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Wednesday, January 6

sorvegliato speciale


Ognuno sceglie da sè le proprie prigioni. In forma, durata, e dimensioni. 

Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare l'esperienza. Il mondo è grande, confuso, brulicante di persone, fatti, eventi, sentimenti potenzialmente eversivi. Per questo è bene imprigionarsi, trovare la propria personale gabbia, le proprie personali sbarre invisibili; per avere un luogo da cui tendere le mani verso un al di là ora finalmente precluso, e perciò non più pericoloso. I piaceri della vita, ma anche solo la vita stessa, l'esistenza che scorre tra giorni simili, forse uguali, in una monotonia forzatamente amica, ha bisogno di divieti, barriere, che impediscano di vedere la possibilità del diverso. 
La fuggevole visione di libertà non è pericolosa se osservata da dietro il vetro opaco delle proprie prigioni. 
Rinchiudiamoci, rinchiudetevi: ci sono persone che attendono solo quello. 
Crearsi una routine, trovare qualcuno con cui condividerla; qualcuno non perfetto, per carità, qualcuno che ci va bene, che entri nella routine e sia parte di essa; perchè poteva andare peggio, perchè ormai siamo arrivati fin qua e tornare indietro sembra stupido. O no? 
Rinchiusi nella bolla, una felicità da quattro soldi non dissimile da quella del vitello al pascolo, che alza il muso umido al primo sole. E' felice anche lui: chissà, forse sente l'umidità della notte allontanarsi, forse ora si alzerà e brucherà stancamente un po' d'erbetta; negli occhi acquosi nessun sogno e nessun futuro, nessun pensiero preciso oltre l'attimo; e quando si accorgerà che da dietro un pino lo stiamo osservando, ecco in fondo allo sguardo un guizzo di paura, nero, ancestrale, universale, senza scampo. Basta così poco per mandare all'aria un poco di felicità. Ma noi siamo ben più organizzati. 
Ognuno sceglie con cura la propria prigione. Si guarderà il colore degli occhi, forse il portamento, si verificherà una qualche rispondenza al piacere individuale. Si sceglieranno con cura le cose da dire, le parole, un posto nel mondo, si penserà che non è bello star da soli, che forse è tempo di metter su famiglia: altre sbarre, una dopo l'altra, invisibili, sicure, amiche. Ci si sentirà infine rasserenati, la luce del mondo là fuori sarà un poco smorzata, eppure resterà sempre vera, non è così? 
Le possibilità sono infinite, ma quelle vicine a noi, quelle probabili, sono un numero preciso, calcolabile; ognuna di quelle possibiità è uno sguardo che sorride nella notte, un terremoto che scuote la gabbia, la visione istantanea, terribile, accecante, di una vita senza legami; una vaga immagine, del tutto inventata, indefinita come in un sogno, di quel che potrebbe essere, che è ciò per cui a volte si è provata una nostalgia strana, senza oggetto preciso, ugualmente dolorosa; il dolore è reale, è come una ferita aperta, ma il suo oggetto è qualcosa che non esiste. 
Che cos'è che così fortemente mi manca? Che cosa mi è stato strappato una volta per sempre, lasciandomi qui in perenne ricerca? Guardare verso la valle mentre le nuvole se ne vanno, osservare i vapori bianchi salire nell'azzurro,  campi lontani in rettangoli ordinati; tutte cose che mentre scorrono già mi mancano; odore di legna bruciata, di camini distanti, raggi di sole che sbucano da chissà dove tagliando l'aria. Un altro inverno anomalo, un altro anno che scorre, proprio ora, proprio qui, mentre lascio impronte incerte sulla poca neve. Sento una nostalgia potente e incancellabile per la nostra vita nelle sue possibilità intrinseche, inesplorate, fuori categoria. Già mi mancano tutte le persone che hanno scelto prigioni più anguste della mia. Già mi mancano quelle che hanno preso altre strade. Mi mancano addirittura, in momenti di sconforto, quelle strade che io stessa non ho preso, la cui ombra continua a vivere da qualche parte, luoghi in cui io stessa forse continuo a vivere, in uno dei tanti mondi possibili che ogni nostra scelta e ogni bivio della vita produce.
Per cui scusami, scusami se sono un po' triste anche per te, che della tua prigione non sembri accorgerti. Io sento il peso della mia, e faccio di tutto per renderla più ampia, per illudermi che non ci sia. Cerco di vivere allungando le braccia fuori dalle sbarre, cerco di sfiorarti e portarti verso di me. Ma in fondo, forse, si tratterebbe solo di portarti inun'altra gabbia. Può darsi, forse, che tu stia bene nella tua, che noi tutti stiamo bene nelle nostre, un po' come il vitellino stava bene sul suo prato finchè non ha scorto qualcuno che l'osservava da lontano. 
Del resto è il nostro stesso sguardo la prigione più grande, non è così?

Saturday, October 17

13 ottobre



Non ti rendi conto
Le tue parole nella notte
Sono di troppo
Ogni cosa è di troppo
Il tuo sguardo, occhi, sorrisi
Ti avvicini ma chi può sapere in che cosa questa sera è tanto diversa da quell'altra
Chi mai può indovinare
Da che momento in poi l'una può trasformarsi nell'altra
Confondersi
E dove c'è confusione c'è spazio perché le cose accadano
In un arco di tempo come questo
Poche ore in una sera
Può succedere di tutto
È in effetti successo di tutto
E nessuno sembra saperne niente
Anche noi
Ce ne siamo dimenticati
Ma a volte da certi sguardi pare di no
E la confusione sembra sul punto di ritornare
Per un po' prego che torni a inghiottirci
Quando poi non accade nulla
Sto peggio di prima



Thursday, May 28

cevedale







Molti muri sono crollati. Divieti, tabù, assurde regole sono infrante.
Appaiono, semplicemente, prive di significato. Totalmente arbitrarie.
In un giorno di aprile l’inverno è ritornato, e io ho provato una paura purissima, fredda e precisa come una lama; è l’immagine della mia debolezza di fronte al ghiaccio, che per una volta con me si diverte a giocare, che una volta di più riafferma il suo ruolo, il suo dominio, mi piega come una canna al vento.
Uno scenario mentale che ricordo come una distesa candida e pulita da tutto, da ogni preoccupazione e pensiero superfluo, per concentrarsi unicamente sul mio piccolo corpo che lentamente perde energia, sensibilità, calore, perde controllo; concentrarsi per recuperare le forze e aver salva la vita.
Sperimento un panico nuovo, che genera improvvisa concentrazione e che finalmente annulla tutto ciò che intorno e dentro di me si agita, immagini, ricordi, cause e conseguenze, legami, domande; seguire il filo di troppi pensieri è dispendioso ed inutile, ed è il corpo a decidere per me, è ancora una volta la natura che è in me a decidere di spegnere il cervello e dirottare l’energia verso qualcosa di utile, qualcosa che mi permetta, semplicemente, di conservarmi.
Dopo tutto questo, dopo la visione della mia mente libera da tutto, la vita torna quella di prima; ma pezzi di me sono cambiati per sempre.

Quando sto per scollinare verso la valle e capisco che è finita mi ritrovo con le lacrime agli occhi. Un pianto silenzioso, incontrollato e liberatorio, di gioia per la mia salvezza e di orrore per quelli che non ce l’hanno fatta. Attraverso gli occhi umidi non vedo bene dove metto i piedi, ma sembra tutto in ordine qui, il manto nevoso è uniforme, mi affido a pensieri del tutto casuali per non ricordarmi delle mille crepe che di colpo potrebbero inghiottirmi. Mi sento del tutto superflua e questo pensiero è di una chiarezza disarmante. Eppure ogni paura è svanita. Sento le mani pulsare di dolore mentre il sangue caldo ritorna a scorrervi, continuo a muoverle sotto due strati di guanti, si riprenderanno, anche il naso si riprenderà, tra poco sarà finita e tutto tornerà come prima; ma poi scorgo, lungo la cresta che guarda verso il Trentino, dei pezzi di legno sbucare dalla neve, dei resti rigidi come braccia puntate verso il cielo, in un’accusa senza parole; e chissà quante dita congelate, chissà quanto dolore e sofferenza, quanti giorni come questo solo cent’anni fa, e dopo questo pensiero io e le mie mani non siamo più nulla, io e il mio freddo non contiamo niente, fantasmi silenziosi sembrano osservarci mentre raggiungiamo la cresta, e dall’altra parte finalmente la valle, finalmente il sole, una via di fuga, niente più ghiaccio verde ma neve cotta dal sole, rocce laggiù in fondo, forme di vita che paiono amiche, la traccia che ci porterà a casa. Capisco che essere salvi non è nulla di scontato, e lo apprendo come fosse una verità logica, qualcuno sorride guardandoci passare, ci sono dei soldati sulla cresta e ci guardano incamminarci verso la salvezza, un sorriso triste, il sorriso amaro di chi sa, osservano la felicità del ritorno a loro preclusa per sempre mentre la valle ancora attende, e molte croci staranno ordinate sui prati, passeranno inverni, primavere, arriverà l’estate e con lei i temporali, niente ha più senso, la baracca rimane lì e i soldati pure, guardano giù, non hanno volto, e mentre mi lascio scivolare a valle ho quasi paura a fare le curve, ho quasi paura che tutto questo non sia giusto, mi appare chiaro che salvarsi è un privilegio e che non bisogna sprecarlo. Vorrei dire qualcosa ma resto in silenzio, la discesa verso la salvezza non può essere in nessun modo sguaiata, non può essere più di quel che è, vorrei essere felice ma non lo sono appieno, sento mille occhi osservarmi dalla baracca là in alto mentre lenta me ne allontano, e allora farfuglio ringraziamenti, al vento faccio promesse silenziose, a chi non ce l’ha fatta prometto di non dimenticare, prometto di raccontare, prometto di ricordare sempre delle volte in cui mi sono salvata, per avere la forza di salvarmi di nuovo. Ora l’aria è più calda, e il dolore alle mani diventa un sottofondo indistinto. L’aria è più respirabile. Compare l’immensa morena e una traccia che ne taglia la superficie costeggiando un’enorme caverna di ghiaccio. Mi lascio portare. Ringrazio tutto e tutti in ordine sparso, dagli sci ai guanti alla lana agli scarponi. Fisso un punto lontano e osservo la valle avvicinarsi, finalmente senza neve, con qualche larice spoglio, lontano, mentre la morena si esaurisce, la neve è marcia, incontriamo altri sciatori che sembrano ignari di tutto. A destra compare e scompare un rifugio. La fine della valle si avvicina sempre più. Arriva al termine. Respiro, mi volto a guardare indietro una sola e unica volta. Ma non è più tempo di guardare le cime e contarle, non oggi. Oggi sono state benevole. Abbasso lo sguardo. Ci metto una vita a togliermi lo zaino. Rimango nel parcheggio come un ebete, sento il sole che scotta sulla giacca, ma non tolgo nulla. Ogni oggetto e ogni cosa mi sembra nuova come se la vedessi per la prima volta. Dovrei mangiare e bere qualcosa, ma mi sembrano concetti nuovi. Bere una birra. Parole nuove, sensazioni nuove con cui essere cauti. Lontano, la montagna è bianchissima e accecante. Forse sorride.
I soldati vegliano sulle creste, presso la croce, il confine.
Dentro di me, altri confini si sono spostati per sempre.



