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Sunday, May 1

walden



Non mi piace abbandonarmi al relax sfrenato, all'abbondanza ricercata e consumata come se non ci fosse un domani. Piatti elaborati, dessert alla fiamma, cioccolato di varie provenienze, frutta esotica arrivata chissà come in una valle sperduta, mentre fuori piove, e dentro al calduccio si mangia e si beve senza curarsi di nulla. É vero, di che cosa ci si dovrebbe preoccupare? Della pioggia che cade nel bosco? Delle bestioline che al buio ne ascoltano il rumore? Lo so, che il nostro posto é dentro, a bere e mangiare e gozzovigliare, so bene che noi possiamo farlo ed è forse nella nostra natura farlo, ma nonostante questo non mi ci posso abituare. Mi sento fuori posto. Resisto per poco, poi il pensiero del fuori mi assale. La nostalgia per la libertà della natura è insopprimibile. È una nostalgia che non potrà mai in alcun modo risolversi: dev'essere il residuo della nostra esistenza inorganica, del nostro essere in fondo enti naturali che alla natura da cui si sono staccati tentano nuovamente di assimilarsi.
Il cibo che arriva già sul piatto, la sua abbondanza e complessità è nauseante, è semplicemente in più, di troppo; è qualcosa di immeritato, che non ha ragion d'essere. Eppure ognuno è libero di fare quel che vuole, di andare dove gli pare, e non c’è proprio nulla di male. Si sceglie con cura la strada da prendere e le sbarre in cui chiudersi, per apparire vincenti, amanti della bella vita, quella a buon mercato della classe media; apparire non noiosi, ma liberi e soddisfatti, capaci di godersela in modi che tutti approvano.
Di fronte a questo scenario, la mia mite attrazione per il bosco notturno, per i luoghi lontani e solitari, per le cose più semplici e tranquille, appare giustamente ridicola e fuori luogo, fuori tempo, incomprensibile. Meglio tenerla nascosta a chi non può capire.
Sento la pioggia battere sul tetto e so che cadrà anche in mille posti diversi non troppo lontani da qui, e forse in alto sarà neve e non farà rumore; e quella volta che sono uscita in piena notte dalla camera dove tutti dormivano la montagna mi guardava ed era chiara, nitida, trasparente nell'aria gelida; nel cielo a fianco a lei un'unica nuvola passava davanti alla luna, e la luna abbagliante e riflessa sulla neve rendeva azzurro tutto il paesaggio. C'erano ancora molte ore da dormire ma io non sarei più rientrata.


Aspettando il Gran Paradiso, 24 aprile 2016.

Wednesday, January 6

sorvegliato speciale


Ognuno sceglie da sè le proprie prigioni. In forma, durata, e dimensioni. 

Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare l'esperienza. Il mondo è grande, confuso, brulicante di persone, fatti, eventi, sentimenti potenzialmente eversivi. Per questo è bene imprigionarsi, trovare la propria personale gabbia, le proprie personali sbarre invisibili; per avere un luogo da cui tendere le mani verso un al di là ora finalmente precluso, e perciò non più pericoloso. I piaceri della vita, ma anche solo la vita stessa, l'esistenza che scorre tra giorni simili, forse uguali, in una monotonia forzatamente amica, ha bisogno di divieti, barriere, che impediscano di vedere la possibilità del diverso. 
La fuggevole visione di libertà non è pericolosa se osservata da dietro il vetro opaco delle proprie prigioni. 
Rinchiudiamoci, rinchiudetevi: ci sono persone che attendono solo quello. 
Crearsi una routine, trovare qualcuno con cui condividerla; qualcuno non perfetto, per carità, qualcuno che ci va bene, che entri nella routine e sia parte di essa; perchè poteva andare peggio, perchè ormai siamo arrivati fin qua e tornare indietro sembra stupido. O no? 
Rinchiusi nella bolla, una felicità da quattro soldi non dissimile da quella del vitello al pascolo, che alza il muso umido al primo sole. E' felice anche lui: chissà, forse sente l'umidità della notte allontanarsi, forse ora si alzerà e brucherà stancamente un po' d'erbetta; negli occhi acquosi nessun sogno e nessun futuro, nessun pensiero preciso oltre l'attimo; e quando si accorgerà che da dietro un pino lo stiamo osservando, ecco in fondo allo sguardo un guizzo di paura, nero, ancestrale, universale, senza scampo. Basta così poco per mandare all'aria un poco di felicità. Ma noi siamo ben più organizzati. 
Ognuno sceglie con cura la propria prigione. Si guarderà il colore degli occhi, forse il portamento, si verificherà una qualche rispondenza al piacere individuale. Si sceglieranno con cura le cose da dire, le parole, un posto nel mondo, si penserà che non è bello star da soli, che forse è tempo di metter su famiglia: altre sbarre, una dopo l'altra, invisibili, sicure, amiche. Ci si sentirà infine rasserenati, la luce del mondo là fuori sarà un poco smorzata, eppure resterà sempre vera, non è così? 
Le possibilità sono infinite, ma quelle vicine a noi, quelle probabili, sono un numero preciso, calcolabile; ognuna di quelle possibiità è uno sguardo che sorride nella notte, un terremoto che scuote la gabbia, la visione istantanea, terribile, accecante, di una vita senza legami; una vaga immagine, del tutto inventata, indefinita come in un sogno, di quel che potrebbe essere, che è ciò per cui a volte si è provata una nostalgia strana, senza oggetto preciso, ugualmente dolorosa; il dolore è reale, è come una ferita aperta, ma il suo oggetto è qualcosa che non esiste. 
Che cos'è che così fortemente mi manca? Che cosa mi è stato strappato una volta per sempre, lasciandomi qui in perenne ricerca? Guardare verso la valle mentre le nuvole se ne vanno, osservare i vapori bianchi salire nell'azzurro,  campi lontani in rettangoli ordinati; tutte cose che mentre scorrono già mi mancano; odore di legna bruciata, di camini distanti, raggi di sole che sbucano da chissà dove tagliando l'aria. Un altro inverno anomalo, un altro anno che scorre, proprio ora, proprio qui, mentre lascio impronte incerte sulla poca neve. Sento una nostalgia potente e incancellabile per la nostra vita nelle sue possibilità intrinseche, inesplorate, fuori categoria. Già mi mancano tutte le persone che hanno scelto prigioni più anguste della mia. Già mi mancano quelle che hanno preso altre strade. Mi mancano addirittura, in momenti di sconforto, quelle strade che io stessa non ho preso, la cui ombra continua a vivere da qualche parte, luoghi in cui io stessa forse continuo a vivere, in uno dei tanti mondi possibili che ogni nostra scelta e ogni bivio della vita produce.
Per cui scusami, scusami se sono un po' triste anche per te, che della tua prigione non sembri accorgerti. Io sento il peso della mia, e faccio di tutto per renderla più ampia, per illudermi che non ci sia. Cerco di vivere allungando le braccia fuori dalle sbarre, cerco di sfiorarti e portarti verso di me. Ma in fondo, forse, si tratterebbe solo di portarti inun'altra gabbia. Può darsi, forse, che tu stia bene nella tua, che noi tutti stiamo bene nelle nostre, un po' come il vitellino stava bene sul suo prato finchè non ha scorto qualcuno che l'osservava da lontano. 
Del resto è il nostro stesso sguardo la prigione più grande, non è così?

Friday, July 17

matrimonio



Parlano di smettere di fumare. Nel frattempo, poco più in là, stanno fotografando gli sposi davanti alla piscina. Ci sarà un album immagino, lo si tirerà fuori in qualche distratta occasione per rievocare quel giorno. Sarà passato del tempo, ma i riflessi della piscina nella sera di luglio saranno rimasti intatti. Eccoli che ti guardano, e assai beffardi brillano ancora. In quel giorno e in quell'album figurerò anch'io, da qualche parte. La mia presenza sarà nell'aria, nell'atmosfera, e lo stesso per ogni invitato. Ma per ora io sono altrove.
Gli altri sembrano invece molto presenti. Molto intenti a mostrare una certa coerenza nel loro essere: nelle movenze, nelle parole e nei gesti. 

