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Saturday, March 5

cose divertenti che non farò mai più



Una cosa divertente che non farò mai più. Ad esempio, credere nelle persone, nelle cose, nella mia personale possibilità di costruirci qualcosa. Pensare troppo e agire poco, la formula vincente per una vita sprecata. Che belle scoperte, in un'inutile sera di marzo. Ma sento in me una nuova forza, e non capisco proprio come sia possibile. Mi sembra strano scoprirla, mi sembra scandaloso dover ammettere, ora che tutto è perduto, di sentirmi inspiegabilmente meglio. Nonostante la disperazione strisciante, mi sento libera. Sono libera dall’ansia di una scelta ancora possibile. Meglio così, no? Magra consolazione, di quelle di cui mi accontento come chi è a terra si accontenta delle briciole che cadono dal tavolo di un pranzo di nozze. Divertente, parlarne lucidamente e senza niente da perdere. Non ho più, in effetti, niente da perdere. Sei stato uno specchio, che ha mostrato di me lati che non conoscevo. Sei stato quello specchio in cui ci siamo guardati quel giorno. Avevi detto cose. Le parole si perdono nel tempo, le parole è come se non fossero mai esistite. L’immagine sullo specchio scompare, e rimango io, a guardare il mondo intorno senza più specchi, a osservare l’acqua sotto il lampione, e il ricordo di molte sere farsi lontano, sbiadito, mai esistito, forse falso. 
Continuiamo così, facciamoci del male. 
Al supermercato, nelle corsie spaziose, tra pacchetti ordinati, in sovrannumero, colorati e invitanti, mi sono sentita subito meglio. Il profumo di pane è dolce, invita a prendersi cura di sé, invita ad un calore che vorremmo tanto, che in realtà non abbiamo, ma che, illusi, pensiamo esista anche per noi, da qualche parte, quante cose può significare un panino profumato in un sabato pomeriggio di pioggia!, possibilità vaghe, sbiadite come ricordi, una baita nella neve, una luce gialla nel chiarore blu scuro della sera che scende, qualcuno che ci aspetta, qualcuno che aspetta anche me, un quadretto d’amore e felicità indefinito e vago come non mai ma che questo profumo di pane rende mio in modo violento, obbligato, è un regalo per noi, un dono non richiesto, a cui del resto ci pieghiamo volentieri nella tristezza generale, non è così? Nelle corsie ampie e ben illuminate, il bip bip alle casse è un sottofondo confuso, amico, lieto, ma rare sono le persone che vedo sorridere mentre esaminano frutta lucida, formaggi sotto vuoto, surgelati immobili e avvolti da gelido vapore dietro al vetro dei banchi frigo. Anche io non sorrido, in effetti. Con gli occhi spalancati, sono in attesa di segnali. Sono così calma. Una calma che prelude a qualcosa, una crisi, una crisi potentissima ed esplosiva. Il pazzo che vive vicino a me mi offre una visione di come potrei diventare, di come forse diventerò, a forza di rendermi conto troppo tardi che le scelte non fatte portano alla disperazione.
E la montagna che tanto amo, mi ha visto piangere come una bambina in una meravigliosa giornata di sole appena cominciata, in una conca silenziosa, nella solitudine assoluta. Lei potrebbe forse salvarmi, anzi: io potrei forse salvarmi, attraverso di lei, a patto di volerlo. Quante cose divertenti non farò mai più; immagino che sia tempo di smetterla di piangersi addosso e aspettare che qualcuno venga a salvarmi. Cerco distrazioni per non impazzire, e chissà la mia mente come lavora senza che io me ne accorga a cercare soluzioni e vie di fuga, a inventarsi compromessi inconsci da presentare alla mia vita cosciente per renderla più sopportabile, per rendere la realtà là fuori meglio sopportabile, ma è uno sforzo devastante, invisibile, un fuoco sempre acceso, un rubinetto aperto che divora energie, io sono abituata ad avanzare un passo dopo l’altro, guardando dritto davanti a me, sempre oltre, ma ora no, gli occhi sono puntati a terra, non guardo da nessuna parte, non vedo nulla oltre, nulla al di là, non vedo nulla. A ovest delle nuvole lisce e allungate, grigio scuro, striate di arancione, mi annunciano nevicate in arrivo, sembrano chiamarmi, spingo lo sguardo fino al grigiore incerto della pianura, non vedo nulla, non vedo nulla che possa salvarmi, la valle è proprio sotto di me, è molto prima e molto più vicina di tutto il panorama che ho appena attraversato con gli occhi, e ognuno, ognuno non fa che scegliersi le proprie prigioni, facendo finta di divertirsi, facendo finta che vada tutto bene, facendo finta di essere libero.


Thursday, November 13

in cima alla collina



KK vorrebbe che tutto durasse per sempre. Vorrebbe cristallizzare il mondo com’era da bambini. Invece no. Anche la vita felice è sofferenza. Chi ci ha dato il diritto di ridere? Eppure troviamo i momenti per farlo. Dimentichiamo volontariamente tutto il male che potrebbe distrarci e ci occupiamo d’altro. Quei momenti non durano granchè. Nessuna cosa dura, ma noi dietro a rincorrere. 
Una bella scoperta, le persone muoiono. Bisogna vendere la casa. Che ne sarà dei mobili? E dei cassetti con la biancheria? Tutte le cose intorno si impregnano di senso. Scacciarlo è impossibile. Nemmeno si può bruciar tutto. Finchè rimane qualcuno, a rimandare come uno specchio l’immagine degli altri che non ci sono più, gli oggetti continuano ad avere un senso. Quando non c’è più nessuno specchio, semplicemente non c’è più niente da vedere.


