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Friday, July 17

matrimonio



Parlano di smettere di fumare. Nel frattempo, poco più in là, stanno fotografando gli sposi davanti alla piscina. Ci sarà un album immagino, lo si tirerà fuori in qualche distratta occasione per rievocare quel giorno. Sarà passato del tempo, ma i riflessi della piscina nella sera di luglio saranno rimasti intatti. Eccoli che ti guardano, e assai beffardi brillano ancora. In quel giorno e in quell'album figurerò anch'io, da qualche parte. La mia presenza sarà nell'aria, nell'atmosfera, e lo stesso per ogni invitato. Ma per ora io sono altrove.
Gli altri sembrano invece molto presenti. Molto intenti a mostrare una certa coerenza nel loro essere: nelle movenze, nelle parole e nei gesti. 

Anche io sembro coerente. Poi a tratti mi estraneo. Cerco luoghi solitari. Scorgo molti metri di balaustra liberi dalla gente e vado ad appoggiarmici stancamente, e guardo l'acqua azzurra della piscina farsi più scura, immagino un tuffo, le sdraio stanno ordinatamente ripiegate su se stesse e solo per gli sposi ne è stata aperta una, dove ora siede la sposa e il suo abito con dietro il fotografo e lo sposo che si è tolto la giacca e la tiene sulla spalla, sono molto ordinati, specialmente nello sposo non c'è traccia dell'imminente sbragamento che seguirà la cena, la cravatta è ancora al collo e la camicia liscia e pulita. La sposa rimarrà invece sempre perfetta, sempre in ordine e senza una grinza, ma del resto lei ha un vestito che sembra una caramella, tutto intero, senza alcun pezzo che possa togliersi o smontarsi. Come sarà domani? Sarà dura tornare, dopo tutta questa perfezione, alle normali giornate in tuta davanti alla tele?
E per me, ci sarà mai qualcosa di simile? Riuscirò mai a considerare un giorno o un evento così importante da chiamare tutti a raccolta, tutti intorno a me? Ma poi tutti chi?
Per adesso, in ogni caso, ho problemi molto meno gravi. Appoggiata alla balaustra, con gli occhi persi nell'acqua della piscina, sto sperando in qualcuno che venga ad annunciarmi qualcosa. Che venga a consolarmi, o almeno a salvarmi da queste distruttive divagazioni. Come mai dalla montagna non ho mai visto la piscina?
Nessuno sta pensando a questa cosa, ora. Ci sono cose ben più interessanti da fare e da pensare. Molti panini al latte ripieni di un velo di burro e una fettina di prosciutto stanno ordinati su un tavolo immenso. Molte possibilità stanno, esattamente come i panini, ordinate su un metaforico e immaginario tavolo davanti a cui io me ne sto immobile come se davanti vi fosse un vetro. Molti panini, lucidi, dorati al punto giusto, soffici e invitanti sembrano chiamarmi, sono altrettante possibilità, ma io niente, sono paralizzata e a tratti impaurita.
Come mai sto aspettando qualcuno? Quel qualcuno è tra i suddetti panini? E chi se li mangerà, i panini avanzati? Qualcuno se li porterà a casa, almeno spero. Di certo qualcuno si porterà a casa, tenendole per mano, le molte possibilità che io non ho saputo cogliere al volo. Al mondo è pieno di gente furba, più furba e più pronta di me. Al mondo è anche pieno di idioti, ma le vostre foto non sembrano recare traccia di questa stupidità, e anche tu non sembri accorgertene, anche tu in fondo come me potevi dare un segno, potevi indicare un panino, potevi puntarlo e poi agguantarlo, lì in mezzo a tanti, dolce, morbido, perfetto, e invece sei rimasto lì proprio come ho fatto io.
La verità è che oggi siamo qui per non pensare a dove andranno salatini, dolcetti, antipasti e panini, e nemmeno dobbiamo preoccuparci di quanti mangiarne e quanti lasciarne sui vassoi, e di quanto bere e di dove lasciare i bicchieri; e dunque ecco arrivare vassoi di ostriche trionfanti in mezzo a ghiaccio e spicchi di limone, chissà da quale mare sono state strappate per finire qui, ma non ne avanzerà nessuna, e poi ecco comparire verdure pastellate e olive ascolane e mozzarelline impanate, ma i panini stanno là e mi guardano, non è tempo di pensare a loro, oggi no, oggi è un giorno fatto apposta per non preoccuparsi di che fine faranno eventuali briciole e avanzi; oggi la regola dice di vestirsi bene e fare finta che non ci sia un domani.
Ma il domani è già ben presente nell'oggi, specialmente nei soggetti dissociati come me. Oggi io non ho smesso di essere più o meno come sono sempre.
Come mai chi vorrei qui non c'è?
Quanto tempo riuscirò a restare immobile a guardare i panini, le vite degli altri prendere direzioni forse definitive, l'acqua dolce e liscia della piscina increspata dalla brezza della sera, quanto tempo prima di saltare la balaustra che mi separa dall'acqua e ritrovarmi giù, ma tu dove sei, tu cosa fai, tu nemmeno sospetti forse che io stia dando fuori di matto, nemmeno sospetti di essere ormai dentro di me come presenza fissa, pressante, maledettamente dolorosa, e i miei tentativi di dire la verità, li hai notati? Ho visto le tue certezze vacillare, nella notte per una volta ti ho detto qualcosa di vero, i tuoi occhi erano gli stessi di quella sera nella luce arancio dei lampioni, non ho avuto paura, ho cercato di mantenere una coerenza mentale e di tenere il mio Io protetto dalla sofferenza, ho cercato di farti arrivare un po' di verità in mezzo a silenzi e frasi confuse e inutili, chissà, chissà se hai capito.
Spero di sì, guardo gli sposi camminare lievi a bordo vasca, vedo gli altri invitati chiacchierare amabilmente, ridere. Mi vedo poco interessata alle vite degli altri, almeno in questo momento.
Da lontano qualcuno mi fa cenni. Sorride. Sembra chiamarmi. Sorrido. In effetti sembro perfettamente a mio agio.
Quando arriverà la prossima crisi?

Sunday, June 14

epiphanies



Molte primavere sono state così. Ma l’estate? L’estate non doveva essere così. L’estate non doveva nascondere questa debolezza assoluta. Non doveva portare la strana ebbrezza del nuovo? Da quant’è che non senti il nuovo entrare sotto la pelle, avvolgerti nella confusione, farti perdere la strada battuta verso nuove vie, luminose, deserte, mai percorse, pulite?

Io pensavo…io penso sempre troppo. Talmente tanto che poi per lunghi momenti, direi periodi, il cervello si spegne, per evitare un surriscaldamento, per evitare cortocircuiti. Una forma di sicurezza quanto mai necessaria. È tutto previsto, vedi? Molti giorni con la testa vuota, completamente. A chiedersi gli altri cosa fanno, cosa faranno, quante strade da percorrere attendono e per quanto attenderanno. Poi invece le cose riprendono la loro abituale forma, le sequenze di pensieri recuperano un ordine; allora tutto questo pensare torna assurdo, irrazionale; le strade da percorrere che ti attendono? E dove sarebbero? Esiste forse un limbo con le vie non prese, dove le scelte non fatte sopravvivono e formano una storia, il mondo delle alternative, esiste davvero? E quanti di questi mondi diversi dovrebbero esserci, se per ogni scelta possibile se ne generasse uno?
Devo tornare alla filosofia. Sento che intorno a me tutto è orribilmente superficiale. Tutto quello che leggo lo dimentico. Ricordo solo delle sensazioni potenti, che mi si stampano addosso, a volte anche le parole di qualcuno, a volte ricordo una situazione con precisione matematica. A volte ricordo anche l’esatta configurazione del mio pensiero quando affronto qualcosa. Ricordo come mi sono sentita, e riconosco l’arrivo di una crisi, o di un’illuminazione, l’arrivo di un’epiphany che mi si stamperà in testa e che presto tornerà in altre forme. Ma la mente comanda tutto. La mia mente è piena di maledetti mattoncini in posizioni insensate.

Sono come una stanza in cui è esplosa una valigia, e i vestiti stanno sparsi dappertutto, alcuni nella polvere, alcuni sul tavolo, in terra, tra le carte. Forse è esplosa anche la cartelletta dei documenti, i quaderni di scuola, le audiocassette del libro di inglese delle elementari, pagelle di scuola, ottimo distinto buono sufficiente, i disegni, dio i disegni li avevo scordati: ore di scuola passati a disegnare con la testa china sul foglio mentre la prof spiegava, il piacere di vedere le linee nuove uscire dalla matita, danzare sul foglio; in questa stanza confusa è esplosa la cartella di scuola, lo zaino che usavo all’università, fogli di appunti di filosofia, altri disegni, fogli bianchi e inchiostro blu, relativamente ordinato, kant con testo a fronte e appunti a matita a lato, la natura razionale esiste come fine in sé, la natura è teleologica, e poi ecco gli appunti di logica, gli appunti su Freud (la fase in cui l’Ideale dell’Io si stacca è dolorosa, perché quello continua a umiliare l’Io e a far notare la differenza con la perfezione ideale), quanta verità celata in questi fogli, quanta salvezza se ne sta in attesa di essere sfruttata, ma altra confusione nella stanza non mi permette di concentrarmi. I mondi possibili non esistono, esistono solo nella mia mente nel momento in cui decido di farli esistere, per potermi tormentare come accadeva fino a pochi anni fa. Allora le scelte non fatte mi perseguitavano. Le possibilità mancate continuavano a vivere nella mia testa, e con dovizia di dettagli; ma non è bene parlare di questo. La fase è stata quasi del tutto superata, forse anche grazie a quei lunghi momenti di letargo in cui il cervello periodicamente cade, per salvarsi dall’orrore della ripetizione, per non vedere l’eterno ritorno delle cose già viste. Tutte cose già fatte, come alzarsi la mattina mettere in terra i piedi respirare fare pipì lavare la faccia acqua fredda occhi impastati sensazione orribile di debolezza sensazione di già visto pensiero ridicolo che dice che questo giorno è nuovo, questo giorno è uno in più, questo giorno non è stato mai vissuto da nessuno, non ancora, eppure sappiamo bene come andrà a finire, se tutto va bene si intende, e poi un giorno (quanto lontano?) ci sarà un giorno nuovo che sarà l’ultimo (è tanto lontano! O forse no. Ma è inconoscibile, per ora, e questo è abbastanza) e chissà, ci saremo alzati con lo stesso strano pensiero, lavati la faccia e fatto pipì, ma nessuno può sapere queste cose, per cui è anche inutile parlarne, ed è egualmente inutile esserne spaventati.
Nel frattempo attendo con ansia messaggi. Segni di vita. Qualcuno che indichi una direzione.
Ecco, qualcuno si avvicina. È gentile. Io no. Lo allontano malamente; perché non sei tu. Non lo sopporto, non sopporto nessuno, mi danno fastidio gli sguardi che pure avevo desiderato. I gesti, gli occhi, la voce, non li conosco. Non sono i tuoi. Ad aspettarmi, fuori, nella sera, con l’eco della musica lontana, non ci sei tu.

