lentissima. Sono certa che qualcosa si è fermato, oggi pomeriggio. C’era un bel sole, oggi pomeriggio, che si adagiava sul muro giallino di casa e sull’erba appena tagliata. L’erba somiglia a una distesa di capelli corti arruffati col gel. Questo giorno ha come sempre qualcosa di strano, e come sempre non so cosa sia. Come sempre non trovo niente che me lo spieghi, allora mi metto a fare altre cose e dopo un po’ me ne dimentico. Così per molti giorni.

Eccetera eccetera.

Oggi sulla bici è successa questa cosa carina. C’era una discesa, e io mi stavo giusto riposando, mentre per la nebbia non si vedeva più niente e tutto attorno era chiaro e vagamente azzurrino. Penso che sono contenta che ci sia questa discesa, proprio ora. Guardo l’asfalto sotto di me, che è a grana grossa e grigio chiaro, e l’asfalto mi chiede: Che c’è? Sei stanca? Che hai?

Non ho niente. Mi godo la discesa, suppongo. – gli dico.

E lui:

Non ti piace più la fatica?

La fatica è ok - dico io - ma senza altre cose di mezzo. Solo io e lei. Come era una volta. Ora sono cambiate tante cose. Ora ci sono troppe cose che si mettono in mezzo. Capisci?

L’asfalto sembra scorrere più lentamente. Non ho idea di chi stia guidando la bici. Di certo è qualcuno ma non sono io. Non riesco a capacitarmi di come faccia a stare in piedi. Sto a sentire cosa mi dice la strada.

Dice questo: Lo vedo. Io le vedo queste cose. Vedo tutto, voi non vi accorgete perchè siente dannatamente distratti. Ad ogni modo vedo che mi guardi in modo diverso.

E io rispondo questo:

Non so. Ora c’è sempre qualche cosa che mi viene in mente e così non riesco a far più nulla. Mi distrugge. Ti guardo e non c’è più solo la fatica. C’è molto altro, e la fatica non c’entra più niente. C’è tutto un mondo di cose che non vanno e sono come fango in cui i piedi affondano e non escono più e tante cose vorrei dire e fare e magari mettere un eccetera anche qui per dire che sono troppe per elencarle tutte e che forse non voglio dirne molte e che forse sono solo un pochino fuori di testa, giusto un po’. Ma queste cose mi fanno impazzire, per questo parlo con te caro il mio amico asfalto, in una sera di nebbia su una bici guidata da qualcuno che non sono io, capisci, capisci che la situazione non è esattemente la migliore possibile?

Queste che ti ho detto, sono queste le cose che si mettono in mezzo, quando devo attaccare la salita, quando devo mettere i passi uno dopo l’altro lungo una salita di sassi perchè allora tutte queste bastarde mi tirano indietro, si attaccano come folletti alle spalle e mi trascinano giù.

Silenzio ora. Questa discesa dev’essere infinita. C’è solo nebbia davanti a me. È bianca e ha il solito odore ferroso. Solo nebbia e asfalto grigio su cui le ruote vanno ad una velocità indefinita. L’asfalto grigio ora dice:

Non chiederti come lo so, ma i folletti se ne andranno. Quando succederà, io so che sarai lì. Ci sarò anch’io. Sarò sempre qui come tutte le altre cose. Ti guarderemo correre su questa strada.

È stato così tante volte.

L’asfalto mi guarda e non dice niente. Poi sembra dissolversi. Fa improvvisamente freddo e io mi ricordo degli scatti su questa strada, un giorno di novembre come questo.

La discesa è finita, l’asfalto ora non è più grigio ma nero, è nuovo, e non mi parla più. Sono di nuovo io alla guida della bici. Le goccioline di umido mi attraversano. Ho le mani congelate come al solito. Congelate ma incredibilmente in grado di frenare evitando di farmi ammazzare contro un ostacolo. Siamo in pianura ora. Ricomincio a pedalare. Una signora con la spesa compare e scompare nel bianco. Campanacci di mucche invisibili risuonano e sono vicinissimi. Le sento muoversi da qualche parte nel bianco, oltre la strada e oltre l’asfalto, oltre qualcosa che non vedo.

Vedo anche te, sia chiaro. Ti vedo come si vede oltre la nebbia. Come quando in casa ci si alza di notte e si vede tutto anche al buio. Ti vedo come si vedono le cose che si sanno a memoria.