Anche io sembro coerente. Poi a tratti mi estraneo. Cerco luoghi solitari. Scorgo molti metri di balaustra liberi dalla gente e vado ad appoggiarmici stancamente, e guardo l'acqua azzurra della piscina farsi più scura, immagino un tuffo, le sdraio stanno ordinatamente ripiegate su se stesse e solo per gli sposi ne è stata aperta una, dove ora siede la sposa e il suo abito con dietro il fotografo e lo sposo che si è tolto la giacca e la tiene sulla spalla, sono molto ordinati, specialmente nello sposo non c'è traccia dell'imminente sbragamento che seguirà la cena, la cravatta è ancora al collo e la camicia liscia e pulita. La sposa rimarrà invece sempre perfetta, sempre in ordine e senza una grinza, ma del resto lei ha un vestito che sembra una caramella, tutto intero, senza alcun pezzo che possa togliersi o smontarsi. Come sarà domani? Sarà dura tornare, dopo tutta questa perfezione, alle normali giornate in tuta davanti alla tele?
E per me, ci sarà mai qualcosa di simile? Riuscirò mai a considerare un giorno o un evento così importante da chiamare tutti a raccolta, tutti intorno a me? Ma poi tutti chi?
Per adesso, in ogni caso, ho problemi molto meno gravi. Appoggiata alla balaustra, con gli occhi persi nell'acqua della piscina, sto sperando in qualcuno che venga ad annunciarmi qualcosa. Che venga a consolarmi, o almeno a salvarmi da queste distruttive divagazioni. Come mai dalla montagna non ho mai visto la piscina?
Nessuno sta pensando a questa cosa, ora. Ci sono cose ben più interessanti da fare e da pensare. Molti panini al latte ripieni di un velo di burro e una fettina di prosciutto stanno ordinati su un tavolo immenso. Molte possibilità stanno, esattamente come i panini, ordinate su un metaforico e immaginario tavolo davanti a cui io me ne sto immobile come se davanti vi fosse un vetro. Molti panini, lucidi, dorati al punto giusto, soffici e invitanti sembrano chiamarmi, sono altrettante possibilità, ma io niente, sono paralizzata e a tratti impaurita.
Come mai sto aspettando qualcuno? Quel qualcuno è tra i suddetti panini? E chi se li mangerà, i panini avanzati? Qualcuno se li porterà a casa, almeno spero. Di certo qualcuno si porterà a casa, tenendole per mano, le molte possibilità che io non ho saputo cogliere al volo. Al mondo è pieno di gente furba, più furba e più pronta di me. Al mondo è anche pieno di idioti, ma le vostre foto non sembrano recare traccia di questa stupidità, e anche tu non sembri accorgertene, anche tu in fondo come me potevi dare un segno, potevi indicare un panino, potevi puntarlo e poi agguantarlo, lì in mezzo a tanti, dolce, morbido, perfetto, e invece sei rimasto lì proprio come ho fatto io.
La verità è che oggi siamo qui per non pensare a dove andranno salatini, dolcetti, antipasti e panini, e nemmeno dobbiamo preoccuparci di quanti mangiarne e quanti lasciarne sui vassoi, e di quanto bere e di dove lasciare i bicchieri; e dunque ecco arrivare vassoi di ostriche trionfanti in mezzo a ghiaccio e spicchi di limone, chissà da quale mare sono state strappate per finire qui, ma non ne avanzerà nessuna, e poi ecco comparire verdure pastellate e olive ascolane e mozzarelline impanate, ma i panini stanno là e mi guardano, non è tempo di pensare a loro, oggi no, oggi è un giorno fatto apposta per non preoccuparsi di che fine faranno eventuali briciole e avanzi; oggi la regola dice di vestirsi bene e fare finta che non ci sia un domani.
Ma il domani è già ben presente nell'oggi, specialmente nei soggetti dissociati come me. Oggi io non ho smesso di essere più o meno come sono sempre.
Come mai chi vorrei qui non c'è?
Quanto tempo riuscirò a restare immobile a guardare i panini, le vite degli altri prendere direzioni forse definitive, l'acqua dolce e liscia della piscina increspata dalla brezza della sera, quanto tempo prima di saltare la balaustra che mi separa dall'acqua e ritrovarmi giù, ma tu dove sei, tu cosa fai, tu nemmeno sospetti forse che io stia dando fuori di matto, nemmeno sospetti di essere ormai dentro di me come presenza fissa, pressante, maledettamente dolorosa, e i miei tentativi di dire la verità, li hai notati? Ho visto le tue certezze vacillare, nella notte per una volta ti ho detto qualcosa di vero, i tuoi occhi erano gli stessi di quella sera nella luce arancio dei lampioni, non ho avuto paura, ho cercato di mantenere una coerenza mentale e di tenere il mio Io protetto dalla sofferenza, ho cercato di farti arrivare un po' di verità in mezzo a silenzi e frasi confuse e inutili, chissà, chissà se hai capito.
Spero di sì, guardo gli sposi camminare lievi a bordo vasca, vedo gli altri invitati chiacchierare amabilmente, ridere. Mi vedo poco interessata alle vite degli altri, almeno in questo momento.
Da lontano qualcuno mi fa cenni. Sorride. Sembra chiamarmi. Sorrido. In effetti sembro perfettamente a mio agio.
Quando arriverà la prossima crisi?

Saturday, June 6

basta



Basta con le assurdità. Le cose invecchiano troppo presto. Anche noi siamo francamente ridicoli.

Ero stata ad aspettarti e sei fuggita. Che modi strambi.

Ce la farò, a non uccidere qualcuno nei prossimi giorni e tempi? Ce la farò, a confessare la verità e gettare tutti nello scompiglio? Eppure è quasi bello guardarvi dormire, quasi mi dispiace turbare il vostro sonno; ma la mia esistenza esige ordine, le cose irrisolte che stanno da qualche parte hanno bisogno di essere spostate, stanno nel mezzo, sono fuoriposto come un divano incastrato in una scala, come quello di tanti anni fa che ci era sfuggito di mano. Un piccolo problema di presa, succede, avevamo tredici anni e il divano infranse la porta a vetri in fondo alle scale, ma l'albergo era abbandonato e il divano rimase lì. Allo stesso modo rimangono nel mezzo quegli eventi passati e ormai inutili a cui non pensavo da tempo e che all'improvviso saltan fuori dal buio. 

Colpa tua. No, colpa mia. Colpa di tutti e due o di non si sa chi. In ogni caso quelle cose stanno ora nel mezzo e io devo levarle. Potreste anche toglierle voi; potresti toglierti anche tu di mezzo e smetterla di ballettarmi davanti, anzi potresti dirmi la verità, potresti, ti prego di dirmi qualcosa, a voce o per lettera; ma forse, penserai tu, avrei potuto farlo io e invece non ho fatto niente.

Ma insomma si sa.

Le cose sfuggono di mano, il tempo passa, e io sono notoriamente incapace di dare svolte alla mia vita al momento giusto.

Ma tu? Tu sei davvero certo di quel che stai facendo? Qualcuno mi fermi perché sto per esplodere.

Un merlo zampetta nel prato davanti a me. Come fa a sapere che là sotto c'è un verme? Come diavolo fa a non sbagliare? Perché non sono stata programmata così bene come un merlo, in modo da sapere sempre esattamente cosa fare? Eccolo che becca il prato con inaudita violenza. La cena è servita. Ammazza senza particolare fretta un maggiolino. Lui alza le zampe in aria come per arrendersi, il cielo è blu, rondini gridano come pazze, temperatura 16 gradi, ultimi istanti di una piccola vita nella calma sera di maggio.

Sbrighiamoci a tirar fuori la verità, perché io sto degenerando.

Crack. Il maggiolino trafitto è portato via in volo, nella sera tiepida. Terminerà la sua agonia altrove. Altri rumori? Cip cip. Uccellini che cenano attraversando nuvolette di insetti. Ognuno ha il suo compito, ognuno la sua funzione, ognuno la sua meravigliosa e splendente casella in cui rientrare ed essere così cittadino del mondo a tutti gli effetti. Una sera di maggio fatta di categorie.

Anche le lumache staranno strisciando fuori da sotto i sassi, e nell'umidità della notte andranno verso l'insalatina tenera, ma tu KK non ce l'hai fatta a farla fuori quella sera in cui hai incrociato il suo piccolo sguardo fatto di antennine mobili. Lei ti guardava come stupita, in attesa, allora hai sentito l'essenza del tuo potere verso di lei e poi l'hai visto propagarsi al resto del mondo di cui secondo la legge del più forte puoi disporre, formiche, lucertole, animaletti vari che potrebbero cadere nelle tue mani ed essere facilmente e senza apparente colpa eliminati; ed eccola l'essenza del potere e della violenza, quella che sta dietro alla cattiveria dei bambini, ma mentre pensavi tutto questo la lumachina ti osservava attenta, interessata, infinitamente ingenua e innocente, stava protesa fuori dal guscio e da te si aspettava qualcosa, e tu eri così debole quella sera, così sconvolta da tutto, ci mancava solo un esserino morbido e viscido e senza colpa. L'hai afferrata delicatamente e lanciata nella siepe della vicina, sperando così di lasciare aperto il suo destino, evitando così di fare scelte scomode, che già ce ne sono tante, e la sera è così stanca, maggio è così pieno di possibilità, i km di oggi non sono stati abbastanza per spegnermi il cervello, ho ancora energie, nella notte ti vorrei cercare, nella notte vorrei farti mio, nella notte vorrei che le cose fossero semplici, non vorrei davvero far male a nessuno ma la verità non può restare senza conseguenze, vorrei delle risposte ma non ho il coraggio di domandare, ed è tutto assurdo, senza quelle risposte in effetti nulla mi interessa, se mi distruggo di fatica è solo perché l'assenza di risposte sia più gestibile e meno dolorosa, se cerco di stancarmi e di esaurire le forze è solo per non pensare a come sarebbe se, perché quando lo penso è finita, la felicità possibile è troppo luminosa e accecante, tutto il resto è a confronto inutile attesa annoiata, vita senza particolare senso. In questi casi sarebbe utile essere invisibile. O essere un animaletto che vaga nella sera, programmato per fare il suo dovere e nient'altro, in attesa che qualcuno più forte e più potente dia una svolta alla sua piccola esistenza. Una svolta qualunque.