E allora la felicità, quella che è tutt’uno con il nuovo, dov’è? Quella della notte d’estate, ancora bagnata di pioggia, tiepida, infinita, con i tuoi occhi vispi nel buio, guizzanti mentre mi prendi per mano e andiamo via; questa felicità dov’è? Credo di averla intravista in un bar mentre tornavo a casa stasera. Era là con altra gente, persone che si muovono come marionette, sorrisi smorfie schizofrenie braccia che fremono e drink sul tavolo; parlano ma sono burattini muti per me che sto dietro al finestrino dell’auto e per stasera sono salva. Non so se quel che ho visto e provato fosse vera felicità o soltanto sottile piacere di starsene tranquilla a guardare gli altri da fuori, senza pericolo, e non doversi esporre né render conto a nessuno: felicità a buon mercato. Probabilmente era nostalgia per una serata persa, identica a una delle tante sere perse nella mia adolescenza, una serata in cui avrei potuto conoscere il nuovo, che cerco disperatamente, mentre invece sono rimasta a guardarlo passare.

Il mare dietro di voi è grigio, è verde, c’è il sole ma l’acqua sembra sporca, la felicità non vi manca, la felicità non vi manca, il sole bacia i belli dicono, dicono così tante cose, che sera assurda, da un palco lontano sempre la stessa musica e le parole di un’improvvisato speaker distorte dalla distanza, si perdono nella notte, la canzone è allegra (everybody need somebody), tutto questo fa un po’ ridere non è così? Sembrate felici. Ma io cerco sempre le crepe nella realtà, cerco il punto da cui il disastro inizierà, lento, vittorioso, una vita intera raccolta e riassunta in una bolla di sapone color arcobaleno, la tua e la mia e la nostra esistenza sta lì dentro mentre noi la pensiamo infinita e ci preoccupiamo del domani, la bolla dura un attimo e si libra nell’aria leggera rincorsa dai bambini, è una festa di compleanno, dev’essere il ’95, a bologna, una villa sui colli, verde e alberi e portici color ocra e rosso e grandi gazebo con sotto tavoli con sopra dolcetti e poi giochi gonfiabili che i padroni di casa avevano affittato e forse una piscina fuori terra, enorme, il cielo alto, infinito, la vita non è una bolla ma una cosa indefinita ed enorme, senza determinazione oltre l’oggi, senza significato oltre l’istante, oltre l’attesa della torta, del gioco, della mamma che assieme alle altre mamme attende poco lontano, e non ci lascerà mai.

Serata tranquilla, profumo di fiori, come quelli dell’estate della maturità, era luglio e io studiavo e non capivo e solo adesso capisco ed evidentemente è tardi, ma è così per tutti, è così sempre, non ne va mai bene una e dev’essere proprio una certa forma mentis a creare questi disguidi, la notte prima degli esami di maturità non successe nulla di particolare ma ricordo che asfaltavano la strada, tempismo perfetto complimenti, bip bip bip vrrrrrrrr stop bip bip bip eccetera eccetera e altri rumori simili e un caldo esagerato e una puzza di asfalto e gas di scarico, ma sono sopravvissuta, ricordo anche il corridoio lunghissimo e bianco e una leggera corrente d’aria calda tra le teste chine dei miei compagni in lunga fila davanti a me e la non voglia assoluta di stare seduta così tante ore e poi minuti interi a guardare il soffitto le finestre chiuse i professori che camminano lenti lungo i banchi e l’eco dei loro passi cik cik scalpiccio rimbomba nel corridoio sembrano agitati anche loro si sono vestiti bene ci sono i commissari esterni e loro devono essere pronti scattanti preparati puliti e profumati e far vedere che i loro ragazzi non sono delle capre e qualcosa hanno fatto anche se il programma di matematica non era finito ma la prof ha scritto tutto anche le cose che non avevamo fatto e che per fortuna non ci hanno chiesto, ricordo di aver pensato che non li avrei visti più, ricordo che è stata una sensazione strana, un sollievo non del tutto gioioso. 
Ma rieccoci di nuovo qua, anni dopo (pensa un po’ come passano veloce), la sera procede, procederà oltre, ingranaggi ridicoli, pedine ridicole, stiamo giocando e tu non ci sei, ti cerco e tu non ci sei, dovrei impegnarmi di più, dovrei inseguire i sogni con più entusiasmo mentre guarda, basta una giornata no a buttarmi a terra, dopo tutta la fatica per arrivare qui, proprio tu, proprio io, la stanza fluttua nel nulla, quando ho strappato dai muri fotografie e poster del passato mi son sentita meglio, il muro sotto era più bianco e foto e fogli e poster hanno lasciato un’ombra, stencil grigiastri, quadri vuoti, si è anche staccato un po’ di intonaco e il muro sotto era blu scuro, qualcun altro evidentemente stava nella mia stanza prima di me e il bianco non gli piaceva, chissà che tavolo aveva, chissà che cosa faceva, chissà se guardava dalla finestra come me e chissà se gli sarà mai esplosa una valigia nella stanza sparpagliando vestiti ricordi sensazioni racconti in ogni angolo. Ma su questo nessuno saprà mai la verità, e poi forse questo genere di cose succedono solo a me.

Saturday, June 6

basta



Basta con le assurdità. Le cose invecchiano troppo presto. Anche noi siamo francamente ridicoli.

Ero stata ad aspettarti e sei fuggita. Che modi strambi.

Ce la farò, a non uccidere qualcuno nei prossimi giorni e tempi? Ce la farò, a confessare la verità e gettare tutti nello scompiglio? Eppure è quasi bello guardarvi dormire, quasi mi dispiace turbare il vostro sonno; ma la mia esistenza esige ordine, le cose irrisolte che stanno da qualche parte hanno bisogno di essere spostate, stanno nel mezzo, sono fuoriposto come un divano incastrato in una scala, come quello di tanti anni fa che ci era sfuggito di mano. Un piccolo problema di presa, succede, avevamo tredici anni e il divano infranse la porta a vetri in fondo alle scale, ma l'albergo era abbandonato e il divano rimase lì. Allo stesso modo rimangono nel mezzo quegli eventi passati e ormai inutili a cui non pensavo da tempo e che all'improvviso saltan fuori dal buio. 

Colpa tua. No, colpa mia. Colpa di tutti e due o di non si sa chi. In ogni caso quelle cose stanno ora nel mezzo e io devo levarle. Potreste anche toglierle voi; potresti toglierti anche tu di mezzo e smetterla di ballettarmi davanti, anzi potresti dirmi la verità, potresti, ti prego di dirmi qualcosa, a voce o per lettera; ma forse, penserai tu, avrei potuto farlo io e invece non ho fatto niente.

Ma insomma si sa.

Le cose sfuggono di mano, il tempo passa, e io sono notoriamente incapace di dare svolte alla mia vita al momento giusto.

Ma tu? Tu sei davvero certo di quel che stai facendo? Qualcuno mi fermi perché sto per esplodere.

Un merlo zampetta nel prato davanti a me. Come fa a sapere che là sotto c'è un verme? Come diavolo fa a non sbagliare? Perché non sono stata programmata così bene come un merlo, in modo da sapere sempre esattamente cosa fare? Eccolo che becca il prato con inaudita violenza. La cena è servita. Ammazza senza particolare fretta un maggiolino. Lui alza le zampe in aria come per arrendersi, il cielo è blu, rondini gridano come pazze, temperatura 16 gradi, ultimi istanti di una piccola vita nella calma sera di maggio.

Sbrighiamoci a tirar fuori la verità, perché io sto degenerando.

Crack. Il maggiolino trafitto è portato via in volo, nella sera tiepida. Terminerà la sua agonia altrove. Altri rumori? Cip cip. Uccellini che cenano attraversando nuvolette di insetti. Ognuno ha il suo compito, ognuno la sua funzione, ognuno la sua meravigliosa e splendente casella in cui rientrare ed essere così cittadino del mondo a tutti gli effetti. Una sera di maggio fatta di categorie.