Un’estate di tanti anni fa, in Toscana, nella sera tiepida e profumata di campagna, i nonni giocavano a carte sul vialetto davanti a casa. La notte era tranquilla, sotto la luce arancione del lampione vedevo muoversi animaletti notturni. Si sentivano i grilli, e i rospi in qualche rivo d’acqua. La notte poteva non finire mai, come la fila di lampioni che illuminava la via in salita. Avanzando, il fascio di luce arancio si affievoliva fino a raggiungere quello spazio in penombra dove stava in agguato la notte; ma proprio lì, prontamente iniziava il lampione successivo. In cima alla salita, la strada finiva. L’ultimo lampione illuminava fin dove poteva, oltre c’era il buio, e un bosco nero, sibilante alla brezza della sera. Quella collina era il Poggio. Ora hanno costruito graziose villette, e da qualche parte là in alto una selva di ripetitori garantisce a tutti la visione del tg della sera. Quando la nonna era piccola, quella collina era un posto fuori dal paese dove nascondersi. C’era un podere. La nonna mi ha raccontato che quando dormivano tutti nella stalla, col buio pesto e il pavimento duro, la cosa più paurosa era uscire a fare pipì. Bisognava fare presto e stare attenti a non pestare delle serpi. In ogni caso, si sperava sempre di non incontrare dei tedeschi, che hanno quella parlata così cattiva. Questa cosa è rimasta addosso a molte persone dalla guerra. Per molti, ancora oggi, la lingua tedesca genera un terrore senza fine. Così, sessant’anni fa, la nonna se ne stava chiusa assieme a tutti gli altri, a sentire il rumore degli aerei che sganciavano bombe sulle dolci colline della val d’Orcia. Come cambiano le cose. Ora i tedeschi sono pacifici turisti con gli occhi azzurri e ridicoli sandali, che passeggiano ammirati per le stradine di Montalcino. Ogni volta, ogni maledetta volta, io scruto i loro occhi in cerca di qualcosa. Sono azzurro ghiaccio e non vi trovo niente. Sono azzurro ghiaccio e a volte sentendosi osservati accennano un sorriso. Gli pianto addosso i miei occhi neri e faccio domande silenziose. Nessuno risponde. Le rondini gridano nel cielo, tutto il resto è di una tranquillità disarmante. La primavera in Toscana è così abbagliante che i tedeschi saranno rimasti stupefatti, nell’aprile del ’45. La nonna mi ha raccontato di quando un americano aveva portato a loro bambini una tavoletta di cioccolato. La nonna aveva detto che era un ragazzo giovane e che aveva sorriso; e che era il primo soldato che vedevano che fosse attrezzato di tutto punto. Come cambiano le cose. La casa dei nonni che stava sulla collina, da cui si vedeva Montalcino, è stata venduta. Proprio davanti, dove prima era un prato incolto, ne hanno costruita un’altra che ostruisce la vista. Gli amici con cui i nonni giocavano a carte, non ci sono più. Il nonno non c’è più. Nella notte, sulla strada in salita, la fila di lampioni c’è ancora, ad illuminare la via deserta, finchè in cima non c’è improvvisamente il buio. Tutta la tranquillità di quella sera d’estate a giocare a carte, tutta la felicità dello stare lì con i nonni, tutta la mia e la nostra infanzia, è scomparsa nell’oscurità in cima alla collina. Voglio credere che sia solo nascosta, che sia solo invisibile ai miei occhi e che un giorno arriverò in cima alla strada e sarò capace di saltare nel buio. Negli occhi azzurri dei tedeschi non riesco a scorgere odio. Ora la luna piena mi guarda dalla finestra e sembra che se la rida alla grande. Della mia irrequietezza, non sembra curarsi. Domando invano dove fugge la felicità che credevamo di tenere così stretta in pugno. Ma la notte è così tranquilla, forse non è il caso di disturbare. Di quel che sarà di noi, nel buio in cima alla collina, nessuno può saper nulla. 

Tuesday, November 11

domande


Quando succedono le cose, io non ci sono mai. Dove sarà lei, adesso?
Anni fa, ricordo di essere stata svegliata nel cuore della notte dal citofono che suonava impazzito; qualcuno l’aveva incastrato, e io uscii in pigiama nella notte gelida di dicembre per farlo smettere. Le strade erano bianche di neve appena scesa. Saranno state le tre, guardai il cielo ed era pieno di stelle fredde e lucenti. Forse lui moriva allora. La mamma mi chiamò la mattina presto. Ero sveglia perché era domenica, e dovevo andare a sciare. Ero sveglia e seduta al tavolo della cucina con nessuna voglia di prepararmi e uscire. Risposi al telefono e la mamma disse che il nonno era morto.
Dov’era adesso? Disse che era successo la notte. Non c’era già più, quand’ero uscita nella strada deserta per il citofono? Perché uno scherzo proprio quella notte?
Parlai con la mamma e poi misi giù il telefono. La cucina era silenziosa, fredda, fuori era ancora buio. La giornata non aveva più senso. Tutto sarebbe continuato come se niente fosse, nel mondo là fuori. Ma io non sapevo dove fosse il nonno, e per questo ogni cosa divenne semplicemente assurda. Era tutto previsto, era tutto pronto. Ma anche questo pensiero non ha più valore. Chi c’era con lui in quel momento?
Avevo pensato contro la mia volontà alla morte in un pomeriggio di molti mesi prima. L’avevo pensata come un’eventualità possibile, come una possibilità che diventava improvvisamente concreta. Ero nel salotto della nonna e mangiavo rabbiosamente dei pistacchi mentre tutti erano in cucina a parlare. Quella scatola di latta è ancora nella credenza della nonna. Ora ci mette delle nocciole, o delle mandorle. Ogni volta che vado a cercare la scatola mi ricordo di quel pomeriggio. La mia razionalità aveva provato a prevedere tutto, a percorrere in anticipo le strade possibili per soffrire di meno qualora le possibilità si fossero avverate. Un lavoro faticoso e al limite della schizofrenia. Penso le cose prima in modo da essere pronta. Le domande senza risposta non erano considerate nel mio piano, perché fanno perdere tempo. E in tutte queste faccende, nonostante questo continuo pensare, alla fine sembro sempre assente.
Quando succedono le cose, io non ci sono mai. Ultimamente è stata la voce della mamma a darmi le notizie tristi. La sua voce per telefono. Invece una volta mi ha chiamato una signora che non conosco e piangendo mi ha detto che sua madre era molto grave e voleva dirlo a mia mamma; ma lei non c’era. Allora le parlai un po’ io. Ero appena tornata dalla bici e vagavo per la casa parlando con una signora sconosciuta, e lei parlava con me da chissà quale triste corridoio di ospedale. Misi giù il telefono, e dopo dieci minuti di riflessioni più svariate tornai alla vita di prima.
Per ora non ancora, tuttavia in qualsiasi momento. Questo è il senso del mio pensare. Ma quando le cose accadono, si torna daccapo.
Saranno andati a casa, ora. Una tristezza impossibile da scacciare impregna la casa. Lo faceva già da mesi. La nonna è in un letto in una camera lunga e stretta, con la finestra alle spalle. Tutto è bianco, compresi i suoi capelli. Le sue mani hanno dita lunghe e curate. In che stanza la metteranno? Dovrò dormire qui? E dove metteranno me? Attimi di terrore. Il pensiero va oltre la sua esistenza materiale, come fa sempre, ma stavolta non ho voglia di seguirlo. Chi verrà? Da dove entreranno? Bisognerà stringere le mani a tante persone. Bisognerà dire grazie ed essere commossi.
Ricordo un giorno di tanti anni fa, alle medie, in cui eravamo d’accordo con altri compagni di andare a dormire da uno di loro. Prima però i miei compagni passarono a fare le condoglianze a casa di una loro amica. Gli era morto il papà. Era caduto nel bosco e l’avevano trovato dopo una settimana. Tutta la storia mi terrorizzò. Me ne stavo impalata all’ingresso della casa piena di persone silenziose, e vedevo i miei compagni abbracciare uno ad uno la loro amica, e ricordo di aver pensato chiaramente quanto tutto ciò fosse lontano da me, quanto io fossi incapace di avvicinarmi in quel modo alle persone. Quella notte dormii malissimo su un materassino da mare nella camera sovraffollata ma piena di amici e risatine. Molte delle notti successive, nel mi letto comodo, mi svegliai in preda al terrore. Ero nel bosco e non potevo andarmene.
Che cosa accadrà, alle paure che non riesco a scacciare?
È bene circondarsi di persone. Ci sono troppe domande senza risposta. Quando sono da sola le sento tornare da me.
Ora saranno a casa. Chiameranno il dottore. Il dottore scriverà una dichiarazione su un foglio come è stato per il nonno. Quel foglio è ancora in un cassetto, in una busta di plastica. Esiste un foglio dove sarà scritta la mia morte? Esiste già? Quando lo produrranno? Questa cosa mi assilla ogni volta che rivedo la cartelletta di plastica. È una dichiarazione come un’altra. Un addetto del comune la compilerà al computer e poi andrà a mangiare un panino in pausa pranzo. Poi cosa accadrà? Chiameranno le pompe funebri. È un lavoro come un altro, non è vero? È tutto normale, quindi perché tutte queste domande?

