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Wednesday, January 6

sorvegliato speciale


Ognuno sceglie da sè le proprie prigioni. In forma, durata, e dimensioni. 

Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare l'esperienza. Il mondo è grande, confuso, brulicante di persone, fatti, eventi, sentimenti potenzialmente eversivi. Per questo è bene imprigionarsi, trovare la propria personale gabbia, le proprie personali sbarre invisibili; per avere un luogo da cui tendere le mani verso un al di là ora finalmente precluso, e perciò non più pericoloso. I piaceri della vita, ma anche solo la vita stessa, l'esistenza che scorre tra giorni simili, forse uguali, in una monotonia forzatamente amica, ha bisogno di divieti, barriere, che impediscano di vedere la possibilità del diverso. 
La fuggevole visione di libertà non è pericolosa se osservata da dietro il vetro opaco delle proprie prigioni. 
Rinchiudiamoci, rinchiudetevi: ci sono persone che attendono solo quello. 
Crearsi una routine, trovare qualcuno con cui condividerla; qualcuno non perfetto, per carità, qualcuno che ci va bene, che entri nella routine e sia parte di essa; perchè poteva andare peggio, perchè ormai siamo arrivati fin qua e tornare indietro sembra stupido. O no? 
Rinchiusi nella bolla, una felicità da quattro soldi non dissimile da quella del vitello al pascolo, che alza il muso umido al primo sole. E' felice anche lui: chissà, forse sente l'umidità della notte allontanarsi, forse ora si alzerà e brucherà stancamente un po' d'erbetta; negli occhi acquosi nessun sogno e nessun futuro, nessun pensiero preciso oltre l'attimo; e quando si accorgerà che da dietro un pino lo stiamo osservando, ecco in fondo allo sguardo un guizzo di paura, nero, ancestrale, universale, senza scampo. Basta così poco per mandare all'aria un poco di felicità. Ma noi siamo ben più organizzati. 
Ognuno sceglie con cura la propria prigione. Si guarderà il colore degli occhi, forse il portamento, si verificherà una qualche rispondenza al piacere individuale. Si sceglieranno con cura le cose da dire, le parole, un posto nel mondo, si penserà che non è bello star da soli, che forse è tempo di metter su famiglia: altre sbarre, una dopo l'altra, invisibili, sicure, amiche. Ci si sentirà infine rasserenati, la luce del mondo là fuori sarà un poco smorzata, eppure resterà sempre vera, non è così? 
Le possibilità sono infinite, ma quelle vicine a noi, quelle probabili, sono un numero preciso, calcolabile; ognuna di quelle possibiità è uno sguardo che sorride nella notte, un terremoto che scuote la gabbia, la visione istantanea, terribile, accecante, di una vita senza legami; una vaga immagine, del tutto inventata, indefinita come in un sogno, di quel che potrebbe essere, che è ciò per cui a volte si è provata una nostalgia strana, senza oggetto preciso, ugualmente dolorosa; il dolore è reale, è come una ferita aperta, ma il suo oggetto è qualcosa che non esiste. 
Che cos'è che così fortemente mi manca? Che cosa mi è stato strappato una volta per sempre, lasciandomi qui in perenne ricerca? Guardare verso la valle mentre le nuvole se ne vanno, osservare i vapori bianchi salire nell'azzurro,  campi lontani in rettangoli ordinati; tutte cose che mentre scorrono già mi mancano; odore di legna bruciata, di camini distanti, raggi di sole che sbucano da chissà dove tagliando l'aria. Un altro inverno anomalo, un altro anno che scorre, proprio ora, proprio qui, mentre lascio impronte incerte sulla poca neve. Sento una nostalgia potente e incancellabile per la nostra vita nelle sue possibilità intrinseche, inesplorate, fuori categoria. Già mi mancano tutte le persone che hanno scelto prigioni più anguste della mia. Già mi mancano quelle che hanno preso altre strade. Mi mancano addirittura, in momenti di sconforto, quelle strade che io stessa non ho preso, la cui ombra continua a vivere da qualche parte, luoghi in cui io stessa forse continuo a vivere, in uno dei tanti mondi possibili che ogni nostra scelta e ogni bivio della vita produce.
Per cui scusami, scusami se sono un po' triste anche per te, che della tua prigione non sembri accorgerti. Io sento il peso della mia, e faccio di tutto per renderla più ampia, per illudermi che non ci sia. Cerco di vivere allungando le braccia fuori dalle sbarre, cerco di sfiorarti e portarti verso di me. Ma in fondo, forse, si tratterebbe solo di portarti inun'altra gabbia. Può darsi, forse, che tu stia bene nella tua, che noi tutti stiamo bene nelle nostre, un po' come il vitellino stava bene sul suo prato finchè non ha scorto qualcuno che l'osservava da lontano. 
Del resto è il nostro stesso sguardo la prigione più grande, non è così?

Thursday, May 28

cevedale







Molti muri sono crollati. Divieti, tabù, assurde regole sono infrante.
Appaiono, semplicemente, prive di significato. Totalmente arbitrarie.
In un giorno di aprile l’inverno è ritornato, e io ho provato una paura purissima, fredda e precisa come una lama; è l’immagine della mia debolezza di fronte al ghiaccio, che per una volta con me si diverte a giocare, che una volta di più riafferma il suo ruolo, il suo dominio, mi piega come una canna al vento.
Uno scenario mentale che ricordo come una distesa candida e pulita da tutto, da ogni preoccupazione e pensiero superfluo, per concentrarsi unicamente sul mio piccolo corpo che lentamente perde energia, sensibilità, calore, perde controllo; concentrarsi per recuperare le forze e aver salva la vita.
Sperimento un panico nuovo, che genera improvvisa concentrazione e che finalmente annulla tutto ciò che intorno e dentro di me si agita, immagini, ricordi, cause e conseguenze, legami, domande; seguire il filo di troppi pensieri è dispendioso ed inutile, ed è il corpo a decidere per me, è ancora una volta la natura che è in me a decidere di spegnere il cervello e dirottare l’energia verso qualcosa di utile, qualcosa che mi permetta, semplicemente, di conservarmi.
Dopo tutto questo, dopo la visione della mia mente libera da tutto, la vita torna quella di prima; ma pezzi di me sono cambiati per sempre.

Quando sto per scollinare verso la valle e capisco che è finita mi ritrovo con le lacrime agli occhi. Un pianto silenzioso, incontrollato e liberatorio, di gioia per la mia salvezza e di orrore per quelli che non ce l’hanno fatta. Attraverso gli occhi umidi non vedo bene dove metto i piedi, ma sembra tutto in ordine qui, il manto nevoso è uniforme, mi affido a pensieri del tutto casuali per non ricordarmi delle mille crepe che di colpo potrebbero inghiottirmi. Mi sento del tutto superflua e questo pensiero è di una chiarezza disarmante. Eppure ogni paura è svanita. Sento le mani pulsare di dolore mentre il sangue caldo ritorna a scorrervi, continuo a muoverle sotto due strati di guanti, si riprenderanno, anche il naso si riprenderà, tra poco sarà finita e tutto tornerà come prima; ma poi scorgo, lungo la cresta che guarda verso il Trentino, dei pezzi di legno sbucare dalla neve, dei resti rigidi come braccia puntate verso il cielo, in un’accusa senza parole; e chissà quante dita congelate, chissà quanto dolore e sofferenza, quanti giorni come questo solo cent’anni fa, e dopo questo pensiero io e le mie mani non siamo più nulla, io e il mio freddo non contiamo niente, fantasmi silenziosi sembrano osservarci mentre raggiungiamo la cresta, e dall’altra parte finalmente la valle, finalmente il sole, una via di fuga, niente più ghiaccio verde ma neve cotta dal sole, rocce laggiù in fondo, forme di vita che paiono amiche, la traccia che ci porterà a casa. Capisco che essere salvi non è nulla di scontato, e lo apprendo come fosse una verità logica, qualcuno sorride guardandoci passare, ci sono dei soldati sulla cresta e ci guardano incamminarci verso la salvezza, un sorriso triste, il sorriso amaro di chi sa, osservano la felicità del ritorno a loro preclusa per sempre mentre la valle ancora attende, e molte croci staranno ordinate sui prati, passeranno inverni, primavere, arriverà l’estate e con lei i temporali, niente ha più senso, la baracca rimane lì e i soldati pure, guardano giù, non hanno volto, e mentre mi lascio scivolare a valle ho quasi paura a fare le curve, ho quasi paura che tutto questo non sia giusto, mi appare chiaro che salvarsi è un privilegio e che non bisogna sprecarlo. Vorrei dire qualcosa ma resto in silenzio, la discesa verso la salvezza non può essere in nessun modo sguaiata, non può essere più di quel che è, vorrei essere felice ma non lo sono appieno, sento mille occhi osservarmi dalla baracca là in alto mentre lenta me ne allontano, e allora farfuglio ringraziamenti, al vento faccio promesse silenziose, a chi non ce l’ha fatta prometto di non dimenticare, prometto di raccontare, prometto di ricordare sempre delle volte in cui mi sono salvata, per avere la forza di salvarmi di nuovo. Ora l’aria è più calda, e il dolore alle mani diventa un sottofondo indistinto. L’aria è più respirabile. Compare l’immensa morena e una traccia che ne taglia la superficie costeggiando un’enorme caverna di ghiaccio. Mi lascio portare. Ringrazio tutto e tutti in ordine sparso, dagli sci ai guanti alla lana agli scarponi. Fisso un punto lontano e osservo la valle avvicinarsi, finalmente senza neve, con qualche larice spoglio, lontano, mentre la morena si esaurisce, la neve è marcia, incontriamo altri sciatori che sembrano ignari di tutto. A destra compare e scompare un rifugio. La fine della valle si avvicina sempre più. Arriva al termine. Respiro, mi volto a guardare indietro una sola e unica volta. Ma non è più tempo di guardare le cime e contarle, non oggi. Oggi sono state benevole. Abbasso lo sguardo. Ci metto una vita a togliermi lo zaino. Rimango nel parcheggio come un ebete, sento il sole che scotta sulla giacca, ma non tolgo nulla. Ogni oggetto e ogni cosa mi sembra nuova come se la vedessi per la prima volta. Dovrei mangiare e bere qualcosa, ma mi sembrano concetti nuovi. Bere una birra. Parole nuove, sensazioni nuove con cui essere cauti. Lontano, la montagna è bianchissima e accecante. Forse sorride.
I soldati vegliano sulle creste, presso la croce, il confine.
Dentro di me, altri confini si sono spostati per sempre.