Anche le lumache staranno strisciando fuori da sotto i sassi, e nell'umidità della notte andranno verso l'insalatina tenera, ma tu KK non ce l'hai fatta a farla fuori quella sera in cui hai incrociato il suo piccolo sguardo fatto di antennine mobili. Lei ti guardava come stupita, in attesa, allora hai sentito l'essenza del tuo potere verso di lei e poi l'hai visto propagarsi al resto del mondo di cui secondo la legge del più forte puoi disporre, formiche, lucertole, animaletti vari che potrebbero cadere nelle tue mani ed essere facilmente e senza apparente colpa eliminati; ed eccola l'essenza del potere e della violenza, quella che sta dietro alla cattiveria dei bambini, ma mentre pensavi tutto questo la lumachina ti osservava attenta, interessata, infinitamente ingenua e innocente, stava protesa fuori dal guscio e da te si aspettava qualcosa, e tu eri così debole quella sera, così sconvolta da tutto, ci mancava solo un esserino morbido e viscido e senza colpa. L'hai afferrata delicatamente e lanciata nella siepe della vicina, sperando così di lasciare aperto il suo destino, evitando così di fare scelte scomode, che già ce ne sono tante, e la sera è così stanca, maggio è così pieno di possibilità, i km di oggi non sono stati abbastanza per spegnermi il cervello, ho ancora energie, nella notte ti vorrei cercare, nella notte vorrei farti mio, nella notte vorrei che le cose fossero semplici, non vorrei davvero far male a nessuno ma la verità non può restare senza conseguenze, vorrei delle risposte ma non ho il coraggio di domandare, ed è tutto assurdo, senza quelle risposte in effetti nulla mi interessa, se mi distruggo di fatica è solo perché l'assenza di risposte sia più gestibile e meno dolorosa, se cerco di stancarmi e di esaurire le forze è solo per non pensare a come sarebbe se, perché quando lo penso è finita, la felicità possibile è troppo luminosa e accecante, tutto il resto è a confronto inutile attesa annoiata, vita senza particolare senso. In questi casi sarebbe utile essere invisibile. O essere un animaletto che vaga nella sera, programmato per fare il suo dovere e nient'altro, in attesa che qualcuno più forte e più potente dia una svolta alla sua piccola esistenza. Una svolta qualunque.

Sunday, April 20

frattura



Improvvisamente non mi importa più di nulla. Non mi sento più in bisogno.
Chiamerò questo momento frattura. Per una volta uscire a far due passi in mezzo alla gente ha avuto un che di catartico.


KK fendeva la folla come un’imbarcazione sul mare. Le persone erano così lente, e così indecise, eppure così tranquille e sicure di essere pienamente nel giusto. Sono tutti con qualcuno, hanno tutti qualcuno su cui distribuire le loro attenzioni ed essere così meno soggetti agli sguardi altrui.
Ma una tranquillità del tutto inaspettata ha afferrato KK. Cammina in mezzo alla gente ma in realtà è stesa sul pelo dell’acqua, sul mare blu del mezzogiorno estivo. Osserva il cielo senza bisogno di pensare a niente. Spesso le sere d’estate le fanno il medesimo effetto. Spesso le sere in cui il vento gonfia il cielo di nuvole nere la rendono al contempo inquieta e sicura di sé, si offrono a lei come doni improvvisi e gratuiti, da cui attingere a piene mani.
KK fende come una lama la gente che cammina ignara, bambini, sorrisi di circostanza, auguri di buona pasqua, intanto il macello si è già consumato nel silenzio dei giorni passati ma qui non è giunto alcun grido.
Come siete vestiti bene, pensa KK. Com’è bello essere soli, in questo momento di osservazione. Le cose non sarebbero mai le stesse, l’occhio di KK non sarebbe lo stesso se con lei vi fosse qualcuno. Per la verità, e paradossalmente, è tutto il giorno che vorrebbe tanto essere con qualcuno, ma a sera finalmente un certo equilibrio si è ristabilito.
L’esistenza si materializza in un fiume di esseri umani che passeggiano lenti come fossero portati dalla corrente. Sono loro stessi un fiume, e KK si fa da loro trasportare, si abbandona al flusso, si guarda intorno, cerca appigli di senso nei volti, nelle case, nelle vetrine; quanta gente alla gastronomia, quanta gente nel negozio di intimo, quanti bambini che sembrano gli unici in grado di sfuggire al corso del fiume, vanno a zig-zag, fanno deviazioni improbabili, che KK osserva rapita; una bimba piccolissima si blocca in mezzo al flusso rischiando di far inciampare quelli che vanno diritti, che la schivano con un sorriso bonario, sono bambini pensano in silenzio, ma la piccola si guarda attorno trionfante, lei non è più nel flusso, lei è un ciottolo immobile in mezzo all’acqua che scorre, KK vede bene che davanti a sé si è manifestato un certo tipo di libertà difficilmente comprensibile e definibile, e che le dà un attimo di smarrimento. Ma poi tutto riprende normalmente, la bimba è riposizionata sulla retta via da un adulto, KK contempla la sua visione ma un attimo dopo ve n’è un’altra che attira la sua attenzione, ed è un’altra bambina, più grande, un bel viso tondo con occhi azzurri e capelli angelici, dice qualcosa, si guarda intorno altezzosa, ed allora KK vede chiaramente quella vita come sarà nel futuro, perfetta, senza fratture, unita e trionfante come un giorno di sole, limpida e facile come tutte le vite delle belle ragazze bionde occhi azzurri. Un profondo senso di impotenza prende KK, un profondo senso di irrimediabile diversità e lontananza da quel mondo prende KK alla visione di queste promesse di felicità; ma poi torna in sé, torna un poco più razionale, dice tra sé ma non vedi che stai dipingendo vite ideali? Cerca lucidità mentre la voce la rimprovera non vedi che inventi cose che non esistono per fare un confronto e stare male?



Ma perché crucciarsi? Perché farsi rovinare ore e giorni da nient’altro che pensieri arbitrari?
KK sente la vita andarsene, sente in modo chiaro e inconfutabile l’inutilità dell’esistenza che ora le scorre davanti e che fino a poco fa la tirava da una parte all’altra, e faceva di lei ciò che voleva. Sente i significati scivolar via da cose, persone, fatti accaduti, la sente sciogliersi come una glassa dolciastra, che se ne va lasciando il mondo degli eventi nudo e finalmente senza senso e determinazione, e lasciando KK piacevolmente tranquilla, libera da quel terribile senso di necessità apocalittica che ogni attimo si portava dietro.
KK è scossa da brividi ora, cammina e deve avere in faccia un sorriso ebete, cammina cammina ma nulla ha più senso, e KK è da questo sollevata, è improvvisamente più leggera, KK è una piuma che fluttua oltre le cose e le parole di questa via affollata, oltre ogni cosa del mondo che prima di questo istante perfetto reclamava a gran voce la sua attenzione, ogni cosa ogni gesto e ogni ricordo voleva la sua testa, ghignava alle sue spalle, voleva prender la rincorsa e buttarla a terra; ma ora no, più niente tocca la mente libera di KK, la brezza della sera è così ambigua, sa di fiori e di legna bruciata, è primavera e inverno contemporaneamente, KK non capisce verso quale stagione stiamo andando, ogni cosa ora è semplice e trasparente, KK cammina e le gambe la portano nei luoghi più disparati, la portano là dove tutto sembrava perfetto, la portano nella piazza di sera con poche macchine dove siete stati a guardarvi e sorridere e volevate entrambi la stessa cosa, e poi un tira e molla infinito, e poi siete scappati senza dir niente a nessuno, e lui ti ha detto potremmo andar via senza dir niente a nessuno e tu ha sorriso e la notte era perfetta, la sua pelle era salata, la luna vi guardava con un sorriso triste; ma nemmeno questo ora ha più un peso come l’aveva un attimo fa, come l’aveva solo ieri quando KK pensava non ci fosse via d’uscita per liberarsi da questo desiderio, dalla maledetta voglia di vederti, voglia di avere qualcuno da aspettare, ma niente, tutto tornerà di nuovo al punto di partenza, accadrà forse stasera, domani, chissà, ma KK è così inquieta, KK sente che il tempo è fatto di gocce che non sono per noi infinite, KK sa che la disinvoltura con cui lasciamo passare i giorni cela una cattiva infinità, perché il tempo che ci rimane è perfettamente calcolabile, KK ora ride alla grande rotolandosi nella sabbia di una clessidra immensa, ma stasera no, stasera è a sé, stasera il fiume delle persone che esistono ignare, e ignare si trascinano, ha svelato il suo volto a KK, ha gettato la maschera.
KK fluttua nella via, oltre la via, oltre la sera d’aprile che ora non è più triste e solitaria ma è solo una sera d’aprile in cui alberi e foglie nuove, sassolini e rametti, e neve là in alto, stanno nell’esistenza, stanno gettati nel mondo esattamente come KK, che al momento non ha nulla di diverso da un sasso o un filo d’erba, perché per pochi minuti, forse qualche ora, la crepa si è richiusa, KK non sente la distanza dalle cose, dalle persone, da quello che vorrebbe eppure non è qui; ora la consapevolezza come musica entra in lei, la musica è vibrazione fisica che entra nella cassa toracica e scuote il corpo inutile di KK, lei sorride, i tuoi occhi volteggiano ancora una volta nella sua testa ma l’apocalisse è rimandata, ogni cosa stasera è semplicemente superflua. Ogni illusione è caduta. KK cammina su un filo, giace sull’acqua guardando tranquillamente il cielo, esiste e nient’altro.

