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Sunday, June 14

epiphanies



Molte primavere sono state così. Ma l’estate? L’estate non doveva essere così. L’estate non doveva nascondere questa debolezza assoluta. Non doveva portare la strana ebbrezza del nuovo? Da quant’è che non senti il nuovo entrare sotto la pelle, avvolgerti nella confusione, farti perdere la strada battuta verso nuove vie, luminose, deserte, mai percorse, pulite?

Io pensavo…io penso sempre troppo. Talmente tanto che poi per lunghi momenti, direi periodi, il cervello si spegne, per evitare un surriscaldamento, per evitare cortocircuiti. Una forma di sicurezza quanto mai necessaria. È tutto previsto, vedi? Molti giorni con la testa vuota, completamente. A chiedersi gli altri cosa fanno, cosa faranno, quante strade da percorrere attendono e per quanto attenderanno. Poi invece le cose riprendono la loro abituale forma, le sequenze di pensieri recuperano un ordine; allora tutto questo pensare torna assurdo, irrazionale; le strade da percorrere che ti attendono? E dove sarebbero? Esiste forse un limbo con le vie non prese, dove le scelte non fatte sopravvivono e formano una storia, il mondo delle alternative, esiste davvero? E quanti di questi mondi diversi dovrebbero esserci, se per ogni scelta possibile se ne generasse uno?
Devo tornare alla filosofia. Sento che intorno a me tutto è orribilmente superficiale. Tutto quello che leggo lo dimentico. Ricordo solo delle sensazioni potenti, che mi si stampano addosso, a volte anche le parole di qualcuno, a volte ricordo una situazione con precisione matematica. A volte ricordo anche l’esatta configurazione del mio pensiero quando affronto qualcosa. Ricordo come mi sono sentita, e riconosco l’arrivo di una crisi, o di un’illuminazione, l’arrivo di un’epiphany che mi si stamperà in testa e che presto tornerà in altre forme. Ma la mente comanda tutto. La mia mente è piena di maledetti mattoncini in posizioni insensate.

Sono come una stanza in cui è esplosa una valigia, e i vestiti stanno sparsi dappertutto, alcuni nella polvere, alcuni sul tavolo, in terra, tra le carte. Forse è esplosa anche la cartelletta dei documenti, i quaderni di scuola, le audiocassette del libro di inglese delle elementari, pagelle di scuola, ottimo distinto buono sufficiente, i disegni, dio i disegni li avevo scordati: ore di scuola passati a disegnare con la testa china sul foglio mentre la prof spiegava, il piacere di vedere le linee nuove uscire dalla matita, danzare sul foglio; in questa stanza confusa è esplosa la cartella di scuola, lo zaino che usavo all’università, fogli di appunti di filosofia, altri disegni, fogli bianchi e inchiostro blu, relativamente ordinato, kant con testo a fronte e appunti a matita a lato, la natura razionale esiste come fine in sé, la natura è teleologica, e poi ecco gli appunti di logica, gli appunti su Freud (la fase in cui l’Ideale dell’Io si stacca è dolorosa, perché quello continua a umiliare l’Io e a far notare la differenza con la perfezione ideale), quanta verità celata in questi fogli, quanta salvezza se ne sta in attesa di essere sfruttata, ma altra confusione nella stanza non mi permette di concentrarmi. I mondi possibili non esistono, esistono solo nella mia mente nel momento in cui decido di farli esistere, per potermi tormentare come accadeva fino a pochi anni fa. Allora le scelte non fatte mi perseguitavano. Le possibilità mancate continuavano a vivere nella mia testa, e con dovizia di dettagli; ma non è bene parlare di questo. La fase è stata quasi del tutto superata, forse anche grazie a quei lunghi momenti di letargo in cui il cervello periodicamente cade, per salvarsi dall’orrore della ripetizione, per non vedere l’eterno ritorno delle cose già viste. Tutte cose già fatte, come alzarsi la mattina mettere in terra i piedi respirare fare pipì lavare la faccia acqua fredda occhi impastati sensazione orribile di debolezza sensazione di già visto pensiero ridicolo che dice che questo giorno è nuovo, questo giorno è uno in più, questo giorno non è stato mai vissuto da nessuno, non ancora, eppure sappiamo bene come andrà a finire, se tutto va bene si intende, e poi un giorno (quanto lontano?) ci sarà un giorno nuovo che sarà l’ultimo (è tanto lontano! O forse no. Ma è inconoscibile, per ora, e questo è abbastanza) e chissà, ci saremo alzati con lo stesso strano pensiero, lavati la faccia e fatto pipì, ma nessuno può sapere queste cose, per cui è anche inutile parlarne, ed è egualmente inutile esserne spaventati.
Nel frattempo attendo con ansia messaggi. Segni di vita. Qualcuno che indichi una direzione.
Ecco, qualcuno si avvicina. È gentile. Io no. Lo allontano malamente; perché non sei tu. Non lo sopporto, non sopporto nessuno, mi danno fastidio gli sguardi che pure avevo desiderato. I gesti, gli occhi, la voce, non li conosco. Non sono i tuoi. Ad aspettarmi, fuori, nella sera, con l’eco della musica lontana, non ci sei tu.

E allora la felicità, quella che è tutt’uno con il nuovo, dov’è? Quella della notte d’estate, ancora bagnata di pioggia, tiepida, infinita, con i tuoi occhi vispi nel buio, guizzanti mentre mi prendi per mano e andiamo via; questa felicità dov’è? Credo di averla intravista in un bar mentre tornavo a casa stasera. Era là con altra gente, persone che si muovono come marionette, sorrisi smorfie schizofrenie braccia che fremono e drink sul tavolo; parlano ma sono burattini muti per me che sto dietro al finestrino dell’auto e per stasera sono salva. Non so se quel che ho visto e provato fosse vera felicità o soltanto sottile piacere di starsene tranquilla a guardare gli altri da fuori, senza pericolo, e non doversi esporre né render conto a nessuno: felicità a buon mercato. Probabilmente era nostalgia per una serata persa, identica a una delle tante sere perse nella mia adolescenza, una serata in cui avrei potuto conoscere il nuovo, che cerco disperatamente, mentre invece sono rimasta a guardarlo passare.

Il mare dietro di voi è grigio, è verde, c’è il sole ma l’acqua sembra sporca, la felicità non vi manca, la felicità non vi manca, il sole bacia i belli dicono, dicono così tante cose, che sera assurda, da un palco lontano sempre la stessa musica e le parole di un’improvvisato speaker distorte dalla distanza, si perdono nella notte, la canzone è allegra (everybody need somebody), tutto questo fa un po’ ridere non è così? Sembrate felici. Ma io cerco sempre le crepe nella realtà, cerco il punto da cui il disastro inizierà, lento, vittorioso, una vita intera raccolta e riassunta in una bolla di sapone color arcobaleno, la tua e la mia e la nostra esistenza sta lì dentro mentre noi la pensiamo infinita e ci preoccupiamo del domani, la bolla dura un attimo e si libra nell’aria leggera rincorsa dai bambini, è una festa di compleanno, dev’essere il ’95, a bologna, una villa sui colli, verde e alberi e portici color ocra e rosso e grandi gazebo con sotto tavoli con sopra dolcetti e poi giochi gonfiabili che i padroni di casa avevano affittato e forse una piscina fuori terra, enorme, il cielo alto, infinito, la vita non è una bolla ma una cosa indefinita ed enorme, senza determinazione oltre l’oggi, senza significato oltre l’istante, oltre l’attesa della torta, del gioco, della mamma che assieme alle altre mamme attende poco lontano, e non ci lascerà mai.

Serata tranquilla, profumo di fiori, come quelli dell’estate della maturità, era luglio e io studiavo e non capivo e solo adesso capisco ed evidentemente è tardi, ma è così per tutti, è così sempre, non ne va mai bene una e dev’essere proprio una certa forma mentis a creare questi disguidi, la notte prima degli esami di maturità non successe nulla di particolare ma ricordo che asfaltavano la strada, tempismo perfetto complimenti, bip bip bip vrrrrrrrr stop bip bip bip eccetera eccetera e altri rumori simili e un caldo esagerato e una puzza di asfalto e gas di scarico, ma sono sopravvissuta, ricordo anche il corridoio lunghissimo e bianco e una leggera corrente d’aria calda tra le teste chine dei miei compagni in lunga fila davanti a me e la non voglia assoluta di stare seduta così tante ore e poi minuti interi a guardare il soffitto le finestre chiuse i professori che camminano lenti lungo i banchi e l’eco dei loro passi cik cik scalpiccio rimbomba nel corridoio sembrano agitati anche loro si sono vestiti bene ci sono i commissari esterni e loro devono essere pronti scattanti preparati puliti e profumati e far vedere che i loro ragazzi non sono delle capre e qualcosa hanno fatto anche se il programma di matematica non era finito ma la prof ha scritto tutto anche le cose che non avevamo fatto e che per fortuna non ci hanno chiesto, ricordo di aver pensato che non li avrei visti più, ricordo che è stata una sensazione strana, un sollievo non del tutto gioioso. 
Ma rieccoci di nuovo qua, anni dopo (pensa un po’ come passano veloce), la sera procede, procederà oltre, ingranaggi ridicoli, pedine ridicole, stiamo giocando e tu non ci sei, ti cerco e tu non ci sei, dovrei impegnarmi di più, dovrei inseguire i sogni con più entusiasmo mentre guarda, basta una giornata no a buttarmi a terra, dopo tutta la fatica per arrivare qui, proprio tu, proprio io, la stanza fluttua nel nulla, quando ho strappato dai muri fotografie e poster del passato mi son sentita meglio, il muro sotto era più bianco e foto e fogli e poster hanno lasciato un’ombra, stencil grigiastri, quadri vuoti, si è anche staccato un po’ di intonaco e il muro sotto era blu scuro, qualcun altro evidentemente stava nella mia stanza prima di me e il bianco non gli piaceva, chissà che tavolo aveva, chissà che cosa faceva, chissà se guardava dalla finestra come me e chissà se gli sarà mai esplosa una valigia nella stanza sparpagliando vestiti ricordi sensazioni racconti in ogni angolo. Ma su questo nessuno saprà mai la verità, e poi forse questo genere di cose succedono solo a me.

