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Saturday, March 5

cose divertenti che non farò mai più



Una cosa divertente che non farò mai più. Ad esempio, credere nelle persone, nelle cose, nella mia personale possibilità di costruirci qualcosa. Pensare troppo e agire poco, la formula vincente per una vita sprecata. Che belle scoperte, in un'inutile sera di marzo. Ma sento in me una nuova forza, e non capisco proprio come sia possibile. Mi sembra strano scoprirla, mi sembra scandaloso dover ammettere, ora che tutto è perduto, di sentirmi inspiegabilmente meglio. Nonostante la disperazione strisciante, mi sento libera. Sono libera dall’ansia di una scelta ancora possibile. Meglio così, no? Magra consolazione, di quelle di cui mi accontento come chi è a terra si accontenta delle briciole che cadono dal tavolo di un pranzo di nozze. Divertente, parlarne lucidamente e senza niente da perdere. Non ho più, in effetti, niente da perdere. Sei stato uno specchio, che ha mostrato di me lati che non conoscevo. Sei stato quello specchio in cui ci siamo guardati quel giorno. Avevi detto cose. Le parole si perdono nel tempo, le parole è come se non fossero mai esistite. L’immagine sullo specchio scompare, e rimango io, a guardare il mondo intorno senza più specchi, a osservare l’acqua sotto il lampione, e il ricordo di molte sere farsi lontano, sbiadito, mai esistito, forse falso. 
Continuiamo così, facciamoci del male. 
Al supermercato, nelle corsie spaziose, tra pacchetti ordinati, in sovrannumero, colorati e invitanti, mi sono sentita subito meglio. Il profumo di pane è dolce, invita a prendersi cura di sé, invita ad un calore che vorremmo tanto, che in realtà non abbiamo, ma che, illusi, pensiamo esista anche per noi, da qualche parte, quante cose può significare un panino profumato in un sabato pomeriggio di pioggia!, possibilità vaghe, sbiadite come ricordi, una baita nella neve, una luce gialla nel chiarore blu scuro della sera che scende, qualcuno che ci aspetta, qualcuno che aspetta anche me, un quadretto d’amore e felicità indefinito e vago come non mai ma che questo profumo di pane rende mio in modo violento, obbligato, è un regalo per noi, un dono non richiesto, a cui del resto ci pieghiamo volentieri nella tristezza generale, non è così? Nelle corsie ampie e ben illuminate, il bip bip alle casse è un sottofondo confuso, amico, lieto, ma rare sono le persone che vedo sorridere mentre esaminano frutta lucida, formaggi sotto vuoto, surgelati immobili e avvolti da gelido vapore dietro al vetro dei banchi frigo. Anche io non sorrido, in effetti. Con gli occhi spalancati, sono in attesa di segnali. Sono così calma. Una calma che prelude a qualcosa, una crisi, una crisi potentissima ed esplosiva. Il pazzo che vive vicino a me mi offre una visione di come potrei diventare, di come forse diventerò, a forza di rendermi conto troppo tardi che le scelte non fatte portano alla disperazione.
E la montagna che tanto amo, mi ha visto piangere come una bambina in una meravigliosa giornata di sole appena cominciata, in una conca silenziosa, nella solitudine assoluta. Lei potrebbe forse salvarmi, anzi: io potrei forse salvarmi, attraverso di lei, a patto di volerlo. Quante cose divertenti non farò mai più; immagino che sia tempo di smetterla di piangersi addosso e aspettare che qualcuno venga a salvarmi. Cerco distrazioni per non impazzire, e chissà la mia mente come lavora senza che io me ne accorga a cercare soluzioni e vie di fuga, a inventarsi compromessi inconsci da presentare alla mia vita cosciente per renderla più sopportabile, per rendere la realtà là fuori meglio sopportabile, ma è uno sforzo devastante, invisibile, un fuoco sempre acceso, un rubinetto aperto che divora energie, io sono abituata ad avanzare un passo dopo l’altro, guardando dritto davanti a me, sempre oltre, ma ora no, gli occhi sono puntati a terra, non guardo da nessuna parte, non vedo nulla oltre, nulla al di là, non vedo nulla. A ovest delle nuvole lisce e allungate, grigio scuro, striate di arancione, mi annunciano nevicate in arrivo, sembrano chiamarmi, spingo lo sguardo fino al grigiore incerto della pianura, non vedo nulla, non vedo nulla che possa salvarmi, la valle è proprio sotto di me, è molto prima e molto più vicina di tutto il panorama che ho appena attraversato con gli occhi, e ognuno, ognuno non fa che scegliersi le proprie prigioni, facendo finta di divertirsi, facendo finta che vada tutto bene, facendo finta di essere libero.


Wednesday, January 6

sorvegliato speciale


Ognuno sceglie da sè le proprie prigioni. In forma, durata, e dimensioni. 

Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare l'esperienza. Il mondo è grande, confuso, brulicante di persone, fatti, eventi, sentimenti potenzialmente eversivi. Per questo è bene imprigionarsi, trovare la propria personale gabbia, le proprie personali sbarre invisibili; per avere un luogo da cui tendere le mani verso un al di là ora finalmente precluso, e perciò non più pericoloso. I piaceri della vita, ma anche solo la vita stessa, l'esistenza che scorre tra giorni simili, forse uguali, in una monotonia forzatamente amica, ha bisogno di divieti, barriere, che impediscano di vedere la possibilità del diverso. 
La fuggevole visione di libertà non è pericolosa se osservata da dietro il vetro opaco delle proprie prigioni. 
Rinchiudiamoci, rinchiudetevi: ci sono persone che attendono solo quello. 
Crearsi una routine, trovare qualcuno con cui condividerla; qualcuno non perfetto, per carità, qualcuno che ci va bene, che entri nella routine e sia parte di essa; perchè poteva andare peggio, perchè ormai siamo arrivati fin qua e tornare indietro sembra stupido. O no? 
Rinchiusi nella bolla, una felicità da quattro soldi non dissimile da quella del vitello al pascolo, che alza il muso umido al primo sole. E' felice anche lui: chissà, forse sente l'umidità della notte allontanarsi, forse ora si alzerà e brucherà stancamente un po' d'erbetta; negli occhi acquosi nessun sogno e nessun futuro, nessun pensiero preciso oltre l'attimo; e quando si accorgerà che da dietro un pino lo stiamo osservando, ecco in fondo allo sguardo un guizzo di paura, nero, ancestrale, universale, senza scampo. Basta così poco per mandare all'aria un poco di felicità. Ma noi siamo ben più organizzati. 
Ognuno sceglie con cura la propria prigione. Si guarderà il colore degli occhi, forse il portamento, si verificherà una qualche rispondenza al piacere individuale. Si sceglieranno con cura le cose da dire, le parole, un posto nel mondo, si penserà che non è bello star da soli, che forse è tempo di metter su famiglia: altre sbarre, una dopo l'altra, invisibili, sicure, amiche. Ci si sentirà infine rasserenati, la luce del mondo là fuori sarà un poco smorzata, eppure resterà sempre vera, non è così? 
Le possibilità sono infinite, ma quelle vicine a noi, quelle probabili, sono un numero preciso, calcolabile; ognuna di quelle possibiità è uno sguardo che sorride nella notte, un terremoto che scuote la gabbia, la visione istantanea, terribile, accecante, di una vita senza legami; una vaga immagine, del tutto inventata, indefinita come in un sogno, di quel che potrebbe essere, che è ciò per cui a volte si è provata una nostalgia strana, senza oggetto preciso, ugualmente dolorosa; il dolore è reale, è come una ferita aperta, ma il suo oggetto è qualcosa che non esiste. 
Che cos'è che così fortemente mi manca? Che cosa mi è stato strappato una volta per sempre, lasciandomi qui in perenne ricerca? Guardare verso la valle mentre le nuvole se ne vanno, osservare i vapori bianchi salire nell'azzurro,  campi lontani in rettangoli ordinati; tutte cose che mentre scorrono già mi mancano; odore di legna bruciata, di camini distanti, raggi di sole che sbucano da chissà dove tagliando l'aria. Un altro inverno anomalo, un altro anno che scorre, proprio ora, proprio qui, mentre lascio impronte incerte sulla poca neve. Sento una nostalgia potente e incancellabile per la nostra vita nelle sue possibilità intrinseche, inesplorate, fuori categoria. Già mi mancano tutte le persone che hanno scelto prigioni più anguste della mia. Già mi mancano quelle che hanno preso altre strade. Mi mancano addirittura, in momenti di sconforto, quelle strade che io stessa non ho preso, la cui ombra continua a vivere da qualche parte, luoghi in cui io stessa forse continuo a vivere, in uno dei tanti mondi possibili che ogni nostra scelta e ogni bivio della vita produce.
Per cui scusami, scusami se sono un po' triste anche per te, che della tua prigione non sembri accorgerti. Io sento il peso della mia, e faccio di tutto per renderla più ampia, per illudermi che non ci sia. Cerco di vivere allungando le braccia fuori dalle sbarre, cerco di sfiorarti e portarti verso di me. Ma in fondo, forse, si tratterebbe solo di portarti inun'altra gabbia. Può darsi, forse, che tu stia bene nella tua, che noi tutti stiamo bene nelle nostre, un po' come il vitellino stava bene sul suo prato finchè non ha scorto qualcuno che l'osservava da lontano. 
Del resto è il nostro stesso sguardo la prigione più grande, non è così?

Monday, December 28

Veni Vidi Vici







Vedo l'esistenza nelle sue più minime determinazioni. La vita come può essere, come forse sarà, oppure come non sarà mai.
Non è forse questo a portare alla disperazione?
Sapere già come andrà a finire. Sapere in partenza di non poter trovare le parole. La rabbia che divora tutto. Capisco solo ora che cos'è davvero la furia cieca. Già il mio corpo non risponde più, non vuole saperne, si contorce in un odio senza direzione. Non sa risolversi. Come potrebbe?
La mia mente ormai è fissata, dovrò dirtelo, prima o poi dovrò confessare tutto. La rabbia, la rabbia che tutto trascina con sé è energia che sgorga da chissà dove, energia che toglie altra energia per il resto. Da dove arriva questa maledetta agitazione? Dal confronto, dal continuo pensare agli altri, che è un continuo pensare a se stessi. Vorrei essere un sasso del fiume su cui l'acqua di anni e secoli scorre senza traccia. Sono invece una foglia nell'aria della sera, il profilo nero, nitido e perfetto delle montagne non fa che peggiorare le cose; l'orizzonte ancora chiaro, azzurrino, mille colori diversi in una luce perfetta, attirano e respingono la mia mente stanca.
Sono molte cose assieme, oggi.
La rabbia vuole qualcosa di me, un pezzo da portarsi via, scappo sempre più in alto sperando nella catarsi, lei mi raggiunge, fuggo di nuovo. E di tutta la mia fuga, non ti è dato sapere nulla. Chissà poi quanto potrebbe interessarti. Ecco, altra rabbia a questo pensiero. Altra rabbia sapendo che è inutile. Altra ancora scrivendo queste parole, insensate tranne che per me. Ma io, tu, noi, cosa siamo? Sassi del fiume in attesa di una piena? Seguiamo il corso delle cose e della vita come fosse un corso naturale, semplice, già inscritto in regole archetipiche e originarie? E perché mai dovremmo?
Una notte, quella notte, forse un po' prima, ti confesserò tutto. Non mi interessano né Io né Tu, perché se vuoi saperlo lo e Tu non esistono.
Non esiste nulla, se non quello che noi vediamo e vogliamo vedere, ma a te questi discorsi sembrano un delirio, non è così?
Eppure qualcuno fuggirà, qualcuno dovrà fuggire nella notte in cui voglio dire la verità, e smetterla di far finta; non è colpa mia se non sono un sasso del fiume, un ramoscello nel vento, non è colpa mia se non mi piace seguire il corso delle cose come fosse physis, natura cieca e senza scampo. Dal momento che ci è possibile scegliere, tanto vale farlo.
Chissà, chissà in quella notte chi fuggirà via.
Chissà chi di noi rimarrà confuso, a guardare Orione che silenzioso, luminoso, lento, attraversa inesorabile il freddo cielo invernale.