Monday, November 10

risposte a un funerale



Tempo fa in questa stessa stanza c’erano la nonna e una signora, e parlavano sommessamente nella penombra. Le persiane erano sempre a metà e io mi chiedevo perché. Appena fuori, il lungo pomeriggio estivo è solo all’inizio. La stanza è così scura, così poco illuminata, chiusa. La nonna sta sprofondata nella poltrona. Ricordo il lento movimento che faceva per alzarsi. Il salotto è quasi buio, ha una moquette verde scuro e muri ocra, e sopra perline di legno scuro. Che giorno è oggi? Non ricordo, ma io devo avere vent’anni. Sono ancora una bambina, in realtà. Le cose del mondo mi toccano appena, provocano stilettate di consapevolezza che mi lasciano confusa. Sono in piedi, la nonna alla mia sinistra nella poltrona, ricordo di aver guardato davanti a me, oltre la signora che parlava, e di aver osservato il sole caldo stendersi sulla pietra del terrazzo, ma lo vedevo opaco attraverso i ricami delle tende; ricordo di aver intuito come quel giorno fosse una testimonianza di qualcosa. Poi vidi chiaramente ogni cosa e ogni parola scomparire nel nulla.


***


Oggi hanno cercato di darmi delle risposte. Non ci sono riusciti.
Sono entrata nella cappella camminando su ciottoli chiari e lisciati da milioni di passi, caldi di sole.
Ho cercato di ricordare le domande.
La mia debolezza era fin troppo evidente. Nessuna risposta sarà mai sufficiente perché la mia verità è sempre e solo domanda.
Una giornata splendente aspettava tutti noi, e aspetterà ancora, attenderà che ce ne siamo andati per continuare, in una infinita ripetizione priva di senso.
Nella penombra della cappella tutto procede regolare, sembra che il perfetto ordine del rito cancelli la realtà, la renda meno triste, la renda giusta in quanto conforme a regole.
Così non è.

"Purificami O Signore"

Non avevo previsto che si mettessero a cantare. Riemergo dalla cappella, basta salire due gradini ed ecco il sagrato abbagliante di sole, seguo questo corteo come ne ho seguiti altri, seguo questo corteo e il cielo è così limpido e azzurro, e la giornata così tiepida, e mi ricordo all’improvviso che tante altre volte non ce l’ho fatta a seguire il corteo, a essere presente, altri morti non ce l’ho proprio fatta a lasciarli andare; oggi tornano tutti, ognuno è qui con me, l’ingiustizia e l’assurdità di ogni cosa mi sovrastano ma senza schiacciarmi, lasciandomi libera di muovermi, osservare, pensare: e per potermi meglio abbattere in quel giorno in cui non avrò difese.
Mi sento leggera, il canto è così dolce e così vero e io sento di essere debole davanti a tutto. Abbasso gli occhi sui ciottoli colorati, lisi da milioni di passi, persone che c’erano e adesso non più, e a quei passi aggiungo i miei, una manciata, inutili, intorno a me le statue, i parapetti in pietra, le montagne lontane e nitide nell’aria pulita, milioni di passi anche su di loro, nei boschi, sulle strade assolate dei valichi alpini, sull’asfalto caldo intorno al lago, felicità che sembra infinita, e poi altri monti, e ognuna di queste cose è così ignara di tutto, così estranea, e mi rendo conto con una punta di orrore che questa giornata nel suo splendore potrà ripetersi all’infinito anche quando i miei passi non ci saranno più, e io dove sarò, allora? È adesso così chiaro come il tempo non abbia per loro alcun senso, e non l’ha nemmeno per noi, e se è così noi siamo solo ridicoli esseri che tanto si agitano per un nonnulla, che ridono e pontificano senza saper di cosa parlano.

"Sarò più bianco della neve"

A queste parole ero già in un’altra dimensione. L’assurdo diviene forma precisa e tagliente, dolorosa, una lama che taglia la nostra esistenza, e che senso ha il bianco, il puro, che senso ha la colpa, non vedi che basta una fuggevole visione dell’assurdo perché il resto della vita divenga senza senso? Vorrei piangere ora perché mi sembra che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto in tutta questa storia. Ingiusto in partenza. Purificami forse vuole dire lasciami andare, lasciami tornare alla terra, alla natura, all’inanimato. 
Ma perché, perché dovrei purificarmi da una colpa? Non basta questa scena e questo destino, questa giornata di sole persa per sempre, a rendere dolorosa e assurda ogni cosa, una volta per tutte? 
Uscirai da una cappella in una bara di legno ben levigata, ben fatta, lucida come un mobile, e dentro tessuti fini immagino, e i tuoi vestiti migliori, e forse ti metteranno un rosario tra le dita fredde, e ti porteranno a spalle sul sagrato invaso dal sole, e il sole sarà così prepotente, così forte e caldo e meraviglioso e continuerà imperterrito, e tu che lo amavi così tanto non potrai farci nulla, e quelli che amavano te così tanto guarderanno a terra e cammineranno, altri passi e altri canti, volteranno lo sguardo verso la valle e penseranno di essere soli al mondo, ma poi gli passerà, e poi a te non importerà più nulla, starai dormendo un sonno nero e senza sogni, non è così?