Friday, October 4

venerdì sera

Vorrei dire qualcosa, dirlo al mondo, ma in un venerdì sera di feste e birra chi vuoi che stia a sentire le parole scomposte di KK? 
Non le ascolterei nemmeno io, se solo potessi stare dall’altra parte. 
Le rare volte che ci sto, sono spezzata in due. Quando tutto sembra perfettamente ricomposto, KK si sente tranquilla. Ma dura un attimo, ed è raggiungibile solo inondando il corpo di endorfina chimica. KK non sente e non vede la crepa, la frattura che è in lei così fastidiosa. Essa è tanto più odiosa quanto pare assente negli altri. Ma cosa ne sa KK, in effetti? La vita degli altri è solitamente un enigma. Forse, molto probabilmente, la vita degli altri è molto simile a quella di KK. Ma no, quella maledetta crepa non c’è. In loro non ve n’è traccia. Se no non sarebbero tutti così sguaiati. Avrebbero un po’ di rispetto, per chi nella crepa ci vive e, a volte, ci resta secco. Siamo tutti spezzati, ma nessuno vuole davvero ammetterlo. 
Al contrario, KK è maledettamente riflessiva e non vede la stessa attitudine negli altri.

Quando KK si accorse di questo, un giorno lontanissimo, preistorico, del liceo, fu assalita anche da un pensiero autodistruttivo. Chiuse gli occhi e pensò forte forte a come avrebbe voluto nascere dall’altra parte. Loro, i suoi compagni, erano così perfetti. Inconsapevoli della crepa e di tutte le sue conseguenze. Naturalmente era apparenza. Naturalmente quel ridere e quell’emettere sentenze e quello sbaciucchiarsi e dirsi amore tesoro sei stupenda erano una copertura. Dentro loro soffrivano, forse, ma se ne stavano zitti. Ora KK può deriderli, per quella loro pochezza adolescenziale. KK si lasciava così sconvolgere dalle cose e dalla realtà, da scrivere come una pazza, nell’ora di religione, invocazioni e racconti a proposito di criceti su una ruota, che volevano rappresentare gli alunni a scuola. 
Lei li odiava, tuttavia avrebbe tanto voluto essere come loro. Gli altri apparivano isole di perfezione in mezzo al caos dell’adolescenza. Tutto in loro era falso. Allora KK non poteva capire il profondo senso filosofico della loro falsità. La parola falsità era anzi usata a scuola, spesso dagli stessi falsi, per definire chi stava loro antipatico o non si comportava secondo il loro codice. Ma loro incarnavano davvero, nel vestirsi, nel parlare, nei rapporti con gli altri, il grado più potente del Falso. Avanzavano per i corridoi a grandi falcate, decisi, sicuri di sé, e senza degnarti di uno sguardo. Potevi sentire le risate alle tue spalle. A volte ti sbagliavi, quelle risatine non erano per te. Ma a volte si diventa paranoici. La loro sicurezza si nutriva di un saldo quanto effimero controllo sul mondo circostante, fatto da cose, persone, e ambiente in generale. I loro gesti e le loro mosse si adattavano perfettamente all’ambiente e alla situazione. Condividevano con gli altri il modo di chiamare le cose. Condividevano con gli altri il modo di rapportarsi al mondo. KK rimase subito affascinata da questa capacità di adattamento, giudicandola comunque qualcosa di elementare e non particolarmente lodevole. Del resto di comportarsi come gli altri, di essere uno uguale all’altro, sono capaci tutti. KK tentò anche, per un certo tempo, di vedere se un dialogo fosse possibile, con l’altra parte. Le volte in cui dette fiducia, rimase delusa. Allora cercò alleati. Tra quelli che stavano sulla sua stessa barca, ognuno aveva sviluppato modi diversi e fantasiosi per sfuggire all’indifferenza e alle angherie. 
L’importante è identificarsi. Se quelli non sanno cosa sei, non riescono a incasellarti, sei fottuto. 
Se sei indeterminato generi antipatia solo a guardarti. Così c’era chi si rivolgeva al punk. Altri rimanevano orribilmente anonimi. Questi venivano eliminati per primi. Si autoeliminavano. 
Molti lasciarono la scuola proprio in questo modo. KK vedeva la loro sofferenza ma non poteva far nulla. KK ci mise un po’ a ottenere una posizione decente, a entrare in una casella in modo che gli altri smettessero finalmente di chiedersi cosa fosse e smettessero di disturbarla. Tuttora KK non ha idea di quale fosse quella casella e di cosa pensassero gli altri di lei. KK era probabilmente un enigma. A tratti se ne usciva con cose geniali che lasciavano gli altri interdetti. Chissà se avrà acceso in loro una luce, per dire che non è tutto qua. In ogni caso, da quella posizione sconosciuta, KK potè osservare da vicino la nascita e lo sviluppo di quel falso che nella vita adulta causa la stupidità e il danneggiamento del mondo e della vita umana. 
 E KK non ha paura di essere troppo apocalittica dicendo questo. 
I germi dell’odio e della crudeltà di cui l’uomo è capace sono vivi più che mai, in una classe di liceo. 
Il disprezzo che grondava dai commenti alle parole dei prof, dalle risposte stizzite e irrispettose che KK sente ancora risuonare nelle orecchie, era lì, in bella vista nella sua semplicità disarmante. Il candore con cui gli altri rispondevano male ai prof era qualcosa di incredibile. Un giorno la supplente della Giovanelli, che non aveva molti anni più di noi e che tradiva il nervosismo attorcigliando le mani tra loro mentre spiegava, rischiò di scoppiare a piangere. Quegli stronzi l’avevano distrutta psicologicamente. Lei ingoiò le lacrime a fatica. Lei era alla cattedra, ma loro l’avevano trascinata con le parole e gli sguardi e le risatine, tra i banchi, e lei era di nuovo una ragazzina al liceo, angherie che si ripetono ancora e ancora anche dopo che ti sei preso una laurea, un dottorato e hai vinto un concorso. Guardandola senza poter fare niente, KK capì che gli altri e le loro parole subdole, i loro sorrisi di scherno, erano impossibili da fermare. Non c’erano leggi scritte, leggi della scuola, che impedissero a loro di farti stare male anche senza bisogno di parlarti direttamente. 
La supplente infatti non punì nessuno. Piangeva per la sua impotenza, perché contro la pura cattiveria silenziosa non si può far nulla. E anche perché nella classe come nella folla, non c’è nessun colpevole. Risatine continue risuonano tra i banchi, ma chi può dire che sono per te? 


Tuesday, October 23

bambini a ginevra



Credo sia tempo di dire qualcosa. Non possono mettersi a sparare musica fuori dalla mia finestra a quest’ora  e pretendere che io non abbia niente da dire. Nessuno può pensare che io non abbia da dire.

Parliamone. Mi parli della sua infanzia.

Calma, calma, tutto questo mi pare troppo veloce, tutto insieme, deve capire che non riesco a seguire bene il corso dei miei pensieri.

Da dove partiamo?

Partiamo dalla musica. Ora mi fanno innervosire, non è ancora sera, non è esattamente sera, c’è luce dannazione, ma loro sono là e la musica rimbomba, e molta gente accorre, parcheggia scende e si incammina verso l’enorme tendone, sono famiglie (non è una parola abusata “famiglia”? non è sdolcinata come parola? Eppure in qualche modo si deve parlare…), insomma bambini con magliette e mamme con pantaloncini e altre cose, ma il problema centrale è che sotto il tendone ci sono suoni sconnessi, forzatamente allegri, come se per la felicità, come se per sentirsi vivi, bastasse un ritmo incalzante, così veloce da riempire ogni spazio, ogni tuo spazio, entra e pervade ognuno dei piccoli spaziettini di cui siamo fatti e così, solo così, ci sentiamo pieni. Non è così? È bene che gli spaziettini siano sempre pieni, e contigui, uno a fianco all’altro senza soluzione di continuità, in modo che la serata passi liscia liscia, e perché più tardi si possa uscire dal tendone nella notte umida e calda, e tornare alla macchina. Io sarò qui. Sentirò voci, e portiere sbattere. E macchine partire. La notte è calda, la notte è nera, e una marea di stelle stanno in silenzio sopra il tendone, ma sono lontane e invisibili, perchè l’afa intrappola tutti quaggiù. Perché non possiamo fuggire? Le stelle non si vedono,  e le auto se ne vanno ora. Senti il motore, senti che si allontanano, silenzio.  Siete contenti, ora? Che effetto fa, non sentire più niente? Che cosa succederà, ai nostri spaziettini, se nessuna musica e nessun ritmo allegro li riempirà rendendoci pieni, e completi, e sazi?

Niente di male, KK, niente di male accadrà. Deve smettere di pensare che succederà qualcosa di strano, o liberatorio, o apocalittico, quando le persone intorno a lei si renderanno conto di un inganno, o degli inganni, di cui da sempre sono preda. Per altro non deve escludere, cara KK, che un inganno sia qualcosa di piacevole, e desiderabile, e insomma in ultima istanza sia un male minore.  

Questo me lo hanno già detto. Questo me lo sono già detta troppe volte. Non ho più voglia di ascoltare questi sproloqui, ma perché non posso dire due cose sulla musica odiosa e su un tendone pieno di gente che mangia su tavoli traballanti, e sugli odori di grigliata, e il fumo grigioblù che esce dai lati del tendone e bambini che corrono e piattini di plastica con avanzi scarnificati di costine, perché non posso parlare di questo? E dei suddetti piatti che essendo troppo leggeri non si riescono a tenere in mano decentemente, e perciò molti cedono e perciò molte costine ancora intatte sono ora nell’erba calpestata del campo sportivo, a testa in giù, con il piattino suddetto e maledetto messo sopra a coprire lo scempio. E dei bicchieri di plastica bianchi che immancabilmente si crepano su un lato, vogliamo parlare? E di quanti di essi giacciono in terra schiacciati e orribilmente aperti e squarciati, e delle risa tutt’intorno, e dei ragazzini tirati a lucido che scrivono con la sigaretta il loro nome in svariati oggetti di plastica, con fare spavaldo, e delle giovinette che ridacchiano e si lanciano sguardi mielosi tutt’intorno, vogliamo parlarne? Non capisco perché mai non dovrei farmi domande, su tutto ciò. Ho già dato, dannazione. Non ne posso più di questi ragazzini idioti.