Saturday, June 6

basta



Basta con le assurdità. Le cose invecchiano troppo presto. Anche noi siamo francamente ridicoli.

Ero stata ad aspettarti e sei fuggita. Che modi strambi.

Ce la farò, a non uccidere qualcuno nei prossimi giorni e tempi? Ce la farò, a confessare la verità e gettare tutti nello scompiglio? Eppure è quasi bello guardarvi dormire, quasi mi dispiace turbare il vostro sonno; ma la mia esistenza esige ordine, le cose irrisolte che stanno da qualche parte hanno bisogno di essere spostate, stanno nel mezzo, sono fuoriposto come un divano incastrato in una scala, come quello di tanti anni fa che ci era sfuggito di mano. Un piccolo problema di presa, succede, avevamo tredici anni e il divano infranse la porta a vetri in fondo alle scale, ma l'albergo era abbandonato e il divano rimase lì. Allo stesso modo rimangono nel mezzo quegli eventi passati e ormai inutili a cui non pensavo da tempo e che all'improvviso saltan fuori dal buio. 

Colpa tua. No, colpa mia. Colpa di tutti e due o di non si sa chi. In ogni caso quelle cose stanno ora nel mezzo e io devo levarle. Potreste anche toglierle voi; potresti toglierti anche tu di mezzo e smetterla di ballettarmi davanti, anzi potresti dirmi la verità, potresti, ti prego di dirmi qualcosa, a voce o per lettera; ma forse, penserai tu, avrei potuto farlo io e invece non ho fatto niente.

Ma insomma si sa.

Le cose sfuggono di mano, il tempo passa, e io sono notoriamente incapace di dare svolte alla mia vita al momento giusto.

Ma tu? Tu sei davvero certo di quel che stai facendo? Qualcuno mi fermi perché sto per esplodere.

Un merlo zampetta nel prato davanti a me. Come fa a sapere che là sotto c'è un verme? Come diavolo fa a non sbagliare? Perché non sono stata programmata così bene come un merlo, in modo da sapere sempre esattamente cosa fare? Eccolo che becca il prato con inaudita violenza. La cena è servita. Ammazza senza particolare fretta un maggiolino. Lui alza le zampe in aria come per arrendersi, il cielo è blu, rondini gridano come pazze, temperatura 16 gradi, ultimi istanti di una piccola vita nella calma sera di maggio.

Sbrighiamoci a tirar fuori la verità, perché io sto degenerando.

Crack. Il maggiolino trafitto è portato via in volo, nella sera tiepida. Terminerà la sua agonia altrove. Altri rumori? Cip cip. Uccellini che cenano attraversando nuvolette di insetti. Ognuno ha il suo compito, ognuno la sua funzione, ognuno la sua meravigliosa e splendente casella in cui rientrare ed essere così cittadino del mondo a tutti gli effetti. Una sera di maggio fatta di categorie.

Anche le lumache staranno strisciando fuori da sotto i sassi, e nell'umidità della notte andranno verso l'insalatina tenera, ma tu KK non ce l'hai fatta a farla fuori quella sera in cui hai incrociato il suo piccolo sguardo fatto di antennine mobili. Lei ti guardava come stupita, in attesa, allora hai sentito l'essenza del tuo potere verso di lei e poi l'hai visto propagarsi al resto del mondo di cui secondo la legge del più forte puoi disporre, formiche, lucertole, animaletti vari che potrebbero cadere nelle tue mani ed essere facilmente e senza apparente colpa eliminati; ed eccola l'essenza del potere e della violenza, quella che sta dietro alla cattiveria dei bambini, ma mentre pensavi tutto questo la lumachina ti osservava attenta, interessata, infinitamente ingenua e innocente, stava protesa fuori dal guscio e da te si aspettava qualcosa, e tu eri così debole quella sera, così sconvolta da tutto, ci mancava solo un esserino morbido e viscido e senza colpa. L'hai afferrata delicatamente e lanciata nella siepe della vicina, sperando così di lasciare aperto il suo destino, evitando così di fare scelte scomode, che già ce ne sono tante, e la sera è così stanca, maggio è così pieno di possibilità, i km di oggi non sono stati abbastanza per spegnermi il cervello, ho ancora energie, nella notte ti vorrei cercare, nella notte vorrei farti mio, nella notte vorrei che le cose fossero semplici, non vorrei davvero far male a nessuno ma la verità non può restare senza conseguenze, vorrei delle risposte ma non ho il coraggio di domandare, ed è tutto assurdo, senza quelle risposte in effetti nulla mi interessa, se mi distruggo di fatica è solo perché l'assenza di risposte sia più gestibile e meno dolorosa, se cerco di stancarmi e di esaurire le forze è solo per non pensare a come sarebbe se, perché quando lo penso è finita, la felicità possibile è troppo luminosa e accecante, tutto il resto è a confronto inutile attesa annoiata, vita senza particolare senso. In questi casi sarebbe utile essere invisibile. O essere un animaletto che vaga nella sera, programmato per fare il suo dovere e nient'altro, in attesa che qualcuno più forte e più potente dia una svolta alla sua piccola esistenza. Una svolta qualunque.

Tuesday, April 21

agio



Di solito tendo a far sentire le persone a proprio agio. Anche quando i miei sentimenti sono contrastanti. Cerco di non suscitare timore. Ma forse sbaglio. Forse dovrei fregarmene. Forse non ne vale la pena.

Questi erano i pensieri di KK, mentre un poco brilla accompagnava in bagno uno dei tanti soggetti verso cui nutriva sentimenti contrastanti. Non le era simpatica, ma nemmeno riusciva a odiarla. Forse vedeva in lei qualcosa di sè, forse qualcosa del passato; o forse, più semplicemente, non aveva voglia di combattere su nessun fronte.
Può darsi che di combattere non ne valga la pena, proprio come non vale la pena odiare. Quel che resta, quel che faticosamente accade, è KK che apparentemente tranquilla accompagna, rassicura, parla, con qualcuno di cui non dovrebbe importarle nulla, che forse preferirebbe non vedere, e con cui davvero preferirebbe non parlare.
Ma che fare? KK è così. Vagheggia vendette ma non ne attua nessuna. Legge negli altri paura e insicurezza e non può nemmeno pensare di approfittarne.
KK cerca sempre, anche inconsciamente, di allontanare dalle persone il disagio e la paura.
Se ne sta ora fuori dalla porta, intorno la festa sotto i tendoni procede tra odori di costine e altro, la notte è fresca e KK in un attimo di lucidità si chiede come diavolo possa convivere in lei una tale dissociazione. Immagina che ci sia qualcuno, che vive nella sua testa ma sta sempre in silenzio, che un giorno urlerà a squarciagola quel che non vuole più vedere. Ma prima che quel giorno arrivi, KK avrà aspettato tanto tempo fuori da una porta come sta facendo adesso, un poco brilla, un poco euforica e vagamente triste per il destino maledetto degli affari del mondo e delle persone, tentando in tutti i modi di eliminare il disagio. Chiedendosi perché mai non è nata un po’ più cattiva, furba, magari un po’ falsa, per evitare di trovarsi, come ora, in estenuanti dispute morali interiori. In modo da evitare quei conflitti sulle massime dell’agire che popolano e complicano la sua vita sociale, tanto più che la maggior parte delle persone nemmeno sa dargli un nome, a questi conflitti.
Nonostante ciò, e nonostante le situazioni in cui si caccia le appaiano assai ridicole, KK persiste. È un animale scatenato lanciato sulla via della razionalità, illuminato e fiducioso nella possibilità che la ragione possa mettere a posto ogni cosa. Ovviamente si sbaglia, e c’è un muro invisibile ma impenetrabile che l’attende in fondo alla strada.


Non essere infantile, KK. Son cose che succedono. In fondo ti sei solo invaghita del suo amico. Insomma è roba già sentita. Innamorata mi sembra esagerato. O mi sbaglio? Eppure ti vedo piuttosto sconvolta. Indecisa come sempre. L’indecisione ti ucciderà poco a poco, cara KK. Devi imparare a superarla. Farò una digressione, ma lascia che ti spieghi. Quel che ti appare ogni giorno davanti agli occhi è una cosa enorme che occupa prepotentemente tutta la visuale: la tua vita. Il tuo SGUARDO. Ma per quanto quel che hai davanti agli occhi, quel che appare e scompare nel tuo campo visivo, sembri gigantesco, soverchiante, in una parola, totalizzante, non devi farti prendere dal panico. E nemmeno da forme di egoismo autodistruttivo. Tutte le persone intorno a te hanno lo stesso problema. Hanno un solo campo visivo, che si apre al mattino e alla sera si richiude per poche ore, e anch’esso è del tutto simile al tuo. Sai perché? Perché è PIENO. Il tuo sguardo è PIENO della tua vita fino a scoppiare. Ogni sguardo è così. Il tuo, il loro, il NOSTRO sguardo è tutt’uno col nostro occhio e con la nostra vita, che così diviene improvvisamente importante, centrale, come se apparisse nella TV durante un pigro zapping serale. Mentre è ovvio che la nostra esistenza non è altro che una delle tante, e lo stesso i nostri sguardi, e ciò che davvero ESISTE è l’incontro casuale, continuo di tanti sguardi, del tutto inconsapevoli gli uni degli altri, e inconsapevoli di se stessi, ognuno portatore di mille visioni diverse di mondo, anzi: ognuno col proprio personale mondo costruito dal proprio personale sguardo. Questo è chiaramente un problema. Questo è il motivo per cui l’uomo non è un animale naturalmente sociale. Lo è, certo, ma con notevoli incidenti. Bisogna distinguere il piano normativo da quello descrittivo, cara la mia filosofa KK. Questo è anche il motivo per cui noi non siamo mai del tutto liberi dalla nostra infanzia. Di essa conserviamo lo stesso sguardo sul mondo che ci porterà alle piccole grandi catastrofi della nostra vita adulta. Lo stesso sguardo che vede quel che appare davanti agli occhi come totalizzante, ovvero come l’unica realtà che davvero possa e debba interessarci, trasforma uno scorrere di eventi, persone e atti senza scopo preciso in cose che ci riguardano, in STORIA, cioè PROGETTI, ACCUSE, ATTACCHI, PAURE. 
Niente di più lontano dal vero. 
La verità di quello scorrere è inconoscibile. 
Ma non per questo quel che appare nel nostro personale spazio visivo deve per forza riguardarci e vederci protagonisti. Non per forza quel Tutto così bello e pieno che il nostro sguardo coglie è davvero la verità di quel che c’è da vedere. Lo sguardo è per sua natura parziale, KK. Lo sguardo da nessun luogo è un’idea meravigliosa e poco praticabile. Lo si può ampliare, come fa l’antropologo. Ma è così difficile, liberarsi dall’ombra totalizzante che si allunga su tutto quel che ci accade. E così avviene con te ora, KK. Che sarà mai? Tutto questo trambusto per che cosa? Un amore passeggero, un altro. Fatti, eventi, parole e persone che diventano gigantesche sotto la lente del tuo sguardo parziale, di fronte ai tuoi occhi desiderosi di trovare un senso, di fuggire a tutti i costi l’assurdo, di costruire una storia che tu possa raccontarti senza dubbi né paure. Ma forse mi sbaglio. Forse la mia è cinica razionalità. Anche tu sei fredda e razionale, ma certe volte non basta. Ti sei innamorata di lui, non è vero? Lo sei ancora? Stai lentamente dimenticando, KK, lo so, stai cercando in tutti i modi di rendere il tuo sguardo più ampio, aperto, meno drammatico e totale. Costruisci nuove storie che rinegoziano sempre di nuovo i significati delle cose passate. Ma qualcosa è accaduto. Niente di grave. Ma qualcosa dentro di te è cambiato per sempre.



