Showing posts with label esami. Show all posts
Showing posts with label esami. Show all posts

Sunday, June 14

epiphanies



Molte primavere sono state così. Ma l’estate? L’estate non doveva essere così. L’estate non doveva nascondere questa debolezza assoluta. Non doveva portare la strana ebbrezza del nuovo? Da quant’è che non senti il nuovo entrare sotto la pelle, avvolgerti nella confusione, farti perdere la strada battuta verso nuove vie, luminose, deserte, mai percorse, pulite?

Io pensavo…io penso sempre troppo. Talmente tanto che poi per lunghi momenti, direi periodi, il cervello si spegne, per evitare un surriscaldamento, per evitare cortocircuiti. Una forma di sicurezza quanto mai necessaria. È tutto previsto, vedi? Molti giorni con la testa vuota, completamente. A chiedersi gli altri cosa fanno, cosa faranno, quante strade da percorrere attendono e per quanto attenderanno. Poi invece le cose riprendono la loro abituale forma, le sequenze di pensieri recuperano un ordine; allora tutto questo pensare torna assurdo, irrazionale; le strade da percorrere che ti attendono? E dove sarebbero? Esiste forse un limbo con le vie non prese, dove le scelte non fatte sopravvivono e formano una storia, il mondo delle alternative, esiste davvero? E quanti di questi mondi diversi dovrebbero esserci, se per ogni scelta possibile se ne generasse uno?
Devo tornare alla filosofia. Sento che intorno a me tutto è orribilmente superficiale. Tutto quello che leggo lo dimentico. Ricordo solo delle sensazioni potenti, che mi si stampano addosso, a volte anche le parole di qualcuno, a volte ricordo una situazione con precisione matematica. A volte ricordo anche l’esatta configurazione del mio pensiero quando affronto qualcosa. Ricordo come mi sono sentita, e riconosco l’arrivo di una crisi, o di un’illuminazione, l’arrivo di un’epiphany che mi si stamperà in testa e che presto tornerà in altre forme. Ma la mente comanda tutto. La mia mente è piena di maledetti mattoncini in posizioni insensate.

Sono come una stanza in cui è esplosa una valigia, e i vestiti stanno sparsi dappertutto, alcuni nella polvere, alcuni sul tavolo, in terra, tra le carte. Forse è esplosa anche la cartelletta dei documenti, i quaderni di scuola, le audiocassette del libro di inglese delle elementari, pagelle di scuola, ottimo distinto buono sufficiente, i disegni, dio i disegni li avevo scordati: ore di scuola passati a disegnare con la testa china sul foglio mentre la prof spiegava, il piacere di vedere le linee nuove uscire dalla matita, danzare sul foglio; in questa stanza confusa è esplosa la cartella di scuola, lo zaino che usavo all’università, fogli di appunti di filosofia, altri disegni, fogli bianchi e inchiostro blu, relativamente ordinato, kant con testo a fronte e appunti a matita a lato, la natura razionale esiste come fine in sé, la natura è teleologica, e poi ecco gli appunti di logica, gli appunti su Freud (la fase in cui l’Ideale dell’Io si stacca è dolorosa, perché quello continua a umiliare l’Io e a far notare la differenza con la perfezione ideale), quanta verità celata in questi fogli, quanta salvezza se ne sta in attesa di essere sfruttata, ma altra confusione nella stanza non mi permette di concentrarmi. I mondi possibili non esistono, esistono solo nella mia mente nel momento in cui decido di farli esistere, per potermi tormentare come accadeva fino a pochi anni fa. Allora le scelte non fatte mi perseguitavano. Le possibilità mancate continuavano a vivere nella mia testa, e con dovizia di dettagli; ma non è bene parlare di questo. La fase è stata quasi del tutto superata, forse anche grazie a quei lunghi momenti di letargo in cui il cervello periodicamente cade, per salvarsi dall’orrore della ripetizione, per non vedere l’eterno ritorno delle cose già viste. Tutte cose già fatte, come alzarsi la mattina mettere in terra i piedi respirare fare pipì lavare la faccia acqua fredda occhi impastati sensazione orribile di debolezza sensazione di già visto pensiero ridicolo che dice che questo giorno è nuovo, questo giorno è uno in più, questo giorno non è stato mai vissuto da nessuno, non ancora, eppure sappiamo bene come andrà a finire, se tutto va bene si intende, e poi un giorno (quanto lontano?) ci sarà un giorno nuovo che sarà l’ultimo (è tanto lontano! O forse no. Ma è inconoscibile, per ora, e questo è abbastanza) e chissà, ci saremo alzati con lo stesso strano pensiero, lavati la faccia e fatto pipì, ma nessuno può sapere queste cose, per cui è anche inutile parlarne, ed è egualmente inutile esserne spaventati.
Nel frattempo attendo con ansia messaggi. Segni di vita. Qualcuno che indichi una direzione.
Ecco, qualcuno si avvicina. È gentile. Io no. Lo allontano malamente; perché non sei tu. Non lo sopporto, non sopporto nessuno, mi danno fastidio gli sguardi che pure avevo desiderato. I gesti, gli occhi, la voce, non li conosco. Non sono i tuoi. Ad aspettarmi, fuori, nella sera, con l’eco della musica lontana, non ci sei tu.