Che c’è che non va, nei bicchieri di plastica? Che cosa di essi l’ha turbata? E poi, che problemi ha, con i “ragazzini idioti”, KK? Del resto si tratta di comportamenti fisiologici, legati ad una fase della crescita. Non era forse anche lei, una di quelle ragazzine mielose?

Allora chiariamo una cosa. Cosa diavolo ne sappiamo di cosa è fisiologico. Lei lo sa che il fisiologico è definito dal patologico? Lei sa che una cosa è normale perché non è malata? Ma il confine dove sta? Lei capirà che questa cosa ha evidenti problemi fondazionali. C’è un circolo. Una petitio principii. Lei mi capisce, no? Che cosa è fisiologico?
Sto cominciando ad avere qualche problema. Non voglio incastrarmi in cose filosofiche, visto che è quello che faccio tutto il giorno, per cui tralasciamo questo discorso. In secondo luogo (visto che lei mi costringe a parlare in modo orrendamente forbito) no no e no, non credo proprio di esser stata una di quelle ragazzine. O meglio, sì, ma ho talmente odiato la cosa che l’esperienza non si è ripetuta.

Ma cosa ne sa? Ma cosa mi racconta? Lei SA che è stata una ragazzina, e sa che ha avuto desideri, speranze, attenzioni, verso i suoi coetanei. Lei ha amato e odiato, ma ha soprattutto amato. Ha sperato e desiderato, era VIVA, non è così?

Ma certo, ma certo. Questo mi fa venire in mente che devo aver sbagliato tutto nella mia descrizione. O più probabilmente la mia mente mi inganna, vuole tenermi all’oscuro di alcune cose.

Noioso. Molto noioso. Da quasi cent’anni ormai sappiamo che la mente ci tiene all’oscuro di buona parte della nostra vita psichica.  

Sì. Questo è un altro problema. Tutto questo è noioso. In ogni caso, sì sì, ammetto di esser stata quella ragazzina. Non mielosa però.

Su, sia ragionevole.

Non mielosa, ribadisco. Insomma avevo il mio personale modo di essere, e basta. E comunque ho sempre odiato i ragazzini spavaldi, i ragazzini che fumano come se lo facessero da una vita, quando la loro piccola e inutile vita è appena iniziata, ma via così, come se fumassimo dall’asilo, quando il massimo che potevano fare era imitare i grandi con le sigarette di cioccolato (un cioccolato che sapeva di carta, dalla consistenza senza senso, granulosa, che tuttavia ho sempre trovato buonissimo).

Bene, ora non so più perché mai avrò fatto questo discorso. La verità è che una tristezza strana, travestita da rivelazione, felicità camuffata, mi è venuta incontro stasera. Quelli-che-non-ce-l’hanno-fatta mi sono tornati alla mente assieme a una stilettata di dolore misto, colorato, vibrante, e il tutto mi ha spinto a dire qualcosa. Improvvisamente ho paura che molte cose possano perdersi per sempre. Ogni giorno perdo attimi e la sera me li ricordo uno a uno ma mi dico che non importa. Però è così che passa il tempo, che non risolve un bel niente.

***

Questa musica che ascolto ora ha dentro un’attesa, di qualcosa di sconosciuto, di qualcosa che alla fine è doloroso ma ancora non sai cosa è o cosa sarà. Prendo in mano il disco e mi accorgo, dopo tanto tempo che non lo guardavo più, che la plastica è un po’ rovinata, e l’etichetta che c’è appiccicata sopra è appena ingiallita. Ma il disco non è vecchio. L’abbiamo preso qualche mese prima che io iniziassi il liceo. In certe canzoni riesco ancora a ricordare quella sensazione. Di non aver ancor incominciato il liceo. Sensazione di una cosa che stava cambiando. Ogni cosa sarebbe cambiata di lì a pochissimo. Era un’attesa fastidiosa, ma fastidiosa è un’aggiunta di oggi. In realtà aveva dentro qualcosa di speranzoso. A volte, nel bel mezzo di questo disco, sento chiaramente quell’attesa, vedo me stessa in auto seduta dietro, guardo fuori dal finestrino un cielo grigio perdersi oltre le montagne, che scorrono verso la pianura, diventano poco più che colline, e poi più niente, e io sto con la testa quasi contro il finestrino, con il discman in mano e le cuffie nelle orecchie. Il discman ha smesso di funzionare un giorno che non ricordo della quarta liceo. Prima di allora, molto era passato dalle sue cuffie. Una volta in una gita in umbria l’avevo prestato alla prof. Giovannelli. Si era sentita un intero disco dei  Coldplay guardando assorta il dolce paesaggio umbro fuori dai finestroni del pullman, e io ogni tanto le lanciavo uno sguardo e ammiravo la sua tranquillità, ed ero contenta che una piccola parte di essa fosse merito del mio discman. La mia inquietudine in quel momento era un poco sopita. Ma le gite scolastiche erano fonte di sofferenze continue. Ora voi avrete da dire sulla parola sofferenze. Lo capisco, insomma non erano sofferenze fisiche, o forse un po’ sì, ma non stavo male, non stavo morendo maledizione. Ma ho un ricordo chiaro, semplice e netto di alcuni momenti di grande insofferenza, cioè della sensazione di essere impotente davanti alla sofferenza, sofferenza causata dalla vista di cose varie, di dinamiche che avvenivano tra i miei compagni, di risa che con me non c’entravano niente, dalla sensazione di esser in mezzo a persone di cui non mi interessava molto e di essere in tanti e di essere nello stesso tempo assolutamente sola. Odiavo assai passare con il nostro rumoroso gregge in posti nuovi e belli e pieni di possibilità, e odiavo essere dentro quel gregge e non poterne uscire, e se loro fanno casino come fanno sempre gli italiani, anch’io sarò tra loro, anch’io sarò loro. Ma la cosa che più mi faceva andare in crisi nelle gite scolastiche era vedere posti nuovi, vedere le persone che vivevano là passeggiare per strada, andare in posta, e fare tutte le loro cose. Insomma vedere posti nuovi era collegato immediatamente, era tutt’uno, con la possibilità che anch’io avrei potuto vivere là, se solo avessi potuto uscire da quella fila di scolari, se solo avessi potuto….rimanere ultima della fila, e alla prima curva della strada fermarmi, e poi correre a perdifiato sul marciapiede nella direzione opposta, e girato un angolo sparire per sempre.

Questo accadde una volta a Ginevra. Era una gita autunnale, e con il mio discman e le cuffie e la musica avevo osservato le montagne avvicinarsi e diventare enormi, mentre mi dicevo che dovevo stare tranquilla perché nessuno lì conosceva le montagne come me, nessuno in quel pullman sarebbe mai sceso e corso nel bosco, nessuno sarebbe stato ore a vagare in mezzo ai pini odorando l’aria o guardando le nuvole. Stavo seriamente cominciando a sentirmi da schifo perché volevo essere in quel posto senza essere nel pullman e senza essere in gita. Invece le solite voci odiose continuavano a urlare e ridere sguaiatamente appena fuori dalle cuffie che avevo nelle orecchie.  Ma niente. Arrivammo a Ginevra senza che tutta la cosa riuscisse a sconvolgermi più di tanto. Mi ero raccontata un sacco di favole sul fatto che qualche mese dopo avrei sicuramente fatto qualcosa, avrei lasciato la scuola, sarei scappata da casa, sarei andata in Canada, e mentre passavamo il Gran San Bernardo tutto questo era già successo, e io stavo vivendo una meravigliosa e perfetta altra vita in British Columbia, dove tutto era al suo posto e non c’era bisogno di gite perché nessuna gita, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare cose che non avessi già, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare di cambiare, mai più.

Il problema fu quando arrivammo a Ginevra. Era una di quelle giornate limpide di autunno inoltrato, in cui il sole è tiepido e le foglie sono rosse e gialle, e il cielo è terso, gelato, perfetto, azzurro chiaro, con striature uniformi di bianco, tirate dal vento freddo.  L’aria era frizzante e sapeva di neve. Il posto era bello davvero. Per una volta una città non mi dispiaceva. Per un po’ comunque la mia testa continuava a vagare in pensieri contorti in cui io non ero io e presto sarei stata qualcun altro e presto sarei stata in un altro posto. Insomma mi ero autoconvinta di essere solo di passaggio, ma non nel senso che ero di passaggio in quella città, ma proprio che il mio essere io in quel momento era di passaggio, era una fastidiosa fase di transizione verso qualcos’altro non meglio specificato; a scuola, in gita, in pullman, in quell’istante in cui stavo nel pullman, io ero di passaggio; io non ero davvero io; eddai! Io non sono una di loro, dopotutto; io vedo tutto questo con occhi diversi; io odio tutto quello che sono e dove vivo e presto andrò da un’altra parte. Presto tutto cambierà. Questa cosa resse per un certo tempo, anche se vacillò quando sentii quell’inconfondibile odore di neve appena scesa dal pullman; quell’odore di legna bruciata che era tanto familiare fu una fitta improvvisa allo stomaco, una coltellata silenziosa. Ero quasi persa. La mia strategia di difesa faceva acqua da tutte le parti.  Tuttavia andai avanti un po’, concentrandomi per non pensare a niente.