Thursday, November 13

in cima alla collina



KK vorrebbe che tutto durasse per sempre. Vorrebbe cristallizzare il mondo com’era da bambini. Invece no. Anche la vita felice è sofferenza. Chi ci ha dato il diritto di ridere? Eppure troviamo i momenti per farlo. Dimentichiamo volontariamente tutto il male che potrebbe distrarci e ci occupiamo d’altro. Quei momenti non durano granchè. Nessuna cosa dura, ma noi dietro a rincorrere. 
Una bella scoperta, le persone muoiono. Bisogna vendere la casa. Che ne sarà dei mobili? E dei cassetti con la biancheria? Tutte le cose intorno si impregnano di senso. Scacciarlo è impossibile. Nemmeno si può bruciar tutto. Finchè rimane qualcuno, a rimandare come uno specchio l’immagine degli altri che non ci sono più, gli oggetti continuano ad avere un senso. Quando non c’è più nessuno specchio, semplicemente non c’è più niente da vedere.


Un’estate di tanti anni fa, in Toscana, nella sera tiepida e profumata di campagna, i nonni giocavano a carte sul vialetto davanti a casa. La notte era tranquilla, sotto la luce arancione del lampione vedevo muoversi animaletti notturni. Si sentivano i grilli, e i rospi in qualche rivo d’acqua. La notte poteva non finire mai, come la fila di lampioni che illuminava la via in salita. Avanzando, il fascio di luce arancio si affievoliva fino a raggiungere quello spazio in penombra dove stava in agguato la notte; ma proprio lì, prontamente iniziava il lampione successivo. In cima alla salita, la strada finiva. L’ultimo lampione illuminava fin dove poteva, oltre c’era il buio, e un bosco nero, sibilante alla brezza della sera. Quella collina era il Poggio. Ora hanno costruito graziose villette, e da qualche parte là in alto una selva di ripetitori garantisce a tutti la visione del tg della sera. Quando la nonna era piccola, quella collina era un posto fuori dal paese dove nascondersi. C’era un podere. La nonna mi ha raccontato che quando dormivano tutti nella stalla, col buio pesto e il pavimento duro, la cosa più paurosa era uscire a fare pipì. Bisognava fare presto e stare attenti a non pestare delle serpi. In ogni caso, si sperava sempre di non incontrare dei tedeschi, che hanno quella parlata così cattiva. Questa cosa è rimasta addosso a molte persone dalla guerra. Per molti, ancora oggi, la lingua tedesca genera un terrore senza fine. Così, sessant’anni fa, la nonna se ne stava chiusa assieme a tutti gli altri, a sentire il rumore degli aerei che sganciavano bombe sulle dolci colline della val d’Orcia. Come cambiano le cose. Ora i tedeschi sono pacifici turisti con gli occhi azzurri e ridicoli sandali, che passeggiano ammirati per le stradine di Montalcino. Ogni volta, ogni maledetta volta, io scruto i loro occhi in cerca di qualcosa. Sono azzurro ghiaccio e non vi trovo niente. Sono azzurro ghiaccio e a volte sentendosi osservati accennano un sorriso. Gli pianto addosso i miei occhi neri e faccio domande silenziose. Nessuno risponde. Le rondini gridano nel cielo, tutto il resto è di una tranquillità disarmante. La primavera in Toscana è così abbagliante che i tedeschi saranno rimasti stupefatti, nell’aprile del ’45. La nonna mi ha raccontato di quando un americano aveva portato a loro bambini una tavoletta di cioccolato. La nonna aveva detto che era un ragazzo giovane e che aveva sorriso; e che era il primo soldato che vedevano che fosse attrezzato di tutto punto. Come cambiano le cose. La casa dei nonni che stava sulla collina, da cui si vedeva Montalcino, è stata venduta. Proprio davanti, dove prima era un prato incolto, ne hanno costruita un’altra che ostruisce la vista. Gli amici con cui i nonni giocavano a carte, non ci sono più. Il nonno non c’è più. Nella notte, sulla strada in salita, la fila di lampioni c’è ancora, ad illuminare la via deserta, finchè in cima non c’è improvvisamente il buio. Tutta la tranquillità di quella sera d’estate a giocare a carte, tutta la felicità dello stare lì con i nonni, tutta la mia e la nostra infanzia, è scomparsa nell’oscurità in cima alla collina. Voglio credere che sia solo nascosta, che sia solo invisibile ai miei occhi e che un giorno arriverò in cima alla strada e sarò capace di saltare nel buio. Negli occhi azzurri dei tedeschi non riesco a scorgere odio. Ora la luna piena mi guarda dalla finestra e sembra che se la rida alla grande. Della mia irrequietezza, non sembra curarsi. Domando invano dove fugge la felicità che credevamo di tenere così stretta in pugno. Ma la notte è così tranquilla, forse non è il caso di disturbare. Di quel che sarà di noi, nel buio in cima alla collina, nessuno può saper nulla. 

Monday, November 10

risposte a un funerale



Tempo fa in questa stessa stanza c’erano la nonna e una signora, e parlavano sommessamente nella penombra. Le persiane erano sempre a metà e io mi chiedevo perché. Appena fuori, il lungo pomeriggio estivo è solo all’inizio. La stanza è così scura, così poco illuminata, chiusa. La nonna sta sprofondata nella poltrona. Ricordo il lento movimento che faceva per alzarsi. Il salotto è quasi buio, ha una moquette verde scuro e muri ocra, e sopra perline di legno scuro. Che giorno è oggi? Non ricordo, ma io devo avere vent’anni. Sono ancora una bambina, in realtà. Le cose del mondo mi toccano appena, provocano stilettate di consapevolezza che mi lasciano confusa. Sono in piedi, la nonna alla mia sinistra nella poltrona, ricordo di aver guardato davanti a me, oltre la signora che parlava, e di aver osservato il sole caldo stendersi sulla pietra del terrazzo, ma lo vedevo opaco attraverso i ricami delle tende; ricordo di aver intuito come quel giorno fosse una testimonianza di qualcosa. Poi vidi chiaramente ogni cosa e ogni parola scomparire nel nulla.


***


Oggi hanno cercato di darmi delle risposte. Non ci sono riusciti.
Sono entrata nella cappella camminando su ciottoli chiari e lisciati da milioni di passi, caldi di sole.
Ho cercato di ricordare le domande.
La mia debolezza era fin troppo evidente. Nessuna risposta sarà mai sufficiente perché la mia verità è sempre e solo domanda.
Una giornata splendente aspettava tutti noi, e aspetterà ancora, attenderà che ce ne siamo andati per continuare, in una infinita ripetizione priva di senso.
Nella penombra della cappella tutto procede regolare, sembra che il perfetto ordine del rito cancelli la realtà, la renda meno triste, la renda giusta in quanto conforme a regole.
Così non è.

"Purificami O Signore"

Non avevo previsto che si mettessero a cantare. Riemergo dalla cappella, basta salire due gradini ed ecco il sagrato abbagliante di sole, seguo questo corteo come ne ho seguiti altri, seguo questo corteo e il cielo è così limpido e azzurro, e la giornata così tiepida, e mi ricordo all’improvviso che tante altre volte non ce l’ho fatta a seguire il corteo, a essere presente, altri morti non ce l’ho proprio fatta a lasciarli andare; oggi tornano tutti, ognuno è qui con me, l’ingiustizia e l’assurdità di ogni cosa mi sovrastano ma senza schiacciarmi, lasciandomi libera di muovermi, osservare, pensare: e per potermi meglio abbattere in quel giorno in cui non avrò difese.
Mi sento leggera, il canto è così dolce e così vero e io sento di essere debole davanti a tutto. Abbasso gli occhi sui ciottoli colorati, lisi da milioni di passi, persone che c’erano e adesso non più, e a quei passi aggiungo i miei, una manciata, inutili, intorno a me le statue, i parapetti in pietra, le montagne lontane e nitide nell’aria pulita, milioni di passi anche su di loro, nei boschi, sulle strade assolate dei valichi alpini, sull’asfalto caldo intorno al lago, felicità che sembra infinita, e poi altri monti, e ognuna di queste cose è così ignara di tutto, così estranea, e mi rendo conto con una punta di orrore che questa giornata nel suo splendore potrà ripetersi all’infinito anche quando i miei passi non ci saranno più, e io dove sarò, allora? È adesso così chiaro come il tempo non abbia per loro alcun senso, e non l’ha nemmeno per noi, e se è così noi siamo solo ridicoli esseri che tanto si agitano per un nonnulla, che ridono e pontificano senza saper di cosa parlano.

"Sarò più bianco della neve"

A queste parole ero già in un’altra dimensione. L’assurdo diviene forma precisa e tagliente, dolorosa, una lama che taglia la nostra esistenza, e che senso ha il bianco, il puro, che senso ha la colpa, non vedi che basta una fuggevole visione dell’assurdo perché il resto della vita divenga senza senso? Vorrei piangere ora perché mi sembra che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto in tutta questa storia. Ingiusto in partenza. Purificami forse vuole dire lasciami andare, lasciami tornare alla terra, alla natura, all’inanimato. 
Ma perché, perché dovrei purificarmi da una colpa? Non basta questa scena e questo destino, questa giornata di sole persa per sempre, a rendere dolorosa e assurda ogni cosa, una volta per tutte? 
Uscirai da una cappella in una bara di legno ben levigata, ben fatta, lucida come un mobile, e dentro tessuti fini immagino, e i tuoi vestiti migliori, e forse ti metteranno un rosario tra le dita fredde, e ti porteranno a spalle sul sagrato invaso dal sole, e il sole sarà così prepotente, così forte e caldo e meraviglioso e continuerà imperterrito, e tu che lo amavi così tanto non potrai farci nulla, e quelli che amavano te così tanto guarderanno a terra e cammineranno, altri passi e altri canti, volteranno lo sguardo verso la valle e penseranno di essere soli al mondo, ma poi gli passerà, e poi a te non importerà più nulla, starai dormendo un sonno nero e senza sogni, non è così?