Come passi di animali nella notte.

Thursday, November 12

dormendo su erba dorata








Questa è una storia strana. C'è qualcuno, il protagonista, che sale per una strada in mezzo a un prato. C'è una leggera brezza. Tutt'intorno il paesaggio è luminoso come fosse il primo giorno sulla Terra.


È il primo giorno sulla Terra. H., il protagonista, non sa bene cosa fare. È un giorno nuovo, ma a lui sembra di aver già vissuto per così tanto tempo da aver esaurito le cose da fare.

Ma tant'è.

Se non si mette in moto, la paura lo bloccherà per sempre. La morsa della paura è una delle cose più temibili, soprattutto se è il primo giorno sulla Terra. H sembra saperlo, e lo sa pur senza averne esperienza, lo sa come si sanno le cose necessarie, lo sa con un'evidenza abbagliante.

Forse, prima ancora di esistere, aveva provato la vera paura che ti gela il sangue. Tutti l’avevano provata.

Tutti l’avevano già dentro da sempre.


Ora H è stordito dal colore intenso del paesaggio e delle cose intorno a lui, le guarda con lunghe occhiate mentre continua a camminare, ha quasi timore adesso, vede che tutto è meraviglioso e non sa proprio come fare per avere, fermare, abbracciare tutto questo che ha davanti agli occhi. Come fare anche soltanto a non farsi divorare da tanta meraviglia. Pensò che non sapeva come fare perchè nessuno gliel'aveva insegnato. Qualcuno forse un giorno lo avrebbe fatto.




***

Non c'è nessuno sulla strada di terra. Nessuno sul prato dorato. Non è più il primo giorno sulla Terra. Ormai ne sono passati tanti, di giorni, generazioni anche, e tante volte il sole è calato e poi tornato di nuovo, e pioggia neve vento hanno accarezzato l'erba, che è stata una volta verde e una volta gialla, e poi di nuovo terra marroncina. H cammina ora, ed è proprio un bel giorno fresco e soleggiato. I pini stanno nitidi in lontananza e il loro colore è talmente intenso che sembra blu invece che verde. H non ha trovato nessuno, che gli insegnasse tutte le cose che voleva sapere. certo, ha visto molte cose, e molta gente. Tante cose gli hanno insegnato e di diversi tipi. E tante cose ha imparato, e tra quelle anche come non aver paura, come far finta di niente quando tutto sembra crollare.

H l'aveva capito subito, che non era tutto lì. Mancavano tante cose. H aveva sorriso, quando questa cosa gli era balenata nella mente. Non sapeva perchè tendeva a sorridere quando gli succedeva di esser sfiorato qualcosa che non avrebbe mai compreso completamente. Questa era una delle cose che nessuno, nè H nè nessun altro sapevano, il primo giorno sulla terra. Questo perchè la cosa del sorridere era una delle cose sempre state, che per questo H aveva preso a chiamare cose-sempre. Ce n'erano veramente un'infinità, di cose-sempre, che accomunavano un’infinità di esseri umani diversi.

Era divertente scoprirne ogni giorno di nuove.

Così, quando H sorrise, con gli occhi a fessura verso i pini lontani, si accorse di non avere più paura.

Aveva imparato alcune cose sulla paura, e ora stava relativamente bene.

H aveva vissuto tanti giorni sulla terra e aveva trovato tante cose da fare, ma poi era sempre tornato sulla strada dove aveva camminato, stordito e spaventato, tanto tempo prima. La strada, del resto, era stata lì ad aspettarlo.

O almeno questo era quel che pensava H.

In realtà la strada era lì proprio come lui e ogni sasso e filo d'erba e pietruzza e grumo di terra aveva cambiato posizione un migliaio di volte durante la sua assenza, e la pioggia aveva spesso scavato solchi. E poi la strada non si faceva alcun problema rispetto a H e a tutto il resto. Aveva la sua personale felicità, di cui nè H nè nessun altro, tanto meno la strada stessa, sapevano nulla.

H invece aveva qualche problema. Aveva scoperto che le regole della terra erano rigide e questa rigidità e conformità alla legge di causa ed effetto, senza possibilità di errore, era chiamata logica dalle persone che vivevano sulla terra.