Thursday, May 28

cevedale







Molti muri sono crollati. Divieti, tabù, assurde regole sono infrante.
Appaiono, semplicemente, prive di significato. Totalmente arbitrarie.
In un giorno di aprile l’inverno è ritornato, e io ho provato una paura purissima, fredda e precisa come una lama; è l’immagine della mia debolezza di fronte al ghiaccio, che per una volta con me si diverte a giocare, che una volta di più riafferma il suo ruolo, il suo dominio, mi piega come una canna al vento.
Uno scenario mentale che ricordo come una distesa candida e pulita da tutto, da ogni preoccupazione e pensiero superfluo, per concentrarsi unicamente sul mio piccolo corpo che lentamente perde energia, sensibilità, calore, perde controllo; concentrarsi per recuperare le forze e aver salva la vita.
Sperimento un panico nuovo, che genera improvvisa concentrazione e che finalmente annulla tutto ciò che intorno e dentro di me si agita, immagini, ricordi, cause e conseguenze, legami, domande; seguire il filo di troppi pensieri è dispendioso ed inutile, ed è il corpo a decidere per me, è ancora una volta la natura che è in me a decidere di spegnere il cervello e dirottare l’energia verso qualcosa di utile, qualcosa che mi permetta, semplicemente, di conservarmi.
Dopo tutto questo, dopo la visione della mia mente libera da tutto, la vita torna quella di prima; ma pezzi di me sono cambiati per sempre.

Quando sto per scollinare verso la valle e capisco che è finita mi ritrovo con le lacrime agli occhi. Un pianto silenzioso, incontrollato e liberatorio, di gioia per la mia salvezza e di orrore per quelli che non ce l’hanno fatta. Attraverso gli occhi umidi non vedo bene dove metto i piedi, ma sembra tutto in ordine qui, il manto nevoso è uniforme, mi affido a pensieri del tutto casuali per non ricordarmi delle mille crepe che di colpo potrebbero inghiottirmi. Mi sento del tutto superflua e questo pensiero è di una chiarezza disarmante. Eppure ogni paura è svanita. Sento le mani pulsare di dolore mentre il sangue caldo ritorna a scorrervi, continuo a muoverle sotto due strati di guanti, si riprenderanno, anche il naso si riprenderà, tra poco sarà finita e tutto tornerà come prima; ma poi scorgo, lungo la cresta che guarda verso il Trentino, dei pezzi di legno sbucare dalla neve, dei resti rigidi come braccia puntate verso il cielo, in un’accusa senza parole; e chissà quante dita congelate, chissà quanto dolore e sofferenza, quanti giorni come questo solo cent’anni fa, e dopo questo pensiero io e le mie mani non siamo più nulla, io e il mio freddo non contiamo niente, fantasmi silenziosi sembrano osservarci mentre raggiungiamo la cresta, e dall’altra parte finalmente la valle, finalmente il sole, una via di fuga, niente più ghiaccio verde ma neve cotta dal sole, rocce laggiù in fondo, forme di vita che paiono amiche, la traccia che ci porterà a casa. Capisco che essere salvi non è nulla di scontato, e lo apprendo come fosse una verità logica, qualcuno sorride guardandoci passare, ci sono dei soldati sulla cresta e ci guardano incamminarci verso la salvezza, un sorriso triste, il sorriso amaro di chi sa, osservano la felicità del ritorno a loro preclusa per sempre mentre la valle ancora attende, e molte croci staranno ordinate sui prati, passeranno inverni, primavere, arriverà l’estate e con lei i temporali, niente ha più senso, la baracca rimane lì e i soldati pure, guardano giù, non hanno volto, e mentre mi lascio scivolare a valle ho quasi paura a fare le curve, ho quasi paura che tutto questo non sia giusto, mi appare chiaro che salvarsi è un privilegio e che non bisogna sprecarlo. Vorrei dire qualcosa ma resto in silenzio, la discesa verso la salvezza non può essere in nessun modo sguaiata, non può essere più di quel che è, vorrei essere felice ma non lo sono appieno, sento mille occhi osservarmi dalla baracca là in alto mentre lenta me ne allontano, e allora farfuglio ringraziamenti, al vento faccio promesse silenziose, a chi non ce l’ha fatta prometto di non dimenticare, prometto di raccontare, prometto di ricordare sempre delle volte in cui mi sono salvata, per avere la forza di salvarmi di nuovo. Ora l’aria è più calda, e il dolore alle mani diventa un sottofondo indistinto. L’aria è più respirabile. Compare l’immensa morena e una traccia che ne taglia la superficie costeggiando un’enorme caverna di ghiaccio. Mi lascio portare. Ringrazio tutto e tutti in ordine sparso, dagli sci ai guanti alla lana agli scarponi. Fisso un punto lontano e osservo la valle avvicinarsi, finalmente senza neve, con qualche larice spoglio, lontano, mentre la morena si esaurisce, la neve è marcia, incontriamo altri sciatori che sembrano ignari di tutto. A destra compare e scompare un rifugio. La fine della valle si avvicina sempre più. Arriva al termine. Respiro, mi volto a guardare indietro una sola e unica volta. Ma non è più tempo di guardare le cime e contarle, non oggi. Oggi sono state benevole. Abbasso lo sguardo. Ci metto una vita a togliermi lo zaino. Rimango nel parcheggio come un ebete, sento il sole che scotta sulla giacca, ma non tolgo nulla. Ogni oggetto e ogni cosa mi sembra nuova come se la vedessi per la prima volta. Dovrei mangiare e bere qualcosa, ma mi sembrano concetti nuovi. Bere una birra. Parole nuove, sensazioni nuove con cui essere cauti. Lontano, la montagna è bianchissima e accecante. Forse sorride.
I soldati vegliano sulle creste, presso la croce, il confine.
Dentro di me, altri confini si sono spostati per sempre.



Wednesday, May 20

ricerca



Che cosa mi manca?
Non ne ho idea ed entro nel supermarket. Sembra che sia pieno di persone come me. Sono stanche. A tratti sciupate. Chissà che faccia avrò io. Sotto le luci al neon nessuno pare interessarsene.
Stasera è accaduto in me qualche cosa. Sensazione di attesa e poi invece niente. Ferma al semaforo ho sbirciato nel bar oltre la strada. Nella luce tenue erano seduti in due. Sembravano felici. Sembravano un milione di cose e me ne ricordavano altrettante. Poi è venuto verde. Dietro il bancone era pieno di bottiglie scintillanti e bicchieri. Le persone erano solo sagome. Forse lui gli somigliava?
Forse io stavo cercando qualcuno?
Non lo so, non so neanche questo. La notte è scesa da poco e molte cose sono incerte.
Già sento gli occhi farsi pesanti e tristi, e assenti. Ma è arrivato il verde e sono partita.
Il bar era lo stesso di quest’estate, non è così? Quel giorno avevo guidato a fatica la bici fino a casa.
Non è più tempo per pensarci.

Ho bisogno di disciplina. Sono in balia delle cose. Era per dare una parvenza di ordine alla mia serata che sono entrata al supermarket. Eccole. Le Cose mi vengono incontro, ordinate e rassicuranti. Sono piene di possibilità. Le persone sono assenti. Fantasmi in cerca di oggetti. Cammino e a ogni passo mi sembra di fluttuare nell’aria. Atmosfera rarefatta. Freddo intorno all’immensa parete dei banchi frigo. Tristezza irrimediabile, mancanza di soluzioni che mi sovrasta e mi schiaccia. Incrocio sguardi. Mi sembrano smarriti.
Non è così evidentemente.
È così solo stasera, che i miei occhi sono tristi e pesanti e assenti. Vorrei comunicare qualcosa di positivo. Vorrei che qualcuno mi sfiorasse inavvertitamente col carrello e mi dicesse scusa, e allora io potrei sorridere e dire niente, si figuri. Invece non accade nulla. Un bambino che sembra straniero corre dal papà con in mano un giocattolo. Lui lo esamina attentamente, il bambino insiste. Il bambino piagnucola e il papà dice cosa è quello? Lo sai cosa è? Non è nulla. Il suono che fa la verità è dirompente.
Il bambino piange.
Quante volte nell’infanzia sembrava che il mondo stesse per finire. E invece guarda. Il mondo stava solo giocando il suo ruolo. E noi ancora pensavamo di poter fuggire. Lentamente ci siamo piegati. I bambini diventano adulti e camminano dritti nelle corsie, spingendo il carrello. Gli adulti sono già stanchi.
Sono entrata cercando qualcosa. Non l’ho trovata. Ma tornerò a casa e poi ritornerò qui, quando sentirò di averla persa di nuovo.
In fila alle casse mi prende una calma irreale. Le persone intorno rinunciano ad essere impazienti. Misurano i gesti per non fare troppa fatica. Una tipa davanti a me prende il coso per dividere la spesa e lo mette sul nastro tra la mia e la sua. Le dico grazie e sorrido. Mi sento meglio. Davanti a tutti c’è un signore tranquillissimo, sorridente e vestito con un pile scolorito e sporco di polvere e fieno. Ha degli stivali verdi di gomma, pantaloni blu non identificabili. Sembra vagamente un barbone, è magro, tranquillo e gentile. Sposta gli articoli che ha comprato dalla cassa a un banco poco più in là, li mette tutti in fila ordinatamente. Fa almeno tre viaggi, zoppicando e sorridendo, misurando ogni gesto. Non prende sacchetti perché metterà tutto in uno zaino vuoto che ha appoggiato in fondo al banco. Mentre va dalla cassa al bancone, dal parcheggio esterno un cagnolino segue ogni sua mossa fissandolo da dietro ai vetri.
Dopo un tempo infinito arriva il mio turno. Pago, riempio la mia borsa ed esco. Mi sento un po’ meglio ma durerà poco. Sono molto instabile. Cammino per il parcheggio e guardo all’interno quelli che ancora sono in fila alle casse. Sento il pianto di un cane, e mi accorgo che è quello di prima. Il signore con lo zaino è ancora all’interno; l’ha riempito con la spesa e sta ora cercando di caricarselo in spalla. Fa fatica. Da dietro i vetri, con la luce che illumina fin dove può il parcheggio buio, sembra di guardare uno spettacolo dentro un enorme televisore. Un film muto che io e il cane osserviamo senza esser visti. Lui è accucciato a terra e guaisce disperato, col muso dritto verso il padrone che si muove lento nel silenzio assoluto. Vorrebbe far qualcosa per lui. Nei suoi occhi umidi intuisco la presenza di un sentimento puro che nessuno di noi proverà mai.
Questa evidenza mi abbatte ancora di più.
Me ne vado senza capir nulla.
Entro in macchina e decido che stasera sarà un’altra sera persa.
Le persone mi appaiono come sono, tremendamente tristi. Forse, più semplicemente, mi appaiono come sono io in questo momento.
Sono pulite e profumate e hanno abiti decenti, ma nessun cagnolino piange nel parcheggio per loro.
Entro in macchina e accendo la radio, guardo le macchine sfrecciare sulla superstrada, le luci sulla montagna, le tracce invisibili del tramonto a ovest del cielo.