Thursday, June 19

december


Ricordi
Correvamo fianco a fianco
tu avevi quelle ciabatte di gomma
non sentivo alcuna fatica
Sorridevamo
Le persone intorno sembravano divertite
non capivano
erano da un’altra parte
La giornata stava finendo
una via in mezzo alla valle si sarebbe riempita di gente:
la notte era vicina
Ricordo
Di aver pensato che senso avesse
quella corsa
L’inverno era alle porte
Ma le mie gambe
andavano da sole
Pensare al passato
è sempre una cosa inutile
Ma tu
Stringevi la mia mano nella notte
Stampavi parole nella mia testa
mentre tutti erano soli.
Gesti normali ora mi perseguitano
Vorrei – mi vedo –
Camminare sola in quella via
deserta
in una vallata disabitata
bianca
Vorrei non incrociar nessuno
che dall’alto della sua felicità getti a me il suo sguardo
La verità è
Che non voglio più tornare dall'altra parte



Spring 2014


Wednesday, April 30

categorie



Per chi accetta di farsi sconvolgere da eros, le cose sono sempre, perennemente, irrisolte.
Chi accetta di nutrirsi della sua energia potente, deve accettare anche di cadere nel vuoto quando questa viene meno. Camminare sull’abisso è divertente fino a un certo punto. Costruire storie per sopravvivere può durare per un po’ ma è così maledettamente faticoso. 
Piango e non so davvero perché. Piango e vorrei dirlo a qualcuno. Tante belle parole e tanta fiducia negli altri e poi invece ecco, siamo di nuovo soli. Perché non può esserci un equilibrio? Dove se ne vanno i momenti perfetti in cui tutto corrisponde? Dov’è la tranquillità che sembrava di stringere definitivamente tra le mani e perché improvvisamente tutto diventa difficile?
Mi sono accorta che viviamo solo di categorie. Le categorie con cui ordiniamo il mondo, con cui ci hanno insegnato a ordinare il mondo, sono pure costruzioni, che offuscano e impongono un certo senso allo scorrere degli eventi, alle cose che accadono. Talvolta assumono più importanza le categorie delle cose che si vorrebbero categorizzare. Se io penso ad una cosa sommamente astratta, complicata e assurda come l’amore, le mie categorie mi dicono certe cose, e io ci credo, mi dicono quali forme e quali modi una cosa come l’amore può assumere; e se gli eventi della mia vita o le cose che mi succedono non vi corrispondono io vado in crisi, o penso di aver sbagliato qualcosa. Nei momenti di disperazione, quando il cervello si arrende e la smette di cercar soluzioni e palliativi per farmi galleggiare, penso di aver sbagliato tutto. Ma immagino sia tutta colpa delle categorie. Immagino che una buona parte della mia infelicità stia nel mio modo di pensare quel che avviene, nel mio modo di dare senso agli eventi, stia insomma nelle maledette categorie in cui ogni cosa che accade e che pensiamo viene schiacciata a forza, da sempre, da quando a scuola ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, ma forse da prima, da quando le risposte degli adulti hanno assunto la rigida fissità propria della verità, e la verità stessa ha smesso di essere sempre ancora domanda.
Così, le nostre domande si sono esaurite, sono naufragate nelle risposte e han pensato che andasse bene così, che non ci fosse più bisogno di chiedere, o che chiedere fosse stupido. Nessuno da allora si è più domandato perché pensiamo alle cose proprio nel modo in cui ci pensiamo, e non in un altro. Nessuno si è più chiesto perché mai dobbiamo pensare a oggetti, eventi, concetti, a una cosa come l’amore, solo all’interno di categorie così ristrette e così stupide; stupide nel senso in cui sono stupidi  i computer, che non fanno che eseguire ordini macchinalmente, che si ostinano a ripetere un comando anche quando è fallimentare, che perseverano nell’errore e cadono in un loop, perché non sanno pensare se stessi.
E che dire delle nostre testoline, in cui si compie ogni giorno, per ogni storia, per ogni maledetta emozione, l’eterno ritorno dell’uguale; che dire delle nostre menti tanto brillanti che per un dettaglio insignificante si fanno rovinare la giornata, perché quel dettaglio, opportunamente categorizzato, costituisce un pezzo di informazione che riempie di un senso nuovo e nauseante sia il passato che il futuro, diventa così un dettaglio totalizzante, che ingombra come un peso morto il passaggio, il cervello, impedisce di vedere la varietà di soluzioni che il mondo fuori categoria offre, ma noi siamo ciechi, ma tu sei cieca KK, sbatti la testa sempre di nuovo nello stesso punto, cerchi spiegazioni sempre di nuovo negli stessi luoghi, usi ancora e ancora le medesime categorie che ieri e oggi ti hanno fatto stare male. Esci per un giretto a piedi e osservi tutti, persone, oggetti, animali, le carte per strada, con aria apocalittica. Le nuvole inquiete e gonfie di pioggia sono dalla tua parte, l’aria umida che sposta le foglioline nuove degli alberi è un presagio di qualcosa, ti fa pensare che tutto alla fine passa, che tutto a un certo momento finisce, te ne sei accorta due giorni fa quando sotto l’acqua e la neve hai imposto alla tua mente di stringere i denti e resistere, perché tutto finirà, che sia sofferenza, fatica, freddo; che sia felicità di un momento, farfalle nella pancia una sera di aprile, stendersi sul pelo dell’acqua al mare a mezzogiorno, l’aria calda nelle discese in bici.
Emerge da tutto questo una verità potente, e fuori categoria, che ha le sembianze di una legge cosmica; e dice che ognuna di queste cose, ognuna delle Cose, per quanto sembri non finire mai, a un certo punto non sarà più; e tu potrai guardarla da lontano, pensare alla distanza che ti separa da lei, pensare a come hai fatto a superarla o com’è stato possibile che se ne sia andata così in fretta. Di questa legge che spazza via le categorie, che sferza il sempre uguale come la piena di un fiume, si trovano tracce sorridenti in ogni cosa che esiste.

Adesso dalla finestra aperta entra l’aria della sera; il cielo è finalmente chiaro e pulito, ogni cosa del mondo sembra tornata al suo posto. È solo apparenza ma evidentemente è quanto basta. Capisco solo ora di essere io il problema; appare chiaro nella confusione della mia testa che io sono tutt’uno con quella legge e quella verità, che sono io l’acqua fredda di quel fiume, e che è la mia corrente a trascinare ogni cosa nella piena, indefinitamente, senza meta, in continuazione, senza mai fermarsi un attimo a pensare, senza mai fermarsi sull’argine del fiume a osservare la corsa, i ciottoli chiari, e il mondo indifferente tutt’intorno.


Thursday, March 6

asciugamano




KK ricorda perfettamente di aver visualizzato, sull'asciugamano davanti a sé mentre se ne stava beata sotto la doccia, la sua vita futura.
Tutto questo accadeva anni fa, cinque almeno.
Quel giorno, con una chiarezza e soprattutto con una fiducia che mai si sarebbero ripetute, KK aveva creduto fermamente di avercela fatta. Dopo la visione sull'asciugamano, bianco come la neve che aveva appena lasciato, KK stette un tempo indeterminato sotto l'acqua calda a sciogliere la tensione di quei giorni, felice, in attesa. Finalmente tranquilla e consapevole KK se ne stava a rimirare quello che aveva fatto.
Oh, ma ancora non era finita.
Quel pomeriggio sotto la doccia, per l'ultima volta KK credette in se stessa. Tempo dopo, spese mesi e anni a chiedersi quanto diversa sarebbe stata non tanto la sua vita, ma la sua stessa persona, qualora l'esito di quel maledetto pomeriggio fosse stato diverso. Se qualcuno avesse detto , se qualcun'altro avesse scritto ammessa sul foglio che avrebbero poi appeso fuori dall'hotel, dove dopo la doccia KK si recò incontrando tutte le facce paonazze della mattina, vestite civili, e dove KK dovette vedere la gioia degli altri senza poter far nulla e senza poter gioire lei stessa. Cosa sarebbe cambiato e quanto?
L'ultimo pomeriggio di vita della fiducia di KK se ne andò così, neanche il tempo di goderselo, e neanche il tempo di pensare a un piano B per salvarla, la fiducia, nel caso il piano A avesse fallito.
Invece niente. Fallì il piano A, e fallì il mondo faticosamente costruito da KK, e morì quel giorno poche ore dopo la visione sull'asciugamano anche la fiducia di KK nelle cose a venire, negli eventi, cioè in fin dei conti in se stessa.
Una parte di KK è rimasta sotto la doccia credendo di essere invincibile. Quell'anno, finito miseramente in quel pomeriggio di inizio primavera, fu il primo e l'ultimo in cui KK si sentì davvero forte, invincibile, capace di reggere la pressione e l'ansia, capace di gestire la prova, la paura, la sensazione di non essere all'altezza. Questi ultimi erano allora concetti sconosciuti, per KK.
Aveva costruito un mondo in cui niente era impossibile, in cui impegnandosi si arrivava al risultato, in cui l'ansia di non riuscire erano combattute con la concentrazione attenta e testarda. Aveva ripetuto tutti i gesti necessari e aveva fatto tutto giusto.
Perciò una parte di lei era rimasta sotto la doccia, per capire che cosa di tutta quella storia e di quel mondo fosse andato storto, cosa ci fosse stato di sbagliato e dove diavolo fosse, se in lei, negli altri o nelle cose stesse.
Una parte di KK, infinite docce più tardi, guardando l’asciugamano scorge ancora quella visione così chiara, nitida e semplice, e quel giorno in cui tutto si è perso le pare così vicino e insopportabile da esser nella sua testa rielaborato, ricostruito e riposizionato, diventa l’inizio di una discesa, lo spartiacque tra un prima e un dopo del tutto convenzionali, inventati, che daranno a KK la sensazione che la vita in fin dei conti sia fatta di tanti pezzettini uno diverso dall’altro, da posizionare a piacimento come fossero mattoncini di lego. Tutto questo e molto altro, mentre dall'asciugamano spariva la visione perduta per sempre, tutto questo e poco altro mentre la vita tanto desiderata fuggiva in un baleno, e la fiducia di KK nelle cose, negli altri e in sé, svaniva di botto, ridendosela alla grande, una fragorosa risata mentre KK rannicchiata nella vasca sparirebbe volentieri assieme all’acqua che se ne va.