La crisi fu quando vidi il lago. Il lago era grande, perfettamente cintato da file uguali di alberi, rossi e arancioni e gialli, e sotto di loro un pavimento di foglie colorate, e intorno al lago correva un viottolo asfaltato dove dei bambini andavano coi pattini, dei bambini svizzeri alle tre di pomeriggio pattinavano intorno al lago, ridevano, erano felici; il giorno stava per finire e loro sarebbero rientrati in una casetta svizzera, in una città che non puzza e dove l’aria sa di neve, e ogni tanto nelle vie puoi sentire il profumo di arrosto che non è come quello di casa, e il profumo di torta, e puoi fare tutto questo in un normale pomeriggio di un giorno di scuola di quegli stessi giorni di scuola che tu odi perché sono fondamentalmente sprecati, inutili, vuoti, perché tu non potrai mai pattinare intorno al lago il pomeriggio dopo la scuola.
I bambini sorridono, ignari di tutto questo delirio che la mia testa fabbrica a loro insaputa e ad insaputa di tutta la fila di miei compagni che avanza scomposta e se ne sbatte altamente dei bambini e del lago, e di tutte le mie malate considerazioni. I bambini che pattinavano intorno al lago è stata la crisi. Era il segno evidente, chiaro e limpido come quel cielo d’autunno, della mia maledetta sconfitta.  Dell’inconsistenza di tutti i miei progetti e piani per cambiare qualcosa, che non erano che castelli in aria. Era orrore, sofferenza, tristezza irrimediabile, era il tonfo sordo di una casa che crolla, del pavimento che si sfascia sotto i miei piedi. Continuai a camminare sul tappeto di foglie mentre il sole faceva strani giochi con l’acqua del lago, ma niente mi interessava più. Tutto era come era, io ero proprio io e non un personaggio di passaggio, io non ero altro che io, e se la cosa mi faceva schifo, bè, c’era poco da fare. Vorrei tornare indietro. Vorrei tornare…

Ora sono proprio io che cammino sul lungolago di Ginevra, sono sempre io che da fuori mi vedo camminare a testa bassa senza capire perché devo sentirmi così male, sono io che mi trascino dietro al mio gregge, sono io che non posso uscire dal gregge né da quella che è la mia attuale vita per pattinare sul lungolago, e i sogni infranti sono ora in mille pezzi scomposti, specchi che riflettono cose a caso, pezzi di progetti e desideri di un’altra vita in un altro posto, diversa, che ora non hanno più senso, anzi sembra che mi deridano per la mia ingenuità. Ahah! Guarda! I bambini giocano ancora, e tra poco rientreranno a casa, dalle finestre puoi vedere la luce gialla della cucina, è caldo dentro, e la cena quasi pronta. Cosa fai tu? Perché piagnucoli? Pensa a camminare dritto. Pensa a camminare dritto. Cammino dritto, gli occhi fissi sulle scarpe di chi cammina davanti a me. Devo concentrarmi per non cadere, perché sto seriamente per cadere giù. Mi guardo intorno in un attimo di disperazione e vedo chiaramente che non c’è via d’uscita. Dove vorresti andare? Non puoi far altro che camminar dritto.

A quest'ora, da qualche parte, i bambini giocano ancora. Io volevo essere uno di quei bambini. Volevo solo pattinare nelle giornate di sole, e aspettare l’inverno, e non sentire più quell’ansia per le cose a venire perché sapevo che non sarebbero state come volevo, sapevo che avrei dovuto sopportare di stare chiusa in casa, che avrei dovuto andare a scuola e stare in un posto che non avrei mai voluto. Volevo solo aspettare l’inverno, ma perché nessuno ha capito? Non volevo  fare del male a nessuno, perché nessuno ha capito?

Bambini, bambini! Cancellate il mio nome e la mia storia, bruciate i miei documenti e tutti i ricordi, sono inutili, sono corrotti, forse sono falsi. Nessuno venga a cercarmi, perché ora starò qui. Nessuno si ricordi di me perché io non ci sono più. Perché non posso essere anonima? Perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Perché perché perché non posso essere una di voi?
Bambini, bambini! Perché perché perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Quand’è quand’è quand’è che potrò essere una di voi?

fantasmi di ottobre



Domenica di ottobre, tiepida, azzurra, nitida e perfetta. Domenica di ottobre di quelle che anni fa erano dolorose  ma che io superavo ogni volta dicendomi che un giorno non lontano non lo sarebbero state più. E in effetti oggi non dovrebbero farmi più quell'effetto. Ma tant’è.

Ora non mi spiego cosa succede. Sto scrivendo per non affondare del tutto. Mi sembra di affogare.

Mi sento debole. È una cosa fisica. Mi sembra di non aver la forza di fare niente. È anche una cosa dentro di me. Perché devo sentirmi cosi? Mi mancano giorni molto più sensati, molto più pieni. Eppure se ci penso razionalmente, è chiaro che quei giorni torneranno. E quando succederà, riderò di queste scenate e di quei giorni inutili come oggi in cui tutto sembra perduto se non si fa qualcosa a dare un senso di compiutezza, o semplicemente un senso e basta. Cercherò di spiegare il problema come mi appare ora. Succede che io passo i miei giorni a denigrare la vita degli altri, la gente che se ne sta col golfino sulle spalle al passo mentre io arrivo in bici. Allora in quel momento posso ridere di loro e vedere chiaramente in loro l'immagine di ciò che io non voglio mai essere. Ma il giorno dopo, o forse no, diciamo un po' di giorni dopo, il corpo libero dagli effetti dell'endorfina, io senza bici e senza sforzo e senza concentrazione sono nulla, non ho letteralmente senso, fluttuo nell'aria senza direzione nè significato. E l'orrore mi prende quando in tutta questa confusione mi pare anche a me di essere come loro, come quelli che avevo tanto denigrato nei momenti esaltati e felici, quando avevo il corpo sotto l’effetto di quella meravigliosa chimica naturale. Questa identificazione improvvisa, che a pensarci seriamente è semplicemente irreale, perché è ovvio che io non sono così e mai lo sarò, riesce però lo stesso a dominare la mia vita nei giorni inutili come oggi.

Succede, penso, perché non riesco a vedere oltre le cose di oggi. Non dico di avere un progetto per chissà quale futuro lontano. Anche solo domani, non riesco a visualizzarlo e far sì che renda meno totale il fallimento che vedo realizzato oggi, qui e ora. Relativizzare è il segreto per non farsi sopraffare da questa sensazione assurda. È il segreto perché ciò che è solo una parte non venga improvvisamente preso per il tutto.    Le cose passano sempre, dovrei saperlo, dovrei averne esperienza, e sì, ne ho esperienza ma non me la ricordo più, non ricordo più niente di quando queste cose son successe nel passato, di tutti i giorni come questo di cui poi ho riso quando erano finalmente andati. Non ho memoria, in niente, non ricordo nessuna di tutte le cose che dovrebbero all'istante farmi sentire meglio. Non vedo il passato. Non vedo neanche domani. Sono così dannatamente stanca...non ho fame, ma mi sento debole, strana, vorrei partire. E fare qualcosa per convincermi che posso ancora rimediare; ma non ho letteralmente la forza fisica per farlo.

Neppure parlarne qui, scriverne, riesce ad alleviare questa cosa, riesce a farmi sentire meglio. È un'altra domenica di ottobre in cui cerco di trattenere i singhiozzi di un pianto a dirotto che non vuole lasciarmi in pace. È rabbia pura, sensazione di impotenza. Di non poter far niente per impedire che giorni come questo si ripetano uguali, ancora una volta. Anche se tutto è cambiato o meglio "tutto è cambiato", mettiamolo pure tra virgolette visto che sembra non sia cambiato proprio niente. Riesco a litigare con tutti gli aspetti della mia vita. Non me ne faccio passare una. Il punto vero qui, che poi forse è una parte della soluzione catartica che sto cercando, è che io non sopporto le cose che si ripetono. Divento pazza, non capisco più niente quando qualcosa che mi ero ripromessa di non vivere più immancabilmente succede di nuovo, uguale, e non all'improvviso ma con tutta la calma per vederlo arrivare da lontano, passarti davanti e succedere, semplicemente, davanti a te che anche stavolta non hai potuto far niente per impedirlo. Probabilmente è un residuo della mia vita adolescente, in cui letteralmente ogni attimo era perduto, capitava a volte che guardavo i giorni arrivare e andarsene sapendo esattamente che non sarebbe successo niente a cambiarne il corso, che io non avrei potuto farci niente, se non stare a osservarne i particolari, la nitidezza dei giorni di autunno, i riflessi e le foglie, il cielo alto e freddo sopra di me, osservare tutto questo da dietro un vetro, e immaginare, pensare, pensare forte forte a occhi chiusi sperando di svegliarmi da un’altra parte. È successo una volta che ricordo ancora come fosse ieri, e il ricordo mi provoca una specie di fitta. Ricordo che era fine settembre, il mio compleanno. Devo andare a scuola, ma io con la testa sono da tutt’altra parte. Prati dorati, da qualche parte. Nella realtà sono rannicchiata nel letto e vengono a chiamarmi perché mi devo alzare e andare a scuola. Un venerdì. A scuola dalle otto alle quattro. In autunno, alle quattro il giorno è già scappato via. Non voglio guardar fuori dalle tapparelle, ma vedo le lame di luce e riconosco le tonalità di un giorno di sole. Non voglio, non voglio vederlo. Sono altrove. Mi chiamano, forse urlano, forse no, perché alla fine è il mio compleanno. Non supererò mai questa cosa. Questa cosa torna tutte le volte che c’è un problema. Questa cosa riaffiora come uno scoglio nella bassa marea. Ma tant’è. Allora sono io rannicchiata nel letto, la testa altrove, la testa in una valle sconosciuta di mia invenzione, l’aria pulita dell’autunno e davanti una giornata che non sprecherai, che potrai vivere come vuoi, a cui potrai dare un nome e che potrai ricordare. Invece no. Devi andare. Devo andare. Ti chiamano. Mi chiamano. Mi alzo, non mi guardo in giro, sono uno zombie che non incrocia gli occhi di nessuno. Niente fuori mi interessa. Niente fuori è qualcosa che voglio. Semplicemente, qui e ora, questa non sono io. Scaccio con tutte le forze il pensiero che oggi passerà inesorabilmente e io non potrò far altro che stare a guardare. Osservare tutte le tonalità che il cielo e le foglie gialle degli alberi del cortile della scuola prenderanno durante ognuna delle ore di questa giornata. Sono veramente un genio perché ci riesco, riesco a non pensarci, mi alzo come uno zombie e come uno zombie esco di casa e guardo in terra per tutta la strada fino a scuola, e senza droga e senza alcol e senza niente riesco ad anestetizzare ogni mio impulso e desiderio. Ho passato gli anni del liceo a sperimentare modi per anestetizzarmi e non sentir niente quando le cose che non volevo vedere, che proprio non volevo, mi passavano davanti costringendomi a guardarle. Zombie sul banco di scuola, zombie a cui niente può far male, zombie che ha imparato a ignorare le cose cattive, a sopravvivere. Sono uno zombie che riesce a far passare indenne, pare, anche questo giorno di scuola che sembrava insopportabile. Cercando distrazioni in modo abbastanza disperato e trovandole sempre. Quindi, è successo che ancora in equilibrio, per quanto precario, sono tornata a casa e tutto sembrava normale. Mi sentivo quasi meglio, ora che la giornata, le sue parti migliori, le ore più splendenti e fonte di sofferenza, erano passate. Ma poi mi è tornata in mente la valle che avevo in testa la mattina, allora ho preso il computer e ho cercato le webcam di livigno. Volevo vedere com’era il 23 settembre a livigno. Che poteva essere uno dei tanti posti dove avrei voluto o potuto essere. Magari, se mi concentravo e lo volevo e ci pensavo forte forte forte, avrei potuto in qualche modo ritrovarmi là. Nella webcam era una giornata meravigliosa. Il sole del tardo pomeriggio aveva tutti i colori possibili. La valle era di tutti i colori possibili. Lontano si vedeva l’ombra blu scuro degli abeti. Delle persone sulla strada, una macchina, immobili nello scatto della webcam. Non è finito, questo 23 settembre. Quante cose si potrebbero fare, ancora, se solo…due passi nel sole della valle, due passi…se solo…se solo…
Non so che succede ma mi ritrovo con la testa sul tavolo e una fitta in pancia e un peso gigantesco in gola, mi stringe e non riesco a respirare bene, mi scoppia la testa, è rabbia pura, odio, sensazione di impotenza assoluta, stanchezza per questa maledetta presa in giro, per tutte le maledette volte in cui son stata presa in giro. Alzo gli occhi, lacrimoni salati si accalcano sul bordo delle ciglia, e vedo tutto come attraverso l’acqua, tremolante, la webcam sullo schermo del computer ride di me, nel suo angolo in alto a destra l’orario e la data ridono di me, e io, ancora una volta, non posso farci niente.  Dondola sul tavolo la mia testa vuota eppure pesante di rabbia e tristezza, dondola e tutto è così chiaro eppure assurdo, e tutto scorre senza poterlo fermare, e mi ritrovo a odiare la sensazione di sollievo data dal fatto che finalmente il giorno è finito, anche quella sensazione non serve, è una sconfitta, ride di me, ride di me ancora e ancora. 