E allora la felicità, quella che è tutt’uno con il nuovo, dov’è? Quella della notte d’estate, ancora bagnata di pioggia, tiepida, infinita, con i tuoi occhi vispi nel buio, guizzanti mentre mi prendi per mano e andiamo via; questa felicità dov’è? Credo di averla intravista in un bar mentre tornavo a casa stasera. Era là con altra gente, persone che si muovono come marionette, sorrisi smorfie schizofrenie braccia che fremono e drink sul tavolo; parlano ma sono burattini muti per me che sto dietro al finestrino dell’auto e per stasera sono salva. Non so se quel che ho visto e provato fosse vera felicità o soltanto sottile piacere di starsene tranquilla a guardare gli altri da fuori, senza pericolo, e non doversi esporre né render conto a nessuno: felicità a buon mercato. Probabilmente era nostalgia per una serata persa, identica a una delle tante sere perse nella mia adolescenza, una serata in cui avrei potuto conoscere il nuovo, che cerco disperatamente, mentre invece sono rimasta a guardarlo passare.

Il mare dietro di voi è grigio, è verde, c’è il sole ma l’acqua sembra sporca, la felicità non vi manca, la felicità non vi manca, il sole bacia i belli dicono, dicono così tante cose, che sera assurda, da un palco lontano sempre la stessa musica e le parole di un’improvvisato speaker distorte dalla distanza, si perdono nella notte, la canzone è allegra (everybody need somebody), tutto questo fa un po’ ridere non è così? Sembrate felici. Ma io cerco sempre le crepe nella realtà, cerco il punto da cui il disastro inizierà, lento, vittorioso, una vita intera raccolta e riassunta in una bolla di sapone color arcobaleno, la tua e la mia e la nostra esistenza sta lì dentro mentre noi la pensiamo infinita e ci preoccupiamo del domani, la bolla dura un attimo e si libra nell’aria leggera rincorsa dai bambini, è una festa di compleanno, dev’essere il ’95, a bologna, una villa sui colli, verde e alberi e portici color ocra e rosso e grandi gazebo con sotto tavoli con sopra dolcetti e poi giochi gonfiabili che i padroni di casa avevano affittato e forse una piscina fuori terra, enorme, il cielo alto, infinito, la vita non è una bolla ma una cosa indefinita ed enorme, senza determinazione oltre l’oggi, senza significato oltre l’istante, oltre l’attesa della torta, del gioco, della mamma che assieme alle altre mamme attende poco lontano, e non ci lascerà mai.

Serata tranquilla, profumo di fiori, come quelli dell’estate della maturità, era luglio e io studiavo e non capivo e solo adesso capisco ed evidentemente è tardi, ma è così per tutti, è così sempre, non ne va mai bene una e dev’essere proprio una certa forma mentis a creare questi disguidi, la notte prima degli esami di maturità non successe nulla di particolare ma ricordo che asfaltavano la strada, tempismo perfetto complimenti, bip bip bip vrrrrrrrr stop bip bip bip eccetera eccetera e altri rumori simili e un caldo esagerato e una puzza di asfalto e gas di scarico, ma sono sopravvissuta, ricordo anche il corridoio lunghissimo e bianco e una leggera corrente d’aria calda tra le teste chine dei miei compagni in lunga fila davanti a me e la non voglia assoluta di stare seduta così tante ore e poi minuti interi a guardare il soffitto le finestre chiuse i professori che camminano lenti lungo i banchi e l’eco dei loro passi cik cik scalpiccio rimbomba nel corridoio sembrano agitati anche loro si sono vestiti bene ci sono i commissari esterni e loro devono essere pronti scattanti preparati puliti e profumati e far vedere che i loro ragazzi non sono delle capre e qualcosa hanno fatto anche se il programma di matematica non era finito ma la prof ha scritto tutto anche le cose che non avevamo fatto e che per fortuna non ci hanno chiesto, ricordo di aver pensato che non li avrei visti più, ricordo che è stata una sensazione strana, un sollievo non del tutto gioioso. 
Ma rieccoci di nuovo qua, anni dopo (pensa un po’ come passano veloce), la sera procede, procederà oltre, ingranaggi ridicoli, pedine ridicole, stiamo giocando e tu non ci sei, ti cerco e tu non ci sei, dovrei impegnarmi di più, dovrei inseguire i sogni con più entusiasmo mentre guarda, basta una giornata no a buttarmi a terra, dopo tutta la fatica per arrivare qui, proprio tu, proprio io, la stanza fluttua nel nulla, quando ho strappato dai muri fotografie e poster del passato mi son sentita meglio, il muro sotto era più bianco e foto e fogli e poster hanno lasciato un’ombra, stencil grigiastri, quadri vuoti, si è anche staccato un po’ di intonaco e il muro sotto era blu scuro, qualcun altro evidentemente stava nella mia stanza prima di me e il bianco non gli piaceva, chissà che tavolo aveva, chissà che cosa faceva, chissà se guardava dalla finestra come me e chissà se gli sarà mai esplosa una valigia nella stanza sparpagliando vestiti ricordi sensazioni racconti in ogni angolo. Ma su questo nessuno saprà mai la verità, e poi forse questo genere di cose succedono solo a me.