Friday, February 14

valentino



Un'altra notte. La luna è alta e fredda. Come sarebbe bello stare tra le tue braccia senza dover pensare a nulla. Non è più possibile. La verità è un interessante tranello, è ancora una volta una voce estranea, che ride di me che non so decidermi. Scopro che la verità non conta nulla se non sai che fartene. Scopro che la verità in sè è solo fiato sprecato, se non le dai una funzione, se non la fai fruttare.
Nel mio caso le verità sono due, ora, e nessuna di loro mi serve. Le conosco a memoria ma se ne stanno cristallizzate senza dar luogo a conseguenze. Sono assiomi immobili. Molto divertente. So già che un giorno, alla fine della mia vita, ripenserò a quelle stupide verità e mi chiederò perché mai non abbia fatto una scelta drastica, non abbia per una volta confessato quel che ho da dire. Dovrei chiamarti e dirtelo in faccia. Chissà mai che non ci riesca.
Fare una prova non costa nulla. Ma anche questa è una verità che si comprende solo quel famoso giorno alla fine della vita, quando hai i piedi sull'orlo del baratro.
Non importa quanto lontano è quel giorno, quel giorno esiste perché verrà.
E allora cosa aspetti, KK? Davvero hai paura dello sguardo degli altri, dello sguardo presente, delle figure di merda possibili e per altro non scontate, è questo che temi? Sarà interessante argomento di discussione con i tuoi compagni di tomba, quante scelte non avrete fatto per paura di far figure di merda! E nonostante ciò, tutti i coglioni che ora camminano sulla ghiaietta del cimitero si ostinano a non scegliere, proprio come facesti tu. Non vedono l'assurdità della situazione, non vedono come l'oggi e il domani, davanti alla notte infinita, smettono di avere l'importanza ansiosa con cui li viviamo e li perdiamo.
E tu, non vedi quanto sia ridicola e tragica la tua posizione? La tua indecisione può durare in eterno, ma davvero non ne vale la pena. Magari domani finisce tutto, e tu davvero non vuoi dire a qualcuno che l’hai amato?


Monday, December 23

non saprei




Non pensavo che fosse possibile tornare a questo punto. Sono in stallo, di nuovo.
Cammino da sola nella notte, piove, mi fermo in mezzo alla strada perché la mia testa è da un'altra parte e ci metto una vita a ricominciare a camminare. Immagino di avere una faccia pessima. Guardo nel vuoto l'asfalto e l'acqua che scorre lenta, ed è la stessa di tante altre sere di pioggia in cui sono uscita a cercarti e non ho trovato nessuno. Spesso questi giri hanno una minima funzione catartica, stasera invece non è successo proprio niente.
Un paio di epiphanies degne di nota ma niente di più. Guardo di striscio dentro ai bar per vedere chi c'è.
Non so davvero cosa sperare. So cosa voglio ma non so se sia possibile e come, e questa cosa mi uccide ogni giorno. Eppure il mio passo è calmo come se dovessi salire in verticale per migliaia di metri.
Incrocio un signore anziano che avanza sotto l'ombrello. Lo guardo ma lui non mi vede neanche.
Non lo conosco ma l'avrò visto un milione di volte. Ha dei guanti che mi piacciono. Improvvisamente la vita degli altri mi appare chiara nel suo scorrere lento e inesorabile, separato dal resto, con tutte le abitudini e le azioni condensate, finchè non arriva questo istante. Due vite si incrociano. Non si conoscono, o non si ri-conoscono. Infatti passo oltre e mi sento peggio di prima. Supero una macchina parcheggiata su cui costruisco una storia del tutto arbitraria. Il pensiero mi infastidisce. Complimenti, l'ho creato io e adesso mi disturba, e riesco a fatica a farlo sparire. Passo anche la macchina e ormai sono quasi persa.
Pensarti non serve a niente. Immagino, altri pensieri arbitrari, che tu hai la tua vita, proprio come il signore con l'ombrello, e non è detto che le nostre vite si incrocino. Probabilmente la penso così perché questo è un momento di merda, in cui me ne vado in giro nella notte senza uno scopo sperando di trovare qualcosa da desiderare che mi distragga. Quello che davvero vorrei ha una forma indefinita ma a rigore sarebbe perfettamente realizzabile, qui e ora. Ma chissà se anche questa affermazione non sia un altro pensiero arbitrario. Chissà come sarà divertente, sbrogliare la matassa del mio cervello, se mai un giorno qualcuno deciderà di farlo. Chissà quante altre volte camminerò nella notte in cerca di qualcuno, che non sarai più tu ma un'altra storia, altri mesi di attesa e speranza e disperazione e inutili innamoramenti.
Ma ora no. Ora tutto è assoluto. Un giorno, forse già domani, riderò di questo mio comportamento apocalittico, di questa mia ansia ridicola verso le cose. Faccio tutto come se il mondo stesse per finire. Mi dispero sempre per quello che lascio andare come se quella fosse stata l'ultima possibilità. Nonostante la mia razionalità che tutto analizza e tutto pretende di controllare, sono una mina vagante. Vorrei tanto lasciarmi scivolare addosso gli eventi, ma non ci riesco. Vorrei tanto non pensare a niente e cogliere l'attimo, ma non ci riesco, non tutte le volte.
Mi guardo da fuori e vorrei tanto farmi una risata, e prima o poi la farò, magari la faremo, ma stasera temo di no. Stasera tornando a casa mi sono accorta che va tutto bene finché cammino in salita. Finché c'è un luogo da desiderare, guardare da lontano e raggiungere. Quando torno indietro, la discesa mi dà un maledetto senso di sconfitta, di non senso. Cammino ma niente ha più un significato. Sono il solito zombie che non sente nulla.
Ma stasera nella discesa ho incrociato qualcuno. Una figura incappucciata esce da un negozio con un cartone in mano. Neanche il tempo di pensare cosa sia che attraverso in pieno la scia di profumo di pizza.
È buono, è dolce, confortante, è qualcosa di cui adesso avrei un gran bisogno ma che adesso non c'è; tuttavia ci sarà sempre ogni volta che qualcuno ti passerà di fianco con una pizza nel cartone. Non so. Questa cosa è stata una specie di rivelazione, ma l'ho capito solo dopo. Prima di capirlo, prima di mettere a posto i pezzi in disordine, sono tornata a casa sotto l'acqua senza pensare a niente di sensato, immaginando altri esiti e altri finali di scene già viste mille volte.

Veramente non mi spiego come mai riusciamo sempre a complicare le cose, che sarebbero tanto semplici senza quel che la mente ci costruisce sopra. La felicità, quella cosa su cui molto si scrive e molto ci si arrovella, sta in attimi imprevisti, a se stanti, in cui le cose che prima erano separate ritornano improvvisamente unite. Accade quando ogni cosa è ricomposta, quando mi sorridi e noi due torniamo ad essere uno. Tutto qua. Lo si può leggere negli occhi. Non è necessario che il mondo ne sappia nulla. E non è nemmeno necessario complicarsi tanto la vita. L'Uno è fragile, momentaneo e precario, per noi. Non dura in eterno. Visto in prospettiva, è pure ridicolo. Nonostante ciò, lo inseguiamo e soffriamo in silenzio, e quando è lì a un passo da noi senza poterlo far nostro quasi diventiamo pazzi. Siamo spezzati in due, tutto qui. Perciò la vita è desiderio. La ricerca di quegli attimi non è difficile, ma la mente dev'essere libera. Io e te un giorno non esisteremo più, perché non esisteranno più un Io e un Tu. Tra davvero poco tempo, tutto questo ragionare sarà spazzato via. Le occasioni per far tornare uno quel che è molteplice vanno inseguite con la tranquillità di chi sa che quella è la nostra personale verità, l'unica possibile. Quando ciò che è sempre irrompe nella monotonia del tempo sempre uguale, avrò trovato un 
kairós e lo terrò stretto finchè, come sempre, a un tratto mi sfuggirà di mano. Io so che là nel buio ci sei anche tu. Se ti troverò, ti terrò stretto a me fin quando vorrai scappar via. Combattono le nuvole nel cielo. Nella notte nera cercherò senza paura.

Saturday, November 30

neanche oggi

Non mi è spiaciuto neanche oggi, provare quell'angoscia di perdere qualcuno, di non vederlo più. Non la provavo da tempo. Mi accorgo che anche lei, cercavo nell'ombra. Non mi è spiaciuto, farmi asciugare le lacrime. È stata la cosa più dolce della giornata e avrei solo voluto scoppiare a piangere tra le sue braccia, finalmente libera. 
Tu eri semplicemente assente. Tu non mi offrivi in fin dei conti alcun aiuto. Lui era dolce, lui è stato dolce. Io ero debole e lui non mi ha attaccato. Io ero debole e lo sono ancora. 
Non capisco cosa mi succede. Le lacrime che prima trattenevo cadono ora in gocce copiose da occhi stanchi. Sono tremendamente stanca, di tutto. Vorrei piangere a dirotto fra le sue braccia, e sarebbe anche un pianto di felicità. Tu sei di nuovo distante, lontanissimo da me. 
Oggi questa sensazione ha dominato tutto il giorno. La mattina era ancora sopportabile, le distrazioni erano tante. 
Arrivata a sera era diventata pesantissima. 
Qualcosa è scattato nella mia testa e ho capito che non avevo più voglia di sentirmi così. 
Trattata così. 
Allora c'è stato un crollo. 
La misura è piena. 
Immaginate un fiume che rompe gli argini, proprio dentro di voi. Ma di nuovo, per quanto avessi voluto scappar via, sono rimasta lì con te senza far trasparire nulla. 
Poi è venuto il temporale. Poi non ci ho visto più. Tu, sorpreso, sei diventato improvvisamente comprensivo. Ma era davvero troppo tardi. Ero stata lì per te fino ad allora ma te n'eri disinteressato.

Ora piove e io sto per piangere, non riesco a parlare e con gli occhi a terra penso solo che vorrei sparire. Tu appari premuroso, ma io non ti guardo. Lui mi sfiora le guance e mi sorride, e questo mi è bastato. È stata l'unica cosa capace di salvare la mia giornata. 

Poco più tardi, tornando a casa in bici sotto una pioggia torrenziale, sento l'acqua battere sulla schiena e scivolare giù, sento le gocce una ad una diventare un fiume indistinto che entra da tutte le parti e lava via ogni cosa; e sento chiaramente qualcosa di me andarsene assieme all'acqua sull'asfalto nero, assieme a sassolini e rametti e detriti e foglie.
È quasi buio e le macchine sono fari rossi tremolanti che mi passano a fianco alzando ondate d'acqua, e mi chiedo fino a quando mi vedranno, mi chiedo fino a quando riuscirò a schivarle, la strada è in salita, la strada è un fiume in piena grigioblù, io sono una figura indistinta e completamente fradicia, e anche abbastanza ubriaca, che si sforza di andare dritto senza pensare a nient’altro.
I suoi occhi azzurri volteggiano davanti a me. Qualcosa di lui mi si è stampato dentro senza che nemmeno me ne accorgessi. Sono una tavoletta di cera su cui qualcun altro ha impresso un segno, su cui milioni di segni possono essere tracciati senza che io davvero ne sappia nulla. Mentre l’acqua si fa strada sotto la maglia e i pantaloncini e scivola lungo le gambe, e in un attimo inzuppa le calze e le scarpe, mi rendo conto che qualcosa è cambiato. 
Sono completamente fuori ma non sono più la stessa. 
La strada maledetta è finita. La salita non era così lunga, dopotutto; la strada spiana, aria fresca e altra acqua ora in discesa, tombini, pozzanghere, la bici non frena, curve, i lampioni già accesi, le macchine, fari, finalmente la strada di casa. Davanti al cancello ci metto una vita a tirar fuori le chiavi e a impugnarle, le mani sono gelate, eppure tenere il manubrio era così naturale, ma ora le chiavi proprio non riesco a prenderle in mano e dividerle e trovare quella giusta. Apro e sono dentro. È tutto finito, o forse no. La sensazione di stasera mi perseguita e lo farà per molti giorni. Piove. La notte sta arrivando e sento che lui mi manca già.