Wednesday, May 20

ricerca



Che cosa mi manca?
Non ne ho idea ed entro nel supermarket. Sembra che sia pieno di persone come me. Sono stanche. A tratti sciupate. Chissà che faccia avrò io. Sotto le luci al neon nessuno pare interessarsene.
Stasera è accaduto in me qualche cosa. Sensazione di attesa e poi invece niente. Ferma al semaforo ho sbirciato nel bar oltre la strada. Nella luce tenue erano seduti in due. Sembravano felici. Sembravano un milione di cose e me ne ricordavano altrettante. Poi è venuto verde. Dietro il bancone era pieno di bottiglie scintillanti e bicchieri. Le persone erano solo sagome. Forse lui gli somigliava?
Forse io stavo cercando qualcuno?
Non lo so, non so neanche questo. La notte è scesa da poco e molte cose sono incerte.
Già sento gli occhi farsi pesanti e tristi, e assenti. Ma è arrivato il verde e sono partita.
Il bar era lo stesso di quest’estate, non è così? Quel giorno avevo guidato a fatica la bici fino a casa.
Non è più tempo per pensarci.

Ho bisogno di disciplina. Sono in balia delle cose. Era per dare una parvenza di ordine alla mia serata che sono entrata al supermarket. Eccole. Le Cose mi vengono incontro, ordinate e rassicuranti. Sono piene di possibilità. Le persone sono assenti. Fantasmi in cerca di oggetti. Cammino e a ogni passo mi sembra di fluttuare nell’aria. Atmosfera rarefatta. Freddo intorno all’immensa parete dei banchi frigo. Tristezza irrimediabile, mancanza di soluzioni che mi sovrasta e mi schiaccia. Incrocio sguardi. Mi sembrano smarriti.
Non è così evidentemente.
È così solo stasera, che i miei occhi sono tristi e pesanti e assenti. Vorrei comunicare qualcosa di positivo. Vorrei che qualcuno mi sfiorasse inavvertitamente col carrello e mi dicesse scusa, e allora io potrei sorridere e dire niente, si figuri. Invece non accade nulla. Un bambino che sembra straniero corre dal papà con in mano un giocattolo. Lui lo esamina attentamente, il bambino insiste. Il bambino piagnucola e il papà dice cosa è quello? Lo sai cosa è? Non è nulla. Il suono che fa la verità è dirompente.
Il bambino piange.
Quante volte nell’infanzia sembrava che il mondo stesse per finire. E invece guarda. Il mondo stava solo giocando il suo ruolo. E noi ancora pensavamo di poter fuggire. Lentamente ci siamo piegati. I bambini diventano adulti e camminano dritti nelle corsie, spingendo il carrello. Gli adulti sono già stanchi.
Sono entrata cercando qualcosa. Non l’ho trovata. Ma tornerò a casa e poi ritornerò qui, quando sentirò di averla persa di nuovo.
In fila alle casse mi prende una calma irreale. Le persone intorno rinunciano ad essere impazienti. Misurano i gesti per non fare troppa fatica. Una tipa davanti a me prende il coso per dividere la spesa e lo mette sul nastro tra la mia e la sua. Le dico grazie e sorrido. Mi sento meglio. Davanti a tutti c’è un signore tranquillissimo, sorridente e vestito con un pile scolorito e sporco di polvere e fieno. Ha degli stivali verdi di gomma, pantaloni blu non identificabili. Sembra vagamente un barbone, è magro, tranquillo e gentile. Sposta gli articoli che ha comprato dalla cassa a un banco poco più in là, li mette tutti in fila ordinatamente. Fa almeno tre viaggi, zoppicando e sorridendo, misurando ogni gesto. Non prende sacchetti perché metterà tutto in uno zaino vuoto che ha appoggiato in fondo al banco. Mentre va dalla cassa al bancone, dal parcheggio esterno un cagnolino segue ogni sua mossa fissandolo da dietro ai vetri.
Dopo un tempo infinito arriva il mio turno. Pago, riempio la mia borsa ed esco. Mi sento un po’ meglio ma durerà poco. Sono molto instabile. Cammino per il parcheggio e guardo all’interno quelli che ancora sono in fila alle casse. Sento il pianto di un cane, e mi accorgo che è quello di prima. Il signore con lo zaino è ancora all’interno; l’ha riempito con la spesa e sta ora cercando di caricarselo in spalla. Fa fatica. Da dietro i vetri, con la luce che illumina fin dove può il parcheggio buio, sembra di guardare uno spettacolo dentro un enorme televisore. Un film muto che io e il cane osserviamo senza esser visti. Lui è accucciato a terra e guaisce disperato, col muso dritto verso il padrone che si muove lento nel silenzio assoluto. Vorrebbe far qualcosa per lui. Nei suoi occhi umidi intuisco la presenza di un sentimento puro che nessuno di noi proverà mai.
Questa evidenza mi abbatte ancora di più.
Me ne vado senza capir nulla.
Entro in macchina e decido che stasera sarà un’altra sera persa.
Le persone mi appaiono come sono, tremendamente tristi. Forse, più semplicemente, mi appaiono come sono io in questo momento.
Sono pulite e profumate e hanno abiti decenti, ma nessun cagnolino piange nel parcheggio per loro.
Entro in macchina e accendo la radio, guardo le macchine sfrecciare sulla superstrada, le luci sulla montagna, le tracce invisibili del tramonto a ovest del cielo.

Tuesday, November 11

domande


Quando succedono le cose, io non ci sono mai. Dove sarà lei, adesso?
Anni fa, ricordo di essere stata svegliata nel cuore della notte dal citofono che suonava impazzito; qualcuno l’aveva incastrato, e io uscii in pigiama nella notte gelida di dicembre per farlo smettere. Le strade erano bianche di neve appena scesa. Saranno state le tre, guardai il cielo ed era pieno di stelle fredde e lucenti. Forse lui moriva allora. La mamma mi chiamò la mattina presto. Ero sveglia perché era domenica, e dovevo andare a sciare. Ero sveglia e seduta al tavolo della cucina con nessuna voglia di prepararmi e uscire. Risposi al telefono e la mamma disse che il nonno era morto.
Dov’era adesso? Disse che era successo la notte. Non c’era già più, quand’ero uscita nella strada deserta per il citofono? Perché uno scherzo proprio quella notte?
Parlai con la mamma e poi misi giù il telefono. La cucina era silenziosa, fredda, fuori era ancora buio. La giornata non aveva più senso. Tutto sarebbe continuato come se niente fosse, nel mondo là fuori. Ma io non sapevo dove fosse il nonno, e per questo ogni cosa divenne semplicemente assurda. Era tutto previsto, era tutto pronto. Ma anche questo pensiero non ha più valore. Chi c’era con lui in quel momento?
Avevo pensato contro la mia volontà alla morte in un pomeriggio di molti mesi prima. L’avevo pensata come un’eventualità possibile, come una possibilità che diventava improvvisamente concreta. Ero nel salotto della nonna e mangiavo rabbiosamente dei pistacchi mentre tutti erano in cucina a parlare. Quella scatola di latta è ancora nella credenza della nonna. Ora ci mette delle nocciole, o delle mandorle. Ogni volta che vado a cercare la scatola mi ricordo di quel pomeriggio. La mia razionalità aveva provato a prevedere tutto, a percorrere in anticipo le strade possibili per soffrire di meno qualora le possibilità si fossero avverate. Un lavoro faticoso e al limite della schizofrenia. Penso le cose prima in modo da essere pronta. Le domande senza risposta non erano considerate nel mio piano, perché fanno perdere tempo. E in tutte queste faccende, nonostante questo continuo pensare, alla fine sembro sempre assente.
Quando succedono le cose, io non ci sono mai. Ultimamente è stata la voce della mamma a darmi le notizie tristi. La sua voce per telefono. Invece una volta mi ha chiamato una signora che non conosco e piangendo mi ha detto che sua madre era molto grave e voleva dirlo a mia mamma; ma lei non c’era. Allora le parlai un po’ io. Ero appena tornata dalla bici e vagavo per la casa parlando con una signora sconosciuta, e lei parlava con me da chissà quale triste corridoio di ospedale. Misi giù il telefono, e dopo dieci minuti di riflessioni più svariate tornai alla vita di prima.
Per ora non ancora, tuttavia in qualsiasi momento. Questo è il senso del mio pensare. Ma quando le cose accadono, si torna daccapo.
Saranno andati a casa, ora. Una tristezza impossibile da scacciare impregna la casa. Lo faceva già da mesi. La nonna è in un letto in una camera lunga e stretta, con la finestra alle spalle. Tutto è bianco, compresi i suoi capelli. Le sue mani hanno dita lunghe e curate. In che stanza la metteranno? Dovrò dormire qui? E dove metteranno me? Attimi di terrore. Il pensiero va oltre la sua esistenza materiale, come fa sempre, ma stavolta non ho voglia di seguirlo. Chi verrà? Da dove entreranno? Bisognerà stringere le mani a tante persone. Bisognerà dire grazie ed essere commossi.
Ricordo un giorno di tanti anni fa, alle medie, in cui eravamo d’accordo con altri compagni di andare a dormire da uno di loro. Prima però i miei compagni passarono a fare le condoglianze a casa di una loro amica. Gli era morto il papà. Era caduto nel bosco e l’avevano trovato dopo una settimana. Tutta la storia mi terrorizzò. Me ne stavo impalata all’ingresso della casa piena di persone silenziose, e vedevo i miei compagni abbracciare uno ad uno la loro amica, e ricordo di aver pensato chiaramente quanto tutto ciò fosse lontano da me, quanto io fossi incapace di avvicinarmi in quel modo alle persone. Quella notte dormii malissimo su un materassino da mare nella camera sovraffollata ma piena di amici e risatine. Molte delle notti successive, nel mi letto comodo, mi svegliai in preda al terrore. Ero nel bosco e non potevo andarmene.
Che cosa accadrà, alle paure che non riesco a scacciare?
È bene circondarsi di persone. Ci sono troppe domande senza risposta. Quando sono da sola le sento tornare da me.
Ora saranno a casa. Chiameranno il dottore. Il dottore scriverà una dichiarazione su un foglio come è stato per il nonno. Quel foglio è ancora in un cassetto, in una busta di plastica. Esiste un foglio dove sarà scritta la mia morte? Esiste già? Quando lo produrranno? Questa cosa mi assilla ogni volta che rivedo la cartelletta di plastica. È una dichiarazione come un’altra. Un addetto del comune la compilerà al computer e poi andrà a mangiare un panino in pausa pranzo. Poi cosa accadrà? Chiameranno le pompe funebri. È un lavoro come un altro, non è vero? È tutto normale, quindi perché tutte queste domande?

Monday, November 10

risposte a un funerale



Tempo fa in questa stessa stanza c’erano la nonna e una signora, e parlavano sommessamente nella penombra. Le persiane erano sempre a metà e io mi chiedevo perché. Appena fuori, il lungo pomeriggio estivo è solo all’inizio. La stanza è così scura, così poco illuminata, chiusa. La nonna sta sprofondata nella poltrona. Ricordo il lento movimento che faceva per alzarsi. Il salotto è quasi buio, ha una moquette verde scuro e muri ocra, e sopra perline di legno scuro. Che giorno è oggi? Non ricordo, ma io devo avere vent’anni. Sono ancora una bambina, in realtà. Le cose del mondo mi toccano appena, provocano stilettate di consapevolezza che mi lasciano confusa. Sono in piedi, la nonna alla mia sinistra nella poltrona, ricordo di aver guardato davanti a me, oltre la signora che parlava, e di aver osservato il sole caldo stendersi sulla pietra del terrazzo, ma lo vedevo opaco attraverso i ricami delle tende; ricordo di aver intuito come quel giorno fosse una testimonianza di qualcosa. Poi vidi chiaramente ogni cosa e ogni parola scomparire nel nulla.