Thursday, March 6

asciugamano




KK ricorda perfettamente di aver visualizzato, sull'asciugamano davanti a sé mentre se ne stava beata sotto la doccia, la sua vita futura.
Tutto questo accadeva anni fa, cinque almeno.
Quel giorno, con una chiarezza e soprattutto con una fiducia che mai si sarebbero ripetute, KK aveva creduto fermamente di avercela fatta. Dopo la visione sull'asciugamano, bianco come la neve che aveva appena lasciato, KK stette un tempo indeterminato sotto l'acqua calda a sciogliere la tensione di quei giorni, felice, in attesa. Finalmente tranquilla e consapevole KK se ne stava a rimirare quello che aveva fatto.
Oh, ma ancora non era finita.
Quel pomeriggio sotto la doccia, per l'ultima volta KK credette in se stessa. Tempo dopo, spese mesi e anni a chiedersi quanto diversa sarebbe stata non tanto la sua vita, ma la sua stessa persona, qualora l'esito di quel maledetto pomeriggio fosse stato diverso. Se qualcuno avesse detto , se qualcun'altro avesse scritto ammessa sul foglio che avrebbero poi appeso fuori dall'hotel, dove dopo la doccia KK si recò incontrando tutte le facce paonazze della mattina, vestite civili, e dove KK dovette vedere la gioia degli altri senza poter far nulla e senza poter gioire lei stessa. Cosa sarebbe cambiato e quanto?
L'ultimo pomeriggio di vita della fiducia di KK se ne andò così, neanche il tempo di goderselo, e neanche il tempo di pensare a un piano B per salvarla, la fiducia, nel caso il piano A avesse fallito.
Invece niente. Fallì il piano A, e fallì il mondo faticosamente costruito da KK, e morì quel giorno poche ore dopo la visione sull'asciugamano anche la fiducia di KK nelle cose a venire, negli eventi, cioè in fin dei conti in se stessa.
Una parte di KK è rimasta sotto la doccia credendo di essere invincibile. Quell'anno, finito miseramente in quel pomeriggio di inizio primavera, fu il primo e l'ultimo in cui KK si sentì davvero forte, invincibile, capace di reggere la pressione e l'ansia, capace di gestire la prova, la paura, la sensazione di non essere all'altezza. Questi ultimi erano allora concetti sconosciuti, per KK.
Aveva costruito un mondo in cui niente era impossibile, in cui impegnandosi si arrivava al risultato, in cui l'ansia di non riuscire erano combattute con la concentrazione attenta e testarda. Aveva ripetuto tutti i gesti necessari e aveva fatto tutto giusto.
Perciò una parte di lei era rimasta sotto la doccia, per capire che cosa di tutta quella storia e di quel mondo fosse andato storto, cosa ci fosse stato di sbagliato e dove diavolo fosse, se in lei, negli altri o nelle cose stesse.
Una parte di KK, infinite docce più tardi, guardando l’asciugamano scorge ancora quella visione così chiara, nitida e semplice, e quel giorno in cui tutto si è perso le pare così vicino e insopportabile da esser nella sua testa rielaborato, ricostruito e riposizionato, diventa l’inizio di una discesa, lo spartiacque tra un prima e un dopo del tutto convenzionali, inventati, che daranno a KK la sensazione che la vita in fin dei conti sia fatta di tanti pezzettini uno diverso dall’altro, da posizionare a piacimento come fossero mattoncini di lego. Tutto questo e molto altro, mentre dall'asciugamano spariva la visione perduta per sempre, tutto questo e poco altro mentre la vita tanto desiderata fuggiva in un baleno, e la fiducia di KK nelle cose, negli altri e in sé, svaniva di botto, ridendosela alla grande, una fragorosa risata mentre KK rannicchiata nella vasca sparirebbe volentieri assieme all’acqua che se ne va.

Saturday, January 25

ciao, sono la neve



Mi piace tanto anche coprire la vista alle webcam.




Ciao, sono la neve.
Mi piace starmene qui a coprire ogni cosa, e mi piace starmene qui sotto il sole. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, il sole mi farà sparire.
Ma adesso no.
Ti piaccio, non è vero?
Un tempo io e te non ci conoscevamo.
Un tempo te ne stavi nella culla e io esistevo già. Esistevo già da sempre mentre tu nascevi, e anche mentre papà e mamma nascevano, e così per molte generazioni. Te ne stavi al sicuro, allora.
Poi qualcuno ha deciso di doverci presentare. Chi è stato? È stato il papà non è vero? Te lo leggo negli occhi.
Ricordi tutto. Le mattine d'inverno, la luce azzurrina dell'alba, il freddo secco, la ricognizione della gara, freddo, freddo, il numero, riuscirò a passare da questa lunga? Tutto questo e molto altro nella tua testolina, e il papà sempre dietro, a vedere se volevi la giacca, se volevi il cioccolato, se avevi freddo alle mani, se dovevi fare pipì. Ricordi quella volta che ti chiamavano, chiamavano il tuo numero e tu hai detto che non volevi scendere e allora il cronometrista è uscito dal gabbiotto di partenza e ha detto: dai che all'arrivo ci sono le torte, ma tu niente, e il papà sembrava proprio arrabbiato ma non lo dava a vedere, e la pista era perfetta nell'ombra azzurra, le porte erano rosse e blu e stavano ordinate, immobili, un giorno come tanti per me, ero dappertutto ed ero bianchissima, ma tu non ne volevi sapere di scendere, tu eri ancora una bambina e davvero non mi conoscevi ancora. Più tardi, neanche troppo, ti saresti definitivamente innamorata. Doveva passare del tempo, altre gare, altri giorni iniziati col buio e la brina sui vetri della macchina.
Passarono tanti inverni e tutte le volte osservavi il cielo aspettando. Passarono inverni in cui tutto sembrava crollare, e tu ancora non capivi dove fosse il problema. Mi cercavi, eppure non eri soddisfatta. Allora cominciasti a spingere lo sguardo oltre il già visto, studiavi boschi, canali, rocce, volevi scendere, e non volevi regole; ma volevi anche la fatica, volevi ancora conquistare, ma cosa? pensavi forse di conquistare me? come se a me importasse qualcosa.
Ancora non capivi.
Ma un giorno ti accorgesti che ovunque io fossi, ero semplicemente sinonimo di felicità.
Bastava quello e nient'altro, a dar senso ai giorni.
Da allora niente è stato più come prima.
Sei stata ingenua. Ma siete tutti ingenui, in effetti.
La mia tranquillità è eterna e il mio sguardo indifferente. Siamo tutti indifferenti, qui. Io e i monti su cui me ne sto adagiata. I larici e i giochi di luce e ombra sui pendii candidi.
Oggi, dopo tutti quegli inverni a cercare di capire, passi in mezzo a noi e sei così incredibilmente felice di essere qui. Passi in silenzio, farfugliando ringraziamenti a non si sa chi; ma noi davvero non possiamo garantirti nulla. Non è colpa nostra. Qualche settimana fa, hai misurato il peso di ogni passo sulla traccia e noi sentivamo la tua voce. Pregavi non è vero? Pregavi che io me ne stessi ferma, osservavi la cornice alla tua destra, la costa ripida, immaginavi dove avrei potuto venir giù, immaginavi vie di fuga, e non ce n'era nessuna, mentre il sole era maledettamente caldo e le cose a venire maledettamente incerte; e ancora una volta, era solo colpa tua.
Mi spiace averti dovuto spaventare un po'.
Oh, sono sicura che non cambierà nulla tra noi. Non sarai mai sufficientemente spaventata.
Altri giorni verranno.
Di nuovo pregherai scivolando in silenzio sulla traccia; e noi, ancora una volta, non potremo davvero far nulla.