Friday, October 4

venerdì sera

Vorrei dire qualcosa, dirlo al mondo, ma in un venerdì sera di feste e birra chi vuoi che stia a sentire le parole scomposte di KK? 
Non le ascolterei nemmeno io, se solo potessi stare dall’altra parte. 
Le rare volte che ci sto, sono spezzata in due. Quando tutto sembra perfettamente ricomposto, KK si sente tranquilla. Ma dura un attimo, ed è raggiungibile solo inondando il corpo di endorfina chimica. KK non sente e non vede la crepa, la frattura che è in lei così fastidiosa. Essa è tanto più odiosa quanto pare assente negli altri. Ma cosa ne sa KK, in effetti? La vita degli altri è solitamente un enigma. Forse, molto probabilmente, la vita degli altri è molto simile a quella di KK. Ma no, quella maledetta crepa non c’è. In loro non ve n’è traccia. Se no non sarebbero tutti così sguaiati. Avrebbero un po’ di rispetto, per chi nella crepa ci vive e, a volte, ci resta secco. Siamo tutti spezzati, ma nessuno vuole davvero ammetterlo. 
Al contrario, KK è maledettamente riflessiva e non vede la stessa attitudine negli altri.

Quando KK si accorse di questo, un giorno lontanissimo, preistorico, del liceo, fu assalita anche da un pensiero autodistruttivo. Chiuse gli occhi e pensò forte forte a come avrebbe voluto nascere dall’altra parte. Loro, i suoi compagni, erano così perfetti. Inconsapevoli della crepa e di tutte le sue conseguenze. Naturalmente era apparenza. Naturalmente quel ridere e quell’emettere sentenze e quello sbaciucchiarsi e dirsi amore tesoro sei stupenda erano una copertura. Dentro loro soffrivano, forse, ma se ne stavano zitti. Ora KK può deriderli, per quella loro pochezza adolescenziale. KK si lasciava così sconvolgere dalle cose e dalla realtà, da scrivere come una pazza, nell’ora di religione, invocazioni e racconti a proposito di criceti su una ruota, che volevano rappresentare gli alunni a scuola. 
Lei li odiava, tuttavia avrebbe tanto voluto essere come loro. Gli altri apparivano isole di perfezione in mezzo al caos dell’adolescenza. Tutto in loro era falso. Allora KK non poteva capire il profondo senso filosofico della loro falsità. La parola falsità era anzi usata a scuola, spesso dagli stessi falsi, per definire chi stava loro antipatico o non si comportava secondo il loro codice. Ma loro incarnavano davvero, nel vestirsi, nel parlare, nei rapporti con gli altri, il grado più potente del Falso. Avanzavano per i corridoi a grandi falcate, decisi, sicuri di sé, e senza degnarti di uno sguardo. Potevi sentire le risate alle tue spalle. A volte ti sbagliavi, quelle risatine non erano per te. Ma a volte si diventa paranoici. La loro sicurezza si nutriva di un saldo quanto effimero controllo sul mondo circostante, fatto da cose, persone, e ambiente in generale. I loro gesti e le loro mosse si adattavano perfettamente all’ambiente e alla situazione. Condividevano con gli altri il modo di chiamare le cose. Condividevano con gli altri il modo di rapportarsi al mondo. KK rimase subito affascinata da questa capacità di adattamento, giudicandola comunque qualcosa di elementare e non particolarmente lodevole. Del resto di comportarsi come gli altri, di essere uno uguale all’altro, sono capaci tutti. KK tentò anche, per un certo tempo, di vedere se un dialogo fosse possibile, con l’altra parte. Le volte in cui dette fiducia, rimase delusa. Allora cercò alleati. Tra quelli che stavano sulla sua stessa barca, ognuno aveva sviluppato modi diversi e fantasiosi per sfuggire all’indifferenza e alle angherie. 
L’importante è identificarsi. Se quelli non sanno cosa sei, non riescono a incasellarti, sei fottuto. 
Se sei indeterminato generi antipatia solo a guardarti. Così c’era chi si rivolgeva al punk. Altri rimanevano orribilmente anonimi. Questi venivano eliminati per primi. Si autoeliminavano. 
Molti lasciarono la scuola proprio in questo modo. KK vedeva la loro sofferenza ma non poteva far nulla. KK ci mise un po’ a ottenere una posizione decente, a entrare in una casella in modo che gli altri smettessero finalmente di chiedersi cosa fosse e smettessero di disturbarla. Tuttora KK non ha idea di quale fosse quella casella e di cosa pensassero gli altri di lei. KK era probabilmente un enigma. A tratti se ne usciva con cose geniali che lasciavano gli altri interdetti. Chissà se avrà acceso in loro una luce, per dire che non è tutto qua. In ogni caso, da quella posizione sconosciuta, KK potè osservare da vicino la nascita e lo sviluppo di quel falso che nella vita adulta causa la stupidità e il danneggiamento del mondo e della vita umana. 
 E KK non ha paura di essere troppo apocalittica dicendo questo. 
I germi dell’odio e della crudeltà di cui l’uomo è capace sono vivi più che mai, in una classe di liceo. 
Il disprezzo che grondava dai commenti alle parole dei prof, dalle risposte stizzite e irrispettose che KK sente ancora risuonare nelle orecchie, era lì, in bella vista nella sua semplicità disarmante. Il candore con cui gli altri rispondevano male ai prof era qualcosa di incredibile. Un giorno la supplente della Giovanelli, che non aveva molti anni più di noi e che tradiva il nervosismo attorcigliando le mani tra loro mentre spiegava, rischiò di scoppiare a piangere. Quegli stronzi l’avevano distrutta psicologicamente. Lei ingoiò le lacrime a fatica. Lei era alla cattedra, ma loro l’avevano trascinata con le parole e gli sguardi e le risatine, tra i banchi, e lei era di nuovo una ragazzina al liceo, angherie che si ripetono ancora e ancora anche dopo che ti sei preso una laurea, un dottorato e hai vinto un concorso. Guardandola senza poter fare niente, KK capì che gli altri e le loro parole subdole, i loro sorrisi di scherno, erano impossibili da fermare. Non c’erano leggi scritte, leggi della scuola, che impedissero a loro di farti stare male anche senza bisogno di parlarti direttamente. 
La supplente infatti non punì nessuno. Piangeva per la sua impotenza, perché contro la pura cattiveria silenziosa non si può far nulla. E anche perché nella classe come nella folla, non c’è nessun colpevole. Risatine continue risuonano tra i banchi, ma chi può dire che sono per te? 


Friday, August 23

Non mi è dispiaciuto

Non mi è dispiaciuto, quando mi ha toccato il braccio. Non mi è dispiaciuto, il suo sorriso che pure suonava così strano. Non mi è spiaciuto, sentirmi sfiorata da altre mani e altre parole. La verità è che cerco qualcuno che dia senso ai miei giorni; perché tu non ci sei più.
Che senso ha questa mia attrazione?
Mi pare, stando ferma qua, di accumular tristezza.
Mi pare, incrociando i suoi sguardi, di intravedere una vita nuova dietro l'angolo, appena oltre; una nuova considerazione, un nuovo modo di essere me stessa e di sentirmi. O forse è tutto frutto di quel bellissimo e maledetto momento in cui non fai altro che sentire le farfalle nella pancia e pensi che dureranno per sempre. Ma io aspiro a questo. Io ci credo, che questo sia possibile. Magari mi sbaglio, ma io cerco questo. Se questo non c'è più, posso anche passare oltre.
Io ora sono qui, a tratti soffro, a tratti cerco di recuperare e di avvicinarmi a te ma tu sei sempre distante. Mi accorgo che questa dinamica è logora, non può durare in eterno. Mi stai perdendo. Giorno dopo giorno. Io non vorrei perderti perché in fin dei conti non voglio proprio star da sola. Forse però dovrei farlo. Ma non voglio fare nessun passo. Io sto qua e aspetto, come spesso faccio per altre cose. Stavolta è diverso. Stavolta è una specie di esperimento; tuttavia non voglio farti soffrire.
Io voglio amare, è così difficile da capire? È possibile che quella spinta si esaurisca così presto? Amore è tutto, porta avanti e trascina con sé ogni cosa del mondo, in una felicità voluttuosa ma anche composta, ordinata, meravigliosa. Dov'è, tutto questo? Ti guardo da lontano e sento che quella cosa si è spenta; i tuoi sguardi non mi dicono niente; i tuoi gesti verso di me sono bruschi. Guardo lui e cerco di nuovo quello smarrimento; cerco il brivido, quella piacevole sofferenza agrodolce che tante volte è rimasta insoddisfatta ma che ha nondimeno mandato avanti molti dei miei giorni. Quel sentire dolce, quella voglia di sfiorarlo e di essere soli e tranquilli. Anche solo per una volta.
Piove, adesso. La notte è inquieta ed io anche. Ma sono lucida, perché ora le mie parole riescono a dire quasi con esattezza cosa voglio. Ma non per questo le cose sono più facili e meno dolorose. Sento bruciare quella sofferenza come la prima volta, come tutte le volte. Desidero quel coltello nel fianco.
E così adesso, in questa stanza con la luce spenta dovrei dormire. Chissà se nei miei sogni verrà a trovarmi.
Dio, come vorrei che in qualche modo fosse qui con me, ora. Senza dir niente a nessuno. Solo noi. Tutto daccapo come la prima volta. Aspetto solo un suo segno, per farmi capire che lo vuole anche lui e non sta solo scherzando. Aspetto solo un gesto.
Com'è possibile questo? Eppure di te sono ancora gelosa. Come cavolo è possibile questa compresenza di sentimenti e questo delirio? Eppure tutto ciò riesce a convivere perfettamente in me. Passo da un pensiero all'altro senza controllarne l'eventuale razionalità o logica, con una facilità che mi lascia piacevolmente sorpresa. Vi osservo da lontano e non mi scompongo. Penso a cosa succederebbe se all'improvviso sapeste cosa mi passa per la testa. Penso a cosa penseresti tu, se sapessi i miei pensieri. Immagino che soffriresti. Ma io cosa posso farci? Sento che lentamente mi sto allontanando, ma io non ho davvero fatto niente perché ciò accadesse. Tu sei lontano e non mi guardi, e ti ricordi di me quando è troppo tardi. Io non voglio soffrire e basta.
Io quella cosa la cerco ancora, io ci credo ancora, e se tu hai smesso di cercare non è affar mio.
La notte è lunga.
Mi ritrovo a farfugliare preghiere insensate.
La notte è lunga e piove ancora.
Aspetto solo un suo gesto.