Oggi è tutto passato. Niente più scuola, e niente più zombie. Io non so perché, ma queste cose mi sono rimaste dentro da allora e ogni tanto vengono fuori, quando un giorno qualunque di tanti anni dopo, come oggi, le cose si ripetono uguali, e anche se è davvero tutto diverso, io ancora una volta mi ritrovo a guardare un giorno passare, e finire. Ogni volta la storia finisce con la testa sul tavolo a sentire se la ventola del computer mi suggerisce una soluzione.

È cosi difficile da capire, di cosa ho bisogno? È cosi difficile da capire, che io ho bisogno di perdere me stessa e poi ritrovarmi di nuovo, ancora sulla stessa salita? Se non ho questa riconferma ogni giorno, ogni due giorni, se non riesco a buttare là un ostacolo e partire a testa bassa per superarlo, senza questa cosa io non sono niente, continuo a fluttuare nel nulla, sono un fantasma in una domenica di ottobre. La rabbia che ora mi divora, mi mangia letteralmente, la sento stringere, mordere dentro, lei mi conosce, lei è me, è il mio Io che ride di me che oggi no, non ce l'ho fatta. Che oggi ha perso di nuovo la riconferma di essere qualcosa di stabile, almeno per qualche ora chimica in cui la mente è annegata nelle endorfine e il corpo stanco, e per questo nessun demone viene a reclamare la mia testa, la mia tranquillità, il racconto della mia vita che ho faticosamente costruito. Soffro. Ma non è il senso comune di sofferenza. Non è fine a se stessa. È anche altro. Perché dopo di lei, tutto è meraviglioso, ha nuovo valore perché ogni cosa non è più lei, non è  sofferenza, non è fatica, ora sei in cima tutto è come un premio, e le ore di fatica concentrata, in cui senti il corpo cedere, chiamare aiuto, reclamare ossigeno, sono passate. È cosi difficile, capire che io devo perdermi e ritrovarmi sempre ancora, sempre di nuovo, perdermi nell'ombra della valle e alzare la testa e guardare la strada come una lama verticale di asfalto e sulla strada e l'asfalto lucido il riflesso accecante del sole e abbassare gli occhi, e la testa, e spingere e stringere i denti e sentire che tutto si perde...ma la strada e l'asfalto e il sole e i tornanti passano, lenti ma passano e in cima l'altro te stesso ti aspetta, il tuo fantasma che avevi lasciato in fondo ora è lassù e tu sei pronto a tornare in te, ritrovi il tuo Io sempre sfuggente e stavolta te lo attacchi addosso e lo tieni stretto, perché è stato così strano e terribile perdersi ed è ora così meraviglioso e fantastico ritrovarsi, e tutto ha più senso, tutto è prezioso, il mondo è più comprensibile e amico, quelle ore di concentrazione per dosare le forze fanno sì che ora tutto venga affrontato con la stessa attenzione concentrata, come se stessi camminando su una corda tesa. Ogni passo è misurato, pare perfetto, perché con te ora c'è quell'Io che sta in cima alla salita, quello che ti aspetta e torna in te solo quando sei cima, e quell'Io è stato perso e ritrovato tante volte, e per questo è la cosa più forte e piena e potente del mondo.

Saturday, September 26

l'arte di correre e i salti temporali del sabato sera


dannazione. non deve venirmi da vomitare. non ora. però che fatica cazzo.
poi un attimo dopo tutto è semplicemente fantastico. le gambe vanno da sole e c'è come una scossa di corrente continua che fa muovere il mio corpo, che un attimo prima avrebbe dato qualunque cosa per buttarsi un po' sul prato mentre adesso inspiegabilmente sembra non volersi fermare più.
passo di fianco ad una collinetta fatta di erba brillante e sorrido, immagino di accarezzarla, passandoci la mano come sulla schiena di un gatto addormentato. non riesco a smettere di sorridere. è semplicemente fantastico.
questo avevo nella mente stamattina mentre correvo e rifacevo per la seconda volta quel dannato pezzetto in salita.
ma è per quella sensazione che ho ricominciato a correre. c'è qualcosa che mi attira.
dovrei ricordarmi di pensarci le volte in cui non ho voglia di andare.
sempre, bisognerebbe pensarci.

ho appena scritto una balla colossale via sms per evitare di andare domani a fare un giro. no so nemmeno come cavolo mi sia venuta in mente, una balla così elaborata e credibile. ogni tanto mi sconvolgo da sola per le cagate che faccio. non lo faccio spesso, intendiamoci. cerco di evitarlo.
è che proprio non avevo voglia, di andare. ma proprio zero. e non c'erano spiegazioni alternative. ma alla fine se nessuno saprà mai la verità nè indagherà nè si chiederà niente, che differenza fa? l'importante è che nessuno si faccia male.
nessuno si è fatto male, giusto?
la cosa non mi convince, e infatti per consolarmi e dimenticare la mia meschinità mi sono fatta un aperol con un quintale di zucchero sul bordo del bicchiere, che ora sorseggio e sgranocchio insieme.
cazzo. quante cose. quante cose stanno vagando ora senza meta.

ho avuto un vuoto temporale. c'è stato un vuoto, da qualche parte. come in aereo. non so dov'ero, dove sono stata durante questo lasso di tempo. quando sono tornata in me, stavo guardando il sito della mia scuola. della mia ex-scuola, si intende.
cosa cerchi?
che cavolo stai facendo?
...ehi?
non so niente di tutto questo.
il vuoto temporale mi ha lasciato qui come confusa, e sorridente e mi viene così da ridere, riderei per ore adesso. non provo niente. non è fantastico? non c'è niente di niente che riesca a farmi arrabbiare. non c'è odio. trovo anche un po' di foto del liceo di gente che conosco, le hanno messe così, come presentazione della scuola.
magari ci sarò pure io in qualcuna. di quelle che ci faceva il fratello-fotografo schizzato durante le varie conferenze in sala audiovisivi. lui zampettava qua e là tra le file armato di enorme fotocamera, gesticolando per farci spostare la testa in una posizione che risultasse congeniale alla composizione spaziale della fotografia. questo durante tutta la dannata conferenza, mentre l'ospite parlava incurante dei flash.
le foto venivano immancabilmente oscene. le nostre facce, erano oscene.
minchia.
una cosa spaventosa. anche i professori. un'espressione mista tra disinteresse-noia-allucinazione da lsd-apparizione della vergine. quest'ultima neanche troppo strana, visto l'orientamento della scuola.
quindi ora qualcuna di queste foto è in rete. le nostre facce, il riflesso di un merdoso giorno adolescenziale, tanti corpi vagamente inconsapevoli, e vuoti, vaghi come ombre, perchè così eravamo; e così di noi alunni che cercavamo di evitare l'inquadratura del fratello-fotografo, di noi chiusi in sala audiovisivi, nella noia e nel mal di schiena causato dalle dannate sedie, è rimasta una traccia, da vedere molti anni dopo, per pensare qualche cosa o per non pensare un bel niente; non so, vorrà dire qualcosa tutto questo?
ma io lo so, me lo hanno detto mentre fluttuavo, durante il famoso salto temporale, in un limbo sconosciuto, galleggerai in una pozza di consapevolezza e felicità mi han detto; ma questa cosa, questa cosa delle foto, nell'economia dell'universo, in mezzo a tutte le cose, ha un solo ed unico scopo, serve per ricordarti e stampare nella tua testolina che giorni come questi sono esistiti anche se tu non ne sai niente, giorni realmente senza alcun significato, senza alcuna connessione con la realtà.
questo giorno della foto, è stato uno dei tuoi giorni. congratulazioni.
la vita è fatta anche di giorni insensati.

mi sveglio e non c'è più nessuna foto, il sito della scuola è sparito, probabilmente perchè il computer adesso è spento e lo schermo è nero, e la stanza è buia. fuori dalla finestra la luce del lampione non è mai stata così chiara, e crea disegni arancioni intrecciati alle ombre sul muro davanti a me. qualcuno parla, è nella mia testa, e mi tempesta di domande.
perchè? perchè questo momento così strano è anche così felice e come si generano questi attimi, e perchè non possiamo ricrearli in modo da averli già pronti quando stiamo male, e da dove viene questa scossa che mi tiene con gli occhi spalancati e mi fa sembrare meravigliosa anche solo la luce del lampione sul muro, com'è possibile tutto questo?
e io non faccio altro che ridere fino alle lacrime, perchè so che non c'è risposta e so che è proprio questo il bello, è proprio per questo che rido e piango ed è per questo che questa strana cosa che mi tiene sveglia è un'inquietudine felice a cui non voglio sottrarmi e da cui non voglio scappare.
e questa, dannazione, è l'unica felicità che conosco.