prigioni




Certi giorni mi sento bene. Rispetto a me, agli altri, e alle cose in generale. Mi guardo intorno e non ho nulla da chiedere. Certi giorni ho la sensazione potente e incancellabile di essere libera. Che le mie azioni verso di te, e verso di me, e le cose che voglio e vorrei, siano chiare come non mai.
Ma ognuno costruisce intorno a sè delle prigioni. E con la prigione intorno ce ne andiamo in giro, pensando che i nostri atti siano pienamente nostri, e che i nostri pensieri e la nostra mente siano liberi.
Forse è meglio non chiamare, chissà cosa penserà.
Forse è meglio non dir niente, altrimenti chissà.
Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare un'esperienza che è sfuggente, mutevole, a tratti dolorosa.
Ognuno ha, per le proprie prigioni, un attaccamento ancestrale e profondo, inconscio, naturale solo in quanto autoconservativo; irrazionale quanto a esiti concreti.
Non le vedi, le sbarre invisibili? È accaduto tante di quelle volte, ricordi? Un tempo la prigione era molto più ampia intorno a te, le persone ti sfioravano appena, tu ti facevi avvicinare a fatica. Anche oggi accade: sorridi nella notte senza saper cosa dire. Abbassi gli occhi per non saper cosa fare. Ti appoggi alle sbarre e aspetti, mentre la folla intorno a te si muove, ognuna con la sua personale prigione.
Molte volte hai allungato le braccia e molte volte hai sfiorato mani protese verso di te, e hai pensato che la gabbia non ci fosse più. Ma lei c’è sempre, intorno a te, dentro di te, forse è una cosa sola col tuo essere, con la tua esistenza nel mondo. Immagino che ci sia molto da filtrare, nella faticosa esperienza dei rapporti con gli altri, e molto da cui difendersi. È necessario trovare un modo per non essere del tutto permeabili a quel che ci accade intorno, e alla potenziale sofferenza che sta dietro ogni contatto. La gabbia reclama uno statuto di utilità pubblica.
Così, accade che ci sono tante cose che ci precludiamo da soli, senza nemmeno bisogno che a farlo sia il caso.

D’altronde le sbarre sono un’interessante e comoda prospettiva, da cui guardare la propria e l’altrui vita, in attesa di qualcosa. 
Invece a volte salti fuori all’improvviso, dalla gabbia invisibile, o almeno così ti pare (in realtà lei se ne sta adagiata intorno a te come fosse un vestito comodo) e allora quella nuova libertà sembra addirittura irreale. Pensi che durerà per sempre perché dalle conquiste e dalle scoperte non si torna indietro uguali.
Ma qualche tempo dopo, in una sera autunnale fin troppo tranquilla, ti ritrovi di nuovo appoggiata alle sbarre, a guardare verso un fuori del tutto indefinito di cui non sai nulla tranne che non è il dentro dove ti trovi adesso. 
Fa buio presto e questa è una cosa che non ti piace. 
I giorni passano velocissimi e sono anche belli e intensi, ma a volte nemmeno questo ti piace. 
Vorresti saltar fuori di nuovo, ma forse non è il momento.

Tuesday, April 21

agio



Di solito tendo a far sentire le persone a proprio agio. Anche quando i miei sentimenti sono contrastanti. Cerco di non suscitare timore. Ma forse sbaglio. Forse dovrei fregarmene. Forse non ne vale la pena.

Questi erano i pensieri di KK, mentre un poco brilla accompagnava in bagno uno dei tanti soggetti verso cui nutriva sentimenti contrastanti. Non le era simpatica, ma nemmeno riusciva a odiarla. Forse vedeva in lei qualcosa di sè, forse qualcosa del passato; o forse, più semplicemente, non aveva voglia di combattere su nessun fronte.
Può darsi che di combattere non ne valga la pena, proprio come non vale la pena odiare. Quel che resta, quel che faticosamente accade, è KK che apparentemente tranquilla accompagna, rassicura, parla, con qualcuno di cui non dovrebbe importarle nulla, che forse preferirebbe non vedere, e con cui davvero preferirebbe non parlare.
Ma che fare? KK è così. Vagheggia vendette ma non ne attua nessuna. Legge negli altri paura e insicurezza e non può nemmeno pensare di approfittarne.
KK cerca sempre, anche inconsciamente, di allontanare dalle persone il disagio e la paura.
Se ne sta ora fuori dalla porta, intorno la festa sotto i tendoni procede tra odori di costine e altro, la notte è fresca e KK in un attimo di lucidità si chiede come diavolo possa convivere in lei una tale dissociazione. Immagina che ci sia qualcuno, che vive nella sua testa ma sta sempre in silenzio, che un giorno urlerà a squarciagola quel che non vuole più vedere. Ma prima che quel giorno arrivi, KK avrà aspettato tanto tempo fuori da una porta come sta facendo adesso, un poco brilla, un poco euforica e vagamente triste per il destino maledetto degli affari del mondo e delle persone, tentando in tutti i modi di eliminare il disagio. Chiedendosi perché mai non è nata un po’ più cattiva, furba, magari un po’ falsa, per evitare di trovarsi, come ora, in estenuanti dispute morali interiori. In modo da evitare quei conflitti sulle massime dell’agire che popolano e complicano la sua vita sociale, tanto più che la maggior parte delle persone nemmeno sa dargli un nome, a questi conflitti.
Nonostante ciò, e nonostante le situazioni in cui si caccia le appaiano assai ridicole, KK persiste. È un animale scatenato lanciato sulla via della razionalità, illuminato e fiducioso nella possibilità che la ragione possa mettere a posto ogni cosa. Ovviamente si sbaglia, e c’è un muro invisibile ma impenetrabile che l’attende in fondo alla strada.


Non essere infantile, KK. Son cose che succedono. In fondo ti sei solo invaghita del suo amico. Insomma è roba già sentita. Innamorata mi sembra esagerato. O mi sbaglio? Eppure ti vedo piuttosto sconvolta. Indecisa come sempre. L’indecisione ti ucciderà poco a poco, cara KK. Devi imparare a superarla. Farò una digressione, ma lascia che ti spieghi. Quel che ti appare ogni giorno davanti agli occhi è una cosa enorme che occupa prepotentemente tutta la visuale: la tua vita. Il tuo SGUARDO. Ma per quanto quel che hai davanti agli occhi, quel che appare e scompare nel tuo campo visivo, sembri gigantesco, soverchiante, in una parola, totalizzante, non devi farti prendere dal panico. E nemmeno da forme di egoismo autodistruttivo. Tutte le persone intorno a te hanno lo stesso problema. Hanno un solo campo visivo, che si apre al mattino e alla sera si richiude per poche ore, e anch’esso è del tutto simile al tuo. Sai perché? Perché è PIENO. Il tuo sguardo è PIENO della tua vita fino a scoppiare. Ogni sguardo è così. Il tuo, il loro, il NOSTRO sguardo è tutt’uno col nostro occhio e con la nostra vita, che così diviene improvvisamente importante, centrale, come se apparisse nella TV durante un pigro zapping serale. Mentre è ovvio che la nostra esistenza non è altro che una delle tante, e lo stesso i nostri sguardi, e ciò che davvero ESISTE è l’incontro casuale, continuo di tanti sguardi, del tutto inconsapevoli gli uni degli altri, e inconsapevoli di se stessi, ognuno portatore di mille visioni diverse di mondo, anzi: ognuno col proprio personale mondo costruito dal proprio personale sguardo. Questo è chiaramente un problema. Questo è il motivo per cui l’uomo non è un animale naturalmente sociale. Lo è, certo, ma con notevoli incidenti. Bisogna distinguere il piano normativo da quello descrittivo, cara la mia filosofa KK. Questo è anche il motivo per cui noi non siamo mai del tutto liberi dalla nostra infanzia. Di essa conserviamo lo stesso sguardo sul mondo che ci porterà alle piccole grandi catastrofi della nostra vita adulta. Lo stesso sguardo che vede quel che appare davanti agli occhi come totalizzante, ovvero come l’unica realtà che davvero possa e debba interessarci, trasforma uno scorrere di eventi, persone e atti senza scopo preciso in cose che ci riguardano, in STORIA, cioè PROGETTI, ACCUSE, ATTACCHI, PAURE. 
Niente di più lontano dal vero. 
La verità di quello scorrere è inconoscibile. 
Ma non per questo quel che appare nel nostro personale spazio visivo deve per forza riguardarci e vederci protagonisti. Non per forza quel Tutto così bello e pieno che il nostro sguardo coglie è davvero la verità di quel che c’è da vedere. Lo sguardo è per sua natura parziale, KK. Lo sguardo da nessun luogo è un’idea meravigliosa e poco praticabile. Lo si può ampliare, come fa l’antropologo. Ma è così difficile, liberarsi dall’ombra totalizzante che si allunga su tutto quel che ci accade. E così avviene con te ora, KK. Che sarà mai? Tutto questo trambusto per che cosa? Un amore passeggero, un altro. Fatti, eventi, parole e persone che diventano gigantesche sotto la lente del tuo sguardo parziale, di fronte ai tuoi occhi desiderosi di trovare un senso, di fuggire a tutti i costi l’assurdo, di costruire una storia che tu possa raccontarti senza dubbi né paure. Ma forse mi sbaglio. Forse la mia è cinica razionalità. Anche tu sei fredda e razionale, ma certe volte non basta. Ti sei innamorata di lui, non è vero? Lo sei ancora? Stai lentamente dimenticando, KK, lo so, stai cercando in tutti i modi di rendere il tuo sguardo più ampio, aperto, meno drammatico e totale. Costruisci nuove storie che rinegoziano sempre di nuovo i significati delle cose passate. Ma qualcosa è accaduto. Niente di grave. Ma qualcosa dentro di te è cambiato per sempre.