Tuesday, August 6

informazione di servizio


Eccoci! Vi sarete chiesti che fine avessi fatto, non è così? Che fine ha fatto la mia urgenza di parlare, parlarne, comunicare la mia insofferenza verso il mondo.  Invece niente. Nessuna voce, nessun lamento e nessun grido.

Silenzio.

Oh, ma vi assicuro che quel che conta c’è ancora, è tutto dentro. Lo sento rivoltarsi, contorcersi dentro di me come un figlio che vorrebbe veder la luce. Un figlio che non esiste. Senza occhi né bocca. Ma lui è lì e devo liberarmene. È bello, per una volta parlare da sola. È strana, questa mia trasformazione. Non sono più sola, adesso; in verità non riesco a capire cosa mi succede, o forse un poco di comprensione sta iniziando solo ora; sono letteralmente in balia degli eventi.  Giorni e cose, giorni pieni di vita che solo un anno fa desideravo ardentemente senza mai vederli, ora si accavallano, si susseguono, si accatastano letteralmente l’uno sull’altro senza che io riesca a coglierne appieno il senso e la meraviglia. Allo stesso modo, non riesco più a concentrare l’attenzione sulle cose che mi fanno soffrire e mi infastidiscono, oppure semplicemente su quelle che mi colpiscono. Prima era così facile, farsi sconvolgere dalle cose, dagli eventi, anche solo dalle piccole ispirazioni e illuminazioni di cui erano costellati i miei giorni, sebbene quei giorni, a ripensarci oggi, fossero miseri e vuoti in confronto a ora. Eppure, io avevo qualcosa in più. Ero proprio io. Ora mi sento come sdoppiata, perché ci sono io e c’è lui e poi ci sono io con lui. E arriviamo quindi a tre, la cosa si complica.

Cara la mia KK, lei deve imparare una cosa che la salverà la vita nei momenti bui. Lei deve imparare a credere nella sua propria FORZA. Sa cosa significa? Devo proprio essere io a spiegarglielo? Ebbene, la sua forza è quella che le ha permesso di buttarsi nelle sfide. Di continuare a pedalare anche quando sembrava impossibile. Quante volte le cose le sono sembrate impossibili? E quante volte, con la forza e la costanza, ha superato muri insormontabili? Quanti di quei muri sono ora dietro le sue spalle? Li conti, li ricordi uno per uno, ne rammenti la metamorfosi che lei, e solo lei, è stata capace di imprimervi. Questa cosa, è la sua forza.


Sagge parole. Ha in effetti colto nel segno. Troppe volte mi sento svuotata. Lui mi fa sentire così, ma immagino che una parte della questione sia il naturale esito dell’incontro, finalmente, con gli Altri. Da sola era tutto più logico e semplice. Ma non è possibile generalizzare. In ogni caso, dobbiamo continuare il discorso di prima. Quello sdoppiamento mi causa non pochi problemi. È davvero una cosa che non riesco a comprendere. Qualcosa dentro di me ha smesso di funzionare; sono come perennemente distratta. Non riesco a focalizzare la mia esistenza e il suo possibile sviluppo futuro. Sto qui e vivo, semplicemente. Mi godo anche il fatto di poter vedere dei risultati in tutte le mie faticate in bici, a piedi e con gli sci. Prima era come girare sulla ruota del criceto. È successo, ad un certo punto di molti anni fa, che il mio corpo ha smesso di rispondere.  Soffriva e basta. Non c’era allenamento, non c’era avanzamento. Stanchezza continua, a cui mi ero abituata. Pensavo di essere così. La cosa deve aver avuto degli effetti psicologici sulla mia già problematica persona, perché alla fine credevo proprio che fosse un problema mio. Ricordo innumerevoli volte in cui ho dovuto arrendermi perché le gambe non mi reggevano oltre. Ricordo di aver guardato in alto e poi in basso, su una distesa di sassi, e di essere stata lì un po’ con le mani sulle ginocchia, a sentire il sudore correre lungo la schiena e sulle tempie, e da lì andare a impastare gli occhi. A ripensarci adesso, senza voler esagerare, tutte quelle volte in cui mi sono fermata non erano altro che piccole, microscopiche sconfitte. Una dopo l’altra, giorno dopo giorno. Questo non potermi fidare del mio corpo, non poter sapere se resisterà e quanto, mi toglieva fiducia, distruggeva l’immagine di me stessa, mi metteva ogni volta di fronte al mio senso di debolezza. Chissà il mio corpo, la sua povera carne e muscoli e ossa, quanto stress ha subito in  anni di anemia. Chissà la mia testa, dopo anni di debolezza, come deve sentirsi. Oggi sto bene. Niente più stanchezza. Soffro solo quando lo dico io, e poche altre volte. Ma la mia testa è rimasta a tratti debole. Non si fida. A volte ride di me, quando non riesco a spingere sui pedali come vorrei. A volte ride di me e basta, allora io accendo la musica e vado da un’altra parte, finchè la sua voce e la mia voce non le sento più.



Gavia 1988



Tuesday, October 23

bambini a ginevra



Credo sia tempo di dire qualcosa. Non possono mettersi a sparare musica fuori dalla mia finestra a quest’ora  e pretendere che io non abbia niente da dire. Nessuno può pensare che io non abbia da dire.

Parliamone. Mi parli della sua infanzia.

Calma, calma, tutto questo mi pare troppo veloce, tutto insieme, deve capire che non riesco a seguire bene il corso dei miei pensieri.

Da dove partiamo?

Partiamo dalla musica. Ora mi fanno innervosire, non è ancora sera, non è esattamente sera, c’è luce dannazione, ma loro sono là e la musica rimbomba, e molta gente accorre, parcheggia scende e si incammina verso l’enorme tendone, sono famiglie (non è una parola abusata “famiglia”? non è sdolcinata come parola? Eppure in qualche modo si deve parlare…), insomma bambini con magliette e mamme con pantaloncini e altre cose, ma il problema centrale è che sotto il tendone ci sono suoni sconnessi, forzatamente allegri, come se per la felicità, come se per sentirsi vivi, bastasse un ritmo incalzante, così veloce da riempire ogni spazio, ogni tuo spazio, entra e pervade ognuno dei piccoli spaziettini di cui siamo fatti e così, solo così, ci sentiamo pieni. Non è così? È bene che gli spaziettini siano sempre pieni, e contigui, uno a fianco all’altro senza soluzione di continuità, in modo che la serata passi liscia liscia, e perché più tardi si possa uscire dal tendone nella notte umida e calda, e tornare alla macchina. Io sarò qui. Sentirò voci, e portiere sbattere. E macchine partire. La notte è calda, la notte è nera, e una marea di stelle stanno in silenzio sopra il tendone, ma sono lontane e invisibili, perchè l’afa intrappola tutti quaggiù. Perché non possiamo fuggire? Le stelle non si vedono,  e le auto se ne vanno ora. Senti il motore, senti che si allontanano, silenzio.  Siete contenti, ora? Che effetto fa, non sentire più niente? Che cosa succederà, ai nostri spaziettini, se nessuna musica e nessun ritmo allegro li riempirà rendendoci pieni, e completi, e sazi?

Niente di male, KK, niente di male accadrà. Deve smettere di pensare che succederà qualcosa di strano, o liberatorio, o apocalittico, quando le persone intorno a lei si renderanno conto di un inganno, o degli inganni, di cui da sempre sono preda. Per altro non deve escludere, cara KK, che un inganno sia qualcosa di piacevole, e desiderabile, e insomma in ultima istanza sia un male minore.  

Questo me lo hanno già detto. Questo me lo sono già detta troppe volte. Non ho più voglia di ascoltare questi sproloqui, ma perché non posso dire due cose sulla musica odiosa e su un tendone pieno di gente che mangia su tavoli traballanti, e sugli odori di grigliata, e il fumo grigioblù che esce dai lati del tendone e bambini che corrono e piattini di plastica con avanzi scarnificati di costine, perché non posso parlare di questo? E dei suddetti piatti che essendo troppo leggeri non si riescono a tenere in mano decentemente, e perciò molti cedono e perciò molte costine ancora intatte sono ora nell’erba calpestata del campo sportivo, a testa in giù, con il piattino suddetto e maledetto messo sopra a coprire lo scempio. E dei bicchieri di plastica bianchi che immancabilmente si crepano su un lato, vogliamo parlare? E di quanti di essi giacciono in terra schiacciati e orribilmente aperti e squarciati, e delle risa tutt’intorno, e dei ragazzini tirati a lucido che scrivono con la sigaretta il loro nome in svariati oggetti di plastica, con fare spavaldo, e delle giovinette che ridacchiano e si lanciano sguardi mielosi tutt’intorno, vogliamo parlarne? Non capisco perché mai non dovrei farmi domande, su tutto ciò. Ho già dato, dannazione. Non ne posso più di questi ragazzini idioti.

Che c’è che non va, nei bicchieri di plastica? Che cosa di essi l’ha turbata? E poi, che problemi ha, con i “ragazzini idioti”, KK? Del resto si tratta di comportamenti fisiologici, legati ad una fase della crescita. Non era forse anche lei, una di quelle ragazzine mielose?

Allora chiariamo una cosa. Cosa diavolo ne sappiamo di cosa è fisiologico. Lei lo sa che il fisiologico è definito dal patologico? Lei sa che una cosa è normale perché non è malata? Ma il confine dove sta? Lei capirà che questa cosa ha evidenti problemi fondazionali. C’è un circolo. Una petitio principii. Lei mi capisce, no? Che cosa è fisiologico?
Sto cominciando ad avere qualche problema. Non voglio incastrarmi in cose filosofiche, visto che è quello che faccio tutto il giorno, per cui tralasciamo questo discorso. In secondo luogo (visto che lei mi costringe a parlare in modo orrendamente forbito) no no e no, non credo proprio di esser stata una di quelle ragazzine. O meglio, sì, ma ho talmente odiato la cosa che l’esperienza non si è ripetuta.

Ma cosa ne sa? Ma cosa mi racconta? Lei SA che è stata una ragazzina, e sa che ha avuto desideri, speranze, attenzioni, verso i suoi coetanei. Lei ha amato e odiato, ma ha soprattutto amato. Ha sperato e desiderato, era VIVA, non è così?

Ma certo, ma certo. Questo mi fa venire in mente che devo aver sbagliato tutto nella mia descrizione. O più probabilmente la mia mente mi inganna, vuole tenermi all’oscuro di alcune cose.

Noioso. Molto noioso. Da quasi cent’anni ormai sappiamo che la mente ci tiene all’oscuro di buona parte della nostra vita psichica.  

Sì. Questo è un altro problema. Tutto questo è noioso. In ogni caso, sì sì, ammetto di esser stata quella ragazzina. Non mielosa però.

Su, sia ragionevole.