Wednesday, May 20

prigioni




Certi giorni mi sento bene. Rispetto a me, agli altri, e alle cose in generale. Mi guardo intorno e non ho nulla da chiedere. Certi giorni ho la sensazione potente e incancellabile di essere libera. Che le mie azioni verso di te, e verso di me, e le cose che voglio e vorrei, siano chiare come non mai.
Ma ognuno costruisce intorno a sè delle prigioni. E con la prigione intorno ce ne andiamo in giro, pensando che i nostri atti siano pienamente nostri, e che i nostri pensieri e la nostra mente siano liberi.
Forse è meglio non chiamare, chissà cosa penserà.
Forse è meglio non dir niente, altrimenti chissà.
Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare un'esperienza che è sfuggente, mutevole, a tratti dolorosa.
Ognuno ha, per le proprie prigioni, un attaccamento ancestrale e profondo, inconscio, naturale solo in quanto autoconservativo; irrazionale quanto a esiti concreti.
Non le vedi, le sbarre invisibili? È accaduto tante di quelle volte, ricordi? Un tempo la prigione era molto più ampia intorno a te, le persone ti sfioravano appena, tu ti facevi avvicinare a fatica. Anche oggi accade: sorridi nella notte senza saper cosa dire. Abbassi gli occhi per non saper cosa fare. Ti appoggi alle sbarre e aspetti, mentre la folla intorno a te si muove, ognuna con la sua personale prigione.
Molte volte hai allungato le braccia e molte volte hai sfiorato mani protese verso di te, e hai pensato che la gabbia non ci fosse più. Ma lei c’è sempre, intorno a te, dentro di te, forse è una cosa sola col tuo essere, con la tua esistenza nel mondo. Immagino che ci sia molto da filtrare, nella faticosa esperienza dei rapporti con gli altri, e molto da cui difendersi. È necessario trovare un modo per non essere del tutto permeabili a quel che ci accade intorno, e alla potenziale sofferenza che sta dietro ogni contatto. La gabbia reclama uno statuto di utilità pubblica.
Così, accade che ci sono tante cose che ci precludiamo da soli, senza nemmeno bisogno che a farlo sia il caso.

D’altronde le sbarre sono un’interessante e comoda prospettiva, da cui guardare la propria e l’altrui vita, in attesa di qualcosa. 
Invece a volte salti fuori all’improvviso, dalla gabbia invisibile, o almeno così ti pare (in realtà lei se ne sta adagiata intorno a te come fosse un vestito comodo) e allora quella nuova libertà sembra addirittura irreale. Pensi che durerà per sempre perché dalle conquiste e dalle scoperte non si torna indietro uguali.
Ma qualche tempo dopo, in una sera autunnale fin troppo tranquilla, ti ritrovi di nuovo appoggiata alle sbarre, a guardare verso un fuori del tutto indefinito di cui non sai nulla tranne che non è il dentro dove ti trovi adesso. 
Fa buio presto e questa è una cosa che non ti piace. 
I giorni passano velocissimi e sono anche belli e intensi, ma a volte nemmeno questo ti piace. 
Vorresti saltar fuori di nuovo, ma forse non è il momento.

Thursday, December 11

ubi sunt






Questa foto segna un confine.
Qualcosa evidentemente non tornerà mai più.
Ogni cosa sembra sospesa, le braccia del pilota sono tranquille, mille interrogativi e mille problemi attendono tutti al varco ma il cielo, da quassù, è ampio e pulito. C'è un momento in cui le cose non sono più come prima, e quest'immagine lo segnala in modo dirompente. Questa foto è un simbolo, il ricordo di un mondo senza paura.
Molti dei pensieri che affiorano guardandola sono illusione. Le immagini non portano con sè una verità, evocano una presenza, ed evocare è quanto di più lontano da una sana oggettività. Ma la nostra testolina lavora così, da sempre.
E se anche esistesse una realtà oggettiva dietro a questa foto, qualcuno ha i mezzi per coglierla? Qualcuno l'ha registrata da qualche parte? La sua entità è qualcosa di misurabile? Vedete, questo discorso sta sconfinando nella metafisica.
La verità di questa foto, qualunque fosse, è già fuggita via. Non si può misurare con precisione il momento in cui qualcosa cambia. L'attimo dopo esser stato impresso sulla pellicola, il mondo era già diverso. Ti accorgi che qualcosa è cambiato, ma è già troppo tardi per capire quando è successo.



Thursday, November 13

in cima alla collina



KK vorrebbe che tutto durasse per sempre. Vorrebbe cristallizzare il mondo com’era da bambini. Invece no. Anche la vita felice è sofferenza. Chi ci ha dato il diritto di ridere? Eppure troviamo i momenti per farlo. Dimentichiamo volontariamente tutto il male che potrebbe distrarci e ci occupiamo d’altro. Quei momenti non durano granchè. Nessuna cosa dura, ma noi dietro a rincorrere. 
Una bella scoperta, le persone muoiono. Bisogna vendere la casa. Che ne sarà dei mobili? E dei cassetti con la biancheria? Tutte le cose intorno si impregnano di senso. Scacciarlo è impossibile. Nemmeno si può bruciar tutto. Finchè rimane qualcuno, a rimandare come uno specchio l’immagine degli altri che non ci sono più, gli oggetti continuano ad avere un senso. Quando non c’è più nessuno specchio, semplicemente non c’è più niente da vedere.