Saturday, April 19

semplice



Una sera di aprile, il vento ha pulito il cielo che ora è alto e perfetto, indefinito finché non compare la prima stella ancora immersa nell'azzurro.
Una sera di aprile, chissà quante altre ce ne sono state prima di questa, chissà quante esattamente uguali a questa, silenziose, con il mondo appena nato e tutto un cinguettare di uccelli prima della notte.
Così tante sere come questa eppure questa è nuova. Anche la brezza è nuova eppure c'è sempre stata.
Che senso ha il nuovo? Il giorno e la notte, e le ore, e le sere come questa non sono altro che il modo, per altro intelligente, con cui è stato organizzato il tempo del mondo.
Quando abbiamo potuto guardarci da fuori, quando dal satellite abbiamo scorto la Terra fluttuare ridicola e insensata nel nero infinito, solo allora è stato chiaro come il tempo sia una pura invenzione, un modo per mettere ordine, e giustamente, nel caos di un flusso che è in fin dei conti sempre uguale.
Mettere ordine è la prima cosa da fare, non è vero KK? Lo fai anche tu, in continuazione. Osservi questa sera di aprile e ti perdi a pensare a tutte le sere d'aprile prima di questa, tenti di contarle come si fa con le pecorelle per prendere sonno; ma tu non vuoi prender sonno, non è vero KK? Tu vuoi svegliarti, alzarti, vivere, uscire sempre di nuovo dalle trappole in cui da sola ti cacci, scappare sempre di nuovo dalla sensazione di essere rinchiusa in qualcosa che non vuoi. Correr via ancora e ancora in perenne ricerca.
KK mette ordine, ed ecco il risultato.
È iniziato così. Lo hai visto, lo hai guardato; la prima volta hai sentito come una voce ma non ci hai dato peso; l'hai studiato ancora; poi è successo qualcosa, ma nessuno può dire quando esattamente; allora qualcosa in te voleva andare oltre, qualcosa in lui si faceva insopportabile come un coltello nel fianco; hai cominciato a cercarlo; cercavi anche solo quel coltello; stargli di fianco e sorridere, cercare nei suoi occhi risposte, trovare nei vostri gesti complicità, ritrovarsi con le mani a giocare, non vedersi per tanto e soffrire come non mai, assurdo, assurdo, non credi KK?
E poi? Pensavi che sarebbe stato diverso, se fosse successo qualcosa invece che nulla? Quanto tempo sei stata a pensare alla tua rinuncia credendola irreparabile, e quanto tempo ora pensi a quel che è stato e invece di essere tranquilla ugualmente soffri e ugualmente non capisci come mai?
Una sera di aprile neanche fosse la fine del mondo. E invece è tutto così semplice. È tutto così incredibilmente semplice KK, se solo tu riuscissi a vederlo con gli occhi di ghiaccio di chi non muore mai. Se riuscissi a rileggere la tua esistenza fin qui alla luce di quel che è successo, di quel che hai imparato soffrendo e rinascendo ogni volta ad una vita nuova.
Devi compiere l'azione e sopportarla, e sedere in alto sul tuo trono, e guardare all'oggi e al domani come quelli che non muoiono mai.

L'aria è tiepida ora, ma KK è scossa da brividi. Ci sono profumi che innescano ricordi potenti e indecifrabili, immagini di una felicità pura com'è solo quella dell'infanzia. KK è di nuovo da un'altra parte, profumo di fiori, profumo di glicine, i giardini di bologna, o forse in toscana, il sole che muore su un muro a secco nella sera d'estate, il muro è tiepido, l'erba intorno si muove piano, grilli nei prati, qualcuno in casa ride, ma le voci arrivano indistinte, è una meravigliosa musica indistinta che non tornerà mai più, la risata del nonno, sembra lontana ma è solo a pochi passi, è al sicuro, il nonno e le zie e tutti sono al sicuro, hanno finito di mangiare e ora siedono nella sera d'estate, tutta la vita di KK racchiusa in una bolla di felicità, l'unica possibile, l'unica sicura, l'unica che per un attimo è davvero senza tempo, KK immersa nei suoni e nei profumi delle sera fa esperienza di una libertà che non tornerà mai più e di cui si accorgerà anni e anni più tardi, sotto il cielo nero, in mezzo a un flusso insensato, mentre orione scompare lento dal cielo invernale, lento, sera dopo sera sempre più vicino all'orizzonte, lento, KK con gli occhi a fessura vorrebbe trattenerlo ma non riesce, ogni cosa è quasi ferma ora, ogni cosa ritorna, è di nuovo una sera di aprile, KK riapre gli occhi umidi, la visione è già fuggita. Una sera di aprile, ogni cosa scappa dalle mani; ma le braccia rimangono tese ad aspettare.

Friday, October 4

venerdì sera

Vorrei dire qualcosa, dirlo al mondo, ma in un venerdì sera di feste e birra chi vuoi che stia a sentire le parole scomposte di KK? 
Non le ascolterei nemmeno io, se solo potessi stare dall’altra parte. 
Le rare volte che ci sto, sono spezzata in due. Quando tutto sembra perfettamente ricomposto, KK si sente tranquilla. Ma dura un attimo, ed è raggiungibile solo inondando il corpo di endorfina chimica. KK non sente e non vede la crepa, la frattura che è in lei così fastidiosa. Essa è tanto più odiosa quanto pare assente negli altri. Ma cosa ne sa KK, in effetti? La vita degli altri è solitamente un enigma. Forse, molto probabilmente, la vita degli altri è molto simile a quella di KK. Ma no, quella maledetta crepa non c’è. In loro non ve n’è traccia. Se no non sarebbero tutti così sguaiati. Avrebbero un po’ di rispetto, per chi nella crepa ci vive e, a volte, ci resta secco. Siamo tutti spezzati, ma nessuno vuole davvero ammetterlo. 
Al contrario, KK è maledettamente riflessiva e non vede la stessa attitudine negli altri.

Quando KK si accorse di questo, un giorno lontanissimo, preistorico, del liceo, fu assalita anche da un pensiero autodistruttivo. Chiuse gli occhi e pensò forte forte a come avrebbe voluto nascere dall’altra parte. Loro, i suoi compagni, erano così perfetti. Inconsapevoli della crepa e di tutte le sue conseguenze. Naturalmente era apparenza. Naturalmente quel ridere e quell’emettere sentenze e quello sbaciucchiarsi e dirsi amore tesoro sei stupenda erano una copertura. Dentro loro soffrivano, forse, ma se ne stavano zitti. Ora KK può deriderli, per quella loro pochezza adolescenziale. KK si lasciava così sconvolgere dalle cose e dalla realtà, da scrivere come una pazza, nell’ora di religione, invocazioni e racconti a proposito di criceti su una ruota, che volevano rappresentare gli alunni a scuola. 
Lei li odiava, tuttavia avrebbe tanto voluto essere come loro. Gli altri apparivano isole di perfezione in mezzo al caos dell’adolescenza. Tutto in loro era falso. Allora KK non poteva capire il profondo senso filosofico della loro falsità. La parola falsità era anzi usata a scuola, spesso dagli stessi falsi, per definire chi stava loro antipatico o non si comportava secondo il loro codice. Ma loro incarnavano davvero, nel vestirsi, nel parlare, nei rapporti con gli altri, il grado più potente del Falso. Avanzavano per i corridoi a grandi falcate, decisi, sicuri di sé, e senza degnarti di uno sguardo. Potevi sentire le risate alle tue spalle. A volte ti sbagliavi, quelle risatine non erano per te. Ma a volte si diventa paranoici. La loro sicurezza si nutriva di un saldo quanto effimero controllo sul mondo circostante, fatto da cose, persone, e ambiente in generale. I loro gesti e le loro mosse si adattavano perfettamente all’ambiente e alla situazione. Condividevano con gli altri il modo di chiamare le cose. Condividevano con gli altri il modo di rapportarsi al mondo. KK rimase subito affascinata da questa capacità di adattamento, giudicandola comunque qualcosa di elementare e non particolarmente lodevole. Del resto di comportarsi come gli altri, di essere uno uguale all’altro, sono capaci tutti. KK tentò anche, per un certo tempo, di vedere se un dialogo fosse possibile, con l’altra parte. Le volte in cui dette fiducia, rimase delusa. Allora cercò alleati. Tra quelli che stavano sulla sua stessa barca, ognuno aveva sviluppato modi diversi e fantasiosi per sfuggire all’indifferenza e alle angherie. 
L’importante è identificarsi. Se quelli non sanno cosa sei, non riescono a incasellarti, sei fottuto. 
Se sei indeterminato generi antipatia solo a guardarti. Così c’era chi si rivolgeva al punk. Altri rimanevano orribilmente anonimi. Questi venivano eliminati per primi. Si autoeliminavano. 
Molti lasciarono la scuola proprio in questo modo. KK vedeva la loro sofferenza ma non poteva far nulla. KK ci mise un po’ a ottenere una posizione decente, a entrare in una casella in modo che gli altri smettessero finalmente di chiedersi cosa fosse e smettessero di disturbarla. Tuttora KK non ha idea di quale fosse quella casella e di cosa pensassero gli altri di lei. KK era probabilmente un enigma. A tratti se ne usciva con cose geniali che lasciavano gli altri interdetti. Chissà se avrà acceso in loro una luce, per dire che non è tutto qua. In ogni caso, da quella posizione sconosciuta, KK potè osservare da vicino la nascita e lo sviluppo di quel falso che nella vita adulta causa la stupidità e il danneggiamento del mondo e della vita umana. 
 E KK non ha paura di essere troppo apocalittica dicendo questo. 
I germi dell’odio e della crudeltà di cui l’uomo è capace sono vivi più che mai, in una classe di liceo. 
Il disprezzo che grondava dai commenti alle parole dei prof, dalle risposte stizzite e irrispettose che KK sente ancora risuonare nelle orecchie, era lì, in bella vista nella sua semplicità disarmante. Il candore con cui gli altri rispondevano male ai prof era qualcosa di incredibile. Un giorno la supplente della Giovanelli, che non aveva molti anni più di noi e che tradiva il nervosismo attorcigliando le mani tra loro mentre spiegava, rischiò di scoppiare a piangere. Quegli stronzi l’avevano distrutta psicologicamente. Lei ingoiò le lacrime a fatica. Lei era alla cattedra, ma loro l’avevano trascinata con le parole e gli sguardi e le risatine, tra i banchi, e lei era di nuovo una ragazzina al liceo, angherie che si ripetono ancora e ancora anche dopo che ti sei preso una laurea, un dottorato e hai vinto un concorso. Guardandola senza poter fare niente, KK capì che gli altri e le loro parole subdole, i loro sorrisi di scherno, erano impossibili da fermare. Non c’erano leggi scritte, leggi della scuola, che impedissero a loro di farti stare male anche senza bisogno di parlarti direttamente. 
La supplente infatti non punì nessuno. Piangeva per la sua impotenza, perché contro la pura cattiveria silenziosa non si può far nulla. E anche perché nella classe come nella folla, non c’è nessun colpevole. Risatine continue risuonano tra i banchi, ma chi può dire che sono per te? 