Tuesday, June 10

nighthawks




Ti ho sognato, maledizione
Facevi cenno di sì con la testa
Sorridevi nella notte
ci dicevamo la verità
Mi prendevi tra le braccia
volevi solo me
Seguivano momenti confusi, eppure 
lucidi e perfetti
Poche volte un sogno è stato così reale
Ti appoggiavo la testa sul petto:
il cuore batteva lentissimo e io
ti guardavo perplessa






Thursday, March 6

asciugamano




KK ricorda perfettamente di aver visualizzato, sull'asciugamano davanti a sé mentre se ne stava beata sotto la doccia, la sua vita futura.
Tutto questo accadeva anni fa, cinque almeno.
Quel giorno, con una chiarezza e soprattutto con una fiducia che mai si sarebbero ripetute, KK aveva creduto fermamente di avercela fatta. Dopo la visione sull'asciugamano, bianco come la neve che aveva appena lasciato, KK stette un tempo indeterminato sotto l'acqua calda a sciogliere la tensione di quei giorni, felice, in attesa. Finalmente tranquilla e consapevole KK se ne stava a rimirare quello che aveva fatto.
Oh, ma ancora non era finita.
Quel pomeriggio sotto la doccia, per l'ultima volta KK credette in se stessa. Tempo dopo, spese mesi e anni a chiedersi quanto diversa sarebbe stata non tanto la sua vita, ma la sua stessa persona, qualora l'esito di quel maledetto pomeriggio fosse stato diverso. Se qualcuno avesse detto , se qualcun'altro avesse scritto ammessa sul foglio che avrebbero poi appeso fuori dall'hotel, dove dopo la doccia KK si recò incontrando tutte le facce paonazze della mattina, vestite civili, e dove KK dovette vedere la gioia degli altri senza poter far nulla e senza poter gioire lei stessa. Cosa sarebbe cambiato e quanto?
L'ultimo pomeriggio di vita della fiducia di KK se ne andò così, neanche il tempo di goderselo, e neanche il tempo di pensare a un piano B per salvarla, la fiducia, nel caso il piano A avesse fallito.
Invece niente. Fallì il piano A, e fallì il mondo faticosamente costruito da KK, e morì quel giorno poche ore dopo la visione sull'asciugamano anche la fiducia di KK nelle cose a venire, negli eventi, cioè in fin dei conti in se stessa.
Una parte di KK è rimasta sotto la doccia credendo di essere invincibile. Quell'anno, finito miseramente in quel pomeriggio di inizio primavera, fu il primo e l'ultimo in cui KK si sentì davvero forte, invincibile, capace di reggere la pressione e l'ansia, capace di gestire la prova, la paura, la sensazione di non essere all'altezza. Questi ultimi erano allora concetti sconosciuti, per KK.
Aveva costruito un mondo in cui niente era impossibile, in cui impegnandosi si arrivava al risultato, in cui l'ansia di non riuscire erano combattute con la concentrazione attenta e testarda. Aveva ripetuto tutti i gesti necessari e aveva fatto tutto giusto.
Perciò una parte di lei era rimasta sotto la doccia, per capire che cosa di tutta quella storia e di quel mondo fosse andato storto, cosa ci fosse stato di sbagliato e dove diavolo fosse, se in lei, negli altri o nelle cose stesse.
Una parte di KK, infinite docce più tardi, guardando l’asciugamano scorge ancora quella visione così chiara, nitida e semplice, e quel giorno in cui tutto si è perso le pare così vicino e insopportabile da esser nella sua testa rielaborato, ricostruito e riposizionato, diventa l’inizio di una discesa, lo spartiacque tra un prima e un dopo del tutto convenzionali, inventati, che daranno a KK la sensazione che la vita in fin dei conti sia fatta di tanti pezzettini uno diverso dall’altro, da posizionare a piacimento come fossero mattoncini di lego. Tutto questo e molto altro, mentre dall'asciugamano spariva la visione perduta per sempre, tutto questo e poco altro mentre la vita tanto desiderata fuggiva in un baleno, e la fiducia di KK nelle cose, negli altri e in sé, svaniva di botto, ridendosela alla grande, una fragorosa risata mentre KK rannicchiata nella vasca sparirebbe volentieri assieme all’acqua che se ne va.