Un altro giorno in cui ti ho fatto paura.

Monday, July 5

Che aria respiri oggi?


Che aria respiri oggi? Controlla l’aria della tua città e leggi le notizie verdi!

Questo è quello che mi propone la pagina iniziale di Firefox. Che aria si respira? Parliamone pure. Potremmo parlare anche di Cinture per l’estate: quali colori? Non so, scegliete pure. Queste sono le alternative. Io sono qui, e ho tante, mille alternative. Non nel passato, ma ora. Ora che batto sui tasti, con in testa una serie di cose che mi fanno rabbia. Quasi tutte le cose che mi vengono in mente mi fanno rabbia. Ora ho finito le risorse. Non so, mi sembra che tutto stia finendo, quando invece non è nemmeno iniziato un bel niente. Sento, ed è un’intuizione presente, chiarissima e dolorosa, che ci sono tante cose che mi aspettano. Che io potrei, vorrei, ma che non aspettano in eterno. Sono treni. È come abitare davanti alla stazione senza esserci mai entrati. Senti il rombo del treno, meraviglioso, che sa di cose nuove e possibili e di futuro. Ce ne sono tanti, di treni. Passano anche vicino a te. Spostano l’aria di fianco a te. Torna l’intuizione improvvisa. Non puoi farci niente.

Le offerte della settimana!

Non so che dire, delle offerte della settimana. Non riesco a convincermi a studiare. Proprio non mi interessa. Già vedo la scena. Mi sembra che ci sia sempre qualcosa che mi sfugge. E lo so che niente lo si capisce mai completamente, questo succede sempre. Ma stavolta ci sono troppi buchi. La scena me la vedo davanti semplice e chiara. Farà caldo e sarà una stupida aula grigiastra. Io scapperò con lo sguardo fuori dai finestroni. Immaginerò cose, attaccherò le mie parole, i concetti, alle cose che vedo fuori. Ad esempio una cosa come la ragione antagonista avrà la forma della scala marroncina dall’altra parte del cortile, e i mattoncini bianchi sul muro di fronte raffigureranno perfettamente il concetto di mistificazione. È sempre così. Legare i concetti che si formano in testa a delle immagini fuori, forse per maneggiarli meglio. Ma già tutto questo mi fa rabbia. Non ho nessuna voglia di niente di tutto ciò. Vorrei uscire di casa e iniziare a camminare all’infinito in una direzione, senza voltarmi indietro. Sento che niente sarà per sempre. Sento che rimpiangerò le cose di oggi che non ho vissuto a sufficienza. Già qualcosa in me mi dice che questo pensiero è una cazzata. Ma tant’è. Non penso che riuscirò a sopportare più di tanto la concentrazione.

Something is broken. Mi sembra di aver vissuto un sacco. Una sacco di tempo che ora mi appare come disposto ciclicamente. O forse come un specie di parabola. Ora io sto scendendo, nel caso non si fosse capito. Non è una constatazione volutamente pessimista, nè tristemente compiaciuta. È una constatazione, e basta. Qualcosa sta finendo. Mi sembra di essere sopravvissuta fin qui. O meglio, mi sembra che la mia vita fin qui sia stata soprattutto sopravvivenza. Tentativo continuo di non cadere. Suppongo che sia così anche per gli altri esseri umani, anche se quasi nessuno se ne accorge. Danno nomi alle cose che non vanno per illudersi che siano controllabili. Chiamano per nome le cose, le esperienze, le situazioni, e così possono staccarsi da esse, e proseguire. Nessuno vuole ammettere che viviamo nell’angoscia. Ma io sono d’accordo. Vorrei essere dalla parte di chi vive inconsapevole. L’ho sempre voluto. Vorrei dare un nome qualsiasi alle cose che accadono e andare avanti. Invece il miscuglio di cui è fatto il reale mi appare come effettivamente è, confusione e dolore senza redenzione. Eppure io sono la prima a essere ottimista rispetto alla media delle persone. Sono ottimista, in generale, nonostante tutte le stupidate che ho appena detto.

Non mi piace parlare di cazzate. Tipo che palle che piove o che palle che fa caldo oppure fa troppo freddo per essere estate eccetera. Queste cose mi snervano, veramente. Non me ne frega niente.