Un’estate di tanti anni fa, in Toscana, nella sera tiepida e profumata di campagna, i nonni giocavano a carte sul vialetto davanti a casa. La notte era tranquilla, sotto la luce arancione del lampione vedevo muoversi animaletti notturni. Si sentivano i grilli, e i rospi in qualche rivo d’acqua. La notte poteva non finire mai, come la fila di lampioni che illuminava la via in salita. Avanzando, il fascio di luce arancio si affievoliva fino a raggiungere quello spazio in penombra dove stava in agguato la notte; ma proprio lì, prontamente iniziava il lampione successivo. In cima alla salita, la strada finiva. L’ultimo lampione illuminava fin dove poteva, oltre c’era il buio, e un bosco nero, sibilante alla brezza della sera. Quella collina era il Poggio. Ora hanno costruito graziose villette, e da qualche parte là in alto una selva di ripetitori garantisce a tutti la visione del tg della sera. Quando la nonna era piccola, quella collina era un posto fuori dal paese dove nascondersi. C’era un podere. La nonna mi ha raccontato che quando dormivano tutti nella stalla, col buio pesto e il pavimento duro, la cosa più paurosa era uscire a fare pipì. Bisognava fare presto e stare attenti a non pestare delle serpi. In ogni caso, si sperava sempre di non incontrare dei tedeschi, che hanno quella parlata così cattiva. Questa cosa è rimasta addosso a molte persone dalla guerra. Per molti, ancora oggi, la lingua tedesca genera un terrore senza fine. Così, sessant’anni fa, la nonna se ne stava chiusa assieme a tutti gli altri, a sentire il rumore degli aerei che sganciavano bombe sulle dolci colline della val d’Orcia. Come cambiano le cose. Ora i tedeschi sono pacifici turisti con gli occhi azzurri e ridicoli sandali, che passeggiano ammirati per le stradine di Montalcino. Ogni volta, ogni maledetta volta, io scruto i loro occhi in cerca di qualcosa. Sono azzurro ghiaccio e non vi trovo niente. Sono azzurro ghiaccio e a volte sentendosi osservati accennano un sorriso. Gli pianto addosso i miei occhi neri e faccio domande silenziose. Nessuno risponde. Le rondini gridano nel cielo, tutto il resto è di una tranquillità disarmante. La primavera in Toscana è così abbagliante che i tedeschi saranno rimasti stupefatti, nell’aprile del ’45. La nonna mi ha raccontato di quando un americano aveva portato a loro bambini una tavoletta di cioccolato. La nonna aveva detto che era un ragazzo giovane e che aveva sorriso; e che era il primo soldato che vedevano che fosse attrezzato di tutto punto. Come cambiano le cose. La casa dei nonni che stava sulla collina, da cui si vedeva Montalcino, è stata venduta. Proprio davanti, dove prima era un prato incolto, ne hanno costruita un’altra che ostruisce la vista. Gli amici con cui i nonni giocavano a carte, non ci sono più. Il nonno non c’è più. Nella notte, sulla strada in salita, la fila di lampioni c’è ancora, ad illuminare la via deserta, finchè in cima non c’è improvvisamente il buio. Tutta la tranquillità di quella sera d’estate a giocare a carte, tutta la felicità dello stare lì con i nonni, tutta la mia e la nostra infanzia, è scomparsa nell’oscurità in cima alla collina. Voglio credere che sia solo nascosta, che sia solo invisibile ai miei occhi e che un giorno arriverò in cima alla strada e sarò capace di saltare nel buio. Negli occhi azzurri dei tedeschi non riesco a scorgere odio. Ora la luna piena mi guarda dalla finestra e sembra che se la rida alla grande. Della mia irrequietezza, non sembra curarsi. Domando invano dove fugge la felicità che credevamo di tenere così stretta in pugno. Ma la notte è così tranquilla, forse non è il caso di disturbare. Di quel che sarà di noi, nel buio in cima alla collina, nessuno può saper nulla. 

Tuesday, November 11

domande


Quando succedono le cose, io non ci sono mai. Dove sarà lei, adesso?
Anni fa, ricordo di essere stata svegliata nel cuore della notte dal citofono che suonava impazzito; qualcuno l’aveva incastrato, e io uscii in pigiama nella notte gelida di dicembre per farlo smettere. Le strade erano bianche di neve appena scesa. Saranno state le tre, guardai il cielo ed era pieno di stelle fredde e lucenti. Forse lui moriva allora. La mamma mi chiamò la mattina presto. Ero sveglia perché era domenica, e dovevo andare a sciare. Ero sveglia e seduta al tavolo della cucina con nessuna voglia di prepararmi e uscire. Risposi al telefono e la mamma disse che il nonno era morto.
Dov’era adesso? Disse che era successo la notte. Non c’era già più, quand’ero uscita nella strada deserta per il citofono? Perché uno scherzo proprio quella notte?
Parlai con la mamma e poi misi giù il telefono. La cucina era silenziosa, fredda, fuori era ancora buio. La giornata non aveva più senso. Tutto sarebbe continuato come se niente fosse, nel mondo là fuori. Ma io non sapevo dove fosse il nonno, e per questo ogni cosa divenne semplicemente assurda. Era tutto previsto, era tutto pronto. Ma anche questo pensiero non ha più valore. Chi c’era con lui in quel momento?
Avevo pensato contro la mia volontà alla morte in un pomeriggio di molti mesi prima. L’avevo pensata come un’eventualità possibile, come una possibilità che diventava improvvisamente concreta. Ero nel salotto della nonna e mangiavo rabbiosamente dei pistacchi mentre tutti erano in cucina a parlare. Quella scatola di latta è ancora nella credenza della nonna. Ora ci mette delle nocciole, o delle mandorle. Ogni volta che vado a cercare la scatola mi ricordo di quel pomeriggio. La mia razionalità aveva provato a prevedere tutto, a percorrere in anticipo le strade possibili per soffrire di meno qualora le possibilità si fossero avverate. Un lavoro faticoso e al limite della schizofrenia. Penso le cose prima in modo da essere pronta. Le domande senza risposta non erano considerate nel mio piano, perché fanno perdere tempo. E in tutte queste faccende, nonostante questo continuo pensare, alla fine sembro sempre assente.
Quando succedono le cose, io non ci sono mai. Ultimamente è stata la voce della mamma a darmi le notizie tristi. La sua voce per telefono. Invece una volta mi ha chiamato una signora che non conosco e piangendo mi ha detto che sua madre era molto grave e voleva dirlo a mia mamma; ma lei non c’era. Allora le parlai un po’ io. Ero appena tornata dalla bici e vagavo per la casa parlando con una signora sconosciuta, e lei parlava con me da chissà quale triste corridoio di ospedale. Misi giù il telefono, e dopo dieci minuti di riflessioni più svariate tornai alla vita di prima.
Per ora non ancora, tuttavia in qualsiasi momento. Questo è il senso del mio pensare. Ma quando le cose accadono, si torna daccapo.
Saranno andati a casa, ora. Una tristezza impossibile da scacciare impregna la casa. Lo faceva già da mesi. La nonna è in un letto in una camera lunga e stretta, con la finestra alle spalle. Tutto è bianco, compresi i suoi capelli. Le sue mani hanno dita lunghe e curate. In che stanza la metteranno? Dovrò dormire qui? E dove metteranno me? Attimi di terrore. Il pensiero va oltre la sua esistenza materiale, come fa sempre, ma stavolta non ho voglia di seguirlo. Chi verrà? Da dove entreranno? Bisognerà stringere le mani a tante persone. Bisognerà dire grazie ed essere commossi.
Ricordo un giorno di tanti anni fa, alle medie, in cui eravamo d’accordo con altri compagni di andare a dormire da uno di loro. Prima però i miei compagni passarono a fare le condoglianze a casa di una loro amica. Gli era morto il papà. Era caduto nel bosco e l’avevano trovato dopo una settimana. Tutta la storia mi terrorizzò. Me ne stavo impalata all’ingresso della casa piena di persone silenziose, e vedevo i miei compagni abbracciare uno ad uno la loro amica, e ricordo di aver pensato chiaramente quanto tutto ciò fosse lontano da me, quanto io fossi incapace di avvicinarmi in quel modo alle persone. Quella notte dormii malissimo su un materassino da mare nella camera sovraffollata ma piena di amici e risatine. Molte delle notti successive, nel mi letto comodo, mi svegliai in preda al terrore. Ero nel bosco e non potevo andarmene.
Che cosa accadrà, alle paure che non riesco a scacciare?
È bene circondarsi di persone. Ci sono troppe domande senza risposta. Quando sono da sola le sento tornare da me.
Ora saranno a casa. Chiameranno il dottore. Il dottore scriverà una dichiarazione su un foglio come è stato per il nonno. Quel foglio è ancora in un cassetto, in una busta di plastica. Esiste un foglio dove sarà scritta la mia morte? Esiste già? Quando lo produrranno? Questa cosa mi assilla ogni volta che rivedo la cartelletta di plastica. È una dichiarazione come un’altra. Un addetto del comune la compilerà al computer e poi andrà a mangiare un panino in pausa pranzo. Poi cosa accadrà? Chiameranno le pompe funebri. È un lavoro come un altro, non è vero? È tutto normale, quindi perché tutte queste domande?

Monday, November 10

risposte a un funerale



Tempo fa in questa stessa stanza c’erano la nonna e una signora, e parlavano sommessamente nella penombra. Le persiane erano sempre a metà e io mi chiedevo perché. Appena fuori, il lungo pomeriggio estivo è solo all’inizio. La stanza è così scura, così poco illuminata, chiusa. La nonna sta sprofondata nella poltrona. Ricordo il lento movimento che faceva per alzarsi. Il salotto è quasi buio, ha una moquette verde scuro e muri ocra, e sopra perline di legno scuro. Che giorno è oggi? Non ricordo, ma io devo avere vent’anni. Sono ancora una bambina, in realtà. Le cose del mondo mi toccano appena, provocano stilettate di consapevolezza che mi lasciano confusa. Sono in piedi, la nonna alla mia sinistra nella poltrona, ricordo di aver guardato davanti a me, oltre la signora che parlava, e di aver osservato il sole caldo stendersi sulla pietra del terrazzo, ma lo vedevo opaco attraverso i ricami delle tende; ricordo di aver intuito come quel giorno fosse una testimonianza di qualcosa. Poi vidi chiaramente ogni cosa e ogni parola scomparire nel nulla.