Monday, September 14

il primo giorno di scuola


vaffanculo. a tutti senza distinzione. una cosa totale.
nient’altro di sensato potrebbe descrivere la situazione.
mi dispiace. mi dispiace dannazione.


oggi era il primo giorno di scuola.
non per me, s'intende.
molto divertente comunque. significa che adesso quelle stupidissime mamme con le loro macchine enormi e lucide ricominceranno a parcheggiare selvaggiamente sotto casa mia. poi apriranno la portiera e dovranno affrontare il grave problema di come coprire la distanza che le separa dal marciapiede. per fortuna dio ha inventato le hogan, che sono fatte apposta per ammortizzare eventuali salti dal predellino di un suv. le mamme-in lo sanno bene, e ora assieme a hogan, borsetta e imbarazzanti occhiali da sole possono avviarsi in un tintinnare di chiavi orecchini e altra strana argenteria verso il crocchio di mamme già arrivate che stanno sul marciapiede poco più in là.
ci sono anche mamme sfigate, tra loro.
le riconosci subito perchè individuano e seguono attentamente l'arrivo delle mamme-in fin da lontano, lanciando occhiate fulminee nella loro direzione.
le mamme sfigate sono sempre nervose. per forza. non possono reggere il confronto, cazzo.
confronto a cui le altre inevitabilmente le costringono, con le loro movenze sinuose e ammiccanti e le loro stupide chiavi della macchina ben salde in mano.
per fortuna che nel crocchio ci si confonde un po'. le mamme con le hogan arrivano fluttuando nell'aria, sembrano camminare in un'altra dimensione, e anche la loro enorme automobile sembra non rispondere alla forza di gravità tanto è parcheggiata male.
in realtà le mamme con le hogan si muovono come burattini, e urlano invece di parlare, e ridono in modo isterico, e guidano le loro macchine con movimenti scomposti; inoltre sembrano del tutto incapaci di svolgere qualunque attività seria.
Ma questo le mamme sfigate non lo sanno.

Stasera, al supermercato, ho avuto la solita visione. Il supermercato mi fa sempre questo effetto illuminante. Stavo vagando tra gli scaffali e pensavo a quel che mi aveva detto w***, qualcosa come: chissà come saranno invidiose le tue amiche...eccetera eccetera ...perchè io sono una sportiva eccetera eccetera e altre cazzate. Ricordo di essermi chiesta di che cosa cazzo dovessero essere invidiose. Mi sembra la cosa più insensata del mondo.
In più non ha nessun senso, essere invidiosi. Non è una cosa produttiva. Non porta a niente.
La giusta risposta per w*** sarebbe senz’altro stata un liberatorio vaffanculo come quello sopra. Comunque, questa cosa mi è tornata in mente stasera, e mentre camminavo nei corridoi del supermercato, e mi sembrava di essere sospesa da terra, una specie di cosa fluttuante ed eterea, ecco, ho pensato che io che cosa ne so delle mie amiche?
Non ne so veramente un cazzo. E in questo momento sono talmente fuori dal mondo che se tutta la mia esistenza fosse un sogno temo che non me ne accorgerei.

Dopo essere arrivata faticosamente a questo punto del ragionamento, mi sento una deficente. Vedo da me che la conclusione a cui sono giunta è pressochè ridicola. Serve qualcosa che mi risollevi un po’ da questa situazione. Così mi viene in mente mia nonna, che però no c’entra assolutamente nulla. Penso che forse anch’io, un giorno, sarò abbastanza isterica come è lei. Lei risolve la cosa non mangiando.
Così mi immagino a non mangiare, e la cosa mi sembra positiva. Fantastico, mi dico, forse un giorno potrò non aver fame. Questa specie di convinzione sembra compensare la convinzione precedente, e cioè che comunque in qualche modo diventerò anch’io una vecchia isterica.
Tutto il ragionamento si rivela però molto debole.
Mi conosco troppo bene.
Non potrò mai sublimare un bel niente non mangiando.
Se mai diventerò un vecchia isterica, so già che mangerò come un porco, e non ci saranno altre consolazioni.
Ho questa intuizione mentre, sempre fluttuando, vedo passare di fianco a me lo scaffale della pasta e poi quello delle patatine. Non sono molto chiari, anzi in verità è tutto sbiadito e strano attorno a me, ma io so che sono lì.
Mi assale anche il pensiero che magari nemmeno esisteranno più le golia bianca, quando sarò vecchia e isterica. A volte ho il terrore che possano sparire anche adesso, improvvisamente, da un giorno all’altro.

Mentre penso tutto questo e molto altro, svolazzando nel supermercato, una serie di strani odori dal banco della gastronomia mi fanno venire in mentre altre cose, altri luoghi, cose lontane, cose mai viste; e all’improvviso mi vedo da fuori mentre incurante dell’assurdità della cosa sto andando allegra e felice a comprare il pane da qualche parte a new york. Sono sicura che è new york, perchè c’è un ponte e una serie di altri dettagli familiari, di quelli che dal ‘94 se ne stanno incastonati da qualche parte nella mia memoria. Sono proprio io. E so anche che prenderò il pane e un pezzo di apple pie. Non posso sbagliarmi.

Tuesday, November 4

Cosa resta


Ma senza più distrazioni
senza più tv
senza più appuntameti nè gente da incontrare
senza la bocca piena di parole
senza più discorsi
senza vestiti da far vedere;
senza più niente del nostro mondo, cosa resta?

Di noi su una spiaggia
chiara, luminosa e deserta
con solo il mare e il cielo come uniche distrazioni, cosa rimane?




Così, eccoci qui. Me ne stavo in quel corridoio della scuola; strano, lungo, enorme; lucido, a tratti abbagliante di luce solare. Stavo lì e pensavo a questa cosa. Era l'anno scorso, più o meno. Tutto stava finendo. E io mi chiedevo: di tutto questo, tutto quel continuo odiare silenzioso, rimuginare, calcolare, e la sensazione che non sarebbe mai finita, non così almeno; di tutto questo, cosa rimane?

Invece finisce così, con un esame che non immaginavo, odiato e aspettato senza particolare paura, che diventa solo un passaggio, una porta, una stanzetta con i banchi disposti a ferro di cavallo, fresca, con le finestre aperte sugli alberi del cortile inondati di sole; ed è lo stesso cortile guardato con sofferenza e odio, sono gli stessi alberi che io dalla classe osservavo fioriti nelle giornate di sole primaverili, quando speravo che non ci fosse, il sole, per non dover stare a pensare a quanto avrei voluto essere da un'altra parte. Eppure sono loro, lì a ondeggiare calmi durante il mio esame, mentre fuori un'arietta più fresca del previsto porta rumori di lavori lontani, totalmente estranei a me e a questo momento. Lo stesso per i professori, che sono lì tranquilli ad aspettare che arrivi il loro turno per fare la domanda, così come io aspetto di rispondere a ognuno; e ciò che ora succede a me è già toccato a quello prima, che ora è fuori ad assaporare quella strana sensazione di libertà appena ottenuta, e esattamente allo stesso modo succederà a quelli dopo di me, pazientemente, normalmente, come sempre in ordine alfabetico. Penso a tutto questo mentre sto seduta al centro del ferro di cavallo di banchi, in mezzo a professori che sembrano fare altro, mettono in ordine fogli, scrivono cose, si guardano intorno.
Mentre filosofia mi chiede l'annuncio dell'Uomo Folle di Nietzsche, sul davanzale di uno dei finestroni aperti davanti a me una colonna di formiche brulica nelle due direzioni, entrando e uscendo dalla finestra, e si infila poi silenziosamente in una crepa nel muro. Osservo il loro incessante avanzare, il loro continuo incrociarsi, bloccarsi e lasciarsi andare, e in un attimo tutta l'attesa, la cattiveria e i pensieri odiosi che la scuola mi ha sempre ispirato si sciolgono; la ribellione e quel mio istinto innato a cercare vie d'uscita, a cercare alternative per non piegarsi allo stato delle cose, alla loro necessarietà; improvvisamente guardando il laborio degli insetti tutto questo sparisce, adesso sono anch'io una formica, che va e ritorna, che prima c'era e ora non c'è più, che esce dal davanzale e se ne va, lontano. Tutto è passato, ora; tutto assieme è stato spazzato via in un attimo illuminante, odio ribellione obblighi paura, ora ogni cosa è normale, è tranquillità strana. Un sottile e sconosciuto senso del dovere mi dice che per questa volta, che è l'ultima, bisogna sedare l'istinto, tenerlo lontano, farlo star zitto, non vale la pena ormai.
Così, quello che rimane quando tutto finisce sono le sagome indefinite dei professori che se ne vanno, riflesse sul pavimento lucido in fondo al corridoio reso ombroso dalle persiane abbassate a metà. Loro e le loro ombre allungate sembrano una cosa unica, e io rimango così, attonita a guardare le loro figure sfinite danzar via nell'ombra, tagliando come strani burattini le lame di sole sul pavimento.
Se ne vanno, li vedo allontanarsi con i gesti semplici e banali di sempre ma che ora hanno un che di inesorabile; via, sempre più in là, finchè non spariscono scendendo la scalinata.