Ora sono le dodici e trenta. Ho sprecato un’altra mattina nella non-voglia totale. Eppure tante cose intorno a me sono invitanti. Altrettante sono amiche. Chiunque altro nella mia situazione si alzerebbe e andrebbe a farsi un giro fischiettando. Per ora, questa capacità è lontana per me. Le cose non mi sono ostili. Io sono ostile. Mi fisso sulle cose, ci penso troppo. Mi sembra che per tante non valga la pena. Mi sembra che tante siano ormai andate.

A questo punto del percorso, a questo punto della mia personale sopravvivenza, personale distrazione per non vedere le cose che nel mio mondo mi fanno rabbia, è finito qualcosa. Ho finito quel che mi permetteva di andare avanti. È una droga. Qualcosa che prendo goccia a goccia, giorno per giorno, per andare oltre le settimane e farle apparire, in un eventuale e inconscio bilancio, complessivamente accettabili. Ora questa cosa, questo farmaco, è finito. Ora vedo le cose come sono veramente. Le cose senza nessuna aggiunta per farle apparire allettanti.

Magari stiamo dormendo. Magari dormiamo e il nostro corpo è da qualche parte, scosso da spasmi, come il mio gatto ora si muove involontariamente nel sonno. Magari stiamo scappando. Magari un giorno dovremo render conto a qualcuno di questi giorni insensati. Sarà già abbastanza render conto a me stessa. Già ora mi fa sentire di merda.

Per fortuna il tempo non si ferma, nelle situazioni di merda. Siccome va avanti, c’è il cinquanta per cento di possibilità che vada meglio. Tuttavia non è il tempo a risolvere le cose. Il tempo in sè non risolve un bel niente. E’ un’invenzione umana. Anche questo è dare un nome a qualcosa per tenerlo sotto controllo. Attaccarcelo al polso per averlo sempre con noi.

A questo punto vorrei dire qualcosa di carino per concludere in bellezza, ma non mi viene in mente niente. Il mio equilibrio non si è ristabilito. Scrivere questa cazzata non è servito a niente. Temo che molto di tutto questo sia falso. Non mi fido neanche di quello che mi viene in mente, e di quello che scrivo. Per cui, no , non mi interessa sapere che aria respiro oggi. Bastano delle stupide foto su internet di gente che conosco appena perchè io mi perda completamente. Ho appoggiato la testa sul tavolo. Guardo il legno e le venature, ne seguo il disegno che sembra una strada nel deserto. La ventola del computer è un interessante rumore di sottofondo. Non ho fame. Questo è strano. Io ho sempre fame. Ora in questa strana posizione tutto sembra diverso. Voglio sollevare la testa. Voglio decidere qualcosa. Voglio progettare, realizzare e vincere. Voglio che qualcosa vada in porto. Stare con la testa sul tavolo a sentire la ventola del computer non risolve niente. Sperare che queste nuvole estive fuori dalla mia finestra portino una tempesta non risolve niente. Sono stata altre volte con la testa sul tavolo. È una cosa ogni volta nuova. È una posizione adatta per cercare vie d’uscita. Ascoltare questo ronzio. Mi piace. Almeno lui, non potrà durare in eterno.

Friday, April 23

per ora non ancora tuttavia in qualsiasi momento


Stavo cercando qualcosa sul corso del professore ed è saltata fuori questa pagina.

E’ la cronaca di un giornale. Due anni fa circa. A uno col suo stesso cognome è successo qualcosa.

Non è quello che stavo cercando, e sarà una coincidenza, uno che si chiama come lui, così torno indietro e guardo quello che mi serve, cose per il corso, libri da studiare, qualche informazione. Ma di nuovo vado a finire sulla pagina di prima. Il titolo dice che qualcuno è caduto in un dirupo (dicono sempre così, anche quando si tratta di un semplice pendio ripido) e l’hanno trovato solo giorni dopo, troppo tardi. Non era una montagna particolarmente conosciuta. Neanche tanto alta. Mi metto a pensare che forse la vedo anche, quando dal pora guardo giù verso il lago. È pieno di montagne senza nome, con una vegetazione strana, incoerente. Arbusti a picco verso valle. Non ci si pensa mai, se ci siano strade per salirci. O forse semplicemente, e molto probabilmente, sono io che non le conosco. Non conosciamo la valle di là. Non ce ne occupiamo più di tanto. Il lago è bello da vedere d’inverno. Ha un colore argenteo e freddo. L’acqua è increspata leggermente, solcata da correnti sconosciute, tagliata da lame di sole che la rendono abbagliante anche a distanza. Il lago è silenzioso. L’acqua sembra muoversi ipercettibilmente, ma non fa alcun rumore.

Così, su questa montagna senza nome ma che io ho sicuramente visto, e che si trova incredibilmente vicino a me da qualche parte là fuori, è successo qualcosa a qualcuno con il suo stesso cognome. Continuo a leggere e qualcosa dentro di me ha già capito tutto. Il giornale dice (lo dicono sempre) che era prudente ed esperto. Poi aggiunge che aveva solo 23 anni. Era andato a fare un giro, non tornava e così hanno dato l’allarme. In fondo c’era scritto che anche il papà si era subito offerto di partecipare alle ricerche. Diceva che il papà è un eminente studioso. Un professore della statale.

* * *

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi. Succede quando non ho abbastanza difese. Credo sia come quando prendi l’influenza.

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi; cose che si portano dietro troppo; così scopro che neanche stare qui a sentire Petto che parla di Cassirer e di teoremi e di scienza e forse nemmeno pensa al suo lago che pure c’è, ed è lo stesso che io guardo dall’alto immerso nella nebbia, nemmeno questo si può più fare; nemmeno questo è senza dolore, perchè gli occhi di Petto lo dicono, che alla fine nè Cassirer nè la scienza risolvono niente, perchè le parole non possono dire quello che io so e lui sa e gli altri forse no.