Thursday, November 13

in cima alla collina



KK vorrebbe che tutto durasse per sempre. Vorrebbe cristallizzare il mondo com’era da bambini. Invece no. Anche la vita felice è sofferenza. Chi ci ha dato il diritto di ridere? Eppure troviamo i momenti per farlo. Dimentichiamo volontariamente tutto il male che potrebbe distrarci e ci occupiamo d’altro. Quei momenti non durano granchè. Nessuna cosa dura, ma noi dietro a rincorrere. 
Una bella scoperta, le persone muoiono. Bisogna vendere la casa. Che ne sarà dei mobili? E dei cassetti con la biancheria? Tutte le cose intorno si impregnano di senso. Scacciarlo è impossibile. Nemmeno si può bruciar tutto. Finchè rimane qualcuno, a rimandare come uno specchio l’immagine degli altri che non ci sono più, gli oggetti continuano ad avere un senso. Quando non c’è più nessuno specchio, semplicemente non c’è più niente da vedere.


Un’estate di tanti anni fa, in Toscana, nella sera tiepida e profumata di campagna, i nonni giocavano a carte sul vialetto davanti a casa. La notte era tranquilla, sotto la luce arancione del lampione vedevo muoversi animaletti notturni. Si sentivano i grilli, e i rospi in qualche rivo d’acqua. La notte poteva non finire mai, come la fila di lampioni che illuminava la via in salita. Avanzando, il fascio di luce arancio si affievoliva fino a raggiungere quello spazio in penombra dove stava in agguato la notte; ma proprio lì, prontamente iniziava il lampione successivo. In cima alla salita, la strada finiva. L’ultimo lampione illuminava fin dove poteva, oltre c’era il buio, e un bosco nero, sibilante alla brezza della sera. Quella collina era il Poggio. Ora hanno costruito graziose villette, e da qualche parte là in alto una selva di ripetitori garantisce a tutti la visione del tg della sera. Quando la nonna era piccola, quella collina era un posto fuori dal paese dove nascondersi. C’era un podere. La nonna mi ha raccontato che quando dormivano tutti nella stalla, col buio pesto e il pavimento duro, la cosa più paurosa era uscire a fare pipì. Bisognava fare presto e stare attenti a non pestare delle serpi. In ogni caso, si sperava sempre di non incontrare dei tedeschi, che hanno quella parlata così cattiva. Questa cosa è rimasta addosso a molte persone dalla guerra. Per molti, ancora oggi, la lingua tedesca genera un terrore senza fine. Così, sessant’anni fa, la nonna se ne stava chiusa assieme a tutti gli altri, a sentire il rumore degli aerei che sganciavano bombe sulle dolci colline della val d’Orcia. Come cambiano le cose. Ora i tedeschi sono pacifici turisti con gli occhi azzurri e ridicoli sandali, che passeggiano ammirati per le stradine di Montalcino. Ogni volta, ogni maledetta volta, io scruto i loro occhi in cerca di qualcosa. Sono azzurro ghiaccio e non vi trovo niente. Sono azzurro ghiaccio e a volte sentendosi osservati accennano un sorriso. Gli pianto addosso i miei occhi neri e faccio domande silenziose. Nessuno risponde. Le rondini gridano nel cielo, tutto il resto è di una tranquillità disarmante. La primavera in Toscana è così abbagliante che i tedeschi saranno rimasti stupefatti, nell’aprile del ’45. La nonna mi ha raccontato di quando un americano aveva portato a loro bambini una tavoletta di cioccolato. La nonna aveva detto che era un ragazzo giovane e che aveva sorriso; e che era il primo soldato che vedevano che fosse attrezzato di tutto punto. Come cambiano le cose. La casa dei nonni che stava sulla collina, da cui si vedeva Montalcino, è stata venduta. Proprio davanti, dove prima era un prato incolto, ne hanno costruita un’altra che ostruisce la vista. Gli amici con cui i nonni giocavano a carte, non ci sono più. Il nonno non c’è più. Nella notte, sulla strada in salita, la fila di lampioni c’è ancora, ad illuminare la via deserta, finchè in cima non c’è improvvisamente il buio. Tutta la tranquillità di quella sera d’estate a giocare a carte, tutta la felicità dello stare lì con i nonni, tutta la mia e la nostra infanzia, è scomparsa nell’oscurità in cima alla collina. Voglio credere che sia solo nascosta, che sia solo invisibile ai miei occhi e che un giorno arriverò in cima alla strada e sarò capace di saltare nel buio. Negli occhi azzurri dei tedeschi non riesco a scorgere odio. Ora la luna piena mi guarda dalla finestra e sembra che se la rida alla grande. Della mia irrequietezza, non sembra curarsi. Domando invano dove fugge la felicità che credevamo di tenere così stretta in pugno. Ma la notte è così tranquilla, forse non è il caso di disturbare. Di quel che sarà di noi, nel buio in cima alla collina, nessuno può saper nulla. 

Monday, November 10

risposte a un funerale



Tempo fa in questa stessa stanza c’erano la nonna e una signora, e parlavano sommessamente nella penombra. Le persiane erano sempre a metà e io mi chiedevo perché. Appena fuori, il lungo pomeriggio estivo è solo all’inizio. La stanza è così scura, così poco illuminata, chiusa. La nonna sta sprofondata nella poltrona. Ricordo il lento movimento che faceva per alzarsi. Il salotto è quasi buio, ha una moquette verde scuro e muri ocra, e sopra perline di legno scuro. Che giorno è oggi? Non ricordo, ma io devo avere vent’anni. Sono ancora una bambina, in realtà. Le cose del mondo mi toccano appena, provocano stilettate di consapevolezza che mi lasciano confusa. Sono in piedi, la nonna alla mia sinistra nella poltrona, ricordo di aver guardato davanti a me, oltre la signora che parlava, e di aver osservato il sole caldo stendersi sulla pietra del terrazzo, ma lo vedevo opaco attraverso i ricami delle tende; ricordo di aver intuito come quel giorno fosse una testimonianza di qualcosa. Poi vidi chiaramente ogni cosa e ogni parola scomparire nel nulla.


***


Oggi hanno cercato di darmi delle risposte. Non ci sono riusciti.
Sono entrata nella cappella camminando su ciottoli chiari e lisciati da milioni di passi, caldi di sole.
Ho cercato di ricordare le domande.
La mia debolezza era fin troppo evidente. Nessuna risposta sarà mai sufficiente perché la mia verità è sempre e solo domanda.
Una giornata splendente aspettava tutti noi, e aspetterà ancora, attenderà che ce ne siamo andati per continuare, in una infinita ripetizione priva di senso.
Nella penombra della cappella tutto procede regolare, sembra che il perfetto ordine del rito cancelli la realtà, la renda meno triste, la renda giusta in quanto conforme a regole.
Così non è.