***


Oggi hanno cercato di darmi delle risposte. Non ci sono riusciti.
Sono entrata nella cappella camminando su ciottoli chiari e lisciati da milioni di passi, caldi di sole.
Ho cercato di ricordare le domande.
La mia debolezza era fin troppo evidente. Nessuna risposta sarà mai sufficiente perché la mia verità è sempre e solo domanda.
Una giornata splendente aspettava tutti noi, e aspetterà ancora, attenderà che ce ne siamo andati per continuare, in una infinita ripetizione priva di senso.
Nella penombra della cappella tutto procede regolare, sembra che il perfetto ordine del rito cancelli la realtà, la renda meno triste, la renda giusta in quanto conforme a regole.
Così non è.

"Purificami O Signore"

Non avevo previsto che si mettessero a cantare. Riemergo dalla cappella, basta salire due gradini ed ecco il sagrato abbagliante di sole, seguo questo corteo come ne ho seguiti altri, seguo questo corteo e il cielo è così limpido e azzurro, e la giornata così tiepida, e mi ricordo all’improvviso che tante altre volte non ce l’ho fatta a seguire il corteo, a essere presente, altri morti non ce l’ho proprio fatta a lasciarli andare; oggi tornano tutti, ognuno è qui con me, l’ingiustizia e l’assurdità di ogni cosa mi sovrastano ma senza schiacciarmi, lasciandomi libera di muovermi, osservare, pensare: e per potermi meglio abbattere in quel giorno in cui non avrò difese.
Mi sento leggera, il canto è così dolce e così vero e io sento di essere debole davanti a tutto. Abbasso gli occhi sui ciottoli colorati, lisi da milioni di passi, persone che c’erano e adesso non più, e a quei passi aggiungo i miei, una manciata, inutili, intorno a me le statue, i parapetti in pietra, le montagne lontane e nitide nell’aria pulita, milioni di passi anche su di loro, nei boschi, sulle strade assolate dei valichi alpini, sull’asfalto caldo intorno al lago, felicità che sembra infinita, e poi altri monti, e ognuna di queste cose è così ignara di tutto, così estranea, e mi rendo conto con una punta di orrore che questa giornata nel suo splendore potrà ripetersi all’infinito anche quando i miei passi non ci saranno più, e io dove sarò, allora? È adesso così chiaro come il tempo non abbia per loro alcun senso, e non l’ha nemmeno per noi, e se è così noi siamo solo ridicoli esseri che tanto si agitano per un nonnulla, che ridono e pontificano senza saper di cosa parlano.

"Sarò più bianco della neve"

A queste parole ero già in un’altra dimensione. L’assurdo diviene forma precisa e tagliente, dolorosa, una lama che taglia la nostra esistenza, e che senso ha il bianco, il puro, che senso ha la colpa, non vedi che basta una fuggevole visione dell’assurdo perché il resto della vita divenga senza senso? Vorrei piangere ora perché mi sembra che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto in tutta questa storia. Ingiusto in partenza. Purificami forse vuole dire lasciami andare, lasciami tornare alla terra, alla natura, all’inanimato. 
Ma perché, perché dovrei purificarmi da una colpa? Non basta questa scena e questo destino, questa giornata di sole persa per sempre, a rendere dolorosa e assurda ogni cosa, una volta per tutte? 
Uscirai da una cappella in una bara di legno ben levigata, ben fatta, lucida come un mobile, e dentro tessuti fini immagino, e i tuoi vestiti migliori, e forse ti metteranno un rosario tra le dita fredde, e ti porteranno a spalle sul sagrato invaso dal sole, e il sole sarà così prepotente, così forte e caldo e meraviglioso e continuerà imperterrito, e tu che lo amavi così tanto non potrai farci nulla, e quelli che amavano te così tanto guarderanno a terra e cammineranno, altri passi e altri canti, volteranno lo sguardo verso la valle e penseranno di essere soli al mondo, ma poi gli passerà, e poi a te non importerà più nulla, starai dormendo un sonno nero e senza sogni, non è così?

Thursday, June 19

december


Ricordi
Correvamo fianco a fianco
tu avevi quelle ciabatte di gomma
non sentivo alcuna fatica
Sorridevamo
Le persone intorno sembravano divertite
non capivano
erano da un’altra parte
La giornata stava finendo
una via in mezzo alla valle si sarebbe riempita di gente:
la notte era vicina
Ricordo
Di aver pensato che senso avesse
quella corsa
L’inverno era alle porte
Ma le mie gambe
andavano da sole
Pensare al passato
è sempre una cosa inutile
Ma tu
Stringevi la mia mano nella notte
Stampavi parole nella mia testa
mentre tutti erano soli.
Gesti normali ora mi perseguitano
Vorrei – mi vedo –
Camminare sola in quella via
deserta
in una vallata disabitata
bianca
Vorrei non incrociar nessuno
che dall’alto della sua felicità getti a me il suo sguardo
La verità è
Che non voglio più tornare dall'altra parte



Spring 2014


Tuesday, June 10

cupio dissolvi





Ho in mano una bic. Improvvisamente ricordo di quanto fosse bello disegnare con la bic nelle ore di scuola. Ha un tratto preciso e senza sbavature, non troppo lucido, scorrevole al punto giusto. Traccio un quadrato. Quante cose avrei voluto fare e non ho fatto. Quante cose vorrei fare ma mi sembra tardi, e poi ecco, penso che davvero sono una cogliona a pensare questo adesso. Perché io dovrei avere il mondo in pugno. Il mondo è tuo, me lo dicevano gli anziani quando ero piccola, ma io ho sempre riso. Cosa diavolo significa? Il mondo non è di nessuno, e io vorrei essere un filo d’erba o l’acqua di un fiume, dimentichi di sé e della vita intorno. Sento come una spinta a dissolvermi nella natura intorno a me. Suppongo sia questo quel che cerco nello sforzo fisico mentre alberi e foglie e animaletti sulla strada mi osservano assorti, immagino che in fondo vorrei sciogliermi sull’asfalto bollente di una strada in salita, sulla terra umida del sentiero, sulla terra scura tra rocce taglienti, e nella neve nascondermi per sempre.
Quando d’estate guardo il lago scuro, immagino il mondo buio che sta sotto le sue acque increspate: ne immagino i fondali spaventosi, le alghe che danzano sul fondo; poi mi tuffo, e l’acqua fredda attraversa il mio corpo come una scossa. Se apro gli occhi e guardo giù, un verde scurissimo mi si apre davanti, opaco, un verde incomprensibile e non amico, e sento chiaramente il freddo delle correnti profonde sfiorarmi i piedi, e allora mi volto a pancia in su: la montagna si staglia rassicurante e alta di fronte a me, delle case arrampicate sulla costa hanno grandi vetrate su cui si specchia il sole della sera, nel cielo le nuvole solitarie scorrono veloci, altissime, il vento è diventato brezza e l’acqua smette di muoversi. La riva è poco distante, sento le voci, qualcuno se ne andrà ora, qualcuno sarà felice; tutte le vite che sono qui oggi interpreteranno questo giorno e questi istanti in modo diverso per ognuno, ogni ora e ogni istante sono parte di mille storie differenti, ma seguire questo pensiero è decisamente troppo complicato, e un poco doloroso. La sera è placida, la gente se ne va; io e il mio corpo stiamo adagiati comodamente sul pelo dell’acqua, sospesi sull’abisso sconosciuto che sta sotto, e chissà che qualcosa non allunghi il braccio dal fondo e venga a farmi il solletico alla schiena, avresti paura, te la faresti sotto, non è vero KK? Eppure non c’è volta che non ci pensi, quando nuoti nell’acqua senza senso del lago. Ti chiedi che cosa mai nasconderà il fondo buio, e pensi intensamente che la stessa acqua che lambisce ora il tuo corpo indifeso tocca nello stesso istante anche le mille cose oscure che stanno nelle profondità del lago; e questo pensiero è fastidioso e attraente insieme, ma tu non hai paura, tu apri gli occhi e osservando l’abisso continui a nuotare, e a lottare, perché c’è una parte di te che vorrebbe andare a fondo, scomparire da questa sera e dall'estate calda, da tutte le persone che ami e non comprendi, dalle situazioni odiose che ancora si ripetono; sfuggire di colpo a tutti i maledetti casini che agitano la vita tua e di tutte le persone sulla riva, che però di tutto questo non sembrano preoccuparsi, o almeno non adesso. Ogni cosa è lontana. Vociare di bambini. C’è una parte di te che sussurra qualcosa e tu vorresti abbandonarti alla sua voce; ma ignori quella spinta, continui a nuotare, stai in superficie; eviti accuratamente di guardare troppo a lungo l'abisso verde scuro da cui un giorno mille mani si leveranno per sfiorarti le gambe e sorridere di te che non resisterai; ma oggi no.
Oggi distogli lo sguardo, tenti di dimostrare che sei più forte, che tra poco salterai fuori dall'acqua per tornare alla vita di tutti, tenti di convincerti che non hai mai pensato al fondo, alle mani, alla voce che nel buio chiamava il tuo nome, al piacere sottile e insensato nell'osservare quanto facilmente una vita può andarsene senza lasciare traccia; e a come sarebbe stato bello lasciare l'estate a metà, un assonnato pomeriggio cristallizzato per sempre, ripetuto all’infinito come una maledizione. Sorridi a questo pensiero. L’acqua è leggera, scivola via veloce, nasconde un piacevole silenzio ovattato ogni volta che metti sotto la testa. Il mondo fuori è amico, è tranquillo e felice nella calma sera di agosto, e se non avrai paura il lago si lascerà attraversare senza dir nulla e senza farti del male. Ancora una volta l’acqua silenziosa ti lascerà andare, ti lascerà riemergere sull’altra riva e scappar via, di nuovo salva.







Let me sleep.