Quello che ho scoperto, per caso, cercando su internet il suo nome.

E sono sicura che lui ora direbbe, lucido e coerente, che quello, qui e ora, non c’entra; che queste sue parole adesso hanno un senso e sono del tutto legittime, perchè lui sta facendo lezione, ed è qui per questo come lo siamo noi.

In realtà tutto questo, ogni cosa che dice, si porta dietro l’impossibilità di dire quella cosa, e l’impossibilità di tutto il suo discorso di darci un qualche sollievo.

Non c’è resistenza. Non c’è redenzione.

Forse vorrebbe correre fuori, lo penso perchè forse è quello che vorrei fare io, invece se ne sta lì a spiegare e ogni tanto perde lo sguardo al di là delle enormi finestre.

Non resisto a star qui a guardarlo. Eppure lui ci riesce, a guardare noi.

Non so a che prezzo, ma ci riesce.

Il problema sono le pause. Nelle pause, quando finisce una frase e sta in silenzio a pensare la successiva, e noi siamo chini sul foglio, con la penna che finisce come in automatico le frasi e rimane così, in attesa, davanti alla pagina ancora bianca; succede allora che c’è un momento, quando alziamo la testa per vedere che succede, per vedere come mai non sentiamo più nessuna voce, accade in questo secondo che noi percepiamo la vertigine.

È lì.

E’ lì in piedi, con le mani strette attorno al microfono, si staglia contro la parete di legno scuro mentre fissa un punto indefinito in fondo all’aula, oltre le nostre teste che ora sono volti in attesa.

Così, a tratti mi trovo ad essere spaventata da questa cosa. Mi rimetto a fissare il foglio e cerco di recuperare il filo, o provo a rileggere le parole contorte e incomprensibili che ho appena scritto per far passare questi secondi infiniti ma non c’è niente da fare, sono letteralmente paralizzata, perchè è in questi attimi vuoti, chiari e trasparenti che tutte le altre cose sembrano crollare dall’alto verso di noi, minacciano di schiacciarmi, e sono tutte della stessa specie, sono le cose cattive le cose che non dovrebbero succedere le cose possibili e quelle necessarie, e sono qui concentrate in questo silenzio e negli occhi di Petto, una mente tra le menti, che ora però non basta; e di quella mente le parole, capaci di definizioni ardite, di pura conoscenza, capaci di senso, sembrano ora soffocate dal riso beffardo delle cose, che accadono in silenzio, che sono già accadute, che non si possono fermare, e che si annunciano perchè verranno; e verranno, come un ladro nella notte.

Le puoi riconoscere una ad una nel suo sorriso spezzato, nel suo sguardo ora inspiegabilmente smarrito come quando qualcosa che credevi avere in pugno ti sfugge dalle mani.

Durano veramente il tempo di un secondo, queste pause, ma è abbastanza per gettarmi nel panico finchè non lo sento di nuovo parlare. Come se sentirlo parlare risolvesse qualcosa.

Oggi per una volta ho trovato, nel libro che stiamo leggendo, qualche parola sensata e qualche idea che mi pareva buona; ma non ho fatto in tempo a finire di comprenderle che lui subito si è messo a smontarle una per una, ha smontato il significato stesso di filosofia, ed era rabbioso, era cattivo, era come stanco per il troppo combattere, e sembrava non voler più sollevare gli occhi a guardar fuori, perchè ora li tiene puntati verso di noi, mentre attorciglia le mani come rampicanti attorno al microfono, lo tiene stretto e ci dice che un senso non c’è, e ha quel sorriso triste mentre lo dice, e ora nemmeno di Kant parla più, ci dice che neanche il fine c’è, perchè questa, questo mondo e questa vita, è la cosa più insensata in cui siamo capitati.

* * *

Petto sorride quando passa a fatica in mezzo a noi ragazzi ammassati, si fa strada nel corridoio troppo stretto con il suo sguardo furbo. È passato molto tempo dai titoli di giornale trovati per caso e dalle lezioni e da quella strana sensazione che ci prende quando non sentiamo più la voce. Mesi, sono passati. Il suo corso è finito. Cose nuove si sono messe in mezzo a noi. Cose.

Oggi è l’appello di un esame. Siamo in troppi e non sentiamo i nomi che un prof, là in fondo, sta dicendo in tono basso, troppo flebile per noi.

Ma Petto, quanta gente c’è qui, eppure passi senza dir niente, e mentre passi vedi che non sono altro che ragazzi ammassati e ognuno ha la sua vita e le sue cose, ma ora sono tutti qui, tutti salvi.

Perchè loro qui? Perchè loro ?

Eppure è così facile, essere salvi. Può essere facile quanto lo è ora camminare tra noi con quel sorriso e quegli occhi azzurro ghiaccio che non so comprendere ma che hanno dietro un mondo in cui, inspiegabilmente per me, non c’è traccia di odio.

Davvero non so cosa passi per quella mente, Petto, ma so cosa passa per la mia, che di grandi cose non sa niente e non capisce la fisica e si perde dietro a cose lontane e intuizioni improvvise.

Perchè noi siamo qui? Perchè siamo in tanti, e perchè siamo salvi?

E perchè, perchè lui no?

In tutta questa gente, tra tutti questi volti, qualcuno gli somiglierà; e tuttavia in ogni corridoio, e aula affollata, ovunque entrerai ci saranno ragazzi della sua età, ragazzi come lui, ma lui non ci sarà. Dietro ogni angolo, oltre ogni porta chiusa, accendendo la luce in una stanza buia, lui non sarà là.