A volte era anche detta necessità, quando si voleva sottolinearne il carattere di assoluta consequenzialità, e irreversibilità nella maggioranza dei casi.

Era stato facile imparare quante cose fossero senza ritorno, anche se H ogni volta si sorprendeva di come le cose rimanessero impresse in lui anche dopo essersene andate.

Non erano più davanti agli occhi, eppure da qualche parte c'erano ancora. C'erano, senza alcun dubbio.

Questa era una delle cose che H non era mai riuscito a imparare. Che nessuno gli aveva mai insegnato.

H si arrovellava spesso su questo problema.

Perchè da qualche parte devono pur essere, le cose che non sono più.

Le persone. E le cose passate.

Quel giorno lontano, le risa, i volti, da qualche parte devono pur essere, se io le sento ancora qui.

Così ragionava H, e fu una delle prime cose su cui spese giorni interi a domandare.

Dov'è ora quello che è stato?


H non sapeva rispondere. Nonostante ciò, era un esemplare eccellente di essere umano. Oltre ad essere sopravvissuto egregiamente dal primo giorno, aveva aderito fin da subito alla necessità, cioè l'aveva vista come assolutamente chiara, ovvia, in una parola, logica. Non con tutti i suoi simili capitava lo stesso.

Tuttavia, c’era stato un tempo in cui H era inconsapevole. Sapeva tutto quello che c’era da sapere, sapeva che ci sono regole e leggi, non solo nel mondo delle convenzioni umane ma anche più in grande, nel mondo della vita, che è quello di animali, fiori, piante, sassi ed è anche il suo.

Le cose erano sempre andate così, e andavano bene. O meglio, andavano come dovevano andare.

Necessariamente.

H era tranquillo, razionale, a volte triste, ma tutto era d'altronde necessario e non ci si poteva fare nulla.

Sapeva tutto questo ma il problema era che non ne aveva mai avuto esempi concreti. Mai niente gli era passato così vicino da scuoterlo. Così, a guardar bene, H non sapeva in effetti un bel niente.



***

L’esempio capitò un giorno nella vita di H che lui avrebbe ricordato come uno dei più strani e tristi.

H aveva un amico, che non vedeva da tempo, a cui a volte pensava e che voleva da tempo rivedere.

Successe che non riuscì a rivederlo. L’aveva incrociato per caso poco tempo prima ma non potè parlargli, lo vide di sfuggita come un ombra. Poi non potè più vederlo. Mai più.

H si rese improvvisamente conto del significato di necessità solo ora così presente, vero e reale. L’amico non c’era più. Glielo dissero. H non riuscì mai a ripeterlo. Nè tantomeno riuscì a dire la parola. H sapeva quale parola.

Lo lesse, lo rilesse, lesse anche i ricordi di altri amici. Ne parlò con altre persone, ma era come parlare d’altro. H ci provò, a farsi entrare in testa quel mai più. Ma non riuscì a ripetere un bel niente. Questo succedeva molti anni prima, H era giovane e quel giorno imparò una cosa nuova. Era una cosa nuova e dolorosa. Faceva un male cane. Come un coltello piantato nella schiena. Se avesse dovuto dargli un colore sarebbe stato un verde scuro, indefinito, inesistente nello spettro cromatico.

Cercò soluzioni. Vie di fuga. Possibilità di salvezza. Ma la necessità gli si parava davanti inesorabile, solo adesso veramente chiara, e ogni volta era come correre contro un muro di mattoni sperando di poterlo attraversare.

Quel mai più era guidato dalla stessa identica logica che non permetteva a un corpo solido di passare attraverso un muro.



***

Quello fu l’esempio. H aveva scoperto una cosa-sempre di cui non si era mai accorto (o di cui mai prima d’allora aveva voluto accorgersi) e fu la cosa-sempre più brutta che H scoprì, durante la sua permanenza sulla Terra.

Tuttavia, H era pieno di dubbi. Infatti, a differenza delle altre, questa cosa-sempre non era così evidente.

Anzi la tendenza era a credere nel contrario. Agli occhi di H questa questione era divisa in due, due piani distinti.

In uno l’amico non c’era più, e nessuno l’avrebbe mai più rivisto.

Nell’altro l’amico era lì, da qualche parte, nel posto dove stanno le cose che non sono più. Ed è un posto reale, non una qualche strana idea eterea e impalpabile. H ne era convinto, contro ogni logica.