Monday, December 23

non saprei




Non pensavo che fosse possibile tornare a questo punto. Sono in stallo, di nuovo.
Cammino da sola nella notte, piove, mi fermo in mezzo alla strada perché la mia testa è da un'altra parte e ci metto una vita a ricominciare a camminare. Immagino di avere una faccia pessima. Guardo nel vuoto l'asfalto e l'acqua che scorre lenta, ed è la stessa di tante altre sere di pioggia in cui sono uscita a cercarti e non ho trovato nessuno. Spesso questi giri hanno una minima funzione catartica, stasera invece non è successo proprio niente.
Un paio di epiphanies degne di nota ma niente di più. Guardo di striscio dentro ai bar per vedere chi c'è.
Non so davvero cosa sperare. So cosa voglio ma non so se sia possibile e come, e questa cosa mi uccide ogni giorno. Eppure il mio passo è calmo come se dovessi salire in verticale per migliaia di metri.
Incrocio un signore anziano che avanza sotto l'ombrello. Lo guardo ma lui non mi vede neanche.
Non lo conosco ma l'avrò visto un milione di volte. Ha dei guanti che mi piacciono. Improvvisamente la vita degli altri mi appare chiara nel suo scorrere lento e inesorabile, separato dal resto, con tutte le abitudini e le azioni condensate, finchè non arriva questo istante. Due vite si incrociano. Non si conoscono, o non si ri-conoscono. Infatti passo oltre e mi sento peggio di prima. Supero una macchina parcheggiata su cui costruisco una storia del tutto arbitraria. Il pensiero mi infastidisce. Complimenti, l'ho creato io e adesso mi disturba, e riesco a fatica a farlo sparire. Passo anche la macchina e ormai sono quasi persa.
Pensarti non serve a niente. Immagino, altri pensieri arbitrari, che tu hai la tua vita, proprio come il signore con l'ombrello, e non è detto che le nostre vite si incrocino. Probabilmente la penso così perché questo è un momento di merda, in cui me ne vado in giro nella notte senza uno scopo sperando di trovare qualcosa da desiderare che mi distragga. Quello che davvero vorrei ha una forma indefinita ma a rigore sarebbe perfettamente realizzabile, qui e ora. Ma chissà se anche questa affermazione non sia un altro pensiero arbitrario. Chissà come sarà divertente, sbrogliare la matassa del mio cervello, se mai un giorno qualcuno deciderà di farlo. Chissà quante altre volte camminerò nella notte in cerca di qualcuno, che non sarai più tu ma un'altra storia, altri mesi di attesa e speranza e disperazione e inutili innamoramenti.
Ma ora no. Ora tutto è assoluto. Un giorno, forse già domani, riderò di questo mio comportamento apocalittico, di questa mia ansia ridicola verso le cose. Faccio tutto come se il mondo stesse per finire. Mi dispero sempre per quello che lascio andare come se quella fosse stata l'ultima possibilità. Nonostante la mia razionalità che tutto analizza e tutto pretende di controllare, sono una mina vagante. Vorrei tanto lasciarmi scivolare addosso gli eventi, ma non ci riesco. Vorrei tanto non pensare a niente e cogliere l'attimo, ma non ci riesco, non tutte le volte.
Mi guardo da fuori e vorrei tanto farmi una risata, e prima o poi la farò, magari la faremo, ma stasera temo di no. Stasera tornando a casa mi sono accorta che va tutto bene finché cammino in salita. Finché c'è un luogo da desiderare, guardare da lontano e raggiungere. Quando torno indietro, la discesa mi dà un maledetto senso di sconfitta, di non senso. Cammino ma niente ha più un significato. Sono il solito zombie che non sente nulla.
Ma stasera nella discesa ho incrociato qualcuno. Una figura incappucciata esce da un negozio con un cartone in mano. Neanche il tempo di pensare cosa sia che attraverso in pieno la scia di profumo di pizza.
È buono, è dolce, confortante, è qualcosa di cui adesso avrei un gran bisogno ma che adesso non c'è; tuttavia ci sarà sempre ogni volta che qualcuno ti passerà di fianco con una pizza nel cartone. Non so. Questa cosa è stata una specie di rivelazione, ma l'ho capito solo dopo. Prima di capirlo, prima di mettere a posto i pezzi in disordine, sono tornata a casa sotto l'acqua senza pensare a niente di sensato, immaginando altri esiti e altri finali di scene già viste mille volte.

Veramente non mi spiego come mai riusciamo sempre a complicare le cose, che sarebbero tanto semplici senza quel che la mente ci costruisce sopra. La felicità, quella cosa su cui molto si scrive e molto ci si arrovella, sta in attimi imprevisti, a se stanti, in cui le cose che prima erano separate ritornano improvvisamente unite. Accade quando ogni cosa è ricomposta, quando mi sorridi e noi due torniamo ad essere uno. Tutto qua. Lo si può leggere negli occhi. Non è necessario che il mondo ne sappia nulla. E non è nemmeno necessario complicarsi tanto la vita. L'Uno è fragile, momentaneo e precario, per noi. Non dura in eterno. Visto in prospettiva, è pure ridicolo. Nonostante ciò, lo inseguiamo e soffriamo in silenzio, e quando è lì a un passo da noi senza poterlo far nostro quasi diventiamo pazzi. Siamo spezzati in due, tutto qui. Perciò la vita è desiderio. La ricerca di quegli attimi non è difficile, ma la mente dev'essere libera. Io e te un giorno non esisteremo più, perché non esisteranno più un Io e un Tu. Tra davvero poco tempo, tutto questo ragionare sarà spazzato via. Le occasioni per far tornare uno quel che è molteplice vanno inseguite con la tranquillità di chi sa che quella è la nostra personale verità, l'unica possibile. Quando ciò che è sempre irrompe nella monotonia del tempo sempre uguale, avrò trovato un 
kairós e lo terrò stretto finchè, come sempre, a un tratto mi sfuggirà di mano. Io so che là nel buio ci sei anche tu. Se ti troverò, ti terrò stretto a me fin quando vorrai scappar via. Combattono le nuvole nel cielo. Nella notte nera cercherò senza paura.

Tuesday, October 1

lezione del weekend


Sono su un ghiaione scosceso e fastidioso in un giorno di ottobre. Non devo scivolare per nessun motivo. Sotto ci sono varie cose appuntite su cui non voglio atterrare. L’erba è semi umida, spunta a tratti tra le pietre marce e sfasciate, c’è uno stratino bianco di brina, ma a toccarla non è fredda. Sono appesa con un piede e una mano ad una roccetta solida, ma la cosa non durerà a lungo. Già la sento sfaldarsi sotto la scarpa.  Affondo avidamente le dita nella terra nera sotto la roccia, creo un appiglio. Respiro a tratti lunghissimi. Eppure laggiù nella valle, lontano ma non troppo, ci sono case, e la via principale inondata di sole, e persone che probabilmente passeggiano, e la chiesa gialla che sta immobile in mezzo ai pini verde scuro. Qui da molte ore è scesa l’ombra, e le pietre sono fresche, tendenti al freddo, umidicce, i rododendri stanno abbarbicati poco lontano da me e mi guardano, e io so che devo raggiungerli e attaccarmi a loro per riuscire a spostarmi da questa assurda posizione. È in effetti una situazione fastidiosa e un poco preoccupante, ma io non provo nulla. Sassolini si staccano da dove sono appoggiata e rotolano a valle saltellando. Sembrano divertiti. Alzo lo sguardo, e in cima al ghiaione, oltre un salto di roccia grigia e pulita, le teste di tre camosci mi osservano dall’alto, le corna corte e appuntite che si stagliano contro l’enorme parete retrostante. Sembrano divertiti.  Ho la sensazione che nel cielo senza sole, oltre i camosci e la parete, qualcun altro o qualcos’altro mi guardi dall’alto.