Tutto questo e molto altro mi ha detto quello sguardo, mentre noi siamo qui e siamo in tanti e siamo salvi e nessuno di noi è lui, nessuno di noi potrà mai esserlo benchè siamo in tanti, e siamo ragazzi, e a logica poteva esserci anche lui qui tra noi, a rigore direbbe qualcuno, ma forse non c’è nessun rigore e nessuna logica, perchè per quanto fosse possibile e semplice e facile, lui no, lui non si è salvato.

Petto, questa cosa che ora ci assale

non ha un nome, e se ce l’ha noi non lo conosciamo

Ma il terrore che ora ci prende

È come è il cielo, calmo nella notte

Dolore nero punteggiato di stelle

Eppure i nostri occhi ancora si incrociano.

Beffardi.

Sembrano così ignari.

Sono azzurri

Il dolore è tutto dentro.

* * *

Ci sono dei momenti, in cui tutto si concentra. Ma un giorno guarderai lontano e tutto se ne sarà andato. I giorni non hanno colpa. Gli altri non hanno colpa. Questi attimi sono innocenti, scorrono come hanno sempre fatto, vengono riempiti di azioni, coincidenze, scontri e incontri; sono io che ci passo in mezzo a rimanere colpita. Sono io, la causa. Ci sono attimi in cui, improvvisamente, tutto si concentra alla massima potenza, tutto sembra avere dentro di sè un fine che ogni cosa raccoglie e ordina a suo piacimento. Io ci passo in mezzo e semplicemente vengo sopraffatta. Ogni cosa ha il suo significato. La marea di significati mi arrivano addosso come un’onda, e io sto come si sta sulla sabbia nel tramonto arancione, a sentire l’onda che mi scuote e mi sposta, sposta il mio corpo sdraiato e immobile come un tronco portato dal mare, mentre io guardo il cielo, meraviglioso, pensando a quel giorno, in cui non ci sarà che calma, in cui le lacrime saranno felicità che lava il viso, e all’orizzonte si potrà slanciare ancora una volta le mani senza paura.



Thursday, July 16

walk away

mi dispiace, per sandro.
insomma, tutte quelle ore di attesa, seduti in terra nel corridoio angusto del dipartimento, col sole che silenzioso attraversava nubi sottili rese nitide dal vetro sporco, potevano finire un po' più dignitosamente. poteva esserci altro, oltre a una mattinata passata in terra.
comunque, questo è quel che accade sopra le nostre teste. guardare ogni cosa dal basso fa sentire in un certo senso sollevati. niente è poi così terribile, visto da qui. o meglio, forse non c'è niente di più terribile. ormai sei in terra. sei come rassegnato. sei talmente in basso che risalire sulla sedia sarà già un notevole miglioramento.
ora quel che accade sopra le nostre teste è quel che conta. il corridoio è affollato di gente spaurita. persone che vanno e vengono con mazzi di chiavi. professori, suppongo. ce n'è uno con la barba che va e viene una ventina di volte, e a ognuna si esibisce in gesti stizziti, tentando di far presente che con tutti quei fogli ai suoi piedi non riuscirà mai a passare. delle tipe dai vestiti che sembrano incarti di caramella se ne stanno infatti accampate in stile indiano a ripassare, impedendo chiaramente il passaggio. in realtà non fanno che ripetere subitizing e counting, confondendoli e scambiandoli continuamente, in un casino di nozioni incredibile. anche lunedì, all'appello, le capacità numeriche di alex sembravano essere le loro uniche preoccupazioni. in due giorni non è cambiato niente. adesso stanno sedute tutte aggrovigliate e guardano il tipo barbuto che vuol passare come se fosse lui quello strano, che sta in piedi invece di gattonare o strisciare, e come se il suo passaggio mettesse in serio pericolo l'esito dell'esame.
poi, come le acque bibliche, le tipe e la loro valanga di appunti si richiudono dopo il suo passaggio.

questo è il sottotetto, e il sole a picco di mezzogiorno ha raggiunto la finestrella strana che c'è sul soffitto basso. fuori, si intravede parte delle tegole e parte della vecchia costruzione di non so quale epoca antica, che stona irreparabilmente con il posto dove siamo noi e i suoi muri anni sessanta. sembrano graffiati, come i graffi lasciati dai camion sulle pareti delle vie strette. la cosa occupa la mia mente per un periodo indefinito, in cui mi scervello per trovare motivi validi per cui un muro debba avere un simile aspetto. poi mi distraggo a guardare altre cose altrettanto curiose. appesi alla parete, uno per ogni porta, ci sono dei pannelli di sughero di quelli per attaccarci le cose. c'è la foto di un tipo con una barba modello rasputin che sorride sotto una didascalia che dice qualcosa come "...the great metaphysic of the century.." . il foglio un po' giallino su cui è stampato sembra provenire dalla preistoria dei computer. dall'altra parte del muro, quella di fianco all'ufficio, c'è una foto di koko e della ricercatrice, che con i capelli biondi mossi dal vento ha un'aria angelica da figlia dei fiori.
in ogni caso, dopo poco il muro smette di interessarmi. l'aria, a parte la gente che parla, è ferma. il tutto, pensandoci bene, somiglia vagamente a una serra. se non altro la luce è quantomeno naturale. il sole, incurante del fatto che faccia già caldo, si stende sugli appunti sparsi sul pavimento. come una cascata di luce gialla, entra anche nell'ufficio del professore, che è proprio davanti a me oltre la porta aperta. sul tavolo ci sono pile di fogli, e libri. ma queste sembrano cose secondarie. la cosa più carina è vedere la polvere da questa visuale. se ne sta in quegli angoli che non ti sogneresti mai di andare a guardare.