Non mielosa, ribadisco. Insomma avevo il mio personale modo di essere, e basta. E comunque ho sempre odiato i ragazzini spavaldi, i ragazzini che fumano come se lo facessero da una vita, quando la loro piccola e inutile vita è appena iniziata, ma via così, come se fumassimo dall’asilo, quando il massimo che potevano fare era imitare i grandi con le sigarette di cioccolato (un cioccolato che sapeva di carta, dalla consistenza senza senso, granulosa, che tuttavia ho sempre trovato buonissimo).

Bene, ora non so più perché mai avrò fatto questo discorso. La verità è che una tristezza strana, travestita da rivelazione, felicità camuffata, mi è venuta incontro stasera. Quelli-che-non-ce-l’hanno-fatta mi sono tornati alla mente assieme a una stilettata di dolore misto, colorato, vibrante, e il tutto mi ha spinto a dire qualcosa. Improvvisamente ho paura che molte cose possano perdersi per sempre. Ogni giorno perdo attimi e la sera me li ricordo uno a uno ma mi dico che non importa. Però è così che passa il tempo, che non risolve un bel niente.

***

Questa musica che ascolto ora ha dentro un’attesa, di qualcosa di sconosciuto, di qualcosa che alla fine è doloroso ma ancora non sai cosa è o cosa sarà. Prendo in mano il disco e mi accorgo, dopo tanto tempo che non lo guardavo più, che la plastica è un po’ rovinata, e l’etichetta che c’è appiccicata sopra è appena ingiallita. Ma il disco non è vecchio. L’abbiamo preso qualche mese prima che io iniziassi il liceo. In certe canzoni riesco ancora a ricordare quella sensazione. Di non aver ancor incominciato il liceo. Sensazione di una cosa che stava cambiando. Ogni cosa sarebbe cambiata di lì a pochissimo. Era un’attesa fastidiosa, ma fastidiosa è un’aggiunta di oggi. In realtà aveva dentro qualcosa di speranzoso. A volte, nel bel mezzo di questo disco, sento chiaramente quell’attesa, vedo me stessa in auto seduta dietro, guardo fuori dal finestrino un cielo grigio perdersi oltre le montagne, che scorrono verso la pianura, diventano poco più che colline, e poi più niente, e io sto con la testa quasi contro il finestrino, con il discman in mano e le cuffie nelle orecchie. Il discman ha smesso di funzionare un giorno che non ricordo della quarta liceo. Prima di allora, molto era passato dalle sue cuffie. Una volta in una gita in umbria l’avevo prestato alla prof. Giovannelli. Si era sentita un intero disco dei  Coldplay guardando assorta il dolce paesaggio umbro fuori dai finestroni del pullman, e io ogni tanto le lanciavo uno sguardo e ammiravo la sua tranquillità, ed ero contenta che una piccola parte di essa fosse merito del mio discman. La mia inquietudine in quel momento era un poco sopita. Ma le gite scolastiche erano fonte di sofferenze continue. Ora voi avrete da dire sulla parola sofferenze. Lo capisco, insomma non erano sofferenze fisiche, o forse un po’ sì, ma non stavo male, non stavo morendo maledizione. Ma ho un ricordo chiaro, semplice e netto di alcuni momenti di grande insofferenza, cioè della sensazione di essere impotente davanti alla sofferenza, sofferenza causata dalla vista di cose varie, di dinamiche che avvenivano tra i miei compagni, di risa che con me non c’entravano niente, dalla sensazione di esser in mezzo a persone di cui non mi interessava molto e di essere in tanti e di essere nello stesso tempo assolutamente sola. Odiavo assai passare con il nostro rumoroso gregge in posti nuovi e belli e pieni di possibilità, e odiavo essere dentro quel gregge e non poterne uscire, e se loro fanno casino come fanno sempre gli italiani, anch’io sarò tra loro, anch’io sarò loro. Ma la cosa che più mi faceva andare in crisi nelle gite scolastiche era vedere posti nuovi, vedere le persone che vivevano là passeggiare per strada, andare in posta, e fare tutte le loro cose. Insomma vedere posti nuovi era collegato immediatamente, era tutt’uno, con la possibilità che anch’io avrei potuto vivere là, se solo avessi potuto uscire da quella fila di scolari, se solo avessi potuto….rimanere ultima della fila, e alla prima curva della strada fermarmi, e poi correre a perdifiato sul marciapiede nella direzione opposta, e girato un angolo sparire per sempre.

Questo accadde una volta a Ginevra. Era una gita autunnale, e con il mio discman e le cuffie e la musica avevo osservato le montagne avvicinarsi e diventare enormi, mentre mi dicevo che dovevo stare tranquilla perché nessuno lì conosceva le montagne come me, nessuno in quel pullman sarebbe mai sceso e corso nel bosco, nessuno sarebbe stato ore a vagare in mezzo ai pini odorando l’aria o guardando le nuvole. Stavo seriamente cominciando a sentirmi da schifo perché volevo essere in quel posto senza essere nel pullman e senza essere in gita. Invece le solite voci odiose continuavano a urlare e ridere sguaiatamente appena fuori dalle cuffie che avevo nelle orecchie.  Ma niente. Arrivammo a Ginevra senza che tutta la cosa riuscisse a sconvolgermi più di tanto. Mi ero raccontata un sacco di favole sul fatto che qualche mese dopo avrei sicuramente fatto qualcosa, avrei lasciato la scuola, sarei scappata da casa, sarei andata in Canada, e mentre passavamo il Gran San Bernardo tutto questo era già successo, e io stavo vivendo una meravigliosa e perfetta altra vita in British Columbia, dove tutto era al suo posto e non c’era bisogno di gite perché nessuna gita, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare cose che non avessi già, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare di cambiare, mai più.

Il problema fu quando arrivammo a Ginevra. Era una di quelle giornate limpide di autunno inoltrato, in cui il sole è tiepido e le foglie sono rosse e gialle, e il cielo è terso, gelato, perfetto, azzurro chiaro, con striature uniformi di bianco, tirate dal vento freddo.  L’aria era frizzante e sapeva di neve. Il posto era bello davvero. Per una volta una città non mi dispiaceva. Per un po’ comunque la mia testa continuava a vagare in pensieri contorti in cui io non ero io e presto sarei stata qualcun altro e presto sarei stata in un altro posto. Insomma mi ero autoconvinta di essere solo di passaggio, ma non nel senso che ero di passaggio in quella città, ma proprio che il mio essere io in quel momento era di passaggio, era una fastidiosa fase di transizione verso qualcos’altro non meglio specificato; a scuola, in gita, in pullman, in quell’istante in cui stavo nel pullman, io ero di passaggio; io non ero davvero io; eddai! Io non sono una di loro, dopotutto; io vedo tutto questo con occhi diversi; io odio tutto quello che sono e dove vivo e presto andrò da un’altra parte. Presto tutto cambierà. Questa cosa resse per un certo tempo, anche se vacillò quando sentii quell’inconfondibile odore di neve appena scesa dal pullman; quell’odore di legna bruciata che era tanto familiare fu una fitta improvvisa allo stomaco, una coltellata silenziosa. Ero quasi persa. La mia strategia di difesa faceva acqua da tutte le parti.  Tuttavia andai avanti un po’, concentrandomi per non pensare a niente.

La crisi fu quando vidi il lago. Il lago era grande, perfettamente cintato da file uguali di alberi, rossi e arancioni e gialli, e sotto di loro un pavimento di foglie colorate, e intorno al lago correva un viottolo asfaltato dove dei bambini andavano coi pattini, dei bambini svizzeri alle tre di pomeriggio pattinavano intorno al lago, ridevano, erano felici; il giorno stava per finire e loro sarebbero rientrati in una casetta svizzera, in una città che non puzza e dove l’aria sa di neve, e ogni tanto nelle vie puoi sentire il profumo di arrosto che non è come quello di casa, e il profumo di torta, e puoi fare tutto questo in un normale pomeriggio di un giorno di scuola di quegli stessi giorni di scuola che tu odi perché sono fondamentalmente sprecati, inutili, vuoti, perché tu non potrai mai pattinare intorno al lago il pomeriggio dopo la scuola.
I bambini sorridono, ignari di tutto questo delirio che la mia testa fabbrica a loro insaputa e ad insaputa di tutta la fila di miei compagni che avanza scomposta e se ne sbatte altamente dei bambini e del lago, e di tutte le mie malate considerazioni. I bambini che pattinavano intorno al lago è stata la crisi. Era il segno evidente, chiaro e limpido come quel cielo d’autunno, della mia maledetta sconfitta.  Dell’inconsistenza di tutti i miei progetti e piani per cambiare qualcosa, che non erano che castelli in aria. Era orrore, sofferenza, tristezza irrimediabile, era il tonfo sordo di una casa che crolla, del pavimento che si sfascia sotto i miei piedi. Continuai a camminare sul tappeto di foglie mentre il sole faceva strani giochi con l’acqua del lago, ma niente mi interessava più. Tutto era come era, io ero proprio io e non un personaggio di passaggio, io non ero altro che io, e se la cosa mi faceva schifo, bè, c’era poco da fare. Vorrei tornare indietro. Vorrei tornare…

Ora sono proprio io che cammino sul lungolago di Ginevra, sono sempre io che da fuori mi vedo camminare a testa bassa senza capire perché devo sentirmi così male, sono io che mi trascino dietro al mio gregge, sono io che non posso uscire dal gregge né da quella che è la mia attuale vita per pattinare sul lungolago, e i sogni infranti sono ora in mille pezzi scomposti, specchi che riflettono cose a caso, pezzi di progetti e desideri di un’altra vita in un altro posto, diversa, che ora non hanno più senso, anzi sembra che mi deridano per la mia ingenuità. Ahah! Guarda! I bambini giocano ancora, e tra poco rientreranno a casa, dalle finestre puoi vedere la luce gialla della cucina, è caldo dentro, e la cena quasi pronta. Cosa fai tu? Perché piagnucoli? Pensa a camminare dritto. Pensa a camminare dritto. Cammino dritto, gli occhi fissi sulle scarpe di chi cammina davanti a me. Devo concentrarmi per non cadere, perché sto seriamente per cadere giù. Mi guardo intorno in un attimo di disperazione e vedo chiaramente che non c’è via d’uscita. Dove vorresti andare? Non puoi far altro che camminar dritto.

A quest'ora, da qualche parte, i bambini giocano ancora. Io volevo essere uno di quei bambini. Volevo solo pattinare nelle giornate di sole, e aspettare l’inverno, e non sentire più quell’ansia per le cose a venire perché sapevo che non sarebbero state come volevo, sapevo che avrei dovuto sopportare di stare chiusa in casa, che avrei dovuto andare a scuola e stare in un posto che non avrei mai voluto. Volevo solo aspettare l’inverno, ma perché nessuno ha capito? Non volevo  fare del male a nessuno, perché nessuno ha capito?

Bambini, bambini! Cancellate il mio nome e la mia storia, bruciate i miei documenti e tutti i ricordi, sono inutili, sono corrotti, forse sono falsi. Nessuno venga a cercarmi, perché ora starò qui. Nessuno si ricordi di me perché io non ci sono più. Perché non posso essere anonima? Perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Perché perché perché non posso essere una di voi?
Bambini, bambini! Perché perché perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Quand’è quand’è quand’è che potrò essere una di voi?

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