***

È sera, sto scendendo a valle in macchina, su una strada deserta. Davanti a me un immenso gregge di pecore belanti, una quindicina di agnellini bianchi e puliti, tre cani dagli occhi azzurri, e la jeep del pastore, vecchia e traballante , senza targa, carica di oggetti strani. Seguono il gregge in vari punti, per non disperderlo, tre pastori di cui uno giovane e scattante, in canottiera nonostante i sei gradi esterni. Tutt’intorno, campanacci, grida disperate, guaiti, fischi, pecore che saltano il guard rail, pecore che inciampano, zoppicano, si avventano a mangiare l’erba a bordo strada, corrono terrorizzate quando i cani le inseguono. Si muovono in modo scomposto, e traboccano dai confini della strada verso il bosco, verso il prato, riempiono come acqua che corre ogni antro libero, prima che qualcuno le riporti sulla retta via. In fondo al gregge un asino carico di agnellini, sei teste sporgono dalla sella e ondeggiano ad ogni passo. Ogni tanto l’asino si inchioda, e il tipo che lo guida lo guarda male e gli mostra il bastone agitandolo in aria, finchè l’asino non riprende. È quasi buio. C’è una luce blu, fredda, la valle è invisibile sotto uno spesso strato di bruma, si vede qualche cima sprofondare nella notte, e qualche luce arancione nella valle.            Mi avvicino alla jeep, e i miei fari illuminano il  retro aperto e scrostato. Nel cassone c’è un agnellino che tenta di stare in piedi nonostante le scosse della jeep, sta fermo e ben puntato sulle zampe,  e le zampe sono più grandi della testa e del corpo, ma stare in piedi è difficile, lui è di un bianco abbagliante alla luce dei fari, ondeggia pericolosamente, deve stare in piedi in mezzo a una serie di carabattole tra cui del fil di ferro, e ogni tanto quando la jeep frena lui cade in avanti e poi si rialza. E guarda me, guarda oltre la jeep l’asfalto che scorre, accenna a belare, chiama qualcuno, cade di nuovo. Io lo guardo, bloccata dietro, impotente verso di lui, verso la jeep, verso il gigantesco gregge che mi impedisce di passare, verso tutta la crudeltà del mondo che sta nei suoi occhi che mi guardano. Ho come la sensazione che non saremo, non siamo mai liberi del tutto; ho come l’impressione, ed è chiara, viva, che la violenza che noi ora non vediamo sta da qualche parte, sta ora latente, nascosta, sorridente ad attenderci. Il nostro momento è ogni ora, ogni secondo, il nostro momento è negli attimi persi, negli sguardi che ci perseguitano. L’agnello ha continuato a guardarmi per un tempo lungo e indefinito, e dentro c’era la storia del mondo. Ogni sua caduta sarà anche nostra, e ogni suo pianto ha la nostra voce. Nel suo guardarsi attorno smarrito ho rivisto tanti occhi tristi chiamare aiuto, e noi distogliere lo sguardo.
Ma ora mi fissa con gli occhi umidi e non posso sfuggire. Forse un giorno nessuno potrà sfuggire quando ci porteranno il conto di tutte le volte che abbiamo guardato a terra invece di sostenere lo sguardo. 
Cade di nuovo e si rialza, ma la jeep non smette di traballare. 
Io sto dietro, comodamente seduta in auto, le mani ancora congelate per la discesa a piedi, la faccia che comincia solo ora a scaldarsi.  Ma tutto va bene per me, in effetti.

Poco dopo è buio. I pastori sono agitati. Uno di loro corre avanti superando le pecore, con un telefono in mano. Qualche minuto dopo il gregge si arresta, o meglio smette di avanzare ma continua a muoversi sul posto, si agita e sale da tutte le parti sui lati della strada. C’è un cavallo che non avevo visto che sta in mezzo al gregge e sembra agitato, si alza e scalcia, il tipo che lo tiene lo maledice e poi comincia a farfugliare cose a me che sono in macchina, dicendo che mi distruggeranno la macchina se sto lì. A questo punto il gregge comincia a tornare indietro. Sono appena davanti a me. Metto la retro, ma dietro c’è un’altra auto, mette la retro anche lei ma si ferma a bordo strada. Io parto e la supero, il gregge davanti a me corre ora, mi raggiunge, mi ha raggiunto e mi supera mentre io sto ancora andando, ma ho paura di metterne sotto qualcuno e rallento. Le teste delle pecore scorrono appena fuori dal mio finestrino, mi circondano e continuano ad avanzare oltre, finchè come una nave incagliata rallento sempre più fino a fermarmi in mezzo al fiume di pecore, che passano come fantasmi bianchi e improvvisi davanti ai fari, appaiono e scompaiono nella strada blu che ora è un fiume senza forma, bianco e belante.


la Toscana d'inverno


Com'è la Toscana d'inverno? Credevo di ricordarmelo e invece non lo so più.
Le nuvole corrono in un cielo chiaro, limpido e grandissimo e tutte le cose che stanno sotto non hanno più senso. Ci sono io che seguo questa macchina per le curve dolci delle colline, che ora sono verde acceso, brillano di tenere foglie nuove. Questo è un viaggio eterno. Ho fatto questa strada tante volte ma il viaggio di oggi resterà stampato nella mia testa per sempre. Non penso più a com'è la toscana d'inverno perché adesso qui è improvvisamente primavera. Da oggi le cose non saranno più le stesse.
La mia stupida presunzione di riuscire a non farmi coinvolgere troppo dalle cose ha fallito in pieno. Flash dell'infanzia mi invadono la  mente. Oggi l'aria è fina e appena tiepida. In questa casa ora vuota l'estate ha i profumi intensi del fico e della terra riarsa dal sole. Che senso ha tutto questo quando noi ce ne andiamo? Chi starà nella mia stanza quando io non ci sarò più?
La strada corre davanti a me ad una velocità che mi permette di guardarmi intorno. È tutto una distrazione oggi, per non guardare troppo la macchina grigia là davanti. Sull'asfalto stanno delle foglie che il vento prende e sposta in circoli ordinati e fa danzare in aria. A tratti stormi di uccelli attraversano il cielo davanti a noi. Ricordo solo ora di quella volta, tempo fa non lontano da qui, in cui due cervi mi attraversarono la strada. Uno si fermò nel mezzo e mi guardò fisso, i muscoli tesi, immobile. Nei suoi occhi, un terrore puro e naturale. Dopo un attimo corsero via, scivolando gli zoccoli sull’asfalto.