***


Oggi hanno cercato di darmi delle risposte. Non ci sono riusciti.
Sono entrata nella cappella camminando su ciottoli chiari e lisciati da milioni di passi, caldi di sole.
Ho cercato di ricordare le domande.
La mia debolezza era fin troppo evidente. Nessuna risposta sarà mai sufficiente perché la mia verità è sempre e solo domanda.
Una giornata splendente aspettava tutti noi, e aspetterà ancora, attenderà che ce ne siamo andati per continuare, in una infinita ripetizione priva di senso.
Nella penombra della cappella tutto procede regolare, sembra che il perfetto ordine del rito cancelli la realtà, la renda meno triste, la renda giusta in quanto conforme a regole.
Così non è.

"Purificami O Signore"

Non avevo previsto che si mettessero a cantare. Riemergo dalla cappella, basta salire due gradini ed ecco il sagrato abbagliante di sole, seguo questo corteo come ne ho seguiti altri, seguo questo corteo e il cielo è così limpido e azzurro, e la giornata così tiepida, e mi ricordo all’improvviso che tante altre volte non ce l’ho fatta a seguire il corteo, a essere presente, altri morti non ce l’ho proprio fatta a lasciarli andare; oggi tornano tutti, ognuno è qui con me, l’ingiustizia e l’assurdità di ogni cosa mi sovrastano ma senza schiacciarmi, lasciandomi libera di muovermi, osservare, pensare: e per potermi meglio abbattere in quel giorno in cui non avrò difese.
Mi sento leggera, il canto è così dolce e così vero e io sento di essere debole davanti a tutto. Abbasso gli occhi sui ciottoli colorati, lisi da milioni di passi, persone che c’erano e adesso non più, e a quei passi aggiungo i miei, una manciata, inutili, intorno a me le statue, i parapetti in pietra, le montagne lontane e nitide nell’aria pulita, milioni di passi anche su di loro, nei boschi, sulle strade assolate dei valichi alpini, sull’asfalto caldo intorno al lago, felicità che sembra infinita, e poi altri monti, e ognuna di queste cose è così ignara di tutto, così estranea, e mi rendo conto con una punta di orrore che questa giornata nel suo splendore potrà ripetersi all’infinito anche quando i miei passi non ci saranno più, e io dove sarò, allora? È adesso così chiaro come il tempo non abbia per loro alcun senso, e non l’ha nemmeno per noi, e se è così noi siamo solo ridicoli esseri che tanto si agitano per un nonnulla, che ridono e pontificano senza saper di cosa parlano.

"Sarò più bianco della neve"

A queste parole ero già in un’altra dimensione. L’assurdo diviene forma precisa e tagliente, dolorosa, una lama che taglia la nostra esistenza, e che senso ha il bianco, il puro, che senso ha la colpa, non vedi che basta una fuggevole visione dell’assurdo perché il resto della vita divenga senza senso? Vorrei piangere ora perché mi sembra che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto in tutta questa storia. Ingiusto in partenza. Purificami forse vuole dire lasciami andare, lasciami tornare alla terra, alla natura, all’inanimato. 
Ma perché, perché dovrei purificarmi da una colpa? Non basta questa scena e questo destino, questa giornata di sole persa per sempre, a rendere dolorosa e assurda ogni cosa, una volta per tutte? 
Uscirai da una cappella in una bara di legno ben levigata, ben fatta, lucida come un mobile, e dentro tessuti fini immagino, e i tuoi vestiti migliori, e forse ti metteranno un rosario tra le dita fredde, e ti porteranno a spalle sul sagrato invaso dal sole, e il sole sarà così prepotente, così forte e caldo e meraviglioso e continuerà imperterrito, e tu che lo amavi così tanto non potrai farci nulla, e quelli che amavano te così tanto guarderanno a terra e cammineranno, altri passi e altri canti, volteranno lo sguardo verso la valle e penseranno di essere soli al mondo, ma poi gli passerà, e poi a te non importerà più nulla, starai dormendo un sonno nero e senza sogni, non è così?

Tuesday, June 10

cupio dissolvi





Ho in mano una bic. Improvvisamente ricordo di quanto fosse bello disegnare con la bic nelle ore di scuola. Ha un tratto preciso e senza sbavature, non troppo lucido, scorrevole al punto giusto. Traccio un quadrato. Quante cose avrei voluto fare e non ho fatto. Quante cose vorrei fare ma mi sembra tardi, e poi ecco, penso che davvero sono una cogliona a pensare questo adesso. Perché io dovrei avere il mondo in pugno. Il mondo è tuo, me lo dicevano gli anziani quando ero piccola, ma io ho sempre riso. Cosa diavolo significa? Il mondo non è di nessuno, e io vorrei essere un filo d’erba o l’acqua di un fiume, dimentichi di sé e della vita intorno. Sento come una spinta a dissolvermi nella natura intorno a me. Suppongo sia questo quel che cerco nello sforzo fisico mentre alberi e foglie e animaletti sulla strada mi osservano assorti, immagino che in fondo vorrei sciogliermi sull’asfalto bollente di una strada in salita, sulla terra umida del sentiero, sulla terra scura tra rocce taglienti, e nella neve nascondermi per sempre.
Quando d’estate guardo il lago scuro, immagino il mondo buio che sta sotto le sue acque increspate: ne immagino i fondali spaventosi, le alghe che danzano sul fondo; poi mi tuffo, e l’acqua fredda attraversa il mio corpo come una scossa. Se apro gli occhi e guardo giù, un verde scurissimo mi si apre davanti, opaco, un verde incomprensibile e non amico, e sento chiaramente il freddo delle correnti profonde sfiorarmi i piedi, e allora mi volto a pancia in su: la montagna si staglia rassicurante e alta di fronte a me, delle case arrampicate sulla costa hanno grandi vetrate su cui si specchia il sole della sera, nel cielo le nuvole solitarie scorrono veloci, altissime, il vento è diventato brezza e l’acqua smette di muoversi. La riva è poco distante, sento le voci, qualcuno se ne andrà ora, qualcuno sarà felice; tutte le vite che sono qui oggi interpreteranno questo giorno e questi istanti in modo diverso per ognuno, ogni ora e ogni istante sono parte di mille storie differenti, ma seguire questo pensiero è decisamente troppo complicato, e un poco doloroso. La sera è placida, la gente se ne va; io e il mio corpo stiamo adagiati comodamente sul pelo dell’acqua, sospesi sull’abisso sconosciuto che sta sotto, e chissà che qualcosa non allunghi il braccio dal fondo e venga a farmi il solletico alla schiena, avresti paura, te la faresti sotto, non è vero KK? Eppure non c’è volta che non ci pensi, quando nuoti nell’acqua senza senso del lago. Ti chiedi che cosa mai nasconderà il fondo buio, e pensi intensamente che la stessa acqua che lambisce ora il tuo corpo indifeso tocca nello stesso istante anche le mille cose oscure che stanno nelle profondità del lago; e questo pensiero è fastidioso e attraente insieme, ma tu non hai paura, tu apri gli occhi e osservando l’abisso continui a nuotare, e a lottare, perché c’è una parte di te che vorrebbe andare a fondo, scomparire da questa sera e dall'estate calda, da tutte le persone che ami e non comprendi, dalle situazioni odiose che ancora si ripetono; sfuggire di colpo a tutti i maledetti casini che agitano la vita tua e di tutte le persone sulla riva, che però di tutto questo non sembrano preoccuparsi, o almeno non adesso. Ogni cosa è lontana. Vociare di bambini. C’è una parte di te che sussurra qualcosa e tu vorresti abbandonarti alla sua voce; ma ignori quella spinta, continui a nuotare, stai in superficie; eviti accuratamente di guardare troppo a lungo l'abisso verde scuro da cui un giorno mille mani si leveranno per sfiorarti le gambe e sorridere di te che non resisterai; ma oggi no.
Oggi distogli lo sguardo, tenti di dimostrare che sei più forte, che tra poco salterai fuori dall'acqua per tornare alla vita di tutti, tenti di convincerti che non hai mai pensato al fondo, alle mani, alla voce che nel buio chiamava il tuo nome, al piacere sottile e insensato nell'osservare quanto facilmente una vita può andarsene senza lasciare traccia; e a come sarebbe stato bello lasciare l'estate a metà, un assonnato pomeriggio cristallizzato per sempre, ripetuto all’infinito come una maledizione. Sorridi a questo pensiero. L’acqua è leggera, scivola via veloce, nasconde un piacevole silenzio ovattato ogni volta che metti sotto la testa. Il mondo fuori è amico, è tranquillo e felice nella calma sera di agosto, e se non avrai paura il lago si lascerà attraversare senza dir nulla e senza farti del male. Ancora una volta l’acqua silenziosa ti lascerà andare, ti lascerà riemergere sull’altra riva e scappar via, di nuovo salva.







Let me sleep.