Thursday, January 5

egoismo indù


Ordunque eccoci! Scopro ora che quel faticoso affannarsi, per tenere unito il mio e nostro IO sfuggente, per nasconderne le crepe, era illusione. Quell'io, quel me, quel noi, intorno a cui tanto fatichiamo e costruiamo, il sanatana dharma l'ha infine chiamato col suo nome: ahamkara, egoismo. Quante cose si scoprono pur senza chiederle. Oh, ma ora la cosa non deve toccarci più di tanto. È ormai impossibile, dove ora sono molti, vedere uno. E poi è cosi da asociali. È tempo di feste e pranzi, tempo in cui mettere in dubbio assunti fondanti genera grasse risate e pacche sulle spalle, il modo per dire che se anche c'è qualcosa di non chiaro, si sta tanto bene ora qui, la casa è calda e il mangiare fumante, e le domande semplicemente non hanno senso. È cosi facile e inevitabile distrarsi sempre! È altresi inutile voler fare i naif, perché distrarsi è probabilmente la nostra salvezza da una pazzia certa. Quando le luci si spengono, la casa è deserta, il frigo vuoto, quando tutti se ne sono andati e la festa è finita, sapremo come davvero stanno le cose. Sapremo, sarà un'intuizione potente e improvvisa, che non possiamo vivere nel gioco, non noi. Scoprendo ciò che ci è precluso, avvertiremo la nostra diversità dall'assoluta libertà di dio. Il gioco meraviiglioso ed eterno non è per noi, e segna la frattura irrimediabile, la ferita di quel giorno lontano in cui dio ci scacciò, ci separò da lui per mandarci al mondo.

Tuesday, November 29

"Stop alle Telefonate!"



"Ma è chiaro! È chiaro! Il salume di Milano è il SALAME!" (annuncio della tv alle ore 12)

* * *

Non si può essere subissati di deliranti parole a ogni santa ora del giorno. Qualcuno metta un freno a questa situazione. Intanto non riesco neanche più a prendere appunti in modo decente perché il demone mi assale mentre scrivo di storia medievale e il risultato è che trovate invocazioni, insulti, digressioni metafisiche, nel bel mezzo della vita di Federico II. Poco male comunque. Ora tipi scolpiti mi ronzano attorno. Senza intenzioni bellicose o d'accoppiamento, s'intende. Io sono euforica e confusa, innamorata di varie cose a giorni alterni; inoltre tra una settimana il medioevo dovrebbe essere il mio campo di eccellenza ma per ora non è così. Davanti a me gente in pantaloncini si agita sui tappeti. Nelle orecchie i Muse, compagni della mia vita nei momenti difficili. Che bello. Ora mi è pure arrivato un messaggio.

Spogliatoio. Donne di mezz'età, nude come mamma le ha fatte cinquant'anni orsono, zampettano davanti a me con flaconi vari tra le mani. Alcune si passano energicamente la crema sulle cosce facendole muovere in modo innaturale e a tratti osceno. Io non mi scompongo, mentre loro, ignude e rosa, alcune marroncino spento, vagano sciabattando tra le docce e gli armadietti. Non mi scompongo, anche se tento in tutti i modi di non guardarle, non mi scompongo nonostante loro facciano tutto come se fossero vestite e anzi sembra che gli piaccia proprio, stare ignude tra donne. Un revival femminista anni 70, e in effetti facendo due calcoli di età i conti tornano. Tuttavia quelle tra loro un po' più cadenti e non proprio in formissima tendono a essere più pudiche; le altre invece svolazzano, alzano le gambe i posizioni terrificanti per arrivare con la suddetta crema in luoghi normalmente irraggiungibili. Poi, così come sono, prendono a parlare di cene, di figli, di irritazioni vaginali o dell'infezione alle vie urinarie della figlia. Ignude e felici annuiscono vigorosamente, ridono sguaiate, e però non c'è traccia di autentica felicità; quel riso appare piuttosto come un attimo di distrazione in mezzo a un mondo freddo e triste e, soprattutto, vestito. Qui si può stare nude, che diamine! Non è meraviglioso?
Come vanno i collant? Sei dimagrita? Ma no, tu sei sempre stata uno scricciolo! Oddio, dove ho messo le mutande? Ahah eccole!
Non è meraviglioso dopo cinquant'anni di vergogna e pudicizia, liberarsi finalmente di questi fastidiosi veli? Non è meraviglioso e liberatorio, tornare alla verità? Finalmente non siamo più bimbette spaventate, abbiamo avuto mariti, figli, figlie, adolescenze delle figlie, periodo punkabbestia dei figli, abbiamo navigato in acque tempestose, ma ora siamo qui, dopo anni che tutto sommato non sono neanche tanti (insomma Brahma vive 25.920.000.000 volte 12mila anni!), trovarsi qui è un attimo! Chi l'avrebbe mai detto? Ci avresti mai pensato, in quel lontano primo giorno di liceo, con davanti a te orribili anni di scoperte a volte oscene, di ingiurie tra compagni, di iniziazioni alle pratiche più varie; te l'immaginavi, un giorno di tanti anni dopo, di trovarti in questo spogliatoio con tue coetanee, a girare nuda e parlare di figli, creme antirughe, infezioni vaginali, senza remore nè problemi, in tranquillità e gioia, come una venere nuda nell'olimpo, come la felicità libera da legami dei paradisi indù?
Vorrei domandarlo, alle signore abbronzate e palestrate che continuano imperterrito a starmi davanti con tette, chiappe e triangolini un po' sbiaditi. Insomma gli anni passano per tutti. Sono signore veramente in forma. Tutta la crema che ora si scambiano deve pure aver avuto qualche effetto. Dovrei cominciare anch'io a metterla fin da ora. Dio, anch'io voglio girare nuda come loro un giorno. Libera e felice a disquisire del ripieno delle lasagne (vegetali e light, perdio!) e della vita sessuale delle mie figlie. Libera e felice, dannazione. Non dev’essere così difficile.




Saturday, July 9

Oggi





Oggi è stata dura, per KK. Ha guardato con gli occhi socchiusi verso il sole, e tutto era giallo e bianco.
Ha cercato un varco tra i corpi caldi, e la massa rosa si muoveva come se il mondo stesse per finire. Sembrava che di sottofondo ci fosse una musica ipnotica che tutti ballavano, compresi i bambini ignari del casino impegnati con la sabbia, e compresi i maschi oliati e marroni nel loro costumino bianco di calvin klein.
È stata dura, non è vero KK? Improvvisamente sembrava che tutta quella carne potesse fare qualcosa, potesse venire verso di te, e sembrava di non poterla arginare. È tanta, è debordante, una signora emette una risata profondissima e terribile facendo ondeggiare il suo enorme corpo, dove il costume si appoggia largo e slabbrato, ma tutto questo alla signora e agli altri non importa granchè. KK rallenta il passo, sembra ipnotizzata, qualcosa nel suo IO le si rivolta contro, fa spostare il suo sguardo verso il mare agitato alla sua destra, dove la carne si disperde in modo abbastanza regolare, e proporzionale alla distanza dalla riva, e qualcosa in KK le fa osservare le onde libere che stanno lontano, le onde libere e blu dove tutta quella carne non si avvicinerà mai.
KK, dopo aver sentito e registrato una intuizione riguardante la contingenza, l’imprevedibilità, e l’irrequietezza della natura umana che non può stare in nessuna legge fissa, schiva altra carne pericolosa e qualche manichino oliato e va verso l’acqua.
È calda e bassa e marroncina. Vicino alla riva c’è stato uno sconvolgimento di sabbia dovuta alle onde, ai bambini e alle alghe. KK non si cura di tutto ciò e avanza stoicamente fissando lo sguardo là dove le onde sono verde, azzurro e poi blu scuro, e non c’è traccia di esseri rosa. KK si fa strada e, dovrà confessare a se stessa, non senza fatica supera vari personaggi esagitati e ridenti, ignari, attorno a cui delle femmine fanno finta di avere freddo e di non volersi bagnare e fanno altre moine tipiche della femmina attorno al maschio. Il maschio dal canto suo non può che essere lusingato da tutte quelle scene rituali e perfettamente rispondenti a quel modello genetico-biologico ormai scritto da secoli. Il modello genetico non tradisce mai. KK passa questa scena vagamente darwiniano-freudiana in modo impassibile, lo sguardo fisso nel blu finalmente libero appena oltre. Là niente di quello che accade qui in mezzo alla carne rosa avrà più senso, pensa KK. Ci sono altre regole, là.
Non senza un poco di orrore KK deve farsi strada nell’acqua tiepida ancora orribilmente marrone e densa di sabbia, e non senza orrore schiva una cosa gialla che poteva essere una medusa o un’alga. Ma stranamente KK non si agita e non fugge, si limita a cambiare leggermente strada, deviazione che la obbliga a passare in mezzo ad altri esseri rosa e marroni che giocano con una palla. Poco dopo KK è finalmente arrivata in un punto dove sembra possibile nuotare. La testa sottacqua significa silenzio, per KK. L’acqua scorre, è ancora sabbiosa, sembra di stare nella nebbia, attraverso cui KK guarda con gli occhi spalancati, guarda e all’improvviso le appare davanti, sul fondo, un ferro arrugginito, immobile nella corrente, coperto di alghe, KK estasiata e un pelo spaventata lo osserva scomparire così com’era arrivato, e prosegue. L’acqua ora migliora, è gialla, poi più chiara, poi diventa leggera e si vede chiaramente il fondo ondulato, e qualche pesciolino solitario. KK tira fuori la testa dal silenzio e rumori di spiaggia le arrivano alle orecchie per poi cessare non appena torna sotto. Questo gioco la prende non poco, e ora KK si diverte a fare capriole e ad ascoltare il vuoto che c’è sott’acqua finchè non sta per soffocare e allora si lancia in alto, e tutto il casino della spiaggia ritorna a farsi sentire a tutto volume. KK continua questa cosa, e le sembra di stare a sentire i suoni come da uno stereo rotto. KK alza la testa e davanti a lei un mare di onde blu scuro, grandi, la sollevano e la riportano giù, e KK cerca di fissare un punto nel blu per avere un riferimento ma prontamente il punto e il riferimento e ogni cosa vengono inghiottiti da un’altra onda, e KK sta così, si fa buttare in alto, si gira su se stessa e guarda il cielo, che è fermo, e sente i rumori lontani, le risa, e poi improvvisamente si ricorda che, dannazione, anche lei ha una vita, giusto?
Allora improvvisamente prova antipatia per quelle risa, e poi l’acqua è pulita ma ancora tremendamente calda, i corpi rosa laggiù l’hanno scaldata, eppure ci sarà dell’acqua nuova, dell’acqua ancora di nuovo fresca da qualche parte qui attorno, giusto?
Allora KK sente tutto quel caldo appiccicato addosso e dà qualche bracciata rabbiosa verso il largo, dove delle onde più alte del solito fanno la spuma, ma niente, tutto è troppo caldo. KK allora osserva il fondo, verde chiaro, e si lancia verso di esso, e là sotto il mondo è nuovo, è fresco, l’acqua è meravigliosamente fredda, e KK si lascia cullare nel vuoto ovattato. Poi si gira sulla schiena e in alto sopra di lei, lontano, sta lo specchio dell’acqua dove il cielo chiaro si riflette come su un telo argentato, e appena sotto KK può vedere lo strato di acqua calda dove era intrappolata, lo vede lontano, vagamente giallino, opaco, ma ora ogni cosa è fresca qui sotto; ma non può durare per sempre. KK torna su con uno scatto che le fa un gran male alle orecchie e sbuca nuovamente in mezzo alle onde. Lancia uno sguardo alla riva brulicante di esserini impegnati in varie attività, e che producono un sottofondo costante, ma già le onde si intromettono e KK non vede altro che blu, e quelle grandi masse d’acqua hanno un colore così blu che KK non si stanca di guardarle e le sembra di essere nella pubblicità del tonno pinne gialle, e se un branco di tonni le passasse di fianco non sarebbe né sorpresa né spaventata.