Attimo di smarrimento nel silenzio del corridoio deserto, la polvere si muove piano sospesa nell'aria attraversata dal sole, penso ai giorni liberi, ai giorni nuovi, davanti agli occhi la realtà ha nuovi significati, tutto è di una chiarezza abbagliante, vorrei rimanere ancora in questo corridoio perchè se esco dal portone non so che ne sarà di me.
Guardo le scale, oltre le quali i professori se ne sono andati da un po', e mi riprendo.
Cammino via dalla parte opposta, confusa, felice, sconvolta, niente urla niente risate niente salti niente rumore ma solo uno strano brivido, a vedere che questa cosa è stata, e che proprio come tutto è iniziato, ora tutto finisce. E l'inizio e la fine sono ora una cosa sola, che si è condensata in questo tempo in questo spazio e in questo assurdo istante.
Ecco. Questa cosa è stata, anche questa è corsa via e già scorre scorre scorre come l'acqua del fiume, ed è ormai talmente lontana e irreale che puoi pensare non sia mai successa.

Thursday, October 30

Amor Fati

scriverò qualcosa perchè questo è un cerchio che si chiude. forse è l'inizio di qualcosa, che non siano le solite cose.
non so. non so perchè sto facendo tutto questo ma so che c'è voluto uno sforzo sovrumano per buttarmici dentro. ormai mi conosco, conosco tutti i modi per scappare che metto in atto quando sono accerchiata. ma niente. ci vuole veramente poco per cambiare. spero che questo sia un passo per mandare a quel paese tutte le mie dannate ossessioni.
non ho un programma preciso. non voglio pensare adesso a tutti gli aspetti tecnici e agli aspetti reali e a tutto quello che questa cosa comporta. per adesso non ho voglia di pensare a quanto vorrò coinvolgermi e quanti compromessi dovrò fare.
bo.
stranamente dopo vari ribollimenti ora è tutto sotto controllo.
non mi sento male.
va bene perchè solo così tutti saranno contenti e la pianteranno di rompere e di chiedere checazzo faccio della mia vita. non è solo questo, ovviamente. va bene anche solo per me.
comunque, mi sono ricordata di qualcosa che avevo scritto poco dopo la maturità, la fine dell'inferno, la fine del supplizio ecc ecc chiamatelo come volete.
lo trovate nel prossimo post...

Thursday, October 16

tutto procede bene nel mondo, signore








oddio.
non so, c'è qualcosa che mi fa scrivere in automatico. c'è come una porta spalancata che prima era chiusa e ora tutto esce alla velocità della luce travolgendo ogni cosa.
oggi è stata una giornata terribilmente inquieta. una cosa tremenda. niente di grave, solo che non so spiegarmi come mai questi giorni strani arrivano e se vanno in batter d'occhio. giorni in cui sei sempre sul chi vive, sei sempre in punta di piedi. se vado fuori a buttare la spazzatura vedo occhi e figure nascoste nel buio che mi osservano. mi guardo intorno mille volte, respiro piano, rumori insensati mi fanno sussultare. dev'essere la luna. ieri ero qui a scriver e sentivo qualcosa. non so, c'era qualcosa che mi stava sulla spalla, che mi si appoggiava addosso, mi pesava. era la luna. era un'enorme luna piena, azzurra e argentata, bellissima e incomprensibile. mi lanciava addosso una lama di luce argento e se ne stava lì a guardarmi col suo sorriso terribile. ha gli occhi e la bocca, se la guardi bene. sorride, se la guardi bene. sa che noi siamo qui. sa tutto cazzo. ho chiuso persiane e tutto. la luna ha qualcosa che mi fa incasinare. e poi ci sono questi cazzo di denti del giudizio che quando lei è crescente si mettono a crescere pure loro, come l'erba e il grano, come il raccolto o chessò io. mi fanno male anche adesso. sono lì che vogliono uscire i bastardi. gli unici che non ho tolto. non voglio più vedere dentisti. con tutto che uno è fortunato a poter andare dal dentista eccetera eccetera che così poi hai dei bei denti bla bla bla io ODIO il dentista. odio l'affare che ti aspira la saliva. odio le impronte con quella cosa che prima sembra farti soffocare e poi ci mette mezzora a staccarsi.

ora la luna non c'è. non è ancora sorta. non mi guarda, per ora.
sto bene. là fuori qualcuno si è fatto male. qualcuno è stato felice. là fuori il modo in cui le cose passano e da un momento all'altro tutto può sparire continua a seguire leggi sconosciute. ma oggi tutto ok. nessuna tragedia ha incrociato la mia via, chissà quante ce n'erano, dietro alle porte chiuse delle case delle persone.

è passata un'altra giornata inquieta ma sono qui, quindi tutto ok.

a correre mi hanno inseguito quattro cani assurdi che sembravano usciti da un film dell'orrore, urlavano come matti ma era tutta scena. sono arrivata in cima a una stradina e ho scoperto che era a fondo chiuso. c'erano due cancelli di case abbandonate. c'era questa casa incredibile, spoglia, inquietante, di cui non vedevo il tetto perchè davanti gli si parava una serie di betulle che si infittivano sempre più. il classico posto pieno di fantasmi. pieno di foglie secche scricchiolanti. al ritorno, in un prato nebbioso, delle mucche enormi con la testa minuscola seguono coi loro occhietti lucidi il mio passaggio. sembrano OGM. non so, sembrano create in laboratorio. passo oltre. una capra dalle corna giganti e ritorte non fa che belare in modo stupido e lamentoso. sembra che dica qualcosa. non capisco e corro via. i cani di merda mi rincorrono di nuovo. il cielo è grigiastro, umido. la messa è finita e dalla chiesetta in fondo alla strada esce un fiume di vecchiette infagottate nonostante faccia caldo. mi sorridono. sembrano sussurrare:
tutto procede bene nel mondo, signore.
oggi è passato un altro giorno, signore.
mi ricordo sempre di quel che diceva agostino. sull'essere inquieti intendo.
non l'ho mai dimenticato, signore.
l'ho segnato tra le cose da non dimenticare.

Thursday, September 4

sms

[proseguono pezzi di scritti di quando andavo a scuola....divertitevi]
7dicembre2005h.18.51
mi ha scritto la stefania che se n’è andata dalla nostra classe due anni fa….le rispondo normalmente come faccio normalmente ovvero senza infarcire il messaggio di baci bacini e sdolcinatezze ipocrite, ma non sono ugualmente soddisfatta. Cazzo come posso dirle che ora in classe l’hanno relegata nello scaffale dei coglioni dimenticati di cui ci si può burlare come se non fossero più persone? Perchè siccome una se ne va e puoi star sicuro che non tornarà mai più, che non dovrai più averci a che fare, allora puoi fottertene e trattarla come se fosse una merda e puoi dire di lei tutto quello che vuoi perchè lei non verrà mai a dirti – hey che cazzo dici su di me? - e poi anche se tornasse non avrebbe mai il coraggio di risponderti... merda ci godono loro a fare queste cose. Se io me ne andassi vorrei sapere cosa direbbero. Anzi lo so già, ma tanto chissenefrega.

La scuola è sempre la stessa.e quelle troiette non cambiano...anzi ora si odiano e si scannano fra loro!Cmq va bene,a parte la convivenza.volano insulti!

Ecco questo è quello che le ho scritto e non è esattamente la verità. Non è tutto così divertente come appare dai punti esclamativi, ma meglio non deprimerla troppo. Tanto alla fine anche a me non me ne frega proprio un cazzo di lei. Perchècazzo dovrei preoccuparmi di lei? Perchè devo sempre essere la paladina degli afflitti? Dico tanto ma ora le rispondo solo perchè questo è solo uno stupidissimo messaggio ma non le telefonerei mai, non riuscirei mai a farlo. Cazzo non me ne frega proprio niente di lei, lei e tutti quelli che sono passati da quella classe di merda e poi se ne sono andati. E poi probabilmente li odio perchè mentre loro se ne sono andati io sono ancora qui merda. Merda. Vaffanculo......

Monday, June 16

La Cura

5giugno2006h.8.50
ho la mano sbrodolata di jogurt e oggi è lunedì. C’è qualcosa di stupido e sconvolgente e logico nel fatto che finisca la scuola; ma almeno questa cosa mi fa stare tranquilla e mi rende meno insopportabile lo stare qui mentre fuori c’è il sole. Tra un po’ le parole inutili che continuano a rumoreggiare dentro questa stanza si scioglieranno, e anche se volessero continuare per tutta l’estate lo faranno altrove, lontano dalle mie orecchie. Oh merda. Ci fanno vedere un film. Noi stiamo qui nel nostro recinto personale mentre qualcuno trascina un proiettore grondante cavi elettrici in classe, qualcun altro sbatte giù le persiane tutte storte perchè non sa chiuderle, e altri incaricano uno di far partire il dvd, con grandi cori indignati di imprecazioni se la scena non è quella giusta. Non per fare la rompiballe, ma generalemente odio i film a scuola. Tu lo guardi e magari siccome sei rincoglionito e assonnato, dopo un po’ la cosa ti prende e sei lì tutto attento e rapito e loro te lo spengono perchè è finita l’ora, e tu rimani lì come un coglione mentre rialzano le persiane violentemente e la luce che ti abbaglia e ti ricorda che è tutto normale, la tua vita non è quella del film, ok? Sei ancora qui, alla fine.

h.9.59

L’aula risuona dell’ora di religione. È successo esattamente quello che avevo previsto, cioè hanno chiuso di colpo il film, alzato le persiane con la luce fioca ma terribilmente abbagliante, sonno, mal di schiena, occhi che fanno male eccetera.
Il prof ci informa che dio è padre e madre insieme. Faccio un faticoso ragionamento logico per cercare di assimilare questa nuova cosa ma non ci riesco molto. Però è interessante come cosa. Sta cercando di terrorizzarmi ma la mia coscienza è come coperta da una corazza tipo giubbotto antiproiettile. È un periodo di non-assimilazione degli stimoli esterni, chiusura totale e sonno, molto sonno. Vegeto come una piantina di marijuana coltivata in un armadio. Perchè alla fine non me ne frega un cazzo di tutto questo; perchè io ora guardo fuori e anche se il cielo e il sole e le nuvole c’entrano inevitabilmente con tutto questo, non ho voglia di pensare e di sbattermi a parlare a capire ad approfondire la fede e i sacramenti e la ragione ecc di cui lui sta parlando e di cui a me, inspiegabilmente, non interessa nulla.
Forse sono più interessata all’estate che sta arrivando, anche se in questo momento, tanto per cambiare, pure questo non mi esalta granchè. L’estate è solo una tabella nella mia testa.
È una bella tabellina tripartita, tre mesi che si chiamano giugno luglio e agosto e nella mia mente sono rispettivamente giallo, arancione e rosso; non so perchè, è una cosa che ho da quando sono piccola. È la stessa, precisa immagine di quand’ero piccola. Se la guardi bene, è odiosa anche lei cazzo. È tutta una discesa verso settembre. E settembre è una discesa verso giugno, e poi? Che cazzo di visione di merda....bè comunque non è sempre così.
È così solo quando sono confusa e addormentata come adesso. Merda. Forse dovrei ascoltare religione. Bene. Tra un po’ suona. Suona sempre. Ha sempre suonato, anche alle elementari e alle medie e quando non passava più e quando continuavi a guardare l’orologio. Suona e ti dice: hey, è finita, vedi? Non è poi così terribile.