***

In chiesa, quando tutti stanno ancora prendendo posto, in signore simpatico, con folti capelli bianco argento, saluta la nonna. Le prende il viso tra le mani sorridendo e ripetendo il suo nome, la nonna un po' si scosta ma sorride anche lei. Chissà da quanto si conoscono e da quanto non si vedevano. Ma ora sembra che il tempo non sia passato, sembrano amici che si sono appena lasciati e ora si rivedono. Quel gesto è familiare, amico, pieno di una sorta di amore universale. La nonna ha gli occhi lucidi. Non avevo mai visto la nonna così. Per la prima volta da quando non c’è più il nonno, non mi è sembrata sola. Più tardi, mentre camminiamo sulla strada deserta e assolata che va verso i campi e verso il cimitero, mi appare improvvisamente il senso di quella visione, e li vedo tutti di nuovo, li vedo bambini e poi ragazzi, e poi giovani come me, li vedo tutti come esseri umani senza età, e poi rivedo me e mi sento persa. I cipressi sono alti e folti e si muovono piano nel vento. Quante giornate come questa in Toscana. Improvvisamente li vedo tutti e scopro che tra me e loro non c’è in fin dei conti alcuna differenza. Che cosa significa essere giovani? Perché tutti continuano a dire questa cosa? Osservo rapita le foto di parenti lontani e il senso di tutto questo appare semplice come non mai nella sua assurdità. Forse è un compito, un ciclo, un cerchio che ogni volta riparte e poi si chiude; forse la nostra vita è davvero il battito di ciglia di un dio sconosciuto.
Così, in chiesa, accade che riesco a restare tranquilla per tutto il tempo in cui il prete parla. Dice di dio, di comunione, di giudizio, di libertà e di amore. Dice tante belle cose che però vengono dette per ogni morto, in modo che ogni volta le persone che stanno là davanti con gli occhi lucidi abbiano un po' di sollievo. Mi concentro in questo esercizio, come facevo alle messe della scuola, e come avevo fatto al funerale del nonno; ricordo che ci ero riuscita finchè Giulia, che aveva sette anni, sentendo il suono dolce delle preghiere cantate, non era scoppiata a piangere attaccandosi al mio braccio. Allora ho pensato che niente di quel giorno, di quei mesi passati, e niente di quello che era successo al nonno aveva una parvenza di senso. Ho smesso solo da poco tempo di sognare che le cose andassero in modo diverso. Per mesi e anni, in tante notti ho sognato di un epilogo diverso, l'epilogo alternativo. Sognavo che il nonno ci venisse restituito così come lo ricordo quando stava bene.

***

Tuttavia questa volta, in chiesa, è stato diverso, più sereno. È successa una cosa strana, e cioè che a mandarmi in crisi non è stata la morte, ma la vita. Stringere le mani delle persone, vederne i sorrisi, sentire i loro ricordi mi lasciava inebetita e non in grado di rispondere. A volte mi pare che siamo freddi, nei nostri rapporti con gli altri. Anche con le persone vicine. A volte vorremmo dire tante cose ma dalla bocca non esce niente. All'improvviso vedo me stessa ringraziare ed esprimere quello che davvero ho dentro ad ognuna di queste persone. Ma è solo una visione. Nella realtà riesco solo a balbettare qualcosa, e a mettere tutto il mio calore nelle strette di mano, ma niente di più, niente di quello che vorrei. Alla fine non sono per nulla sicura di aver detto tutto. Mi pare di aver detto le solite cose, mentre tutto il resto continua a vorticarmi dentro.

La seconda cosa che mi ha mandato in crisi e di cui mi sono accorta solo tempo dopo, è stata la crema di zia Lina. L'ultima crema che era rimasta in frigo dalla domenica. L'abbiamo mangiata martedì, a pranzo, dopo essere tornati da torrenieri. Era proprio l'ultima. Non me ne rendo conto subito. Quella stessa sera, molte ore e molti chilometri più tardi, quando rimango da sola nel buio della macchina a ripensare a tutto il vortice degli avvenimenti, mi torna in mente la crema, capisco che era davvero l'ultima e capisco che niente sarà più come prima, e allora come Giulia scoppio a piangere a dirotto. Continuo a guidare, osservando attraverso le lacrime i fari rossi delle auto davanti a me  diventare luci tremolanti e incerte, la strada scura e il cielo nero scorrere nella notte ignari di tutto, e anche io mi sento vuota e stanca, di una stanchezza inutile e senza senso.


Tuesday, October 23

fantasmi di ottobre



Domenica di ottobre, tiepida, azzurra, nitida e perfetta. Domenica di ottobre di quelle che anni fa erano dolorose  ma che io superavo ogni volta dicendomi che un giorno non lontano non lo sarebbero state più. E in effetti oggi non dovrebbero farmi più quell'effetto. Ma tant’è.

Ora non mi spiego cosa succede. Sto scrivendo per non affondare del tutto. Mi sembra di affogare.

Mi sento debole. È una cosa fisica. Mi sembra di non aver la forza di fare niente. È anche una cosa dentro di me. Perché devo sentirmi cosi? Mi mancano giorni molto più sensati, molto più pieni. Eppure se ci penso razionalmente, è chiaro che quei giorni torneranno. E quando succederà, riderò di queste scenate e di quei giorni inutili come oggi in cui tutto sembra perduto se non si fa qualcosa a dare un senso di compiutezza, o semplicemente un senso e basta. Cercherò di spiegare il problema come mi appare ora. Succede che io passo i miei giorni a denigrare la vita degli altri, la gente che se ne sta col golfino sulle spalle al passo mentre io arrivo in bici. Allora in quel momento posso ridere di loro e vedere chiaramente in loro l'immagine di ciò che io non voglio mai essere. Ma il giorno dopo, o forse no, diciamo un po' di giorni dopo, il corpo libero dagli effetti dell'endorfina, io senza bici e senza sforzo e senza concentrazione sono nulla, non ho letteralmente senso, fluttuo nell'aria senza direzione nè significato. E l'orrore mi prende quando in tutta questa confusione mi pare anche a me di essere come loro, come quelli che avevo tanto denigrato nei momenti esaltati e felici, quando avevo il corpo sotto l’effetto di quella meravigliosa chimica naturale. Questa identificazione improvvisa, che a pensarci seriamente è semplicemente irreale, perché è ovvio che io non sono così e mai lo sarò, riesce però lo stesso a dominare la mia vita nei giorni inutili come oggi.

Succede, penso, perché non riesco a vedere oltre le cose di oggi. Non dico di avere un progetto per chissà quale futuro lontano. Anche solo domani, non riesco a visualizzarlo e far sì che renda meno totale il fallimento che vedo realizzato oggi, qui e ora. Relativizzare è il segreto per non farsi sopraffare da questa sensazione assurda. È il segreto perché ciò che è solo una parte non venga improvvisamente preso per il tutto.    Le cose passano sempre, dovrei saperlo, dovrei averne esperienza, e sì, ne ho esperienza ma non me la ricordo più, non ricordo più niente di quando queste cose son successe nel passato, di tutti i giorni come questo di cui poi ho riso quando erano finalmente andati. Non ho memoria, in niente, non ricordo nessuna di tutte le cose che dovrebbero all'istante farmi sentire meglio. Non vedo il passato. Non vedo neanche domani. Sono così dannatamente stanca...non ho fame, ma mi sento debole, strana, vorrei partire. E fare qualcosa per convincermi che posso ancora rimediare; ma non ho letteralmente la forza fisica per farlo.