Wednesday, April 30

categorie



Per chi accetta di farsi sconvolgere da eros, le cose sono sempre, perennemente, irrisolte.
Chi accetta di nutrirsi della sua energia potente, deve accettare anche di cadere nel vuoto quando questa viene meno. Camminare sull’abisso è divertente fino a un certo punto. Costruire storie per sopravvivere può durare per un po’ ma è così maledettamente faticoso. 
Piango e non so davvero perché. Piango e vorrei dirlo a qualcuno. Tante belle parole e tanta fiducia negli altri e poi invece ecco, siamo di nuovo soli. Perché non può esserci un equilibrio? Dove se ne vanno i momenti perfetti in cui tutto corrisponde? Dov’è la tranquillità che sembrava di stringere definitivamente tra le mani e perché improvvisamente tutto diventa difficile?
Mi sono accorta che viviamo solo di categorie. Le categorie con cui ordiniamo il mondo, con cui ci hanno insegnato a ordinare il mondo, sono pure costruzioni, che offuscano e impongono un certo senso allo scorrere degli eventi, alle cose che accadono. Talvolta assumono più importanza le categorie delle cose che si vorrebbero categorizzare. Se io penso ad una cosa sommamente astratta, complicata e assurda come l’amore, le mie categorie mi dicono certe cose, e io ci credo, mi dicono quali forme e quali modi una cosa come l’amore può assumere; e se gli eventi della mia vita o le cose che mi succedono non vi corrispondono io vado in crisi, o penso di aver sbagliato qualcosa. Nei momenti di disperazione, quando il cervello si arrende e la smette di cercar soluzioni e palliativi per farmi galleggiare, penso di aver sbagliato tutto. Ma immagino sia tutta colpa delle categorie. Immagino che una buona parte della mia infelicità stia nel mio modo di pensare quel che avviene, nel mio modo di dare senso agli eventi, stia insomma nelle maledette categorie in cui ogni cosa che accade e che pensiamo viene schiacciata a forza, da sempre, da quando a scuola ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, ma forse da prima, da quando le risposte degli adulti hanno assunto la rigida fissità propria della verità, e la verità stessa ha smesso di essere sempre ancora domanda.
Così, le nostre domande si sono esaurite, sono naufragate nelle risposte e han pensato che andasse bene così, che non ci fosse più bisogno di chiedere, o che chiedere fosse stupido. Nessuno da allora si è più domandato perché pensiamo alle cose proprio nel modo in cui ci pensiamo, e non in un altro. Nessuno si è più chiesto perché mai dobbiamo pensare a oggetti, eventi, concetti, a una cosa come l’amore, solo all’interno di categorie così ristrette e così stupide; stupide nel senso in cui sono stupidi  i computer, che non fanno che eseguire ordini macchinalmente, che si ostinano a ripetere un comando anche quando è fallimentare, che perseverano nell’errore e cadono in un loop, perché non sanno pensare se stessi.
E che dire delle nostre testoline, in cui si compie ogni giorno, per ogni storia, per ogni maledetta emozione, l’eterno ritorno dell’uguale; che dire delle nostre menti tanto brillanti che per un dettaglio insignificante si fanno rovinare la giornata, perché quel dettaglio, opportunamente categorizzato, costituisce un pezzo di informazione che riempie di un senso nuovo e nauseante sia il passato che il futuro, diventa così un dettaglio totalizzante, che ingombra come un peso morto il passaggio, il cervello, impedisce di vedere la varietà di soluzioni che il mondo fuori categoria offre, ma noi siamo ciechi, ma tu sei cieca KK, sbatti la testa sempre di nuovo nello stesso punto, cerchi spiegazioni sempre di nuovo negli stessi luoghi, usi ancora e ancora le medesime categorie che ieri e oggi ti hanno fatto stare male. Esci per un giretto a piedi e osservi tutti, persone, oggetti, animali, le carte per strada, con aria apocalittica. Le nuvole inquiete e gonfie di pioggia sono dalla tua parte, l’aria umida che sposta le foglioline nuove degli alberi è un presagio di qualcosa, ti fa pensare che tutto alla fine passa, che tutto a un certo momento finisce, te ne sei accorta due giorni fa quando sotto l’acqua e la neve hai imposto alla tua mente di stringere i denti e resistere, perché tutto finirà, che sia sofferenza, fatica, freddo; che sia felicità di un momento, farfalle nella pancia una sera di aprile, stendersi sul pelo dell’acqua al mare a mezzogiorno, l’aria calda nelle discese in bici.
Emerge da tutto questo una verità potente, e fuori categoria, che ha le sembianze di una legge cosmica; e dice che ognuna di queste cose, ognuna delle Cose, per quanto sembri non finire mai, a un certo punto non sarà più; e tu potrai guardarla da lontano, pensare alla distanza che ti separa da lei, pensare a come hai fatto a superarla o com’è stato possibile che se ne sia andata così in fretta. Di questa legge che spazza via le categorie, che sferza il sempre uguale come la piena di un fiume, si trovano tracce sorridenti in ogni cosa che esiste.

Adesso dalla finestra aperta entra l’aria della sera; il cielo è finalmente chiaro e pulito, ogni cosa del mondo sembra tornata al suo posto. È solo apparenza ma evidentemente è quanto basta. Capisco solo ora di essere io il problema; appare chiaro nella confusione della mia testa che io sono tutt’uno con quella legge e quella verità, che sono io l’acqua fredda di quel fiume, e che è la mia corrente a trascinare ogni cosa nella piena, indefinitamente, senza meta, in continuazione, senza mai fermarsi un attimo a pensare, senza mai fermarsi sull’argine del fiume a osservare la corsa, i ciottoli chiari, e il mondo indifferente tutt’intorno.


Thursday, March 6

asciugamano




KK ricorda perfettamente di aver visualizzato, sull'asciugamano davanti a sé mentre se ne stava beata sotto la doccia, la sua vita futura.
Tutto questo accadeva anni fa, cinque almeno.
Quel giorno, con una chiarezza e soprattutto con una fiducia che mai si sarebbero ripetute, KK aveva creduto fermamente di avercela fatta. Dopo la visione sull'asciugamano, bianco come la neve che aveva appena lasciato, KK stette un tempo indeterminato sotto l'acqua calda a sciogliere la tensione di quei giorni, felice, in attesa. Finalmente tranquilla e consapevole KK se ne stava a rimirare quello che aveva fatto.
Oh, ma ancora non era finita.
Quel pomeriggio sotto la doccia, per l'ultima volta KK credette in se stessa. Tempo dopo, spese mesi e anni a chiedersi quanto diversa sarebbe stata non tanto la sua vita, ma la sua stessa persona, qualora l'esito di quel maledetto pomeriggio fosse stato diverso. Se qualcuno avesse detto , se qualcun'altro avesse scritto ammessa sul foglio che avrebbero poi appeso fuori dall'hotel, dove dopo la doccia KK si recò incontrando tutte le facce paonazze della mattina, vestite civili, e dove KK dovette vedere la gioia degli altri senza poter far nulla e senza poter gioire lei stessa. Cosa sarebbe cambiato e quanto?
L'ultimo pomeriggio di vita della fiducia di KK se ne andò così, neanche il tempo di goderselo, e neanche il tempo di pensare a un piano B per salvarla, la fiducia, nel caso il piano A avesse fallito.
Invece niente. Fallì il piano A, e fallì il mondo faticosamente costruito da KK, e morì quel giorno poche ore dopo la visione sull'asciugamano anche la fiducia di KK nelle cose a venire, negli eventi, cioè in fin dei conti in se stessa.
Una parte di KK è rimasta sotto la doccia credendo di essere invincibile. Quell'anno, finito miseramente in quel pomeriggio di inizio primavera, fu il primo e l'ultimo in cui KK si sentì davvero forte, invincibile, capace di reggere la pressione e l'ansia, capace di gestire la prova, la paura, la sensazione di non essere all'altezza. Questi ultimi erano allora concetti sconosciuti, per KK.
Aveva costruito un mondo in cui niente era impossibile, in cui impegnandosi si arrivava al risultato, in cui l'ansia di non riuscire erano combattute con la concentrazione attenta e testarda. Aveva ripetuto tutti i gesti necessari e aveva fatto tutto giusto.
Perciò una parte di lei era rimasta sotto la doccia, per capire che cosa di tutta quella storia e di quel mondo fosse andato storto, cosa ci fosse stato di sbagliato e dove diavolo fosse, se in lei, negli altri o nelle cose stesse.
Una parte di KK, infinite docce più tardi, guardando l’asciugamano scorge ancora quella visione così chiara, nitida e semplice, e quel giorno in cui tutto si è perso le pare così vicino e insopportabile da esser nella sua testa rielaborato, ricostruito e riposizionato, diventa l’inizio di una discesa, lo spartiacque tra un prima e un dopo del tutto convenzionali, inventati, che daranno a KK la sensazione che la vita in fin dei conti sia fatta di tanti pezzettini uno diverso dall’altro, da posizionare a piacimento come fossero mattoncini di lego. Tutto questo e molto altro, mentre dall'asciugamano spariva la visione perduta per sempre, tutto questo e poco altro mentre la vita tanto desiderata fuggiva in un baleno, e la fiducia di KK nelle cose, negli altri e in sé, svaniva di botto, ridendosela alla grande, una fragorosa risata mentre KK rannicchiata nella vasca sparirebbe volentieri assieme all’acqua che se ne va.

Monday, December 23

non saprei




Non pensavo che fosse possibile tornare a questo punto. Sono in stallo, di nuovo.
Cammino da sola nella notte, piove, mi fermo in mezzo alla strada perché la mia testa è da un'altra parte e ci metto una vita a ricominciare a camminare. Immagino di avere una faccia pessima. Guardo nel vuoto l'asfalto e l'acqua che scorre lenta, ed è la stessa di tante altre sere di pioggia in cui sono uscita a cercarti e non ho trovato nessuno. Spesso questi giri hanno una minima funzione catartica, stasera invece non è successo proprio niente.
Un paio di epiphanies degne di nota ma niente di più. Guardo di striscio dentro ai bar per vedere chi c'è.
Non so davvero cosa sperare. So cosa voglio ma non so se sia possibile e come, e questa cosa mi uccide ogni giorno. Eppure il mio passo è calmo come se dovessi salire in verticale per migliaia di metri.
Incrocio un signore anziano che avanza sotto l'ombrello. Lo guardo ma lui non mi vede neanche.
Non lo conosco ma l'avrò visto un milione di volte. Ha dei guanti che mi piacciono. Improvvisamente la vita degli altri mi appare chiara nel suo scorrere lento e inesorabile, separato dal resto, con tutte le abitudini e le azioni condensate, finchè non arriva questo istante. Due vite si incrociano. Non si conoscono, o non si ri-conoscono. Infatti passo oltre e mi sento peggio di prima. Supero una macchina parcheggiata su cui costruisco una storia del tutto arbitraria. Il pensiero mi infastidisce. Complimenti, l'ho creato io e adesso mi disturba, e riesco a fatica a farlo sparire. Passo anche la macchina e ormai sono quasi persa.
Pensarti non serve a niente. Immagino, altri pensieri arbitrari, che tu hai la tua vita, proprio come il signore con l'ombrello, e non è detto che le nostre vite si incrocino. Probabilmente la penso così perché questo è un momento di merda, in cui me ne vado in giro nella notte senza uno scopo sperando di trovare qualcosa da desiderare che mi distragga. Quello che davvero vorrei ha una forma indefinita ma a rigore sarebbe perfettamente realizzabile, qui e ora. Ma chissà se anche questa affermazione non sia un altro pensiero arbitrario. Chissà come sarà divertente, sbrogliare la matassa del mio cervello, se mai un giorno qualcuno deciderà di farlo. Chissà quante altre volte camminerò nella notte in cerca di qualcuno, che non sarai più tu ma un'altra storia, altri mesi di attesa e speranza e disperazione e inutili innamoramenti.
Ma ora no. Ora tutto è assoluto. Un giorno, forse già domani, riderò di questo mio comportamento apocalittico, di questa mia ansia ridicola verso le cose. Faccio tutto come se il mondo stesse per finire. Mi dispero sempre per quello che lascio andare come se quella fosse stata l'ultima possibilità. Nonostante la mia razionalità che tutto analizza e tutto pretende di controllare, sono una mina vagante. Vorrei tanto lasciarmi scivolare addosso gli eventi, ma non ci riesco. Vorrei tanto non pensare a niente e cogliere l'attimo, ma non ci riesco, non tutte le volte.
Mi guardo da fuori e vorrei tanto farmi una risata, e prima o poi la farò, magari la faremo, ma stasera temo di no. Stasera tornando a casa mi sono accorta che va tutto bene finché cammino in salita. Finché c'è un luogo da desiderare, guardare da lontano e raggiungere. Quando torno indietro, la discesa mi dà un maledetto senso di sconfitta, di non senso. Cammino ma niente ha più un significato. Sono il solito zombie che non sente nulla.
Ma stasera nella discesa ho incrociato qualcuno. Una figura incappucciata esce da un negozio con un cartone in mano. Neanche il tempo di pensare cosa sia che attraverso in pieno la scia di profumo di pizza.
È buono, è dolce, confortante, è qualcosa di cui adesso avrei un gran bisogno ma che adesso non c'è; tuttavia ci sarà sempre ogni volta che qualcuno ti passerà di fianco con una pizza nel cartone. Non so. Questa cosa è stata una specie di rivelazione, ma l'ho capito solo dopo. Prima di capirlo, prima di mettere a posto i pezzi in disordine, sono tornata a casa sotto l'acqua senza pensare a niente di sensato, immaginando altri esiti e altri finali di scene già viste mille volte.