Wednesday, April 30

categorie



Per chi accetta di farsi sconvolgere da eros, le cose sono sempre, perennemente, irrisolte.
Chi accetta di nutrirsi della sua energia potente, deve accettare anche di cadere nel vuoto quando questa viene meno. Camminare sull’abisso è divertente fino a un certo punto. Costruire storie per sopravvivere può durare per un po’ ma è così maledettamente faticoso. 
Piango e non so davvero perché. Piango e vorrei dirlo a qualcuno. Tante belle parole e tanta fiducia negli altri e poi invece ecco, siamo di nuovo soli. Perché non può esserci un equilibrio? Dove se ne vanno i momenti perfetti in cui tutto corrisponde? Dov’è la tranquillità che sembrava di stringere definitivamente tra le mani e perché improvvisamente tutto diventa difficile?
Mi sono accorta che viviamo solo di categorie. Le categorie con cui ordiniamo il mondo, con cui ci hanno insegnato a ordinare il mondo, sono pure costruzioni, che offuscano e impongono un certo senso allo scorrere degli eventi, alle cose che accadono. Talvolta assumono più importanza le categorie delle cose che si vorrebbero categorizzare. Se io penso ad una cosa sommamente astratta, complicata e assurda come l’amore, le mie categorie mi dicono certe cose, e io ci credo, mi dicono quali forme e quali modi una cosa come l’amore può assumere; e se gli eventi della mia vita o le cose che mi succedono non vi corrispondono io vado in crisi, o penso di aver sbagliato qualcosa. Nei momenti di disperazione, quando il cervello si arrende e la smette di cercar soluzioni e palliativi per farmi galleggiare, penso di aver sbagliato tutto. Ma immagino sia tutta colpa delle categorie. Immagino che una buona parte della mia infelicità stia nel mio modo di pensare quel che avviene, nel mio modo di dare senso agli eventi, stia insomma nelle maledette categorie in cui ogni cosa che accade e che pensiamo viene schiacciata a forza, da sempre, da quando a scuola ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, ma forse da prima, da quando le risposte degli adulti hanno assunto la rigida fissità propria della verità, e la verità stessa ha smesso di essere sempre ancora domanda.
Così, le nostre domande si sono esaurite, sono naufragate nelle risposte e han pensato che andasse bene così, che non ci fosse più bisogno di chiedere, o che chiedere fosse stupido. Nessuno da allora si è più domandato perché pensiamo alle cose proprio nel modo in cui ci pensiamo, e non in un altro. Nessuno si è più chiesto perché mai dobbiamo pensare a oggetti, eventi, concetti, a una cosa come l’amore, solo all’interno di categorie così ristrette e così stupide; stupide nel senso in cui sono stupidi  i computer, che non fanno che eseguire ordini macchinalmente, che si ostinano a ripetere un comando anche quando è fallimentare, che perseverano nell’errore e cadono in un loop, perché non sanno pensare se stessi.
E che dire delle nostre testoline, in cui si compie ogni giorno, per ogni storia, per ogni maledetta emozione, l’eterno ritorno dell’uguale; che dire delle nostre menti tanto brillanti che per un dettaglio insignificante si fanno rovinare la giornata, perché quel dettaglio, opportunamente categorizzato, costituisce un pezzo di informazione che riempie di un senso nuovo e nauseante sia il passato che il futuro, diventa così un dettaglio totalizzante, che ingombra come un peso morto il passaggio, il cervello, impedisce di vedere la varietà di soluzioni che il mondo fuori categoria offre, ma noi siamo ciechi, ma tu sei cieca KK, sbatti la testa sempre di nuovo nello stesso punto, cerchi spiegazioni sempre di nuovo negli stessi luoghi, usi ancora e ancora le medesime categorie che ieri e oggi ti hanno fatto stare male. Esci per un giretto a piedi e osservi tutti, persone, oggetti, animali, le carte per strada, con aria apocalittica. Le nuvole inquiete e gonfie di pioggia sono dalla tua parte, l’aria umida che sposta le foglioline nuove degli alberi è un presagio di qualcosa, ti fa pensare che tutto alla fine passa, che tutto a un certo momento finisce, te ne sei accorta due giorni fa quando sotto l’acqua e la neve hai imposto alla tua mente di stringere i denti e resistere, perché tutto finirà, che sia sofferenza, fatica, freddo; che sia felicità di un momento, farfalle nella pancia una sera di aprile, stendersi sul pelo dell’acqua al mare a mezzogiorno, l’aria calda nelle discese in bici.
Emerge da tutto questo una verità potente, e fuori categoria, che ha le sembianze di una legge cosmica; e dice che ognuna di queste cose, ognuna delle Cose, per quanto sembri non finire mai, a un certo punto non sarà più; e tu potrai guardarla da lontano, pensare alla distanza che ti separa da lei, pensare a come hai fatto a superarla o com’è stato possibile che se ne sia andata così in fretta. Di questa legge che spazza via le categorie, che sferza il sempre uguale come la piena di un fiume, si trovano tracce sorridenti in ogni cosa che esiste.

Adesso dalla finestra aperta entra l’aria della sera; il cielo è finalmente chiaro e pulito, ogni cosa del mondo sembra tornata al suo posto. È solo apparenza ma evidentemente è quanto basta. Capisco solo ora di essere io il problema; appare chiaro nella confusione della mia testa che io sono tutt’uno con quella legge e quella verità, che sono io l’acqua fredda di quel fiume, e che è la mia corrente a trascinare ogni cosa nella piena, indefinitamente, senza meta, in continuazione, senza mai fermarsi un attimo a pensare, senza mai fermarsi sull’argine del fiume a osservare la corsa, i ciottoli chiari, e il mondo indifferente tutt’intorno.


Monday, April 21



Rama e lo scoiattolo


"Colui che il mondo non teme
 e che non teme il mondo
 questi mi è caro."
(Bhagavad-gita, XII, 15)

Sunday, April 20

frattura



Improvvisamente non mi importa più di nulla. Non mi sento più in bisogno.
Chiamerò questo momento frattura. Per una volta uscire a far due passi in mezzo alla gente ha avuto un che di catartico.


KK fendeva la folla come un’imbarcazione sul mare. Le persone erano così lente, e così indecise, eppure così tranquille e sicure di essere pienamente nel giusto. Sono tutti con qualcuno, hanno tutti qualcuno su cui distribuire le loro attenzioni ed essere così meno soggetti agli sguardi altrui.
Ma una tranquillità del tutto inaspettata ha afferrato KK. Cammina in mezzo alla gente ma in realtà è stesa sul pelo dell’acqua, sul mare blu del mezzogiorno estivo. Osserva il cielo senza bisogno di pensare a niente. Spesso le sere d’estate le fanno il medesimo effetto. Spesso le sere in cui il vento gonfia il cielo di nuvole nere la rendono al contempo inquieta e sicura di sé, si offrono a lei come doni improvvisi e gratuiti, da cui attingere a piene mani.
KK fende come una lama la gente che cammina ignara, bambini, sorrisi di circostanza, auguri di buona pasqua, intanto il macello si è già consumato nel silenzio dei giorni passati ma qui non è giunto alcun grido.
Come siete vestiti bene, pensa KK. Com’è bello essere soli, in questo momento di osservazione. Le cose non sarebbero mai le stesse, l’occhio di KK non sarebbe lo stesso se con lei vi fosse qualcuno. Per la verità, e paradossalmente, è tutto il giorno che vorrebbe tanto essere con qualcuno, ma a sera finalmente un certo equilibrio si è ristabilito.
L’esistenza si materializza in un fiume di esseri umani che passeggiano lenti come fossero portati dalla corrente. Sono loro stessi un fiume, e KK si fa da loro trasportare, si abbandona al flusso, si guarda intorno, cerca appigli di senso nei volti, nelle case, nelle vetrine; quanta gente alla gastronomia, quanta gente nel negozio di intimo, quanti bambini che sembrano gli unici in grado di sfuggire al corso del fiume, vanno a zig-zag, fanno deviazioni improbabili, che KK osserva rapita; una bimba piccolissima si blocca in mezzo al flusso rischiando di far inciampare quelli che vanno diritti, che la schivano con un sorriso bonario, sono bambini pensano in silenzio, ma la piccola si guarda attorno trionfante, lei non è più nel flusso, lei è un ciottolo immobile in mezzo all’acqua che scorre, KK vede bene che davanti a sé si è manifestato un certo tipo di libertà difficilmente comprensibile e definibile, e che le dà un attimo di smarrimento. Ma poi tutto riprende normalmente, la bimba è riposizionata sulla retta via da un adulto, KK contempla la sua visione ma un attimo dopo ve n’è un’altra che attira la sua attenzione, ed è un’altra bambina, più grande, un bel viso tondo con occhi azzurri e capelli angelici, dice qualcosa, si guarda intorno altezzosa, ed allora KK vede chiaramente quella vita come sarà nel futuro, perfetta, senza fratture, unita e trionfante come un giorno di sole, limpida e facile come tutte le vite delle belle ragazze bionde occhi azzurri. Un profondo senso di impotenza prende KK, un profondo senso di irrimediabile diversità e lontananza da quel mondo prende KK alla visione di queste promesse di felicità; ma poi torna in sé, torna un poco più razionale, dice tra sé ma non vedi che stai dipingendo vite ideali? Cerca lucidità mentre la voce la rimprovera non vedi che inventi cose che non esistono per fare un confronto e stare male?