H era anche convinto di trovarsi nel primo dei due mondi da lui pensati, ma sapeva che c’era un modo per fare un giretto nel secondo. Doveva esserci. Forse si trattava solo di imparare come fare.

Così oggi, proprio oggi, H cammina su questa strada, e la strada è in mezzo a un prato, e il prato è spazzato dal vento leggero così come il volto di H. E ne ha viste di cose, H, ne ha vissuti di giorni così strani, furiosi, difficili e anche bellissimi che sembravano non dover mai finire, e a tutto è ormai abituato. Quel giorno strano in cui aveva conosciuto la nuova cosa-sempre è lontano, forse dimenticato, sommerso da mille altri giorni.

Ma oggi, proprio oggi che tutto sembra così normale H sta in realtà combattendo, ed è allo stremo, perchè non vuole più la stupidissima necessità. H la vuole abolire, la dannatissima necessità. Cammina tranquillo nonostante tutto, e intorno a lui una bellezza fuori di testa, che se fosse il primo giorno sulla terra ci sarebbe da impazzire. Ma non lo è, ormai è uno degli ultimi, di giorni, e la necessità preme, è lì, è solo qualche passo più avanti sulla strada marroncina dove H mette i piedi uno dopo l'altro.



***

Ora H ha abbandonato la strada e avanza sull’erba, e l’erba sembra non finire mai, sembra arrivare all’abisso, è gialla e fantastica così come fantastico è il rumore che fa quando H ci cammina. H pensa che tante cose possono non essere più un problema. Da oggi, non lo saranno più. H non ha paura. Qualcuno verrà, ora. Ci deve pur essere, una legge alternativa. Ci deve pur essere, una via di fuga.

H si ricordò dei giorni tristi, i più tristi di sempre, e per la prima volta la loro esistenza è qualcosa di reversibile. La loro necessità non c’è più. H può tornare a quei giorni e poi di nuovo andare avanti, e indietro e avanti continuamente.

La strada marroncina è lontana, ora. L’erba sembra non finire mai.

H non è più H.

H non è più nessuno.

H non ha più bisogno di maestri.

Pensa questo e altro ancora. Ma già ogni cosa diventa semplice. Ora si cammina senza fatica.


C’è un pettirosso che vola nell’aria pulita oltre la testa di H, e disegna cerchi dorati nel cielo blu. H lo segue con lo sguardo finchè non sparisce oltre l’orizzonte erboso del prato. Sta per distogliere gli occhi quando vede che c’è qualcun’altro, ora, che sbuca da quell'orizzonte erboso.

È l’amico. Gli viene incontro sull’erba scricchiolante. Guarda in basso, intento a camminare.

Alza lo sguardo, vede H, sorride, i capelli lunghi ora danzano nel vento, torna il pettirosso dalle ali lievi e si posa silenzioso sulla sua spalla. H non ha bisogno di parole. La strada è lontana, il sole fermo in mezzo al cielo.

Nessuno in questo strano, nuovo, incredibile giorno sulla terra, ha più bisogno di parole. H sorride a quegli occhi, non li aveva mai dimenticati. Erano tra le cose rimaste da qualche parte, impresse, incancellabili.

Quelle di cui H si era tanto domandato quando si chiedeva dove mai fossero andate le cose che non ci sono più. H si accorse in quel momento che lo aveva sempre saputo, dove si trovassero.

Lo sentiva come una delle cose-sempre. Era tornato sulla sua strada innumerevoli volte alla ricerca di quello che sembrava sparito.

Adesso il suo amico sta davanti a lui, sull’erba dorata, e dietro sono le sagome nitide delle montagne, immobili, colorate, ora non più terribili. E il suo sorridere è immobile nel tempo, è felicità pura, è come una corsa a perdifiato oltre ogni cosa del mondo.

Non ha più paura, H, non ne avrà mai più. Ha trovato il posto che cercava, dove stanno le cose che non sono più, e questo gli basta. Non ha più niente da dire, H. Non ci sono più parole per l’ultimo giorno sulla terra, così come non ce n’erano il primo.

H si muove verso l’orizzonte azzurro, sull’erba luccicante, come mercurio piede alato senza far rumore, avanza verso il suo amico che da là lo guarda col pettirosso sulla spalla, il vento sa di neve ora, e tutto, tutto è finalmente chiaro.