"Purificami O Signore"

Non avevo previsto che si mettessero a cantare. Riemergo dalla cappella, basta salire due gradini ed ecco il sagrato abbagliante di sole, seguo questo corteo come ne ho seguiti altri, seguo questo corteo e il cielo è così limpido e azzurro, e la giornata così tiepida, e mi ricordo all’improvviso che tante altre volte non ce l’ho fatta a seguire il corteo, a essere presente, altri morti non ce l’ho proprio fatta a lasciarli andare; oggi tornano tutti, ognuno è qui con me, l’ingiustizia e l’assurdità di ogni cosa mi sovrastano ma senza schiacciarmi, lasciandomi libera di muovermi, osservare, pensare: e per potermi meglio abbattere in quel giorno in cui non avrò difese.
Mi sento leggera, il canto è così dolce e così vero e io sento di essere debole davanti a tutto. Abbasso gli occhi sui ciottoli colorati, lisi da milioni di passi, persone che c’erano e adesso non più, e a quei passi aggiungo i miei, una manciata, inutili, intorno a me le statue, i parapetti in pietra, le montagne lontane e nitide nell’aria pulita, milioni di passi anche su di loro, nei boschi, sulle strade assolate dei valichi alpini, sull’asfalto caldo intorno al lago, felicità che sembra infinita, e poi altri monti, e ognuna di queste cose è così ignara di tutto, così estranea, e mi rendo conto con una punta di orrore che questa giornata nel suo splendore potrà ripetersi all’infinito anche quando i miei passi non ci saranno più, e io dove sarò, allora? È adesso così chiaro come il tempo non abbia per loro alcun senso, e non l’ha nemmeno per noi, e se è così noi siamo solo ridicoli esseri che tanto si agitano per un nonnulla, che ridono e pontificano senza saper di cosa parlano.

"Sarò più bianco della neve"

A queste parole ero già in un’altra dimensione. L’assurdo diviene forma precisa e tagliente, dolorosa, una lama che taglia la nostra esistenza, e che senso ha il bianco, il puro, che senso ha la colpa, non vedi che basta una fuggevole visione dell’assurdo perché il resto della vita divenga senza senso? Vorrei piangere ora perché mi sembra che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto in tutta questa storia. Ingiusto in partenza. Purificami forse vuole dire lasciami andare, lasciami tornare alla terra, alla natura, all’inanimato. 
Ma perché, perché dovrei purificarmi da una colpa? Non basta questa scena e questo destino, questa giornata di sole persa per sempre, a rendere dolorosa e assurda ogni cosa, una volta per tutte? 
Uscirai da una cappella in una bara di legno ben levigata, ben fatta, lucida come un mobile, e dentro tessuti fini immagino, e i tuoi vestiti migliori, e forse ti metteranno un rosario tra le dita fredde, e ti porteranno a spalle sul sagrato invaso dal sole, e il sole sarà così prepotente, così forte e caldo e meraviglioso e continuerà imperterrito, e tu che lo amavi così tanto non potrai farci nulla, e quelli che amavano te così tanto guarderanno a terra e cammineranno, altri passi e altri canti, volteranno lo sguardo verso la valle e penseranno di essere soli al mondo, ma poi gli passerà, e poi a te non importerà più nulla, starai dormendo un sonno nero e senza sogni, non è così?

Tuesday, September 30

perchè



Mi hai abbracciato e non so il perché. Tu non lo sai, ma io di ogni gesto mi chiedo la ragione. Suppongo che in ogni gesto si possa leggere qualcosa, e la mia mente continua a cercare anche mentre io apparentemente penso ad altro.
Così nascono i sogni strani che mi capitano in questo periodo.
Io ti cerco, ti prendo il viso tra le mani e vorrei farti mio; tu sorridi e sembri cedere ma alla fine fuggi via. Immagino che tra noi sia successo proprio questo. C'era un vuoto e bisognava riempirlo. C'è stato un momento in cui le cose potevano essere perfette, se solo si avesse sempre il coraggio di fare le scelte giuste al momento giusto. Ma questo accade nel mondo ideale, quello dove noi ci raccontiamo l'ideale storia della nostra ideale vita, dove costruiamo immensi castelli fatti di categorie e di eventi possibili, a cui tutte le volte, inconsciamente, paragoniamo la nostra esistenza reale.
Nel mondo mio e tuo e di tutti gli altri, un anno fa, le cose sono andate in modo ben più confuso. La maggior parte di queste cose è accaduta in un luogo inaccessibile e a ben vedere inesistente, cioè la mia mente. Ho pensato e pensato e ragionato e calcolato all'inverosimile, mentre fuori accadevano cose, e più queste erano oscure e prive di dettagli più la mente lavorava per trovargli una collocazione nel castello di cui sopra.
La mia mania di mettere ordine non è servita a nulla. Tutto quel tempo a cercare di capire se non solo io ma anche tu avevi visto qualcosa, avevi sentito qualcosa, e poi in una sera e in una notte un fiume di risposte mi piombano addosso, ci piombano addosso, ma sono troppo concentrate, e così improvvise dopo tanto silenzio da sembrare irreali. Ci guardiamo nello specchio e tu mi dici qualcosa su di noi, su come potremmo essere. Ti guardo attraverso lo specchio, sorrido, e le persone fuori scompaiono. Poco dopo ce ne andiamo dalla confusione e nessuno vi fa caso.
Nel silenzio delle vie deserte, sotto le luci arancio dei lampioni, le risposte sono ora così chiare e abbaglianti da farmi quasi paura; ma tu sembri tranquillo, queste risposte che ora mi dai e che io do a te sono proibite, ma in questa notte in questo parcheggio non c'è nessuno, nessuno sembra conoscerci, le nostre storie fino qui sono come annullate, dimenticate, esiste solo l'attimo e in esso possiamo far finta che questa sia la nostra normalità, possiamo fingere di amarci da sempre, e fingere che quel che facciamo ora lo faremo anche domani e dopodomani, come in un gioco.
Per il tempo indefinito in cui durerà la nostra notte, quel che eravamo fino a ieri è sospeso, nel nostro attimo le identità si annullano, i significati si confondono, ed emerge una verità segreta ma potentissima perché a lungo nascosta e scacciata.
Ma la notte finisce, l'attimo se ne va, e ora io non so come devo guardarti perché non so se quel che è accaduto sia ancora una risposta valida, rappresenti ancora la verità di qualcosa. A tratti la vedo nei tuoi occhi, ma forse, di nuovo, è solo nella mia mente. Il più delle volte cerco di dimenticarmi per sempre la sensazione agrodolce di quell'attimo senza tempo e senza storia in cui ogni cosa era chiara e semplice e non aveva bisogno di essere pensata.
Ma di nuovo quella visione ritorna, ed è colpa tua che mi abbracci ridendo e colpa mia che ti stringo le mani e guardo i tuoi occhi, perché così facendo le risposte mi balenano di nuovo davanti improvvise e inafferrabili, la verità è di nuovo incerta, i sentimenti miei e tuoi confusi come non mai, e sembra che stiamo giocando sull'orlo del baratro pur sapendo che è un gioco destinato a finire. Ma io vorrei chiederti qualcosa, io vorrei capire, io voglio ancora quelle risposte che quella volta mi avevi dato candidamente, voglio quella verità racchiusa in un attimo fuori dal tempo.
Ma niente. È un pomeriggio di ottobre. Il sole se ne va lento e si adagia come una coltre tiepida su ogni cosa e su di noi, che stiamo appoggiati al balcone, vicini, e guardiamo il fiume scorrere placido in lontananza. Parliamo ma ogni cosa mi sembra irreale perché non contiene nessun indizio utile, e le mie parole mi sembrano inutili perché non vi è in esse alcuna domanda, e di conseguenza nessuna risposta. Un anno fa le cose sembravano più complicate, ma viste dalla prospettiva di oggi si tingono di una malinconia idilliaca. Ma l’esperienza insegna che accade sempre così.
A volte vorrei che il nostro gioco durasse in eterno, come la mia mente è abituata a pensarlo, come noi tutti siamo abituati a pensare le nostre simpatiche esistenze, mentre non è così: non vedi che d’un tratto tutto può piombare nel nulla, se dietro una curva un camion non ti vede, se quello nell’altra corsia si addormenta, oppure non si accorge che il semaforo è rosso, come nella canzone dei Beatles. E allora perché pensiamo sempre il nostro gioco come infinito,? Perché rimandiamo il momento di dire la verità pensando che quel momento esisterà sempre?