Ma perché crucciarsi? Perché farsi rovinare ore e giorni da nient’altro che pensieri arbitrari?
KK sente la vita andarsene, sente in modo chiaro e inconfutabile l’inutilità dell’esistenza che ora le scorre davanti e che fino a poco fa la tirava da una parte all’altra, e faceva di lei ciò che voleva. Sente i significati scivolar via da cose, persone, fatti accaduti, la sente sciogliersi come una glassa dolciastra, che se ne va lasciando il mondo degli eventi nudo e finalmente senza senso e determinazione, e lasciando KK piacevolmente tranquilla, libera da quel terribile senso di necessità apocalittica che ogni attimo si portava dietro.
KK è scossa da brividi ora, cammina e deve avere in faccia un sorriso ebete, cammina cammina ma nulla ha più senso, e KK è da questo sollevata, è improvvisamente più leggera, KK è una piuma che fluttua oltre le cose e le parole di questa via affollata, oltre ogni cosa del mondo che prima di questo istante perfetto reclamava a gran voce la sua attenzione, ogni cosa ogni gesto e ogni ricordo voleva la sua testa, ghignava alle sue spalle, voleva prender la rincorsa e buttarla a terra; ma ora no, più niente tocca la mente libera di KK, la brezza della sera è così ambigua, sa di fiori e di legna bruciata, è primavera e inverno contemporaneamente, KK non capisce verso quale stagione stiamo andando, ogni cosa ora è semplice e trasparente, KK cammina e le gambe la portano nei luoghi più disparati, la portano là dove tutto sembrava perfetto, la portano nella piazza di sera con poche macchine dove siete stati a guardarvi e sorridere e volevate entrambi la stessa cosa, e poi un tira e molla infinito, e poi siete scappati senza dir niente a nessuno, e lui ti ha detto potremmo andar via senza dir niente a nessuno e tu ha sorriso e la notte era perfetta, la sua pelle era salata, la luna vi guardava con un sorriso triste; ma nemmeno questo ora ha più un peso come l’aveva un attimo fa, come l’aveva solo ieri quando KK pensava non ci fosse via d’uscita per liberarsi da questo desiderio, dalla maledetta voglia di vederti, voglia di avere qualcuno da aspettare, ma niente, tutto tornerà di nuovo al punto di partenza, accadrà forse stasera, domani, chissà, ma KK è così inquieta, KK sente che il tempo è fatto di gocce che non sono per noi infinite, KK sa che la disinvoltura con cui lasciamo passare i giorni cela una cattiva infinità, perché il tempo che ci rimane è perfettamente calcolabile, KK ora ride alla grande rotolandosi nella sabbia di una clessidra immensa, ma stasera no, stasera è a sé, stasera il fiume delle persone che esistono ignare, e ignare si trascinano, ha svelato il suo volto a KK, ha gettato la maschera.
KK fluttua nella via, oltre la via, oltre la sera d’aprile che ora non è più triste e solitaria ma è solo una sera d’aprile in cui alberi e foglie nuove, sassolini e rametti, e neve là in alto, stanno nell’esistenza, stanno gettati nel mondo esattamente come KK, che al momento non ha nulla di diverso da un sasso o un filo d’erba, perché per pochi minuti, forse qualche ora, la crepa si è richiusa, KK non sente la distanza dalle cose, dalle persone, da quello che vorrebbe eppure non è qui; ora la consapevolezza come musica entra in lei, la musica è vibrazione fisica che entra nella cassa toracica e scuote il corpo inutile di KK, lei sorride, i tuoi occhi volteggiano ancora una volta nella sua testa ma l’apocalisse è rimandata, ogni cosa stasera è semplicemente superflua. Ogni illusione è caduta. KK cammina su un filo, giace sull’acqua guardando tranquillamente il cielo, esiste e nient’altro.

Monday, December 23

non saprei




Non pensavo che fosse possibile tornare a questo punto. Sono in stallo, di nuovo.
Cammino da sola nella notte, piove, mi fermo in mezzo alla strada perché la mia testa è da un'altra parte e ci metto una vita a ricominciare a camminare. Immagino di avere una faccia pessima. Guardo nel vuoto l'asfalto e l'acqua che scorre lenta, ed è la stessa di tante altre sere di pioggia in cui sono uscita a cercarti e non ho trovato nessuno. Spesso questi giri hanno una minima funzione catartica, stasera invece non è successo proprio niente.
Un paio di epiphanies degne di nota ma niente di più. Guardo di striscio dentro ai bar per vedere chi c'è.
Non so davvero cosa sperare. So cosa voglio ma non so se sia possibile e come, e questa cosa mi uccide ogni giorno. Eppure il mio passo è calmo come se dovessi salire in verticale per migliaia di metri.
Incrocio un signore anziano che avanza sotto l'ombrello. Lo guardo ma lui non mi vede neanche.
Non lo conosco ma l'avrò visto un milione di volte. Ha dei guanti che mi piacciono. Improvvisamente la vita degli altri mi appare chiara nel suo scorrere lento e inesorabile, separato dal resto, con tutte le abitudini e le azioni condensate, finchè non arriva questo istante. Due vite si incrociano. Non si conoscono, o non si ri-conoscono. Infatti passo oltre e mi sento peggio di prima. Supero una macchina parcheggiata su cui costruisco una storia del tutto arbitraria. Il pensiero mi infastidisce. Complimenti, l'ho creato io e adesso mi disturba, e riesco a fatica a farlo sparire. Passo anche la macchina e ormai sono quasi persa.
Pensarti non serve a niente. Immagino, altri pensieri arbitrari, che tu hai la tua vita, proprio come il signore con l'ombrello, e non è detto che le nostre vite si incrocino. Probabilmente la penso così perché questo è un momento di merda, in cui me ne vado in giro nella notte senza uno scopo sperando di trovare qualcosa da desiderare che mi distragga. Quello che davvero vorrei ha una forma indefinita ma a rigore sarebbe perfettamente realizzabile, qui e ora. Ma chissà se anche questa affermazione non sia un altro pensiero arbitrario. Chissà come sarà divertente, sbrogliare la matassa del mio cervello, se mai un giorno qualcuno deciderà di farlo. Chissà quante altre volte camminerò nella notte in cerca di qualcuno, che non sarai più tu ma un'altra storia, altri mesi di attesa e speranza e disperazione e inutili innamoramenti.
Ma ora no. Ora tutto è assoluto. Un giorno, forse già domani, riderò di questo mio comportamento apocalittico, di questa mia ansia ridicola verso le cose. Faccio tutto come se il mondo stesse per finire. Mi dispero sempre per quello che lascio andare come se quella fosse stata l'ultima possibilità. Nonostante la mia razionalità che tutto analizza e tutto pretende di controllare, sono una mina vagante. Vorrei tanto lasciarmi scivolare addosso gli eventi, ma non ci riesco. Vorrei tanto non pensare a niente e cogliere l'attimo, ma non ci riesco, non tutte le volte.
Mi guardo da fuori e vorrei tanto farmi una risata, e prima o poi la farò, magari la faremo, ma stasera temo di no. Stasera tornando a casa mi sono accorta che va tutto bene finché cammino in salita. Finché c'è un luogo da desiderare, guardare da lontano e raggiungere. Quando torno indietro, la discesa mi dà un maledetto senso di sconfitta, di non senso. Cammino ma niente ha più un significato. Sono il solito zombie che non sente nulla.
Ma stasera nella discesa ho incrociato qualcuno. Una figura incappucciata esce da un negozio con un cartone in mano. Neanche il tempo di pensare cosa sia che attraverso in pieno la scia di profumo di pizza.
È buono, è dolce, confortante, è qualcosa di cui adesso avrei un gran bisogno ma che adesso non c'è; tuttavia ci sarà sempre ogni volta che qualcuno ti passerà di fianco con una pizza nel cartone. Non so. Questa cosa è stata una specie di rivelazione, ma l'ho capito solo dopo. Prima di capirlo, prima di mettere a posto i pezzi in disordine, sono tornata a casa sotto l'acqua senza pensare a niente di sensato, immaginando altri esiti e altri finali di scene già viste mille volte.