Monday, March 28

I bambini e noi (tristezza inspiegabile e tardiva in una domenica di febbraio)



Oggi era una giornata splendente ma tutto, tutto era intriso di odio.
Ogni cosa e' pervasa dalla rabbia, che ha dentro paura, terrore, buio, dolore.
I bambini ridono, corrono in giro.
Hanno un sacco di cose da scoprire e poche cose da pensare.
Io oggi sono come i vecchi. A invidiare i bambini e le loro corse e i loro giochi, come se fossero lontanissimi lussi ormai inconcepibili. Sono come i vecchi. Le voci delle cose passate mi chiamano. Le voci dei morti mi circondano.
Le cose che succedono senza motivo mi suggeriscono che e' meglio stare attenti a non farsi ulteriormente male.
Ad accettare quel che si ha e non volere nient'altro di più'. Le voci pervadono ogni cosa, anche la più' bella. Quelle indifferenti le rendono peggio di quanto non siano.
Il futuro, le cose a venire, non hanno un andamento preciso. Quello che mi scorre in testa non ha un andamento preciso.
Dentro di me ogni cosa sente le voci, ogni cosa e' la', rotta, non funziona più'. Sono come i vecchi. Sento che le mie azioni perdono senso.
Succedono cose. Oggi e' stata una giornata splendente per i bambini; per loro non e' stato necessario farsi troppe domande; corrono, vanno, ridono, ogni cosa e' nuova e ogni cosa e' per sempre. Noi viviamo di convenzioni.
Viviamo di cose inventate.
Convenevoli, ruoli.
Oggi ci ho messo mezzora a capire come comunicare qualcosa che somigliasse a un po' di simpatia in un gruppo di miei simili. Sembrava di parlare un'altra lingua. Sembrava di essere stranieri. Ci ho messo mezzora per capire che l'unico modo per non sembrare stupidi era stare zitti, o andarsene con una scusa. E che quello era il massimo concesso dalle regole a cui tutti si e' convenuto di sottoporsi. Le stesse regole rendono a volte impossibile dire qualcosa di sensato senza esser presi per scemi; rendono impossibile dire quello che si vuole dire, semplicemente.
Cosi' oggi ho voluto (o forse l'ho inventato) che fosse una giornata senza luce. Senza occhi e senza entusiasmo. Dietro al cielo blu, qui e ora, buio completo. La neve e' abbagliante sotto il sole tiepido eppure la neve ha ucciso. Tutto qui e' meraviglioso ma io sento i morti urlare. Non c'e' ragione perché questo succeda. Non dovrei vedere in questo modo le cose. So esattamente come le cose andrebbero prese, e affrontate. Ma nessuno ora e' felice; niente in questo momento e' giusto.

Cosi' ora sono immobile. Sono appena tornata a casa. Ho pranzato con qualche fetta di torta, ora ho la nausea.
Fuori e' ancora chiaro ma io non ce l'ho fatta a dare un senso a questa giornata. I bambini da qualche parte ancora giocano.
Ricordo delle domeniche ovattate di un sacco di anni fa. Si andava a fare la gara e poi il pomeriggio a sciare era infinito; c'erano le torte, e quella felicita' strana di quando hai fatto la tua gara e la tensione si sciogle e c'e' tutto il pomeriggio per divertirsi, stare tranquilli al sole, giocare nella neve. Vedo tutto questo come dietro a un vetro. E' sempre più' opaco, sempre più' lontano. Se ne va.
Oggi e' stato come quando una goccia di inchiostro cade nell'acqua, si spande con un guizzo e lentamente invade tutto, e tutto diventa un po' più' blu. Perché e' tutto cosi' faticoso?
Eppure, da qualche parte in questo momento, i bambini ancora giocano.

Monday, July 5

Che aria respiri oggi?


Che aria respiri oggi? Controlla l’aria della tua città e leggi le notizie verdi!

Questo è quello che mi propone la pagina iniziale di Firefox. Che aria si respira? Parliamone pure. Potremmo parlare anche di Cinture per l’estate: quali colori? Non so, scegliete pure. Queste sono le alternative. Io sono qui, e ho tante, mille alternative. Non nel passato, ma ora. Ora che batto sui tasti, con in testa una serie di cose che mi fanno rabbia. Quasi tutte le cose che mi vengono in mente mi fanno rabbia. Ora ho finito le risorse. Non so, mi sembra che tutto stia finendo, quando invece non è nemmeno iniziato un bel niente. Sento, ed è un’intuizione presente, chiarissima e dolorosa, che ci sono tante cose che mi aspettano. Che io potrei, vorrei, ma che non aspettano in eterno. Sono treni. È come abitare davanti alla stazione senza esserci mai entrati. Senti il rombo del treno, meraviglioso, che sa di cose nuove e possibili e di futuro. Ce ne sono tanti, di treni. Passano anche vicino a te. Spostano l’aria di fianco a te. Torna l’intuizione improvvisa. Non puoi farci niente.

Le offerte della settimana!

Non so che dire, delle offerte della settimana. Non riesco a convincermi a studiare. Proprio non mi interessa. Già vedo la scena. Mi sembra che ci sia sempre qualcosa che mi sfugge. E lo so che niente lo si capisce mai completamente, questo succede sempre. Ma stavolta ci sono troppi buchi. La scena me la vedo davanti semplice e chiara. Farà caldo e sarà una stupida aula grigiastra. Io scapperò con lo sguardo fuori dai finestroni. Immaginerò cose, attaccherò le mie parole, i concetti, alle cose che vedo fuori. Ad esempio una cosa come la ragione antagonista avrà la forma della scala marroncina dall’altra parte del cortile, e i mattoncini bianchi sul muro di fronte raffigureranno perfettamente il concetto di mistificazione. È sempre così. Legare i concetti che si formano in testa a delle immagini fuori, forse per maneggiarli meglio. Ma già tutto questo mi fa rabbia. Non ho nessuna voglia di niente di tutto ciò. Vorrei uscire di casa e iniziare a camminare all’infinito in una direzione, senza voltarmi indietro. Sento che niente sarà per sempre. Sento che rimpiangerò le cose di oggi che non ho vissuto a sufficienza. Già qualcosa in me mi dice che questo pensiero è una cazzata. Ma tant’è. Non penso che riuscirò a sopportare più di tanto la concentrazione.

Something is broken. Mi sembra di aver vissuto un sacco. Una sacco di tempo che ora mi appare come disposto ciclicamente. O forse come un specie di parabola. Ora io sto scendendo, nel caso non si fosse capito. Non è una constatazione volutamente pessimista, nè tristemente compiaciuta. È una constatazione, e basta. Qualcosa sta finendo. Mi sembra di essere sopravvissuta fin qui. O meglio, mi sembra che la mia vita fin qui sia stata soprattutto sopravvivenza. Tentativo continuo di non cadere. Suppongo che sia così anche per gli altri esseri umani, anche se quasi nessuno se ne accorge. Danno nomi alle cose che non vanno per illudersi che siano controllabili. Chiamano per nome le cose, le esperienze, le situazioni, e così possono staccarsi da esse, e proseguire. Nessuno vuole ammettere che viviamo nell’angoscia. Ma io sono d’accordo. Vorrei essere dalla parte di chi vive inconsapevole. L’ho sempre voluto. Vorrei dare un nome qualsiasi alle cose che accadono e andare avanti. Invece il miscuglio di cui è fatto il reale mi appare come effettivamente è, confusione e dolore senza redenzione. Eppure io sono la prima a essere ottimista rispetto alla media delle persone. Sono ottimista, in generale, nonostante tutte le stupidate che ho appena detto.

Non mi piace parlare di cazzate. Tipo che palle che piove o che palle che fa caldo oppure fa troppo freddo per essere estate eccetera. Queste cose mi snervano, veramente. Non me ne frega niente.