Wednesday, April 30

categorie



Per chi accetta di farsi sconvolgere da eros, le cose sono sempre, perennemente, irrisolte.
Chi accetta di nutrirsi della sua energia potente, deve accettare anche di cadere nel vuoto quando questa viene meno. Camminare sull’abisso è divertente fino a un certo punto. Costruire storie per sopravvivere può durare per un po’ ma è così maledettamente faticoso. 
Piango e non so davvero perché. Piango e vorrei dirlo a qualcuno. Tante belle parole e tanta fiducia negli altri e poi invece ecco, siamo di nuovo soli. Perché non può esserci un equilibrio? Dove se ne vanno i momenti perfetti in cui tutto corrisponde? Dov’è la tranquillità che sembrava di stringere definitivamente tra le mani e perché improvvisamente tutto diventa difficile?
Mi sono accorta che viviamo solo di categorie. Le categorie con cui ordiniamo il mondo, con cui ci hanno insegnato a ordinare il mondo, sono pure costruzioni, che offuscano e impongono un certo senso allo scorrere degli eventi, alle cose che accadono. Talvolta assumono più importanza le categorie delle cose che si vorrebbero categorizzare. Se io penso ad una cosa sommamente astratta, complicata e assurda come l’amore, le mie categorie mi dicono certe cose, e io ci credo, mi dicono quali forme e quali modi una cosa come l’amore può assumere; e se gli eventi della mia vita o le cose che mi succedono non vi corrispondono io vado in crisi, o penso di aver sbagliato qualcosa. Nei momenti di disperazione, quando il cervello si arrende e la smette di cercar soluzioni e palliativi per farmi galleggiare, penso di aver sbagliato tutto. Ma immagino sia tutta colpa delle categorie. Immagino che una buona parte della mia infelicità stia nel mio modo di pensare quel che avviene, nel mio modo di dare senso agli eventi, stia insomma nelle maledette categorie in cui ogni cosa che accade e che pensiamo viene schiacciata a forza, da sempre, da quando a scuola ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, ma forse da prima, da quando le risposte degli adulti hanno assunto la rigida fissità propria della verità, e la verità stessa ha smesso di essere sempre ancora domanda.
Così, le nostre domande si sono esaurite, sono naufragate nelle risposte e han pensato che andasse bene così, che non ci fosse più bisogno di chiedere, o che chiedere fosse stupido. Nessuno da allora si è più domandato perché pensiamo alle cose proprio nel modo in cui ci pensiamo, e non in un altro. Nessuno si è più chiesto perché mai dobbiamo pensare a oggetti, eventi, concetti, a una cosa come l’amore, solo all’interno di categorie così ristrette e così stupide; stupide nel senso in cui sono stupidi  i computer, che non fanno che eseguire ordini macchinalmente, che si ostinano a ripetere un comando anche quando è fallimentare, che perseverano nell’errore e cadono in un loop, perché non sanno pensare se stessi.
E che dire delle nostre testoline, in cui si compie ogni giorno, per ogni storia, per ogni maledetta emozione, l’eterno ritorno dell’uguale; che dire delle nostre menti tanto brillanti che per un dettaglio insignificante si fanno rovinare la giornata, perché quel dettaglio, opportunamente categorizzato, costituisce un pezzo di informazione che riempie di un senso nuovo e nauseante sia il passato che il futuro, diventa così un dettaglio totalizzante, che ingombra come un peso morto il passaggio, il cervello, impedisce di vedere la varietà di soluzioni che il mondo fuori categoria offre, ma noi siamo ciechi, ma tu sei cieca KK, sbatti la testa sempre di nuovo nello stesso punto, cerchi spiegazioni sempre di nuovo negli stessi luoghi, usi ancora e ancora le medesime categorie che ieri e oggi ti hanno fatto stare male. Esci per un giretto a piedi e osservi tutti, persone, oggetti, animali, le carte per strada, con aria apocalittica. Le nuvole inquiete e gonfie di pioggia sono dalla tua parte, l’aria umida che sposta le foglioline nuove degli alberi è un presagio di qualcosa, ti fa pensare che tutto alla fine passa, che tutto a un certo momento finisce, te ne sei accorta due giorni fa quando sotto l’acqua e la neve hai imposto alla tua mente di stringere i denti e resistere, perché tutto finirà, che sia sofferenza, fatica, freddo; che sia felicità di un momento, farfalle nella pancia una sera di aprile, stendersi sul pelo dell’acqua al mare a mezzogiorno, l’aria calda nelle discese in bici.
Emerge da tutto questo una verità potente, e fuori categoria, che ha le sembianze di una legge cosmica; e dice che ognuna di queste cose, ognuna delle Cose, per quanto sembri non finire mai, a un certo punto non sarà più; e tu potrai guardarla da lontano, pensare alla distanza che ti separa da lei, pensare a come hai fatto a superarla o com’è stato possibile che se ne sia andata così in fretta. Di questa legge che spazza via le categorie, che sferza il sempre uguale come la piena di un fiume, si trovano tracce sorridenti in ogni cosa che esiste.

Adesso dalla finestra aperta entra l’aria della sera; il cielo è finalmente chiaro e pulito, ogni cosa del mondo sembra tornata al suo posto. È solo apparenza ma evidentemente è quanto basta. Capisco solo ora di essere io il problema; appare chiaro nella confusione della mia testa che io sono tutt’uno con quella legge e quella verità, che sono io l’acqua fredda di quel fiume, e che è la mia corrente a trascinare ogni cosa nella piena, indefinitamente, senza meta, in continuazione, senza mai fermarsi un attimo a pensare, senza mai fermarsi sull’argine del fiume a osservare la corsa, i ciottoli chiari, e il mondo indifferente tutt’intorno.


Sunday, April 20

frattura



Improvvisamente non mi importa più di nulla. Non mi sento più in bisogno.
Chiamerò questo momento frattura. Per una volta uscire a far due passi in mezzo alla gente ha avuto un che di catartico.


KK fendeva la folla come un’imbarcazione sul mare. Le persone erano così lente, e così indecise, eppure così tranquille e sicure di essere pienamente nel giusto. Sono tutti con qualcuno, hanno tutti qualcuno su cui distribuire le loro attenzioni ed essere così meno soggetti agli sguardi altrui.
Ma una tranquillità del tutto inaspettata ha afferrato KK. Cammina in mezzo alla gente ma in realtà è stesa sul pelo dell’acqua, sul mare blu del mezzogiorno estivo. Osserva il cielo senza bisogno di pensare a niente. Spesso le sere d’estate le fanno il medesimo effetto. Spesso le sere in cui il vento gonfia il cielo di nuvole nere la rendono al contempo inquieta e sicura di sé, si offrono a lei come doni improvvisi e gratuiti, da cui attingere a piene mani.
KK fende come una lama la gente che cammina ignara, bambini, sorrisi di circostanza, auguri di buona pasqua, intanto il macello si è già consumato nel silenzio dei giorni passati ma qui non è giunto alcun grido.
Come siete vestiti bene, pensa KK. Com’è bello essere soli, in questo momento di osservazione. Le cose non sarebbero mai le stesse, l’occhio di KK non sarebbe lo stesso se con lei vi fosse qualcuno. Per la verità, e paradossalmente, è tutto il giorno che vorrebbe tanto essere con qualcuno, ma a sera finalmente un certo equilibrio si è ristabilito.
L’esistenza si materializza in un fiume di esseri umani che passeggiano lenti come fossero portati dalla corrente. Sono loro stessi un fiume, e KK si fa da loro trasportare, si abbandona al flusso, si guarda intorno, cerca appigli di senso nei volti, nelle case, nelle vetrine; quanta gente alla gastronomia, quanta gente nel negozio di intimo, quanti bambini che sembrano gli unici in grado di sfuggire al corso del fiume, vanno a zig-zag, fanno deviazioni improbabili, che KK osserva rapita; una bimba piccolissima si blocca in mezzo al flusso rischiando di far inciampare quelli che vanno diritti, che la schivano con un sorriso bonario, sono bambini pensano in silenzio, ma la piccola si guarda attorno trionfante, lei non è più nel flusso, lei è un ciottolo immobile in mezzo all’acqua che scorre, KK vede bene che davanti a sé si è manifestato un certo tipo di libertà difficilmente comprensibile e definibile, e che le dà un attimo di smarrimento. Ma poi tutto riprende normalmente, la bimba è riposizionata sulla retta via da un adulto, KK contempla la sua visione ma un attimo dopo ve n’è un’altra che attira la sua attenzione, ed è un’altra bambina, più grande, un bel viso tondo con occhi azzurri e capelli angelici, dice qualcosa, si guarda intorno altezzosa, ed allora KK vede chiaramente quella vita come sarà nel futuro, perfetta, senza fratture, unita e trionfante come un giorno di sole, limpida e facile come tutte le vite delle belle ragazze bionde occhi azzurri. Un profondo senso di impotenza prende KK, un profondo senso di irrimediabile diversità e lontananza da quel mondo prende KK alla visione di queste promesse di felicità; ma poi torna in sé, torna un poco più razionale, dice tra sé ma non vedi che stai dipingendo vite ideali? Cerca lucidità mentre la voce la rimprovera non vedi che inventi cose che non esistono per fare un confronto e stare male?