Veramente non mi spiego come mai riusciamo sempre a complicare le cose, che sarebbero tanto semplici senza quel che la mente ci costruisce sopra. La felicità, quella cosa su cui molto si scrive e molto ci si arrovella, sta in attimi imprevisti, a se stanti, in cui le cose che prima erano separate ritornano improvvisamente unite. Accade quando ogni cosa è ricomposta, quando mi sorridi e noi due torniamo ad essere uno. Tutto qua. Lo si può leggere negli occhi. Non è necessario che il mondo ne sappia nulla. E non è nemmeno necessario complicarsi tanto la vita. L'Uno è fragile, momentaneo e precario, per noi. Non dura in eterno. Visto in prospettiva, è pure ridicolo. Nonostante ciò, lo inseguiamo e soffriamo in silenzio, e quando è lì a un passo da noi senza poterlo far nostro quasi diventiamo pazzi. Siamo spezzati in due, tutto qui. Perciò la vita è desiderio. La ricerca di quegli attimi non è difficile, ma la mente dev'essere libera. Io e te un giorno non esisteremo più, perché non esisteranno più un Io e un Tu. Tra davvero poco tempo, tutto questo ragionare sarà spazzato via. Le occasioni per far tornare uno quel che è molteplice vanno inseguite con la tranquillità di chi sa che quella è la nostra personale verità, l'unica possibile. Quando ciò che è sempre irrompe nella monotonia del tempo sempre uguale, avrò trovato un 
kairós e lo terrò stretto finchè, come sempre, a un tratto mi sfuggirà di mano. Io so che là nel buio ci sei anche tu. Se ti troverò, ti terrò stretto a me fin quando vorrai scappar via. Combattono le nuvole nel cielo. Nella notte nera cercherò senza paura.

Friday, October 4

venerdì sera

Vorrei dire qualcosa, dirlo al mondo, ma in un venerdì sera di feste e birra chi vuoi che stia a sentire le parole scomposte di KK? 
Non le ascolterei nemmeno io, se solo potessi stare dall’altra parte. 
Le rare volte che ci sto, sono spezzata in due. Quando tutto sembra perfettamente ricomposto, KK si sente tranquilla. Ma dura un attimo, ed è raggiungibile solo inondando il corpo di endorfina chimica. KK non sente e non vede la crepa, la frattura che è in lei così fastidiosa. Essa è tanto più odiosa quanto pare assente negli altri. Ma cosa ne sa KK, in effetti? La vita degli altri è solitamente un enigma. Forse, molto probabilmente, la vita degli altri è molto simile a quella di KK. Ma no, quella maledetta crepa non c’è. In loro non ve n’è traccia. Se no non sarebbero tutti così sguaiati. Avrebbero un po’ di rispetto, per chi nella crepa ci vive e, a volte, ci resta secco. Siamo tutti spezzati, ma nessuno vuole davvero ammetterlo. 
Al contrario, KK è maledettamente riflessiva e non vede la stessa attitudine negli altri.

Quando KK si accorse di questo, un giorno lontanissimo, preistorico, del liceo, fu assalita anche da un pensiero autodistruttivo. Chiuse gli occhi e pensò forte forte a come avrebbe voluto nascere dall’altra parte. Loro, i suoi compagni, erano così perfetti. Inconsapevoli della crepa e di tutte le sue conseguenze. Naturalmente era apparenza. Naturalmente quel ridere e quell’emettere sentenze e quello sbaciucchiarsi e dirsi amore tesoro sei stupenda erano una copertura. Dentro loro soffrivano, forse, ma se ne stavano zitti. Ora KK può deriderli, per quella loro pochezza adolescenziale. KK si lasciava così sconvolgere dalle cose e dalla realtà, da scrivere come una pazza, nell’ora di religione, invocazioni e racconti a proposito di criceti su una ruota, che volevano rappresentare gli alunni a scuola. 
Lei li odiava, tuttavia avrebbe tanto voluto essere come loro. Gli altri apparivano isole di perfezione in mezzo al caos dell’adolescenza. Tutto in loro era falso. Allora KK non poteva capire il profondo senso filosofico della loro falsità. La parola falsità era anzi usata a scuola, spesso dagli stessi falsi, per definire chi stava loro antipatico o non si comportava secondo il loro codice. Ma loro incarnavano davvero, nel vestirsi, nel parlare, nei rapporti con gli altri, il grado più potente del Falso. Avanzavano per i corridoi a grandi falcate, decisi, sicuri di sé, e senza degnarti di uno sguardo. Potevi sentire le risate alle tue spalle. A volte ti sbagliavi, quelle risatine non erano per te. Ma a volte si diventa paranoici. La loro sicurezza si nutriva di un saldo quanto effimero controllo sul mondo circostante, fatto da cose, persone, e ambiente in generale. I loro gesti e le loro mosse si adattavano perfettamente all’ambiente e alla situazione. Condividevano con gli altri il modo di chiamare le cose. Condividevano con gli altri il modo di rapportarsi al mondo. KK rimase subito affascinata da questa capacità di adattamento, giudicandola comunque qualcosa di elementare e non particolarmente lodevole. Del resto di comportarsi come gli altri, di essere uno uguale all’altro, sono capaci tutti. KK tentò anche, per un certo tempo, di vedere se un dialogo fosse possibile, con l’altra parte. Le volte in cui dette fiducia, rimase delusa. Allora cercò alleati. Tra quelli che stavano sulla sua stessa barca, ognuno aveva sviluppato modi diversi e fantasiosi per sfuggire all’indifferenza e alle angherie. 
L’importante è identificarsi. Se quelli non sanno cosa sei, non riescono a incasellarti, sei fottuto. 
Se sei indeterminato generi antipatia solo a guardarti. Così c’era chi si rivolgeva al punk. Altri rimanevano orribilmente anonimi. Questi venivano eliminati per primi. Si autoeliminavano. 
Molti lasciarono la scuola proprio in questo modo. KK vedeva la loro sofferenza ma non poteva far nulla. KK ci mise un po’ a ottenere una posizione decente, a entrare in una casella in modo che gli altri smettessero finalmente di chiedersi cosa fosse e smettessero di disturbarla. Tuttora KK non ha idea di quale fosse quella casella e di cosa pensassero gli altri di lei. KK era probabilmente un enigma. A tratti se ne usciva con cose geniali che lasciavano gli altri interdetti. Chissà se avrà acceso in loro una luce, per dire che non è tutto qua. In ogni caso, da quella posizione sconosciuta, KK potè osservare da vicino la nascita e lo sviluppo di quel falso che nella vita adulta causa la stupidità e il danneggiamento del mondo e della vita umana. 
 E KK non ha paura di essere troppo apocalittica dicendo questo. 
I germi dell’odio e della crudeltà di cui l’uomo è capace sono vivi più che mai, in una classe di liceo. 
Il disprezzo che grondava dai commenti alle parole dei prof, dalle risposte stizzite e irrispettose che KK sente ancora risuonare nelle orecchie, era lì, in bella vista nella sua semplicità disarmante. Il candore con cui gli altri rispondevano male ai prof era qualcosa di incredibile. Un giorno la supplente della Giovanelli, che non aveva molti anni più di noi e che tradiva il nervosismo attorcigliando le mani tra loro mentre spiegava, rischiò di scoppiare a piangere. Quegli stronzi l’avevano distrutta psicologicamente. Lei ingoiò le lacrime a fatica. Lei era alla cattedra, ma loro l’avevano trascinata con le parole e gli sguardi e le risatine, tra i banchi, e lei era di nuovo una ragazzina al liceo, angherie che si ripetono ancora e ancora anche dopo che ti sei preso una laurea, un dottorato e hai vinto un concorso. Guardandola senza poter fare niente, KK capì che gli altri e le loro parole subdole, i loro sorrisi di scherno, erano impossibili da fermare. Non c’erano leggi scritte, leggi della scuola, che impedissero a loro di farti stare male anche senza bisogno di parlarti direttamente. 
La supplente infatti non punì nessuno. Piangeva per la sua impotenza, perché contro la pura cattiveria silenziosa non si può far nulla. E anche perché nella classe come nella folla, non c’è nessun colpevole. Risatine continue risuonano tra i banchi, ma chi può dire che sono per te? 


Tuesday, October 1

la Toscana d'inverno


Com'è la Toscana d'inverno? Credevo di ricordarmelo e invece non lo so più.
Le nuvole corrono in un cielo chiaro, limpido e grandissimo e tutte le cose che stanno sotto non hanno più senso. Ci sono io che seguo questa macchina per le curve dolci delle colline, che ora sono verde acceso, brillano di tenere foglie nuove. Questo è un viaggio eterno. Ho fatto questa strada tante volte ma il viaggio di oggi resterà stampato nella mia testa per sempre. Non penso più a com'è la toscana d'inverno perché adesso qui è improvvisamente primavera. Da oggi le cose non saranno più le stesse.
La mia stupida presunzione di riuscire a non farmi coinvolgere troppo dalle cose ha fallito in pieno. Flash dell'infanzia mi invadono la  mente. Oggi l'aria è fina e appena tiepida. In questa casa ora vuota l'estate ha i profumi intensi del fico e della terra riarsa dal sole. Che senso ha tutto questo quando noi ce ne andiamo? Chi starà nella mia stanza quando io non ci sarò più?
La strada corre davanti a me ad una velocità che mi permette di guardarmi intorno. È tutto una distrazione oggi, per non guardare troppo la macchina grigia là davanti. Sull'asfalto stanno delle foglie che il vento prende e sposta in circoli ordinati e fa danzare in aria. A tratti stormi di uccelli attraversano il cielo davanti a noi. Ricordo solo ora di quella volta, tempo fa non lontano da qui, in cui due cervi mi attraversarono la strada. Uno si fermò nel mezzo e mi guardò fisso, i muscoli tesi, immobile. Nei suoi occhi, un terrore puro e naturale. Dopo un attimo corsero via, scivolando gli zoccoli sull’asfalto.

***

In chiesa, quando tutti stanno ancora prendendo posto, in signore simpatico, con folti capelli bianco argento, saluta la nonna. Le prende il viso tra le mani sorridendo e ripetendo il suo nome, la nonna un po' si scosta ma sorride anche lei. Chissà da quanto si conoscono e da quanto non si vedevano. Ma ora sembra che il tempo non sia passato, sembrano amici che si sono appena lasciati e ora si rivedono. Quel gesto è familiare, amico, pieno di una sorta di amore universale. La nonna ha gli occhi lucidi. Non avevo mai visto la nonna così. Per la prima volta da quando non c’è più il nonno, non mi è sembrata sola. Più tardi, mentre camminiamo sulla strada deserta e assolata che va verso i campi e verso il cimitero, mi appare improvvisamente il senso di quella visione, e li vedo tutti di nuovo, li vedo bambini e poi ragazzi, e poi giovani come me, li vedo tutti come esseri umani senza età, e poi rivedo me e mi sento persa. I cipressi sono alti e folti e si muovono piano nel vento. Quante giornate come questa in Toscana. Improvvisamente li vedo tutti e scopro che tra me e loro non c’è in fin dei conti alcuna differenza. Che cosa significa essere giovani? Perché tutti continuano a dire questa cosa? Osservo rapita le foto di parenti lontani e il senso di tutto questo appare semplice come non mai nella sua assurdità. Forse è un compito, un ciclo, un cerchio che ogni volta riparte e poi si chiude; forse la nostra vita è davvero il battito di ciglia di un dio sconosciuto.
Così, in chiesa, accade che riesco a restare tranquilla per tutto il tempo in cui il prete parla. Dice di dio, di comunione, di giudizio, di libertà e di amore. Dice tante belle cose che però vengono dette per ogni morto, in modo che ogni volta le persone che stanno là davanti con gli occhi lucidi abbiano un po' di sollievo. Mi concentro in questo esercizio, come facevo alle messe della scuola, e come avevo fatto al funerale del nonno; ricordo che ci ero riuscita finchè Giulia, che aveva sette anni, sentendo il suono dolce delle preghiere cantate, non era scoppiata a piangere attaccandosi al mio braccio. Allora ho pensato che niente di quel giorno, di quei mesi passati, e niente di quello che era successo al nonno aveva una parvenza di senso. Ho smesso solo da poco tempo di sognare che le cose andassero in modo diverso. Per mesi e anni, in tante notti ho sognato di un epilogo diverso, l'epilogo alternativo. Sognavo che il nonno ci venisse restituito così come lo ricordo quando stava bene.