Veramente non mi spiego come mai riusciamo sempre a complicare le cose, che sarebbero tanto semplici senza quel che la mente ci costruisce sopra. La felicità, quella cosa su cui molto si scrive e molto ci si arrovella, sta in attimi imprevisti, a se stanti, in cui le cose che prima erano separate ritornano improvvisamente unite. Accade quando ogni cosa è ricomposta, quando mi sorridi e noi due torniamo ad essere uno. Tutto qua. Lo si può leggere negli occhi. Non è necessario che il mondo ne sappia nulla. E non è nemmeno necessario complicarsi tanto la vita. L'Uno è fragile, momentaneo e precario, per noi. Non dura in eterno. Visto in prospettiva, è pure ridicolo. Nonostante ciò, lo inseguiamo e soffriamo in silenzio, e quando è lì a un passo da noi senza poterlo far nostro quasi diventiamo pazzi. Siamo spezzati in due, tutto qui. Perciò la vita è desiderio. La ricerca di quegli attimi non è difficile, ma la mente dev'essere libera. Io e te un giorno non esisteremo più, perché non esisteranno più un Io e un Tu. Tra davvero poco tempo, tutto questo ragionare sarà spazzato via. Le occasioni per far tornare uno quel che è molteplice vanno inseguite con la tranquillità di chi sa che quella è la nostra personale verità, l'unica possibile. Quando ciò che è sempre irrompe nella monotonia del tempo sempre uguale, avrò trovato un 
kairós e lo terrò stretto finchè, come sempre, a un tratto mi sfuggirà di mano. Io so che là nel buio ci sei anche tu. Se ti troverò, ti terrò stretto a me fin quando vorrai scappar via. Combattono le nuvole nel cielo. Nella notte nera cercherò senza paura.

Thursday, November 28

rivelazione


Salivo tranquilla e senza pensare a niente, quando la voce ha iniziato a parlarmi. È forte e chiara, scandisce le parole con calma e viene direttamente da me. Ho approfittato di questo momento, mi dice. Tu devi approfittare di questi momenti, per comprendere la verità di tutte le cose, compresa la tua vita che tu pensi così complessa e totalizzante e che a tratti ti fa disperare. Perché mai, tutto ciò? Perché mai, tutto questo inutile affannarsi a correr dietro a pensieri, giudizi, inconsce paure su di te e sugli altri?
In realtà, la tua vita non è nulla di separato da tutto il resto. L'esistenza stessa, di cui la tua fa parte, è il mare calmo che torna sempre uguale dopo ogni tempesta. Tutto si muove, sotto il pelo dell'acqua, e ti sembra che accadano cose, e ti sembra che le parole dette dagli altri siano irreparabili; le persone muoiono, questo sì; forse questo è l'unico mistero che ancora può rimanere intatto. Ma tutto il resto è pura apparenza.
Non vedi quanto è semplice, seguendo la mia voce, ricondurre i molti a uno?
Ma presto la voce sparirà. Tutto sarà come prima. I momenti di consapevolezza sono rari e la vita ci impedisce di vedere l'orizzonte che sta sempre là davanti. La vita che costruiamo giorno dopo giorno come fosse un castello di lego, che agghindiamo e addobbiamo come l'albero di natale, che mostriamo a tutti sottoforma di Identità immutabile, è un simpatico castello di carte in attesa di un soffio di vento.
Le risate sono assicurate. Venghino signori allo spettacolo! il divertimento non mancherà, quando un'altra tempesta rivolgerà le acque, sposterà i riferimenti, sconvolgerà il senso.
Tuttavia l'esistenza del tutto non farà una piega. L'acqua tornerà sempre calma, il mare sarà piatto e tranquillo sotto il cielo chiaro. Dunque perché affannarsi tanto? Perché i pettegolezzi, la cattiveria, l'ostilità insensata? Perdiamo in partenza.
Del nostro affogare, nel buio là in fondo, arriverà sul pelo dell'acqua solo qualche bolla silenziosa.
Prima di noi e dopo di noi, il mare era e sarà calmo per sempre.

Tuesday, October 1

lezione del weekend


Sono su un ghiaione scosceso e fastidioso in un giorno di ottobre. Non devo scivolare per nessun motivo. Sotto ci sono varie cose appuntite su cui non voglio atterrare. L’erba è semi umida, spunta a tratti tra le pietre marce e sfasciate, c’è uno stratino bianco di brina, ma a toccarla non è fredda. Sono appesa con un piede e una mano ad una roccetta solida, ma la cosa non durerà a lungo. Già la sento sfaldarsi sotto la scarpa.  Affondo avidamente le dita nella terra nera sotto la roccia, creo un appiglio. Respiro a tratti lunghissimi. Eppure laggiù nella valle, lontano ma non troppo, ci sono case, e la via principale inondata di sole, e persone che probabilmente passeggiano, e la chiesa gialla che sta immobile in mezzo ai pini verde scuro. Qui da molte ore è scesa l’ombra, e le pietre sono fresche, tendenti al freddo, umidicce, i rododendri stanno abbarbicati poco lontano da me e mi guardano, e io so che devo raggiungerli e attaccarmi a loro per riuscire a spostarmi da questa assurda posizione. È in effetti una situazione fastidiosa e un poco preoccupante, ma io non provo nulla. Sassolini si staccano da dove sono appoggiata e rotolano a valle saltellando. Sembrano divertiti. Alzo lo sguardo, e in cima al ghiaione, oltre un salto di roccia grigia e pulita, le teste di tre camosci mi osservano dall’alto, le corna corte e appuntite che si stagliano contro l’enorme parete retrostante. Sembrano divertiti.  Ho la sensazione che nel cielo senza sole, oltre i camosci e la parete, qualcun altro o qualcos’altro mi guardi dall’alto.

***

È sera, sto scendendo a valle in macchina, su una strada deserta. Davanti a me un immenso gregge di pecore belanti, una quindicina di agnellini bianchi e puliti, tre cani dagli occhi azzurri, e la jeep del pastore, vecchia e traballante , senza targa, carica di oggetti strani. Seguono il gregge in vari punti, per non disperderlo, tre pastori di cui uno giovane e scattante, in canottiera nonostante i sei gradi esterni. Tutt’intorno, campanacci, grida disperate, guaiti, fischi, pecore che saltano il guard rail, pecore che inciampano, zoppicano, si avventano a mangiare l’erba a bordo strada, corrono terrorizzate quando i cani le inseguono. Si muovono in modo scomposto, e traboccano dai confini della strada verso il bosco, verso il prato, riempiono come acqua che corre ogni antro libero, prima che qualcuno le riporti sulla retta via. In fondo al gregge un asino carico di agnellini, sei teste sporgono dalla sella e ondeggiano ad ogni passo. Ogni tanto l’asino si inchioda, e il tipo che lo guida lo guarda male e gli mostra il bastone agitandolo in aria, finchè l’asino non riprende. È quasi buio. C’è una luce blu, fredda, la valle è invisibile sotto uno spesso strato di bruma, si vede qualche cima sprofondare nella notte, e qualche luce arancione nella valle.            Mi avvicino alla jeep, e i miei fari illuminano il  retro aperto e scrostato. Nel cassone c’è un agnellino che tenta di stare in piedi nonostante le scosse della jeep, sta fermo e ben puntato sulle zampe,  e le zampe sono più grandi della testa e del corpo, ma stare in piedi è difficile, lui è di un bianco abbagliante alla luce dei fari, ondeggia pericolosamente, deve stare in piedi in mezzo a una serie di carabattole tra cui del fil di ferro, e ogni tanto quando la jeep frena lui cade in avanti e poi si rialza. E guarda me, guarda oltre la jeep l’asfalto che scorre, accenna a belare, chiama qualcuno, cade di nuovo. Io lo guardo, bloccata dietro, impotente verso di lui, verso la jeep, verso il gigantesco gregge che mi impedisce di passare, verso tutta la crudeltà del mondo che sta nei suoi occhi che mi guardano. Ho come la sensazione che non saremo, non siamo mai liberi del tutto; ho come l’impressione, ed è chiara, viva, che la violenza che noi ora non vediamo sta da qualche parte, sta ora latente, nascosta, sorridente ad attenderci. Il nostro momento è ogni ora, ogni secondo, il nostro momento è negli attimi persi, negli sguardi che ci perseguitano. L’agnello ha continuato a guardarmi per un tempo lungo e indefinito, e dentro c’era la storia del mondo. Ogni sua caduta sarà anche nostra, e ogni suo pianto ha la nostra voce. Nel suo guardarsi attorno smarrito ho rivisto tanti occhi tristi chiamare aiuto, e noi distogliere lo sguardo.
Ma ora mi fissa con gli occhi umidi e non posso sfuggire. Forse un giorno nessuno potrà sfuggire quando ci porteranno il conto di tutte le volte che abbiamo guardato a terra invece di sostenere lo sguardo. 
Cade di nuovo e si rialza, ma la jeep non smette di traballare. 
Io sto dietro, comodamente seduta in auto, le mani ancora congelate per la discesa a piedi, la faccia che comincia solo ora a scaldarsi.  Ma tutto va bene per me, in effetti.