Ma perché crucciarsi? Perché farsi rovinare ore e giorni da nient’altro che pensieri arbitrari?
KK sente la vita andarsene, sente in modo chiaro e inconfutabile l’inutilità dell’esistenza che ora le scorre davanti e che fino a poco fa la tirava da una parte all’altra, e faceva di lei ciò che voleva. Sente i significati scivolar via da cose, persone, fatti accaduti, la sente sciogliersi come una glassa dolciastra, che se ne va lasciando il mondo degli eventi nudo e finalmente senza senso e determinazione, e lasciando KK piacevolmente tranquilla, libera da quel terribile senso di necessità apocalittica che ogni attimo si portava dietro.
KK è scossa da brividi ora, cammina e deve avere in faccia un sorriso ebete, cammina cammina ma nulla ha più senso, e KK è da questo sollevata, è improvvisamente più leggera, KK è una piuma che fluttua oltre le cose e le parole di questa via affollata, oltre ogni cosa del mondo che prima di questo istante perfetto reclamava a gran voce la sua attenzione, ogni cosa ogni gesto e ogni ricordo voleva la sua testa, ghignava alle sue spalle, voleva prender la rincorsa e buttarla a terra; ma ora no, più niente tocca la mente libera di KK, la brezza della sera è così ambigua, sa di fiori e di legna bruciata, è primavera e inverno contemporaneamente, KK non capisce verso quale stagione stiamo andando, ogni cosa ora è semplice e trasparente, KK cammina e le gambe la portano nei luoghi più disparati, la portano là dove tutto sembrava perfetto, la portano nella piazza di sera con poche macchine dove siete stati a guardarvi e sorridere e volevate entrambi la stessa cosa, e poi un tira e molla infinito, e poi siete scappati senza dir niente a nessuno, e lui ti ha detto potremmo andar via senza dir niente a nessuno e tu ha sorriso e la notte era perfetta, la sua pelle era salata, la luna vi guardava con un sorriso triste; ma nemmeno questo ora ha più un peso come l’aveva un attimo fa, come l’aveva solo ieri quando KK pensava non ci fosse via d’uscita per liberarsi da questo desiderio, dalla maledetta voglia di vederti, voglia di avere qualcuno da aspettare, ma niente, tutto tornerà di nuovo al punto di partenza, accadrà forse stasera, domani, chissà, ma KK è così inquieta, KK sente che il tempo è fatto di gocce che non sono per noi infinite, KK sa che la disinvoltura con cui lasciamo passare i giorni cela una cattiva infinità, perché il tempo che ci rimane è perfettamente calcolabile, KK ora ride alla grande rotolandosi nella sabbia di una clessidra immensa, ma stasera no, stasera è a sé, stasera il fiume delle persone che esistono ignare, e ignare si trascinano, ha svelato il suo volto a KK, ha gettato la maschera.
KK fluttua nella via, oltre la via, oltre la sera d’aprile che ora non è più triste e solitaria ma è solo una sera d’aprile in cui alberi e foglie nuove, sassolini e rametti, e neve là in alto, stanno nell’esistenza, stanno gettati nel mondo esattamente come KK, che al momento non ha nulla di diverso da un sasso o un filo d’erba, perché per pochi minuti, forse qualche ora, la crepa si è richiusa, KK non sente la distanza dalle cose, dalle persone, da quello che vorrebbe eppure non è qui; ora la consapevolezza come musica entra in lei, la musica è vibrazione fisica che entra nella cassa toracica e scuote il corpo inutile di KK, lei sorride, i tuoi occhi volteggiano ancora una volta nella sua testa ma l’apocalisse è rimandata, ogni cosa stasera è semplicemente superflua. Ogni illusione è caduta. KK cammina su un filo, giace sull’acqua guardando tranquillamente il cielo, esiste e nient’altro.

Thursday, April 10

specchi



E' un interessante nuovo inizio, per KK.
Si sente, e forse è, finalmente naturale. Molto divertente. Quell'affannarsi continuo non è sopito, ma non ha più il monopolio sulla sua vita com'era prima. Lui era uno specchio, che rifletteva di lei un'immagine distorta. KK si rende conto solo adesso che n lei non c'è proprio niente che non va.
Scopre quanto sia lontana e finalmente superata quella sensazione di non essere mai all'altezza che dominava la sua adolescenza. Mentre si dice questo, KK si accorge che non è così semplice come sembra, ma tant'è. Se ne sta qui e davvero non ha bisogno di niente, per sentirsi naturale. Non ha fame. Non ha ansia di nulla, a parte vederti. Sei stato un nuovo specchio, indifferente, luminoso, occhi azzurri riflessi nella notte infinita. Amarsi senza impegno è interessante, no? Certo hai passato il giorno successivo a chiederti come aveste fatto a renderlo reale; e ogni ora del giorno successivo era un continuo domandarsi che significato avesse tutto questo. Per voi, per l'economia dell'universo, per cosa succederà in futuro. Potrebbe non succedere nulla e sarebbe stato interessante in ogni caso.
KK ha scoperto di non aver bisogno di specchi, o forse solo di specchi giusti. 
E devi sceglierli con giudizio, KK, perché nei loro occhi tu possa leggere una nuova verità su te stessa, perchè tu possa vedere la tua esistenza risplendere nelle sue possibilità, senza odio né tristezza né rimpianti.
In questo senso, sei stato uno specchio fantastico in effetti, pensa KK. Chi l'avrebbe mai detto?
Più ci pensa, più le cose passate acquistano un significato diverso, si possono ora leggere come fossero una storia il cui esito è qui e ora, anzi è stato tre giorni fa in una notte in una macchina, in cui qualcosa finiva e forse qualcos'altro è iniziato. Oppure no. I significati da dare alle cose che accadono non sono nelle cose ma in noi, giusto? Arbitrariamente hai deciso che volevi lui, arbitrariamente avete deciso così, e ognuno darà a quel che è accaduto il senso che vuole, o non glielo darà affatto. 
Ci sono attimi perfetti fatti solo per due. In quel tempo indefinito, il resto del mondo letteralmente scompare.
Un luogo chiuso e nessun testimone, e il mondo tutto non esiste più.
Ma come si può esser certi che una cosa segreta sia reale?
Se nessuno saprà nulla, come sapremo noi che qualcosa è successo davvero?
L’unica cosa certa è che l’altra sera la luna era più luminosa che mai, e guardava KK col suo sorriso ambiguo.
Anche lei non ha saputo suggerirle niente su cosa stesse accadendo. Lei era silenziosa e argentata, abbagliante nella desolazione intorno a voi.
KK chiude gli occhi. Immagina che le cose e gli eventi che passano di qua siano come le nuvole leggere e le scie degli aerei nel cielo blu delle sere d’estate; se ne vanno lentamente sotto la brezza, finché al tramonto non c'è più nessuna nuvola e nessuna scia, e il cielo è alto e nuovo, meraviglioso e pronto per un altro giorno.
Non è così? E quelle scie, non vedi come si sfaldano e si sformano, e scivolano via sfinite, fino a sparire nell'altra metà del cielo? 
E ora KK, rifletti: la tua domanda su cosa significhi quel che è stato, ha ancora senso? 
Non è il tuo star bene e la tua tranquillità, quello che conta davvero? 
Non è quel cielo blu prima della notte, quello che cerchi?


Thursday, March 6

asciugamano




KK ricorda perfettamente di aver visualizzato, sull'asciugamano davanti a sé mentre se ne stava beata sotto la doccia, la sua vita futura.
Tutto questo accadeva anni fa, cinque almeno.
Quel giorno, con una chiarezza e soprattutto con una fiducia che mai si sarebbero ripetute, KK aveva creduto fermamente di avercela fatta. Dopo la visione sull'asciugamano, bianco come la neve che aveva appena lasciato, KK stette un tempo indeterminato sotto l'acqua calda a sciogliere la tensione di quei giorni, felice, in attesa. Finalmente tranquilla e consapevole KK se ne stava a rimirare quello che aveva fatto.
Oh, ma ancora non era finita.
Quel pomeriggio sotto la doccia, per l'ultima volta KK credette in se stessa. Tempo dopo, spese mesi e anni a chiedersi quanto diversa sarebbe stata non tanto la sua vita, ma la sua stessa persona, qualora l'esito di quel maledetto pomeriggio fosse stato diverso. Se qualcuno avesse detto , se qualcun'altro avesse scritto ammessa sul foglio che avrebbero poi appeso fuori dall'hotel, dove dopo la doccia KK si recò incontrando tutte le facce paonazze della mattina, vestite civili, e dove KK dovette vedere la gioia degli altri senza poter far nulla e senza poter gioire lei stessa. Cosa sarebbe cambiato e quanto?
L'ultimo pomeriggio di vita della fiducia di KK se ne andò così, neanche il tempo di goderselo, e neanche il tempo di pensare a un piano B per salvarla, la fiducia, nel caso il piano A avesse fallito.
Invece niente. Fallì il piano A, e fallì il mondo faticosamente costruito da KK, e morì quel giorno poche ore dopo la visione sull'asciugamano anche la fiducia di KK nelle cose a venire, negli eventi, cioè in fin dei conti in se stessa.
Una parte di KK è rimasta sotto la doccia credendo di essere invincibile. Quell'anno, finito miseramente in quel pomeriggio di inizio primavera, fu il primo e l'ultimo in cui KK si sentì davvero forte, invincibile, capace di reggere la pressione e l'ansia, capace di gestire la prova, la paura, la sensazione di non essere all'altezza. Questi ultimi erano allora concetti sconosciuti, per KK.
Aveva costruito un mondo in cui niente era impossibile, in cui impegnandosi si arrivava al risultato, in cui l'ansia di non riuscire erano combattute con la concentrazione attenta e testarda. Aveva ripetuto tutti i gesti necessari e aveva fatto tutto giusto.
Perciò una parte di lei era rimasta sotto la doccia, per capire che cosa di tutta quella storia e di quel mondo fosse andato storto, cosa ci fosse stato di sbagliato e dove diavolo fosse, se in lei, negli altri o nelle cose stesse.
Una parte di KK, infinite docce più tardi, guardando l’asciugamano scorge ancora quella visione così chiara, nitida e semplice, e quel giorno in cui tutto si è perso le pare così vicino e insopportabile da esser nella sua testa rielaborato, ricostruito e riposizionato, diventa l’inizio di una discesa, lo spartiacque tra un prima e un dopo del tutto convenzionali, inventati, che daranno a KK la sensazione che la vita in fin dei conti sia fatta di tanti pezzettini uno diverso dall’altro, da posizionare a piacimento come fossero mattoncini di lego. Tutto questo e molto altro, mentre dall'asciugamano spariva la visione perduta per sempre, tutto questo e poco altro mentre la vita tanto desiderata fuggiva in un baleno, e la fiducia di KK nelle cose, negli altri e in sé, svaniva di botto, ridendosela alla grande, una fragorosa risata mentre KK rannicchiata nella vasca sparirebbe volentieri assieme all’acqua che se ne va.