***

Tuttavia questa volta, in chiesa, è stato diverso, più sereno. È successa una cosa strana, e cioè che a mandarmi in crisi non è stata la morte, ma la vita. Stringere le mani delle persone, vederne i sorrisi, sentire i loro ricordi mi lasciava inebetita e non in grado di rispondere. A volte mi pare che siamo freddi, nei nostri rapporti con gli altri. Anche con le persone vicine. A volte vorremmo dire tante cose ma dalla bocca non esce niente. All'improvviso vedo me stessa ringraziare ed esprimere quello che davvero ho dentro ad ognuna di queste persone. Ma è solo una visione. Nella realtà riesco solo a balbettare qualcosa, e a mettere tutto il mio calore nelle strette di mano, ma niente di più, niente di quello che vorrei. Alla fine non sono per nulla sicura di aver detto tutto. Mi pare di aver detto le solite cose, mentre tutto il resto continua a vorticarmi dentro.

La seconda cosa che mi ha mandato in crisi e di cui mi sono accorta solo tempo dopo, è stata la crema di zia Lina. L'ultima crema che era rimasta in frigo dalla domenica. L'abbiamo mangiata martedì, a pranzo, dopo essere tornati da torrenieri. Era proprio l'ultima. Non me ne rendo conto subito. Quella stessa sera, molte ore e molti chilometri più tardi, quando rimango da sola nel buio della macchina a ripensare a tutto il vortice degli avvenimenti, mi torna in mente la crema, capisco che era davvero l'ultima e capisco che niente sarà più come prima, e allora come Giulia scoppio a piangere a dirotto. Continuo a guidare, osservando attraverso le lacrime i fari rossi delle auto davanti a me  diventare luci tremolanti e incerte, la strada scura e il cielo nero scorrere nella notte ignari di tutto, e anche io mi sento vuota e stanca, di una stanchezza inutile e senza senso.


Friday, September 20

Maledettamente ridicoli

Non siamo maledettamente ridicoli? 
KK pensa intensamente a questa cosa, e a se stessa e ai suoi desideri, e non prova nulla. Ripensa con grande concentrazione a ciò che vorrebbe dire, guarda dentro di sé. Non trova niente. 
Tuttavia il tempo avanzerà ugualmente, e mangerà tanti di quei giorni ancora, giorni inutili come questo. In fin dei conti che importanza hanno, i giorni, in sé e per sé? Ognuno si inventa eventi e cose da fare perché i giorni si differenzino gli uni dagli altri, e perché messi assieme e visti da lontano siano una storia. Ma restano una semplice invenzione.

Allora KK vorrebbe ora inventare un nuovo modo di essere, di esistere, vorrebbe dire una nuova vita ma ancora non è quello il punto. 
Ci sarebbe da cambiare proprio tutto
KK vorrebbe ora ridere in preda all’alcol e incrociare i suoi occhi e vedervi una luce, un lampo che dice , aspetta solo un attimo, stiamo qui a studiarci da lontano, non aver fretta, non preoccuparti che prima o poi succederà qualcosa, e prima che tu possa aprir bocca io sarà ormai troppo vicino, e capirai tutto, tutto il mondo in uno sguardo che desidera solo te e di cui nessuno davvero sa nulla. Oh sì. Nessuno sospetta nulla, qui attorno. KK ama la complicità. KK a tratti vivrebbe solo di quei tuoi sguardi, che prima di essere tuoi erano di molti altri esseri umani come te, nei quali in momenti diversi quell’energia si è concentrata; su di loro, gli amori temporanei, le infatuazioni senza meta precisa, KK ha investito tutta se stessa, e questo accadeva ogni volta, per ognuno, singolarmente. Forse varrebbe la pena di farsi uno schema con la durata di quegli amori maledetti, pensa KK, in modo da sapere in anticipo quanto durerà il prossimo, e quanto durerà quello presente, e se è possibile evitarne la ripetizione, o alleviare la pur piacevole sofferenza che ci causa. KK non sa davvero più cosa pensare. Un anno fa, questo, e molte altre cose, erano in effetti impensabili. Ma invece succede sempre, maledizione. KK è presa da due cose contemporaneamente, anzi forse la prima è ora passata in secondo piano. Il nuovo temporaneo ha preso il sopravvento. L’altra, l’altro, ciò che era primo ed era sembrato, con grande cautela, per sempre, è ora una stanza buia, una luce spenta, è semplicemente invisibile. La nuova luce dell’altro temporaneo acceca.
Bisogna stare attenti all’accecamento, KK, ricordalo sempre. 
Ma si sta così bene, senza pensare troppo. In queste giornate che sembrano senza senso, in cui tu sei assente anche se ripetiamo che va tutto bene, l’accecamento è tutto. L’accecamento è l’unica cosa possibile, quella che permette a KK di andare avanti. KK chiude gli occhi e cerca di capire. KK soffre in silenzio guardandovi da lontano. KK è sempre stata leale ma non ha mai voluto sentirsi così. 
Vorresti forse una pausa da tutto, non è vero? 
Credo di sì, dice KK candidamente. Io voglio poter parlare chiaro, aggiunge. Poi, silenzio. KK con la testa sott’acqua pensa di nuovo ai tuoi occhi nella sera calda umida, è uno smarrimento senza parole, silenzioso, un cenno invisibile e solo per noi, un sorriso che vuol dire tutto. Cosa aspetti, KK? Cosa aspetti perché tutto, nella tua esistenza, diventi reale?

Tuesday, October 23

bambini a ginevra



Credo sia tempo di dire qualcosa. Non possono mettersi a sparare musica fuori dalla mia finestra a quest’ora  e pretendere che io non abbia niente da dire. Nessuno può pensare che io non abbia da dire.

Parliamone. Mi parli della sua infanzia.

Calma, calma, tutto questo mi pare troppo veloce, tutto insieme, deve capire che non riesco a seguire bene il corso dei miei pensieri.

Da dove partiamo?

Partiamo dalla musica. Ora mi fanno innervosire, non è ancora sera, non è esattamente sera, c’è luce dannazione, ma loro sono là e la musica rimbomba, e molta gente accorre, parcheggia scende e si incammina verso l’enorme tendone, sono famiglie (non è una parola abusata “famiglia”? non è sdolcinata come parola? Eppure in qualche modo si deve parlare…), insomma bambini con magliette e mamme con pantaloncini e altre cose, ma il problema centrale è che sotto il tendone ci sono suoni sconnessi, forzatamente allegri, come se per la felicità, come se per sentirsi vivi, bastasse un ritmo incalzante, così veloce da riempire ogni spazio, ogni tuo spazio, entra e pervade ognuno dei piccoli spaziettini di cui siamo fatti e così, solo così, ci sentiamo pieni. Non è così? È bene che gli spaziettini siano sempre pieni, e contigui, uno a fianco all’altro senza soluzione di continuità, in modo che la serata passi liscia liscia, e perché più tardi si possa uscire dal tendone nella notte umida e calda, e tornare alla macchina. Io sarò qui. Sentirò voci, e portiere sbattere. E macchine partire. La notte è calda, la notte è nera, e una marea di stelle stanno in silenzio sopra il tendone, ma sono lontane e invisibili, perchè l’afa intrappola tutti quaggiù. Perché non possiamo fuggire? Le stelle non si vedono,  e le auto se ne vanno ora. Senti il motore, senti che si allontanano, silenzio.  Siete contenti, ora? Che effetto fa, non sentire più niente? Che cosa succederà, ai nostri spaziettini, se nessuna musica e nessun ritmo allegro li riempirà rendendoci pieni, e completi, e sazi?

Niente di male, KK, niente di male accadrà. Deve smettere di pensare che succederà qualcosa di strano, o liberatorio, o apocalittico, quando le persone intorno a lei si renderanno conto di un inganno, o degli inganni, di cui da sempre sono preda. Per altro non deve escludere, cara KK, che un inganno sia qualcosa di piacevole, e desiderabile, e insomma in ultima istanza sia un male minore.  

Questo me lo hanno già detto. Questo me lo sono già detta troppe volte. Non ho più voglia di ascoltare questi sproloqui, ma perché non posso dire due cose sulla musica odiosa e su un tendone pieno di gente che mangia su tavoli traballanti, e sugli odori di grigliata, e il fumo grigioblù che esce dai lati del tendone e bambini che corrono e piattini di plastica con avanzi scarnificati di costine, perché non posso parlare di questo? E dei suddetti piatti che essendo troppo leggeri non si riescono a tenere in mano decentemente, e perciò molti cedono e perciò molte costine ancora intatte sono ora nell’erba calpestata del campo sportivo, a testa in giù, con il piattino suddetto e maledetto messo sopra a coprire lo scempio. E dei bicchieri di plastica bianchi che immancabilmente si crepano su un lato, vogliamo parlare? E di quanti di essi giacciono in terra schiacciati e orribilmente aperti e squarciati, e delle risa tutt’intorno, e dei ragazzini tirati a lucido che scrivono con la sigaretta il loro nome in svariati oggetti di plastica, con fare spavaldo, e delle giovinette che ridacchiano e si lanciano sguardi mielosi tutt’intorno, vogliamo parlarne? Non capisco perché mai non dovrei farmi domande, su tutto ciò. Ho già dato, dannazione. Non ne posso più di questi ragazzini idioti.

Che c’è che non va, nei bicchieri di plastica? Che cosa di essi l’ha turbata? E poi, che problemi ha, con i “ragazzini idioti”, KK? Del resto si tratta di comportamenti fisiologici, legati ad una fase della crescita. Non era forse anche lei, una di quelle ragazzine mielose?

Allora chiariamo una cosa. Cosa diavolo ne sappiamo di cosa è fisiologico. Lei lo sa che il fisiologico è definito dal patologico? Lei sa che una cosa è normale perché non è malata? Ma il confine dove sta? Lei capirà che questa cosa ha evidenti problemi fondazionali. C’è un circolo. Una petitio principii. Lei mi capisce, no? Che cosa è fisiologico?
Sto cominciando ad avere qualche problema. Non voglio incastrarmi in cose filosofiche, visto che è quello che faccio tutto il giorno, per cui tralasciamo questo discorso. In secondo luogo (visto che lei mi costringe a parlare in modo orrendamente forbito) no no e no, non credo proprio di esser stata una di quelle ragazzine. O meglio, sì, ma ho talmente odiato la cosa che l’esperienza non si è ripetuta.

Ma cosa ne sa? Ma cosa mi racconta? Lei SA che è stata una ragazzina, e sa che ha avuto desideri, speranze, attenzioni, verso i suoi coetanei. Lei ha amato e odiato, ma ha soprattutto amato. Ha sperato e desiderato, era VIVA, non è così?

Ma certo, ma certo. Questo mi fa venire in mente che devo aver sbagliato tutto nella mia descrizione. O più probabilmente la mia mente mi inganna, vuole tenermi all’oscuro di alcune cose.

Noioso. Molto noioso. Da quasi cent’anni ormai sappiamo che la mente ci tiene all’oscuro di buona parte della nostra vita psichica.  

Sì. Questo è un altro problema. Tutto questo è noioso. In ogni caso, sì sì, ammetto di esser stata quella ragazzina. Non mielosa però.

Su, sia ragionevole.