Poco dopo è buio. I pastori sono agitati. Uno di loro corre avanti superando le pecore, con un telefono in mano. Qualche minuto dopo il gregge si arresta, o meglio smette di avanzare ma continua a muoversi sul posto, si agita e sale da tutte le parti sui lati della strada. C’è un cavallo che non avevo visto che sta in mezzo al gregge e sembra agitato, si alza e scalcia, il tipo che lo tiene lo maledice e poi comincia a farfugliare cose a me che sono in macchina, dicendo che mi distruggeranno la macchina se sto lì. A questo punto il gregge comincia a tornare indietro. Sono appena davanti a me. Metto la retro, ma dietro c’è un’altra auto, mette la retro anche lei ma si ferma a bordo strada. Io parto e la supero, il gregge davanti a me corre ora, mi raggiunge, mi ha raggiunto e mi supera mentre io sto ancora andando, ma ho paura di metterne sotto qualcuno e rallento. Le teste delle pecore scorrono appena fuori dal mio finestrino, mi circondano e continuano ad avanzare oltre, finchè come una nave incagliata rallento sempre più fino a fermarmi in mezzo al fiume di pecore, che passano come fantasmi bianchi e improvvisi davanti ai fari, appaiono e scompaiono nella strada blu che ora è un fiume senza forma, bianco e belante.


Friday, September 20

Maledettamente ridicoli

Non siamo maledettamente ridicoli? 
KK pensa intensamente a questa cosa, e a se stessa e ai suoi desideri, e non prova nulla. Ripensa con grande concentrazione a ciò che vorrebbe dire, guarda dentro di sé. Non trova niente. 
Tuttavia il tempo avanzerà ugualmente, e mangerà tanti di quei giorni ancora, giorni inutili come questo. In fin dei conti che importanza hanno, i giorni, in sé e per sé? Ognuno si inventa eventi e cose da fare perché i giorni si differenzino gli uni dagli altri, e perché messi assieme e visti da lontano siano una storia. Ma restano una semplice invenzione.

Allora KK vorrebbe ora inventare un nuovo modo di essere, di esistere, vorrebbe dire una nuova vita ma ancora non è quello il punto. 
Ci sarebbe da cambiare proprio tutto
KK vorrebbe ora ridere in preda all’alcol e incrociare i suoi occhi e vedervi una luce, un lampo che dice , aspetta solo un attimo, stiamo qui a studiarci da lontano, non aver fretta, non preoccuparti che prima o poi succederà qualcosa, e prima che tu possa aprir bocca io sarà ormai troppo vicino, e capirai tutto, tutto il mondo in uno sguardo che desidera solo te e di cui nessuno davvero sa nulla. Oh sì. Nessuno sospetta nulla, qui attorno. KK ama la complicità. KK a tratti vivrebbe solo di quei tuoi sguardi, che prima di essere tuoi erano di molti altri esseri umani come te, nei quali in momenti diversi quell’energia si è concentrata; su di loro, gli amori temporanei, le infatuazioni senza meta precisa, KK ha investito tutta se stessa, e questo accadeva ogni volta, per ognuno, singolarmente. Forse varrebbe la pena di farsi uno schema con la durata di quegli amori maledetti, pensa KK, in modo da sapere in anticipo quanto durerà il prossimo, e quanto durerà quello presente, e se è possibile evitarne la ripetizione, o alleviare la pur piacevole sofferenza che ci causa. KK non sa davvero più cosa pensare. Un anno fa, questo, e molte altre cose, erano in effetti impensabili. Ma invece succede sempre, maledizione. KK è presa da due cose contemporaneamente, anzi forse la prima è ora passata in secondo piano. Il nuovo temporaneo ha preso il sopravvento. L’altra, l’altro, ciò che era primo ed era sembrato, con grande cautela, per sempre, è ora una stanza buia, una luce spenta, è semplicemente invisibile. La nuova luce dell’altro temporaneo acceca.
Bisogna stare attenti all’accecamento, KK, ricordalo sempre. 
Ma si sta così bene, senza pensare troppo. In queste giornate che sembrano senza senso, in cui tu sei assente anche se ripetiamo che va tutto bene, l’accecamento è tutto. L’accecamento è l’unica cosa possibile, quella che permette a KK di andare avanti. KK chiude gli occhi e cerca di capire. KK soffre in silenzio guardandovi da lontano. KK è sempre stata leale ma non ha mai voluto sentirsi così. 
Vorresti forse una pausa da tutto, non è vero? 
Credo di sì, dice KK candidamente. Io voglio poter parlare chiaro, aggiunge. Poi, silenzio. KK con la testa sott’acqua pensa di nuovo ai tuoi occhi nella sera calda umida, è uno smarrimento senza parole, silenzioso, un cenno invisibile e solo per noi, un sorriso che vuol dire tutto. Cosa aspetti, KK? Cosa aspetti perché tutto, nella tua esistenza, diventi reale?

Tuesday, August 20

della salita e della paura, a volte



Perché la strada ci fa paura?
Ti prende uno strano timore sulle salite che non danno tregua. Perché sei in trappola. Tu, la riga bianca che scorre lenta e rugosa, e un silenzio irreale. Particolari che in macchina non vedresti mai, ora possono essere fonte di piacevole distrazione dalla fatica continua.
La strada si muove lenta, improvvisamente la velocita si abbassa e puoi osservare sassolini, detriti, un bruco che attraversa incurante della tua sofferenza e del pericolo. A tratti provi il vago desiderio di fuggire.
Ma la liberta' delle moto che ti sfrecciano a fianco non è per te. Non ora. Mentre loro scompaiono dietro a una curva, tu sei inchiodato a questa strada e devi uscirne con le tue gambe.
Sono interessanti e istruttive, le salite che non danno tregua.  Ti perdi e torni in te, tutte le volte. In quel limbo che sta nel mezzo, accade veramente di tutto. Impari una serie di cose, a dosare le forze se riesci, a scacciare i pensieri cattivi, a trovare un precario equilibrio. Ti fai domande, pensi a chi ce la fa e a chi non ce l'ha fatta, e a volte ti disperi, e, alla fine, in cima sei una persona diversa.
Oggi è accaduto che non avevo più paura. Ho pensato che potevo farcela senza soffrire. Oggi ogni cosa si è sciolta sull'asfalto liscio. Nella strada che si innalzava davanti a me come una lama accecante di sole non ho visto pericolo. Il profumo dei pini, il colore del bosco nel pieno dell'estate, la penombra buia tra gli alberi accanto alla strada erano parte di un tutto finalmente amico, in cui io mi inserivo senza paura e senza scosse, senza quella fatica  insensata dei primi giorni. Accadeva anzi che proprio dalle piccole cose tutt'intorno riuscissi a trarre la forza necessaria per continuare. 
Cosa significa tutto questo?
Nulla, davvero. Quando quel limbo finisce, tutto torna come prima. La strada è di nuovo piana, scende, la fatica è lontana, la riga bianca è un serpente rapidissimo dai contorni sfumati. Senti in te una nuova forza, perché oggi ce l’hai fatta. Ma lei tornerà ogni volta e ti farà soffrire, e ogni volta in un modo diverso. Ma ora che è finita ti illudi di essere al sicuro.
 Tutto quello che ho detto ha senso solo sulla salita. È un mondo a sè in cui valgono regole e leggi di movimento altrove sconosciute. Quando sei lontano, rischi di dimenticare la sua voce, che ti parlava in quegli attimi di sofferenza. Lei è tutto, perché ha in se' ogni risposta.
Che ne sara' di noi, quando non avremo più strade da scalare?
Che ne sara' di noi, quando non riusciremo più a replicare quella sensazione?
E che accadra', quando non potremo più perderci e ritrovarci, sempre di nuovo, sulla stessa salita?

Thursday, January 5

egoismo indù


Ordunque eccoci! Scopro ora che quel faticoso affannarsi, per tenere unito il mio e nostro IO sfuggente, per nasconderne le crepe, era illusione. Quell'io, quel me, quel noi, intorno a cui tanto fatichiamo e costruiamo, il sanatana dharma l'ha infine chiamato col suo nome: ahamkara, egoismo. Quante cose si scoprono pur senza chiederle. Oh, ma ora la cosa non deve toccarci più di tanto. È ormai impossibile, dove ora sono molti, vedere uno. E poi è cosi da asociali. È tempo di feste e pranzi, tempo in cui mettere in dubbio assunti fondanti genera grasse risate e pacche sulle spalle, il modo per dire che se anche c'è qualcosa di non chiaro, si sta tanto bene ora qui, la casa è calda e il mangiare fumante, e le domande semplicemente non hanno senso. È cosi facile e inevitabile distrarsi sempre! È altresi inutile voler fare i naif, perché distrarsi è probabilmente la nostra salvezza da una pazzia certa. Quando le luci si spengono, la casa è deserta, il frigo vuoto, quando tutti se ne sono andati e la festa è finita, sapremo come davvero stanno le cose. Sapremo, sarà un'intuizione potente e improvvisa, che non possiamo vivere nel gioco, non noi. Scoprendo ciò che ci è precluso, avvertiremo la nostra diversità dall'assoluta libertà di dio. Il gioco meraviiglioso ed eterno non è per noi, e segna la frattura irrimediabile, la ferita di quel giorno lontano in cui dio ci scacciò, ci separò da lui per mandarci al mondo.

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