è interessante vedere come il pavimento non venga pulito da millenni. sembra sia parte essenziale di tutto questo. è tutt'uno con questo momento e questo giorno, tutt'uno col fatto di stare in terra in posizioni scomode, a guardare il cielo attraverso un vetro così sporco da somigliare a quelli che si usano per vedere l'eclisse. da qui ogni cosa ha un senso diverso. nell'ufficio, vedo le superga blu del professore che si allungano tranquillamente di lato fino a sparire dietro a un cumulo di cassetti. le scarpe dell'interrogato, invece, si agitano senza posa sotto la sedia.



Tuesday, November 4

Cosa resta


Ma senza più distrazioni
senza più tv
senza più appuntameti nè gente da incontrare
senza la bocca piena di parole
senza più discorsi
senza vestiti da far vedere;
senza più niente del nostro mondo, cosa resta?

Di noi su una spiaggia
chiara, luminosa e deserta
con solo il mare e il cielo come uniche distrazioni, cosa rimane?




Così, eccoci qui. Me ne stavo in quel corridoio della scuola; strano, lungo, enorme; lucido, a tratti abbagliante di luce solare. Stavo lì e pensavo a questa cosa. Era l'anno scorso, più o meno. Tutto stava finendo. E io mi chiedevo: di tutto questo, tutto quel continuo odiare silenzioso, rimuginare, calcolare, e la sensazione che non sarebbe mai finita, non così almeno; di tutto questo, cosa rimane?

Invece finisce così, con un esame che non immaginavo, odiato e aspettato senza particolare paura, che diventa solo un passaggio, una porta, una stanzetta con i banchi disposti a ferro di cavallo, fresca, con le finestre aperte sugli alberi del cortile inondati di sole; ed è lo stesso cortile guardato con sofferenza e odio, sono gli stessi alberi che io dalla classe osservavo fioriti nelle giornate di sole primaverili, quando speravo che non ci fosse, il sole, per non dover stare a pensare a quanto avrei voluto essere da un'altra parte. Eppure sono loro, lì a ondeggiare calmi durante il mio esame, mentre fuori un'arietta più fresca del previsto porta rumori di lavori lontani, totalmente estranei a me e a questo momento. Lo stesso per i professori, che sono lì tranquilli ad aspettare che arrivi il loro turno per fare la domanda, così come io aspetto di rispondere a ognuno; e ciò che ora succede a me è già toccato a quello prima, che ora è fuori ad assaporare quella strana sensazione di libertà appena ottenuta, e esattamente allo stesso modo succederà a quelli dopo di me, pazientemente, normalmente, come sempre in ordine alfabetico. Penso a tutto questo mentre sto seduta al centro del ferro di cavallo di banchi, in mezzo a professori che sembrano fare altro, mettono in ordine fogli, scrivono cose, si guardano intorno.
Mentre filosofia mi chiede l'annuncio dell'Uomo Folle di Nietzsche, sul davanzale di uno dei finestroni aperti davanti a me una colonna di formiche brulica nelle due direzioni, entrando e uscendo dalla finestra, e si infila poi silenziosamente in una crepa nel muro. Osservo il loro incessante avanzare, il loro continuo incrociarsi, bloccarsi e lasciarsi andare, e in un attimo tutta l'attesa, la cattiveria e i pensieri odiosi che la scuola mi ha sempre ispirato si sciolgono; la ribellione e quel mio istinto innato a cercare vie d'uscita, a cercare alternative per non piegarsi allo stato delle cose, alla loro necessarietà; improvvisamente guardando il laborio degli insetti tutto questo sparisce, adesso sono anch'io una formica, che va e ritorna, che prima c'era e ora non c'è più, che esce dal davanzale e se ne va, lontano. Tutto è passato, ora; tutto assieme è stato spazzato via in un attimo illuminante, odio ribellione obblighi paura, ora ogni cosa è normale, è tranquillità strana. Un sottile e sconosciuto senso del dovere mi dice che per questa volta, che è l'ultima, bisogna sedare l'istinto, tenerlo lontano, farlo star zitto, non vale la pena ormai.
Così, quello che rimane quando tutto finisce sono le sagome indefinite dei professori che se ne vanno, riflesse sul pavimento lucido in fondo al corridoio reso ombroso dalle persiane abbassate a metà. Loro e le loro ombre allungate sembrano una cosa unica, e io rimango così, attonita a guardare le loro figure sfinite danzar via nell'ombra, tagliando come strani burattini le lame di sole sul pavimento.
Se ne vanno, li vedo allontanarsi con i gesti semplici e banali di sempre ma che ora hanno un che di inesorabile; via, sempre più in là, finchè non spariscono scendendo la scalinata.

Attimo di smarrimento nel silenzio del corridoio deserto, la polvere si muove piano sospesa nell'aria attraversata dal sole, penso ai giorni liberi, ai giorni nuovi, davanti agli occhi la realtà ha nuovi significati, tutto è di una chiarezza abbagliante, vorrei rimanere ancora in questo corridoio perchè se esco dal portone non so che ne sarà di me.
Guardo le scale, oltre le quali i professori se ne sono andati da un po', e mi riprendo.
Cammino via dalla parte opposta, confusa, felice, sconvolta, niente urla niente risate niente salti niente rumore ma solo uno strano brivido, a vedere che questa cosa è stata, e che proprio come tutto è iniziato, ora tutto finisce. E l'inizio e la fine sono ora una cosa sola, che si è condensata in questo tempo in questo spazio e in questo assurdo istante.
Ecco. Questa cosa è stata, anche questa è corsa via e già scorre scorre scorre come l'acqua del fiume, ed è ormai talmente lontana e irreale che puoi pensare non sia mai successa.

TAGS