Non mielosa, ribadisco. Insomma avevo il mio personale modo di essere, e basta. E comunque ho sempre odiato i ragazzini spavaldi, i ragazzini che fumano come se lo facessero da una vita, quando la loro piccola e inutile vita è appena iniziata, ma via così, come se fumassimo dall’asilo, quando il massimo che potevano fare era imitare i grandi con le sigarette di cioccolato (un cioccolato che sapeva di carta, dalla consistenza senza senso, granulosa, che tuttavia ho sempre trovato buonissimo).

Bene, ora non so più perché mai avrò fatto questo discorso. La verità è che una tristezza strana, travestita da rivelazione, felicità camuffata, mi è venuta incontro stasera. Quelli-che-non-ce-l’hanno-fatta mi sono tornati alla mente assieme a una stilettata di dolore misto, colorato, vibrante, e il tutto mi ha spinto a dire qualcosa. Improvvisamente ho paura che molte cose possano perdersi per sempre. Ogni giorno perdo attimi e la sera me li ricordo uno a uno ma mi dico che non importa. Però è così che passa il tempo, che non risolve un bel niente.

***

Questa musica che ascolto ora ha dentro un’attesa, di qualcosa di sconosciuto, di qualcosa che alla fine è doloroso ma ancora non sai cosa è o cosa sarà. Prendo in mano il disco e mi accorgo, dopo tanto tempo che non lo guardavo più, che la plastica è un po’ rovinata, e l’etichetta che c’è appiccicata sopra è appena ingiallita. Ma il disco non è vecchio. L’abbiamo preso qualche mese prima che io iniziassi il liceo. In certe canzoni riesco ancora a ricordare quella sensazione. Di non aver ancor incominciato il liceo. Sensazione di una cosa che stava cambiando. Ogni cosa sarebbe cambiata di lì a pochissimo. Era un’attesa fastidiosa, ma fastidiosa è un’aggiunta di oggi. In realtà aveva dentro qualcosa di speranzoso. A volte, nel bel mezzo di questo disco, sento chiaramente quell’attesa, vedo me stessa in auto seduta dietro, guardo fuori dal finestrino un cielo grigio perdersi oltre le montagne, che scorrono verso la pianura, diventano poco più che colline, e poi più niente, e io sto con la testa quasi contro il finestrino, con il discman in mano e le cuffie nelle orecchie. Il discman ha smesso di funzionare un giorno che non ricordo della quarta liceo. Prima di allora, molto era passato dalle sue cuffie. Una volta in una gita in umbria l’avevo prestato alla prof. Giovannelli. Si era sentita un intero disco dei  Coldplay guardando assorta il dolce paesaggio umbro fuori dai finestroni del pullman, e io ogni tanto le lanciavo uno sguardo e ammiravo la sua tranquillità, ed ero contenta che una piccola parte di essa fosse merito del mio discman. La mia inquietudine in quel momento era un poco sopita. Ma le gite scolastiche erano fonte di sofferenze continue. Ora voi avrete da dire sulla parola sofferenze. Lo capisco, insomma non erano sofferenze fisiche, o forse un po’ sì, ma non stavo male, non stavo morendo maledizione. Ma ho un ricordo chiaro, semplice e netto di alcuni momenti di grande insofferenza, cioè della sensazione di essere impotente davanti alla sofferenza, sofferenza causata dalla vista di cose varie, di dinamiche che avvenivano tra i miei compagni, di risa che con me non c’entravano niente, dalla sensazione di esser in mezzo a persone di cui non mi interessava molto e di essere in tanti e di essere nello stesso tempo assolutamente sola. Odiavo assai passare con il nostro rumoroso gregge in posti nuovi e belli e pieni di possibilità, e odiavo essere dentro quel gregge e non poterne uscire, e se loro fanno casino come fanno sempre gli italiani, anch’io sarò tra loro, anch’io sarò loro. Ma la cosa che più mi faceva andare in crisi nelle gite scolastiche era vedere posti nuovi, vedere le persone che vivevano là passeggiare per strada, andare in posta, e fare tutte le loro cose. Insomma vedere posti nuovi era collegato immediatamente, era tutt’uno, con la possibilità che anch’io avrei potuto vivere là, se solo avessi potuto uscire da quella fila di scolari, se solo avessi potuto….rimanere ultima della fila, e alla prima curva della strada fermarmi, e poi correre a perdifiato sul marciapiede nella direzione opposta, e girato un angolo sparire per sempre.

Questo accadde una volta a Ginevra. Era una gita autunnale, e con il mio discman e le cuffie e la musica avevo osservato le montagne avvicinarsi e diventare enormi, mentre mi dicevo che dovevo stare tranquilla perché nessuno lì conosceva le montagne come me, nessuno in quel pullman sarebbe mai sceso e corso nel bosco, nessuno sarebbe stato ore a vagare in mezzo ai pini odorando l’aria o guardando le nuvole. Stavo seriamente cominciando a sentirmi da schifo perché volevo essere in quel posto senza essere nel pullman e senza essere in gita. Invece le solite voci odiose continuavano a urlare e ridere sguaiatamente appena fuori dalle cuffie che avevo nelle orecchie.  Ma niente. Arrivammo a Ginevra senza che tutta la cosa riuscisse a sconvolgermi più di tanto. Mi ero raccontata un sacco di favole sul fatto che qualche mese dopo avrei sicuramente fatto qualcosa, avrei lasciato la scuola, sarei scappata da casa, sarei andata in Canada, e mentre passavamo il Gran San Bernardo tutto questo era già successo, e io stavo vivendo una meravigliosa e perfetta altra vita in British Columbia, dove tutto era al suo posto e non c’era bisogno di gite perché nessuna gita, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare cose che non avessi già, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare di cambiare, mai più.

Il problema fu quando arrivammo a Ginevra. Era una di quelle giornate limpide di autunno inoltrato, in cui il sole è tiepido e le foglie sono rosse e gialle, e il cielo è terso, gelato, perfetto, azzurro chiaro, con striature uniformi di bianco, tirate dal vento freddo.  L’aria era frizzante e sapeva di neve. Il posto era bello davvero. Per una volta una città non mi dispiaceva. Per un po’ comunque la mia testa continuava a vagare in pensieri contorti in cui io non ero io e presto sarei stata qualcun altro e presto sarei stata in un altro posto. Insomma mi ero autoconvinta di essere solo di passaggio, ma non nel senso che ero di passaggio in quella città, ma proprio che il mio essere io in quel momento era di passaggio, era una fastidiosa fase di transizione verso qualcos’altro non meglio specificato; a scuola, in gita, in pullman, in quell’istante in cui stavo nel pullman, io ero di passaggio; io non ero davvero io; eddai! Io non sono una di loro, dopotutto; io vedo tutto questo con occhi diversi; io odio tutto quello che sono e dove vivo e presto andrò da un’altra parte. Presto tutto cambierà. Questa cosa resse per un certo tempo, anche se vacillò quando sentii quell’inconfondibile odore di neve appena scesa dal pullman; quell’odore di legna bruciata che era tanto familiare fu una fitta improvvisa allo stomaco, una coltellata silenziosa. Ero quasi persa. La mia strategia di difesa faceva acqua da tutte le parti.  Tuttavia andai avanti un po’, concentrandomi per non pensare a niente.

La crisi fu quando vidi il lago. Il lago era grande, perfettamente cintato da file uguali di alberi, rossi e arancioni e gialli, e sotto di loro un pavimento di foglie colorate, e intorno al lago correva un viottolo asfaltato dove dei bambini andavano coi pattini, dei bambini svizzeri alle tre di pomeriggio pattinavano intorno al lago, ridevano, erano felici; il giorno stava per finire e loro sarebbero rientrati in una casetta svizzera, in una città che non puzza e dove l’aria sa di neve, e ogni tanto nelle vie puoi sentire il profumo di arrosto che non è come quello di casa, e il profumo di torta, e puoi fare tutto questo in un normale pomeriggio di un giorno di scuola di quegli stessi giorni di scuola che tu odi perché sono fondamentalmente sprecati, inutili, vuoti, perché tu non potrai mai pattinare intorno al lago il pomeriggio dopo la scuola.
I bambini sorridono, ignari di tutto questo delirio che la mia testa fabbrica a loro insaputa e ad insaputa di tutta la fila di miei compagni che avanza scomposta e se ne sbatte altamente dei bambini e del lago, e di tutte le mie malate considerazioni. I bambini che pattinavano intorno al lago è stata la crisi. Era il segno evidente, chiaro e limpido come quel cielo d’autunno, della mia maledetta sconfitta.  Dell’inconsistenza di tutti i miei progetti e piani per cambiare qualcosa, che non erano che castelli in aria. Era orrore, sofferenza, tristezza irrimediabile, era il tonfo sordo di una casa che crolla, del pavimento che si sfascia sotto i miei piedi. Continuai a camminare sul tappeto di foglie mentre il sole faceva strani giochi con l’acqua del lago, ma niente mi interessava più. Tutto era come era, io ero proprio io e non un personaggio di passaggio, io non ero altro che io, e se la cosa mi faceva schifo, bè, c’era poco da fare. Vorrei tornare indietro. Vorrei tornare…

Ora sono proprio io che cammino sul lungolago di Ginevra, sono sempre io che da fuori mi vedo camminare a testa bassa senza capire perché devo sentirmi così male, sono io che mi trascino dietro al mio gregge, sono io che non posso uscire dal gregge né da quella che è la mia attuale vita per pattinare sul lungolago, e i sogni infranti sono ora in mille pezzi scomposti, specchi che riflettono cose a caso, pezzi di progetti e desideri di un’altra vita in un altro posto, diversa, che ora non hanno più senso, anzi sembra che mi deridano per la mia ingenuità. Ahah! Guarda! I bambini giocano ancora, e tra poco rientreranno a casa, dalle finestre puoi vedere la luce gialla della cucina, è caldo dentro, e la cena quasi pronta. Cosa fai tu? Perché piagnucoli? Pensa a camminare dritto. Pensa a camminare dritto. Cammino dritto, gli occhi fissi sulle scarpe di chi cammina davanti a me. Devo concentrarmi per non cadere, perché sto seriamente per cadere giù. Mi guardo intorno in un attimo di disperazione e vedo chiaramente che non c’è via d’uscita. Dove vorresti andare? Non puoi far altro che camminar dritto.

A quest'ora, da qualche parte, i bambini giocano ancora. Io volevo essere uno di quei bambini. Volevo solo pattinare nelle giornate di sole, e aspettare l’inverno, e non sentire più quell’ansia per le cose a venire perché sapevo che non sarebbero state come volevo, sapevo che avrei dovuto sopportare di stare chiusa in casa, che avrei dovuto andare a scuola e stare in un posto che non avrei mai voluto. Volevo solo aspettare l’inverno, ma perché nessuno ha capito? Non volevo  fare del male a nessuno, perché nessuno ha capito?

Bambini, bambini! Cancellate il mio nome e la mia storia, bruciate i miei documenti e tutti i ricordi, sono inutili, sono corrotti, forse sono falsi. Nessuno venga a cercarmi, perché ora starò qui. Nessuno si ricordi di me perché io non ci sono più. Perché non posso essere anonima? Perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Perché perché perché non posso essere una di voi?
Bambini, bambini! Perché perché perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Quand’è quand’è quand’è che potrò essere una di voi?

fantasmi di ottobre



Domenica di ottobre, tiepida, azzurra, nitida e perfetta. Domenica di ottobre di quelle che anni fa erano dolorose  ma che io superavo ogni volta dicendomi che un giorno non lontano non lo sarebbero state più. E in effetti oggi non dovrebbero farmi più quell'effetto. Ma tant’è.

Ora non mi spiego cosa succede. Sto scrivendo per non affondare del tutto. Mi sembra di affogare.