Sto per avere un collasso. Se non la pianta di parlare lo uccido. Non ne posso più delle parole di merda oh merda ci sta chedendo un parere, ci sta chiedendo di parlare, chiede – cosa vi ha lasciato questa scuola? – merda merda merda questo significa che adesso, dopo il silenzio stordito loro si metteranno a parlare e dire cose senza senso con le loro vocette.
E in tutto questo io sto qui e non è che mi senta moralmente più in su degli altri, sono qua in fondo a scrivere con un orecchio svogliato e cinico e attento ma troppo addormentato e chiuso per farsi coinvolgere troppo, una specie di istinto di sopravvivenza per evitare di impazzire. Perchè il problema è che io non sto aspettando gesù o la fine del mondo o il buddha o il miracolo o l’apparizione della vergine, oppure la vita o la felicità, io sto aspettando l’intervallo.

Una breve pausa in cui ci fanno uscire dalla Gabbia principale.

Il grande Criceto ci proprone La Cura. La Cura è Provare. Non me ne frega un cazzo ma fa niente. Sono troppo distratta perchè mi sembra di guardare da fuori il mio cervello che ribolle sommessamente borbottando come l’acqua sul fuoco. Mi rifiuto di pensare che questa sia la mia vita. Ma dov’è? Oh merda l’ho persa di nuovo.

Sunday, June 15

Non so nemmeno come faccia a dormirci, qui

15maggio2006h.19.35
Sì lo so che fa male ma questo l’ho scritto a scuola. Tutto pasticciato e scrittura rabbiosa e penna che quasi buca le pagine della moleskine e si perde e parole sottolineate di fretta e odio odio totale e non ho nemmeno voglia di rileggere tutto questo. Questo è il genere di cose che non mi rilassano e io odio scrivere senza rilassarmi.

Parlano e nessuno si ascolta, fanno commenti inutili, un sottofondo come di un infernale giradischi impazzito e il discorso che si interrompe e tu non puoi tapparti le orecchie perchè c’è qualcuno che urla urla, di stare zitti e poi minacce e ordini e divieti e NO questo non si può fare. Non ti puoi alzare non puoi uscire non puoi aprire le finestre schifose e sporche o
alzare
le persiane, fare entrare la luce cazzo perchè sono sempre abbassate?
La casa, l’edificio, la nostra scatola grigia risplende fuori dalla finestra, noi stiamo dentro su sedie troppo piccole e banchi traballanti, come topolini divertiti o criceti isterici che sbattono la testa contro la gabbia, e noi non abbiamo nemmeno la RUOTA.

Così
Loro
PARLANO.

Ti illudi per anni che questo cambierà, che in loro qualcosa dovrà cambiare e continui a sperare che magari tra un anno cambieranno perchè alla fine sono solo giovani alunni instupiditi e anestetizzati e sordi e non possono essere così per sempre.
Invece no improvvisamente hanno diciotto anni e non puoi più rimandare e sono esattamente come in prima, stupidi bambini repressi fin dalla nascita. NO. Non puoi ridere fare lo stupido fare queste cose NO non è adatto non è il caso di urlare, saltare, devi essere grande, avere il tuo cazzo di telefono e preoccuparti di squilli o messaggi o nomi in rubrica di cui non ricordi la faccia, e preoccuparti di amicizie e amori inesistenti e contatti di messenger e seguire il codice e quindi niente cazzate ok? Niente sprazzi di individualità niente personalità niente allarmismi e fregatene del fatto che stai affondando senza accorgertene, ridi di te, ridi degli altri, RIDI e dimentica e chiudi gli occhi se la realtà è troppo brutta, non è necessario guardare. Niente schizzi di follia o verità o guizzi improvvisi o fuochi negli occhi o luci che si accendono. Perchè hanno paura della follia? Perchè tutto dev’essere normale?
Parlano e non comunicano, parlano e sono solo suoni e rumori e versi animaleschi e sono pure fastidiosi e insopportabili. È già mezzogiorno, lo sento perchè fuori da qualche campanile stanno sparando il suono falso e ripetitivo delle campane registrato da anni lo stanno sparando da altoparlanti e non è vero capite?, è registrato, è una cazzo di cassetta con dentro le campane delle otto delle dodici e delle tre e le campane a morto o quelle per un matrimonio o mille altre.
Questa è una giornata inutile per me, forse è colpa mia se lo è, forse è colpa mia per il novanta per cento delle cose che mi succedono perchè sono io la cogliona che deve muoversi, ma adesso la cosa non ha importanza. Tutto questo mi fa schifo ma adesso sono abbastanza lucida per non lasciarmi distruggere dall’insofferenza e scrivere, anche se scrivere di questo mi fa sentire anche peggio.
Così mi sento una merda incoerente perchè alla fine, dopo un po’ di tempo di sopportazione e tentativi di compromesso e mediazione e pacatezza e calma improvvisamente non ce la faccio più e alla fine invece di ragionare io ODIO senza pensare, perchè sono stanca di pensare e distinguere perchè l’ho sempre fatto e anche se so che dovrei continuare a farlo non ci riesco, perchè nessuno è d’accordo con me e io non ho voglia di convincere nessuno. Mi arrendo, non ho più la forza, mi arrendo a lasciare le cose come sono perchè io alla fine non ho voglia di sprecare la mia vita per cambiarle e lascio far la guerra ai professori, se lo sono scelto loro, è il loro cazzo di lavoro.
Così urlo la mia rabbia merdosa e odio tutti, anche i professori e la scuola e la messa di fine anno e quel cazzo di organo che suona e rimbomba nella testa con le sue melodie celesti nel silenzio delle verifiche, la preghiera strascicata e le parole meccaniche e il rumore dei venti automi che ricadono sulle sedie dopo l’amen.
E alla fine non è un mio pregiudizio quello sulla scuola, su questa stupida scuola perchè alla fine NIENTE VA MAI BENE neanche la mia cazzo di maglietta, le mie MANICHE troppo corte......
E io vorrei scappare da questa gabbia, questa SCATOLA chiusa e polverosa e vedere il sole, la luce, niente rumore e gente che parla del nostro futuro e che ci valuta e materie studiate come se fossero ricette di cucina o liste della spesa e paragrafi a memoria senza capire un cazzo e tutto che svanisce e sapere che diventa dogma e dopo un secondo l’hai già dimenticato.

In tutto questo, la prof se ne sta lì tranquilla sulla sua cattedra, ignara del ribollire del mio cervello là in fondo, ignara di tutto il casino che ho nella testa appoggiata sul banco, il mio sguardo addormentato e assente e vuoto proprio come se fossi da qualche altra parte e questa faccia di merda fosse la mia controfigura. Se ne sta lì e non protesta, lì in alto e sotto stanno gli interrogati in una materia che loro odiano mentre per lei è la sua passione, ciò a cui ha dedicato i suoi studi e la sua vita e che ha spiegato, e ora loro gliela ripetono come pappagalli impazziti e non trovano le parole e non sanno l’italiano e si incasinano in frasi che non stanno in piedi mentre lei è lì davanti che li fissa e cerca di capirli e ci tiene ed è qui, non altrove come me, non è un sogno ok?
Ha lo sguardo perso ma lucido, la faccia un po' stravolta ma resiste, probabilmente vorrebbe scoppiare a piangere, cerca di mettere un po’ di brio in quello che dice ma non serve a niente, le domande gli vengono fuori senza intonazione, vuote, ripetute, terribili, e forse lei si sta chiedendo se stia o meno sbagliando, se forse dovrebbe fregarsene invece di stare a impazzire su gente che nemmeno la ascolta, se è giusto pretendere un minimo di soddisfazione personale nelle cose che fa.
E forse dovrebbe sbattersene e lasciar perdere invece di comunicarci BENE le cose, di essere sincera, di fare il suo lavoro fino in fondo e non a metà; e così mi torna in mente di quando ho pensato a chi cazzo glielo faccia fare, io, IO merda che non sa un cazzo, io che non lo farei mai e non l’avrei mai fatto perchè io semplicemente odio.
Invece lei si impegna per capire, cambiare, mostrare loro la strada, capite? Questa è la sua vita, mentre io sto qui a fare un cazzo e in verità non ho nemmeno voglia di impegnarmi e anche se tutto questo non c’entra, non ho voglia di far niente e se fosse per me non andrei nemmeno a scuola.
Tutto questo è inutile. O forse no, ma così sembra. Anche machiavelli che risuona nella stanza vuota, risuona e nessuno capisce, nessuno percepisce quanto sia vero, reale, vicino; risuona, rimbalza nella scatola plasticosa della scuola e così rimane solo una specie di pallina che rotola e nessuno la raccoglie, solo una cazzo di materia da studiare e niente di più.

E io sono uguale. Lo sono diventata col tempo, e per altri e differenti motivi; ma sono uguale. Non sono qui ma altrove. Sono nella stanza di vetro, ricordate? Scrivo come un automa, la mano mi fa male e la calligrafia si scioglie sul foglio e la sua stupidità e irregolarità taglia queste linee come un coltello e la pagina così scarabocchiata sembra che sanguini.

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