Ora sono le dodici e trenta. Ho sprecato un’altra mattina nella non-voglia totale. Eppure tante cose intorno a me sono invitanti. Altrettante sono amiche. Chiunque altro nella mia situazione si alzerebbe e andrebbe a farsi un giro fischiettando. Per ora, questa capacità è lontana per me. Le cose non mi sono ostili. Io sono ostile. Mi fisso sulle cose, ci penso troppo. Mi sembra che per tante non valga la pena. Mi sembra che tante siano ormai andate.

A questo punto del percorso, a questo punto della mia personale sopravvivenza, personale distrazione per non vedere le cose che nel mio mondo mi fanno rabbia, è finito qualcosa. Ho finito quel che mi permetteva di andare avanti. È una droga. Qualcosa che prendo goccia a goccia, giorno per giorno, per andare oltre le settimane e farle apparire, in un eventuale e inconscio bilancio, complessivamente accettabili. Ora questa cosa, questo farmaco, è finito. Ora vedo le cose come sono veramente. Le cose senza nessuna aggiunta per farle apparire allettanti.

Magari stiamo dormendo. Magari dormiamo e il nostro corpo è da qualche parte, scosso da spasmi, come il mio gatto ora si muove involontariamente nel sonno. Magari stiamo scappando. Magari un giorno dovremo render conto a qualcuno di questi giorni insensati. Sarà già abbastanza render conto a me stessa. Già ora mi fa sentire di merda.

Per fortuna il tempo non si ferma, nelle situazioni di merda. Siccome va avanti, c’è il cinquanta per cento di possibilità che vada meglio. Tuttavia non è il tempo a risolvere le cose. Il tempo in sè non risolve un bel niente. E’ un’invenzione umana. Anche questo è dare un nome a qualcosa per tenerlo sotto controllo. Attaccarcelo al polso per averlo sempre con noi.

A questo punto vorrei dire qualcosa di carino per concludere in bellezza, ma non mi viene in mente niente. Il mio equilibrio non si è ristabilito. Scrivere questa cazzata non è servito a niente. Temo che molto di tutto questo sia falso. Non mi fido neanche di quello che mi viene in mente, e di quello che scrivo. Per cui, no , non mi interessa sapere che aria respiro oggi. Bastano delle stupide foto su internet di gente che conosco appena perchè io mi perda completamente. Ho appoggiato la testa sul tavolo. Guardo il legno e le venature, ne seguo il disegno che sembra una strada nel deserto. La ventola del computer è un interessante rumore di sottofondo. Non ho fame. Questo è strano. Io ho sempre fame. Ora in questa strana posizione tutto sembra diverso. Voglio sollevare la testa. Voglio decidere qualcosa. Voglio progettare, realizzare e vincere. Voglio che qualcosa vada in porto. Stare con la testa sul tavolo a sentire la ventola del computer non risolve niente. Sperare che queste nuvole estive fuori dalla mia finestra portino una tempesta non risolve niente. Sono stata altre volte con la testa sul tavolo. È una cosa ogni volta nuova. È una posizione adatta per cercare vie d’uscita. Ascoltare questo ronzio. Mi piace. Almeno lui, non potrà durare in eterno.

Sunday, June 20

che c'è che non va?



N°1: I tedeschi al mare. I tedeschi in Toscana alle sei di pomeriggio. A quest’ora, forse a Siena in un ristorante con la veranda, i tavoli fuori, su piazza del campo senza sabbia e senza cavalli, i tedeschi già mangiano nell’ultimo sole arancione. Inconfondibili nei loro cappelli da esploratori. Profumi di cibo e tintinnare di posate.

I figli se ne stanno tranquilli coi genitori. Sono due, generalmente. I figli sono sempre belli. Ragazzini biondi. Fratelli e sorelle si rincorrono. Eppure non fanno il casino di quelli italiani. Sono ordinati. Il sole italiano li ha abbronzati delicatamente, senza fargli male. Ora sono perfetti, e non sembrano pensare a niente.

Immagini vaghe ma potentissime di una vita diversa e nuova, la loro, e di un’estate finalmente divertente ti balenano davanti agli occhi.

Così hai l’impressione che tutto questo assieme, la sera tiepida e l’ultimo sole e il fatto che loro siano lì, biondi e belli e tranquilli a mangiare mentre anche tu hai fame, tutto questo sembra essere l’essenza della felicità.

È un’intuizione improvvisa per me. Una visione che dura un secondo. Tutto questo sembra un che di irraggiungibile, un sogno chiaro dentro una campana di vetro, che tu guardi solo da fuori, passando. E tu, che alla fine sei nella tua terra, e sei sbucato su queste colline per lo stesso principio per cui crescono le piante, sei semplicemente lontano da questa visione. Sei altro.

È sera anche per te, ma per te è troppo presto per mangiare. E tu in quel ristorante nemmeno ci andresti mai, perchè sai che li spennerà, i tedeschi; perchè è il tipico ristorante per turisti, per mangiare alle sei nel sole arancione.

Ma la visione ti perseguita. Quei ragazzini. Sono lontano da casa, in un posto per loro nuovo, ma sono tranquilli con mamma e papà. Maledetti ragazzini.

Tu sai che loro, qui e ora, sono felici .

Una felicità di Altro, una felicità possibile solo altrove . In un determinato luogo e in un determinato tempo. Niente di generale. Niente di intercambiabile. È qui e ora, ed è per loro. Un giorno piangeranno e andranno a scuola e l’estate finirà; ma ora no.

Hai fame, hai fame anche tu, di questa sera nell’ultimo sole e di questa sensazione e di questo profumo forse di pizza che avrai sentito mille volte;

ma il tuo posto è fuori.

Questo è il loro momento. Tu puoi solo guardare e passare oltre.

Questa non è una terra lontana, per te. Senti le voci, capisci le parole. Eppure è estranea. Tutti intorno a te parlano la tua lingua. Tuttavia quell’altra felicità ti perseguita. E non è perchè quella degli altri è sempre migliore. È strano. È nostalgia di qualcosa che se n’è andato tempo fa. Nemmeno ce ne ricordiamo più. Ora di quel qualcosa che c’era e di cui non sappiamo nulla rimangono delle schegge conficcate non si sa dove. Qualcosa è stato diviso, tempo fa. Qualcosa era diverso, in un tempo di cui nessuno ha memoria. Ora siamo schegge impazzite, siamo come chiusi, camminiamo in mezzo alla gente e ancora siamo soli, e nella luce arancione della sera tutte le cose di quel tempo che non sappiamo tornano in mente, nelle vite degli altri. Le guardi venirti incontro come si osserva qualcosa che non si può fermare. Le osservi senza poterti muovere. Sono loro che vengono da te. Tu non ti muovi.

Io non mi muovo. Guardo le cose che vanno. Le vite degli altri, meravigliosi luoghi dove ogni cosa ha funzionato. La vita di chi passa ora nella via sghignazzando inconsapevole, meravigliosi luoghi dove ogni cosa funziona. Tutto questo, tutto questo casino che sono io, non regge il confronto. È tutto una crepa. Nelle crepe ci infili un bastoncino e si spacca tutto. Le crepe sono su qualcosa che non sta assieme. In realtà nessuno sta assieme veramente, solo che non se ne rende conto. Per questo sghignazza. Pensa che sia impossibile disgregarsi, e la sola convinzione basta perchè questo a lui non succeda mai.

Non gli succede, in effetti. In realtà è possibilissimo.

Nessuno è senza crepe, ma a me basterebbe far finta.

Vorrei che quella sera fosse finalmente mia.
Vorrei far finta che qui e ora, e magari anche domani, questo sia
un luogo meraviglioso dove ogni cosa funziona.


Saturday, May 29


Questi bambini sono stati abbandonati. Li vedete ora in una foto di tanti anni fa. Sorridono e già è nei loro tratti qualcosa dei loro volti adulti. Sorridono, nessun presagio negli occhi sognanti. Nessun progetto. Quello più grande tiene il fratellino stretto a sè. Nessuna parola. Del mondo che verrà, nessuna traccia.

Fuori sta venendo sera. Mi diverto sempre a notare, imperterrito, quanto riesca a rimanere dove sono, con quanta forza riesca a oppormi ad un cambiamento che sarebbe solo forzato, e come in tutto questo mi trovi anche bene. E quanto è facile, abituarsi alle cose. Diventano semplicemente normali.

C’è un odio, che scorre sotterraneo, appena sotto tutte le cose pensate. È un sottofondo, una musica, il suono del mondo che scorre attorno. Il suono degli altri. È anche, forse, odio silenzioso per il destino di quei bambini. Tutti i bambini, proprio come loro, sono stati abbandonati. Qualcosa di tutto questo si ripete in ogni infanzia. Tuttavia sembrano vivere felici, ora che sono grandi. Tranquilli. Una tranquillità sempre uguale. Non è stato un problema, essere abbandonati. In realtà lo è, e quella strana arroganza che hanno oggi sembra urlare, dentro di loro, urla e piange ma è come urlare a una porta chiusa. Come essere sepolti vivi.

Capita anche a me, questa sensazione. Approfitto di quando sono sola in casa per urlare evitando così di farlo in situazioni non opportune. Nessuno vuole fare i conti col fatto di esser stato abbandonato. Nessuno vuole ora fare i conti con la propria impotenza. Accadono cose ingiuste, e dio solo sa quanto ora questa parola sia carica e piena e vera, per una volta. Eppure non mi scompongo. Le cose sono strane. Una brutta sensazione.