Mi sento debole. È una cosa fisica. Mi sembra di non aver la forza di fare niente. È anche una cosa dentro di me. Perché devo sentirmi cosi? Mi mancano giorni molto più sensati, molto più pieni. Eppure se ci penso razionalmente, è chiaro che quei giorni torneranno. E quando succederà, riderò di queste scenate e di quei giorni inutili come oggi in cui tutto sembra perduto se non si fa qualcosa a dare un senso di compiutezza, o semplicemente un senso e basta. Cercherò di spiegare il problema come mi appare ora. Succede che io passo i miei giorni a denigrare la vita degli altri, la gente che se ne sta col golfino sulle spalle al passo mentre io arrivo in bici. Allora in quel momento posso ridere di loro e vedere chiaramente in loro l'immagine di ciò che io non voglio mai essere. Ma il giorno dopo, o forse no, diciamo un po' di giorni dopo, il corpo libero dagli effetti dell'endorfina, io senza bici e senza sforzo e senza concentrazione sono nulla, non ho letteralmente senso, fluttuo nell'aria senza direzione nè significato. E l'orrore mi prende quando in tutta questa confusione mi pare anche a me di essere come loro, come quelli che avevo tanto denigrato nei momenti esaltati e felici, quando avevo il corpo sotto l’effetto di quella meravigliosa chimica naturale. Questa identificazione improvvisa, che a pensarci seriamente è semplicemente irreale, perché è ovvio che io non sono così e mai lo sarò, riesce però lo stesso a dominare la mia vita nei giorni inutili come oggi.

Succede, penso, perché non riesco a vedere oltre le cose di oggi. Non dico di avere un progetto per chissà quale futuro lontano. Anche solo domani, non riesco a visualizzarlo e far sì che renda meno totale il fallimento che vedo realizzato oggi, qui e ora. Relativizzare è il segreto per non farsi sopraffare da questa sensazione assurda. È il segreto perché ciò che è solo una parte non venga improvvisamente preso per il tutto.    Le cose passano sempre, dovrei saperlo, dovrei averne esperienza, e sì, ne ho esperienza ma non me la ricordo più, non ricordo più niente di quando queste cose son successe nel passato, di tutti i giorni come questo di cui poi ho riso quando erano finalmente andati. Non ho memoria, in niente, non ricordo nessuna di tutte le cose che dovrebbero all'istante farmi sentire meglio. Non vedo il passato. Non vedo neanche domani. Sono così dannatamente stanca...non ho fame, ma mi sento debole, strana, vorrei partire. E fare qualcosa per convincermi che posso ancora rimediare; ma non ho letteralmente la forza fisica per farlo.

Neppure parlarne qui, scriverne, riesce ad alleviare questa cosa, riesce a farmi sentire meglio. È un'altra domenica di ottobre in cui cerco di trattenere i singhiozzi di un pianto a dirotto che non vuole lasciarmi in pace. È rabbia pura, sensazione di impotenza. Di non poter far niente per impedire che giorni come questo si ripetano uguali, ancora una volta. Anche se tutto è cambiato o meglio "tutto è cambiato", mettiamolo pure tra virgolette visto che sembra non sia cambiato proprio niente. Riesco a litigare con tutti gli aspetti della mia vita. Non me ne faccio passare una. Il punto vero qui, che poi forse è una parte della soluzione catartica che sto cercando, è che io non sopporto le cose che si ripetono. Divento pazza, non capisco più niente quando qualcosa che mi ero ripromessa di non vivere più immancabilmente succede di nuovo, uguale, e non all'improvviso ma con tutta la calma per vederlo arrivare da lontano, passarti davanti e succedere, semplicemente, davanti a te che anche stavolta non hai potuto far niente per impedirlo. Probabilmente è un residuo della mia vita adolescente, in cui letteralmente ogni attimo era perduto, capitava a volte che guardavo i giorni arrivare e andarsene sapendo esattamente che non sarebbe successo niente a cambiarne il corso, che io non avrei potuto farci niente, se non stare a osservarne i particolari, la nitidezza dei giorni di autunno, i riflessi e le foglie, il cielo alto e freddo sopra di me, osservare tutto questo da dietro un vetro, e immaginare, pensare, pensare forte forte a occhi chiusi sperando di svegliarmi da un’altra parte. È successo una volta che ricordo ancora come fosse ieri, e il ricordo mi provoca una specie di fitta. Ricordo che era fine settembre, il mio compleanno. Devo andare a scuola, ma io con la testa sono da tutt’altra parte. Prati dorati, da qualche parte. Nella realtà sono rannicchiata nel letto e vengono a chiamarmi perché mi devo alzare e andare a scuola. Un venerdì. A scuola dalle otto alle quattro. In autunno, alle quattro il giorno è già scappato via. Non voglio guardar fuori dalle tapparelle, ma vedo le lame di luce e riconosco le tonalità di un giorno di sole. Non voglio, non voglio vederlo. Sono altrove. Mi chiamano, forse urlano, forse no, perché alla fine è il mio compleanno. Non supererò mai questa cosa. Questa cosa torna tutte le volte che c’è un problema. Questa cosa riaffiora come uno scoglio nella bassa marea. Ma tant’è. Allora sono io rannicchiata nel letto, la testa altrove, la testa in una valle sconosciuta di mia invenzione, l’aria pulita dell’autunno e davanti una giornata che non sprecherai, che potrai vivere come vuoi, a cui potrai dare un nome e che potrai ricordare. Invece no. Devi andare. Devo andare. Ti chiamano. Mi chiamano. Mi alzo, non mi guardo in giro, sono uno zombie che non incrocia gli occhi di nessuno. Niente fuori mi interessa. Niente fuori è qualcosa che voglio. Semplicemente, qui e ora, questa non sono io. Scaccio con tutte le forze il pensiero che oggi passerà inesorabilmente e io non potrò far altro che stare a guardare. Osservare tutte le tonalità che il cielo e le foglie gialle degli alberi del cortile della scuola prenderanno durante ognuna delle ore di questa giornata. Sono veramente un genio perché ci riesco, riesco a non pensarci, mi alzo come uno zombie e come uno zombie esco di casa e guardo in terra per tutta la strada fino a scuola, e senza droga e senza alcol e senza niente riesco ad anestetizzare ogni mio impulso e desiderio. Ho passato gli anni del liceo a sperimentare modi per anestetizzarmi e non sentir niente quando le cose che non volevo vedere, che proprio non volevo, mi passavano davanti costringendomi a guardarle. Zombie sul banco di scuola, zombie a cui niente può far male, zombie che ha imparato a ignorare le cose cattive, a sopravvivere. Sono uno zombie che riesce a far passare indenne, pare, anche questo giorno di scuola che sembrava insopportabile. Cercando distrazioni in modo abbastanza disperato e trovandole sempre. Quindi, è successo che ancora in equilibrio, per quanto precario, sono tornata a casa e tutto sembrava normale. Mi sentivo quasi meglio, ora che la giornata, le sue parti migliori, le ore più splendenti e fonte di sofferenza, erano passate. Ma poi mi è tornata in mente la valle che avevo in testa la mattina, allora ho preso il computer e ho cercato le webcam di livigno. Volevo vedere com’era il 23 settembre a livigno. Che poteva essere uno dei tanti posti dove avrei voluto o potuto essere. Magari, se mi concentravo e lo volevo e ci pensavo forte forte forte, avrei potuto in qualche modo ritrovarmi là. Nella webcam era una giornata meravigliosa. Il sole del tardo pomeriggio aveva tutti i colori possibili. La valle era di tutti i colori possibili. Lontano si vedeva l’ombra blu scuro degli abeti. Delle persone sulla strada, una macchina, immobili nello scatto della webcam. Non è finito, questo 23 settembre. Quante cose si potrebbero fare, ancora, se solo…due passi nel sole della valle, due passi…se solo…se solo…
Non so che succede ma mi ritrovo con la testa sul tavolo e una fitta in pancia e un peso gigantesco in gola, mi stringe e non riesco a respirare bene, mi scoppia la testa, è rabbia pura, odio, sensazione di impotenza assoluta, stanchezza per questa maledetta presa in giro, per tutte le maledette volte in cui son stata presa in giro. Alzo gli occhi, lacrimoni salati si accalcano sul bordo delle ciglia, e vedo tutto come attraverso l’acqua, tremolante, la webcam sullo schermo del computer ride di me, nel suo angolo in alto a destra l’orario e la data ridono di me, e io, ancora una volta, non posso farci niente.  Dondola sul tavolo la mia testa vuota eppure pesante di rabbia e tristezza, dondola e tutto è così chiaro eppure assurdo, e tutto scorre senza poterlo fermare, e mi ritrovo a odiare la sensazione di sollievo data dal fatto che finalmente il giorno è finito, anche quella sensazione non serve, è una sconfitta, ride di me, ride di me ancora e ancora. 

Oggi è tutto passato. Niente più scuola, e niente più zombie. Io non so perché, ma queste cose mi sono rimaste dentro da allora e ogni tanto vengono fuori, quando un giorno qualunque di tanti anni dopo, come oggi, le cose si ripetono uguali, e anche se è davvero tutto diverso, io ancora una volta mi ritrovo a guardare un giorno passare, e finire. Ogni volta la storia finisce con la testa sul tavolo a sentire se la ventola del computer mi suggerisce una soluzione.

È cosi difficile da capire, di cosa ho bisogno? È cosi difficile da capire, che io ho bisogno di perdere me stessa e poi ritrovarmi di nuovo, ancora sulla stessa salita? Se non ho questa riconferma ogni giorno, ogni due giorni, se non riesco a buttare là un ostacolo e partire a testa bassa per superarlo, senza questa cosa io non sono niente, continuo a fluttuare nel nulla, sono un fantasma in una domenica di ottobre. La rabbia che ora mi divora, mi mangia letteralmente, la sento stringere, mordere dentro, lei mi conosce, lei è me, è il mio Io che ride di me che oggi no, non ce l'ho fatta. Che oggi ha perso di nuovo la riconferma di essere qualcosa di stabile, almeno per qualche ora chimica in cui la mente è annegata nelle endorfine e il corpo stanco, e per questo nessun demone viene a reclamare la mia testa, la mia tranquillità, il racconto della mia vita che ho faticosamente costruito. Soffro. Ma non è il senso comune di sofferenza. Non è fine a se stessa. È anche altro. Perché dopo di lei, tutto è meraviglioso, ha nuovo valore perché ogni cosa non è più lei, non è  sofferenza, non è fatica, ora sei in cima tutto è come un premio, e le ore di fatica concentrata, in cui senti il corpo cedere, chiamare aiuto, reclamare ossigeno, sono passate. È cosi difficile, capire che io devo perdermi e ritrovarmi sempre ancora, sempre di nuovo, perdermi nell'ombra della valle e alzare la testa e guardare la strada come una lama verticale di asfalto e sulla strada e l'asfalto lucido il riflesso accecante del sole e abbassare gli occhi, e la testa, e spingere e stringere i denti e sentire che tutto si perde...ma la strada e l'asfalto e il sole e i tornanti passano, lenti ma passano e in cima l'altro te stesso ti aspetta, il tuo fantasma che avevi lasciato in fondo ora è lassù e tu sei pronto a tornare in te, ritrovi il tuo Io sempre sfuggente e stavolta te lo attacchi addosso e lo tieni stretto, perché è stato così strano e terribile perdersi ed è ora così meraviglioso e fantastico ritrovarsi, e tutto ha più senso, tutto è prezioso, il mondo è più comprensibile e amico, quelle ore di concentrazione per dosare le forze fanno sì che ora tutto venga affrontato con la stessa attenzione concentrata, come se stessi camminando su una corda tesa. Ogni passo è misurato, pare perfetto, perché con te ora c'è quell'Io che sta in cima alla salita, quello che ti aspetta e torna in te solo quando sei cima, e quell'Io è stato perso e ritrovato tante volte, e per questo è la cosa più forte e piena e potente del mondo.

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