Ci sono cose irrisolte. Così come nessuno vuol riconoscere il proprio abbandono, e la propria impotenza, e abbassare gli occhi per riflettere rialzando solo dopo lo sguardo finalmente consapevole, allo stesso modo nessuno vede quanto sia tutto dannatamente irrisolto. Eppure basterebbe chiudersi un po’, stare per conto proprio, fare esperienza di una solitudine insensata, o fare qualche cosa che non abbia alcuno scopo preventivo, per vedere (improvvisamente, come un lampo, una visione spaventosa ma nuova) come tutto non abbia un senso, oltre le piccole cose che volutamente mettiamo in fila una dopo l’altra. Ordiniamo per dimenticare quello che fuoriesce, quello che non ci sta, nella nostra fila, le pedine che cadono, le pedine in eccesso, le pedine allo sbaraglio. Cosa possimo salvare in tutto questo, sembra esser stato già deciso. Voleva essere una domanda. Cosa possiamo salvare? Qualcuno ha già deciso per noi, cosa salvare. Cosa credere. Di cosa aver paura.

Così questa sensazione di cose che si ripetono non riesce a farmi alcun effetto. A volte un specie di angoscia mi prende, guardando le cose come sono e vedendo come saranno e sapendo che non sarò pronta. Anche guardando gli occhi gialli di un gattino, può prendermi una strana angoscia. Ci vedo qualcosa che mi fa paura. Qualcosa di me, probabilmente. Un gattino che gioca è divertente, da vedere da fuori, in un bel giorno fresco di maggio, la mattina preferibilmente. Ma un gattino che gioca è solo. Il gatto è un animale solitario, sarà solo tutta la vita. Evita di incontrare altri gatti. Se succede li allontana. Vuole i suoi spazi. È tranquillo solamente per conto suo. È come una scatola chiusa. Ha occhi gialli irresistibili, ma è solo e lo sarà sempre. Un senso di prigionia, di natura inconsapevole, esce da quegli occhi, va verso l’esterno, va verso di me, e vorrei comunicare, dire qualcosa che non abbia parole, come se un senso fosse comunicabile con l’aria, ma invece non dico niente, e dopo poco qualcuno dei due distoglie lo sguardo. Tra gatti lo sguardo è un affronto. Chi lo distoglie per primo se ne va da sconfitto.

Anche i bambini abbandonati non riescono a reggere lo sguardo. Per sopportare l’angoscia, che c’è ma è stata ricacciata indietro, usano stratagemmi. Gli occhiali da sole sono d’aiuto, in questi casi.

I bambini abbandonati si attaccano alle cose in modo morboso. Non stanno mai da soli. A volte senza accorgesene cercano, ingenuamente, inconsciamente, di comprare l’affetto altrui. Cercano di apparire forti. Si circondano di altri bambini abbandonati. È il festival dell’abbandono. L’abbandono è generalizzato. I genitori possono andare a fare la spesa del pesce senza che il pensiero dei bambini, ora grandi, li sfiori minimamente. Spendono tranquillamente un centinaio di euro in cernia, branzino e spada. Ora il sacchetto è un ammasso gelatinoso di pesce morto. I genitori non hanno pensieri, ora. I bambini sono cresciuti. Loro devono solo pensare a cucinare quei cento euro di pesce, prima che cominci a puzzare. I bambini abbandonati ne assaggeranno forse un po’, ma gli farà schifo, e lasceranno la cena-con-amici-dei-genitori per andare a far serata fuori, dove altri cento euro andranno in cose da bere, naturalmente e fortemente alcoliche. I genitori sorrideranno agli amici, e sorrideranno anche dentro di sè, e diranno con soddisfazione che i ragazzi crescono in fretta e che ormai son grandi. Poi finiranno cernia e spada e branzini vari, mentre i bambini abbandonati cercheranno, da qualche parte là fuori, modi alternativi per sostenere lo sguardo. Qualcosa di facile, preferibilmente. Non ci piacciono le cose impegnative. Nell’abbandono generale, cerchiamo di essere vincenti. Cerchiamo un felicità che appaia tale anche agli occhi degli altri. Dev’essere affermazione, posizione, vittoria. Bisogna sostenere lo sguardo. La sera infinita e i bicchieri di plastica pieni di birra sono vincenti. In questo senso e solo in questo, in questo mondo e non altrove. I genitori non vedono la catastrofe. Saranno tuttavia i primi a scappare quando tutto crollerà. Sono scappati già prima. Anzi sono stati i primi a scappare quando le cose sembravano eccessivamente difficili. Quando le crepe minacceranno di inghiottire loro, il loro pesce le loro cene, assieme coi loro figli abbandonati che quelle crepe hanno pian piano aperto. Ma i genitori avranno, quando il momento sarà giunto, la scialuppa pronta per scappare dalla nave. I bambini abbandonati saranno come l’orchestra che non smette di suonare anche quando la nave affonda.

Tuttavia affogheranno. Ora però di tutto questo orrore, non si vedono tracce.

Noi che invece le vediamo, affogheremo ugualmente.

Quando la nave sarà affondata il mare sarà calmo. Nell’acqua si zittirà la musica insensata che i bambini abbandonati non hanno smesso di suonare, stonata, insensata, disperata. L’acqua farà tacere tutti.

Il mare è silenzio, e pesci colorati.

Monday, November 23

è stato così tante volte

Questo sfondo mi distrae. Tutta la neve e la luce e il tramonto rosa. Mi distraggono. Adesso l’ho tolto.

Vorrei mettere un po’ di musica ma temo che mi distragga anche quella. Poi mi entra in testa e non vuole più andarsene. Mi martella. Ogni cosa è martellante in questo periodo.

Poco fa ero in giro con la bici. Niente di particolarmente impegnativo. Stava giusto scendendo un po’ di nebbia dal cielo sereno. Tutto è dannatamente umido adesso. Io e la bici ce ne andiamo mentre lente scendono nuvole piene di goccioline d’acqua sopra la mia testa.

Oggi è stata una giornata lunga. Oggi non è successo quel che di solito capita, cioè che le ore cominciano a correre alla velocità della luce per arrivare a sera. Oggi era come domenica. Una domenica lentissima. Sono certa che qualcosa si è fermato, oggi pomeriggio. C’era un bel sole, oggi pomeriggio, che si adagiava sul muro giallino di casa e sull’erba appena tagliata. L’erba somiglia a una distesa di capelli corti arruffati col gel. Questo giorno ha come sempre qualcosa di strano, e come sempre non so cosa sia. Come sempre non trovo niente che me lo spieghi, allora mi metto a fare altre cose e dopo un po’ me ne dimentico. Così per molti giorni.

Eccetera eccetera.

Oggi sulla bici è successa questa cosa carina. C’era una discesa, e io mi stavo giusto riposando, mentre per la nebbia non si vedeva più niente e tutto attorno era chiaro e vagamente azzurrino. Penso che sono contenta che ci sia questa discesa, proprio ora. Guardo l’asfalto sotto di me, che è a grana grossa e grigio chiaro, e l’asfalto mi chiede: Che c’è? Sei stanca? Che hai?

Non ho niente. Mi godo la discesa, suppongo. – gli dico.

E lui:

Non ti piace più la fatica?

La fatica è ok - dico io - ma senza altre cose di mezzo. Solo io e lei. Come era una volta. Ora sono cambiate tante cose. Ora ci sono troppe cose che si mettono in mezzo. Capisci?

L’asfalto sembra scorrere più lentamente. Non ho idea di chi stia guidando la bici. Di certo è qualcuno ma non sono io. Non riesco a capacitarmi di come faccia a stare in piedi. Sto a sentire cosa mi dice la strada.

Dice questo: Lo vedo. Io le vedo queste cose. Vedo tutto, voi non vi accorgete perchè siente dannatamente distratti. Ad ogni modo vedo che mi guardi in modo diverso.

E io rispondo questo:

Non so. Ora c’è sempre qualche cosa che mi viene in mente e così non riesco a far più nulla. Mi distrugge. Ti guardo e non c’è più solo la fatica. C’è molto altro, e la fatica non c’entra più niente. C’è tutto un mondo di cose che non vanno e sono come fango in cui i piedi affondano e non escono più e tante cose vorrei dire e fare e magari mettere un eccetera anche qui per dire che sono troppe per elencarle tutte e che forse non voglio dirne molte e che forse sono solo un pochino fuori di testa, giusto un po’. Ma queste cose mi fanno impazzire, per questo parlo con te caro il mio amico asfalto, in una sera di nebbia su una bici guidata da qualcuno che non sono io, capisci, capisci che la situazione non è esattemente la migliore possibile?

Queste che ti ho detto, sono queste le cose che si mettono in mezzo, quando devo attaccare la salita, quando devo mettere i passi uno dopo l’altro lungo una salita di sassi perchè allora tutte queste bastarde mi tirano indietro, si attaccano come folletti alle spalle e mi trascinano giù.

Silenzio ora. Questa discesa dev’essere infinita. C’è solo nebbia davanti a me. È bianca e ha il solito odore ferroso. Solo nebbia e asfalto grigio su cui le ruote vanno ad una velocità indefinita. L’asfalto grigio ora dice:

Non chiederti come lo so, ma i folletti se ne andranno. Quando succederà, io so che sarai lì. Ci sarò anch’io. Sarò sempre qui come tutte le altre cose. Ti guarderemo correre su questa strada.

È stato così tante volte.

L’asfalto mi guarda e non dice niente. Poi sembra dissolversi. Fa improvvisamente freddo e io mi ricordo degli scatti su questa strada, un giorno di novembre come questo.

La discesa è finita, l’asfalto ora non è più grigio ma nero, è nuovo, e non mi parla più. Sono di nuovo io alla guida della bici. Le goccioline di umido mi attraversano. Ho le mani congelate come al solito. Congelate ma incredibilmente in grado di frenare evitando di farmi ammazzare contro un ostacolo. Siamo in pianura ora. Ricomincio a pedalare. Una signora con la spesa compare e scompare nel bianco. Campanacci di mucche invisibili risuonano e sono vicinissimi. Le sento muoversi da qualche parte nel bianco, oltre la strada e oltre l’asfalto, oltre qualcosa che non vedo.

Vedo anche te, sia chiaro. Ti vedo come si vede oltre la nebbia. Come quando in casa ci si alza di notte e si vede tutto anche al buio. Ti vedo come si vedono le cose che si sanno a memoria.

Come passi di animali nella notte.

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