Neppure parlarne qui, scriverne, riesce ad alleviare questa cosa, riesce a farmi sentire meglio. È un'altra domenica di ottobre in cui cerco di trattenere i singhiozzi di un pianto a dirotto che non vuole lasciarmi in pace. È rabbia pura, sensazione di impotenza. Di non poter far niente per impedire che giorni come questo si ripetano uguali, ancora una volta. Anche se tutto è cambiato o meglio "tutto è cambiato", mettiamolo pure tra virgolette visto che sembra non sia cambiato proprio niente. Riesco a litigare con tutti gli aspetti della mia vita. Non me ne faccio passare una. Il punto vero qui, che poi forse è una parte della soluzione catartica che sto cercando, è che io non sopporto le cose che si ripetono. Divento pazza, non capisco più niente quando qualcosa che mi ero ripromessa di non vivere più immancabilmente succede di nuovo, uguale, e non all'improvviso ma con tutta la calma per vederlo arrivare da lontano, passarti davanti e succedere, semplicemente, davanti a te che anche stavolta non hai potuto far niente per impedirlo. Probabilmente è un residuo della mia vita adolescente, in cui letteralmente ogni attimo era perduto, capitava a volte che guardavo i giorni arrivare e andarsene sapendo esattamente che non sarebbe successo niente a cambiarne il corso, che io non avrei potuto farci niente, se non stare a osservarne i particolari, la nitidezza dei giorni di autunno, i riflessi e le foglie, il cielo alto e freddo sopra di me, osservare tutto questo da dietro un vetro, e immaginare, pensare, pensare forte forte a occhi chiusi sperando di svegliarmi da un’altra parte. È successo una volta che ricordo ancora come fosse ieri, e il ricordo mi provoca una specie di fitta. Ricordo che era fine settembre, il mio compleanno. Devo andare a scuola, ma io con la testa sono da tutt’altra parte. Prati dorati, da qualche parte. Nella realtà sono rannicchiata nel letto e vengono a chiamarmi perché mi devo alzare e andare a scuola. Un venerdì. A scuola dalle otto alle quattro. In autunno, alle quattro il giorno è già scappato via. Non voglio guardar fuori dalle tapparelle, ma vedo le lame di luce e riconosco le tonalità di un giorno di sole. Non voglio, non voglio vederlo. Sono altrove. Mi chiamano, forse urlano, forse no, perché alla fine è il mio compleanno. Non supererò mai questa cosa. Questa cosa torna tutte le volte che c’è un problema. Questa cosa riaffiora come uno scoglio nella bassa marea. Ma tant’è. Allora sono io rannicchiata nel letto, la testa altrove, la testa in una valle sconosciuta di mia invenzione, l’aria pulita dell’autunno e davanti una giornata che non sprecherai, che potrai vivere come vuoi, a cui potrai dare un nome e che potrai ricordare. Invece no. Devi andare. Devo andare. Ti chiamano. Mi chiamano. Mi alzo, non mi guardo in giro, sono uno zombie che non incrocia gli occhi di nessuno. Niente fuori mi interessa. Niente fuori è qualcosa che voglio. Semplicemente, qui e ora, questa non sono io. Scaccio con tutte le forze il pensiero che oggi passerà inesorabilmente e io non potrò far altro che stare a guardare. Osservare tutte le tonalità che il cielo e le foglie gialle degli alberi del cortile della scuola prenderanno durante ognuna delle ore di questa giornata. Sono veramente un genio perché ci riesco, riesco a non pensarci, mi alzo come uno zombie e come uno zombie esco di casa e guardo in terra per tutta la strada fino a scuola, e senza droga e senza alcol e senza niente riesco ad anestetizzare ogni mio impulso e desiderio. Ho passato gli anni del liceo a sperimentare modi per anestetizzarmi e non sentir niente quando le cose che non volevo vedere, che proprio non volevo, mi passavano davanti costringendomi a guardarle. Zombie sul banco di scuola, zombie a cui niente può far male, zombie che ha imparato a ignorare le cose cattive, a sopravvivere. Sono uno zombie che riesce a far passare indenne, pare, anche questo giorno di scuola che sembrava insopportabile. Cercando distrazioni in modo abbastanza disperato e trovandole sempre. Quindi, è successo che ancora in equilibrio, per quanto precario, sono tornata a casa e tutto sembrava normale. Mi sentivo quasi meglio, ora che la giornata, le sue parti migliori, le ore più splendenti e fonte di sofferenza, erano passate. Ma poi mi è tornata in mente la valle che avevo in testa la mattina, allora ho preso il computer e ho cercato le webcam di livigno. Volevo vedere com’era il 23 settembre a livigno. Che poteva essere uno dei tanti posti dove avrei voluto o potuto essere. Magari, se mi concentravo e lo volevo e ci pensavo forte forte forte, avrei potuto in qualche modo ritrovarmi là. Nella webcam era una giornata meravigliosa. Il sole del tardo pomeriggio aveva tutti i colori possibili. La valle era di tutti i colori possibili. Lontano si vedeva l’ombra blu scuro degli abeti. Delle persone sulla strada, una macchina, immobili nello scatto della webcam. Non è finito, questo 23 settembre. Quante cose si potrebbero fare, ancora, se solo…due passi nel sole della valle, due passi…se solo…se solo…
Non so che succede ma mi ritrovo con la testa sul tavolo e una fitta in pancia e un peso gigantesco in gola, mi stringe e non riesco a respirare bene, mi scoppia la testa, è rabbia pura, odio, sensazione di impotenza assoluta, stanchezza per questa maledetta presa in giro, per tutte le maledette volte in cui son stata presa in giro. Alzo gli occhi, lacrimoni salati si accalcano sul bordo delle ciglia, e vedo tutto come attraverso l’acqua, tremolante, la webcam sullo schermo del computer ride di me, nel suo angolo in alto a destra l’orario e la data ridono di me, e io, ancora una volta, non posso farci niente.  Dondola sul tavolo la mia testa vuota eppure pesante di rabbia e tristezza, dondola e tutto è così chiaro eppure assurdo, e tutto scorre senza poterlo fermare, e mi ritrovo a odiare la sensazione di sollievo data dal fatto che finalmente il giorno è finito, anche quella sensazione non serve, è una sconfitta, ride di me, ride di me ancora e ancora. 

Oggi è tutto passato. Niente più scuola, e niente più zombie. Io non so perché, ma queste cose mi sono rimaste dentro da allora e ogni tanto vengono fuori, quando un giorno qualunque di tanti anni dopo, come oggi, le cose si ripetono uguali, e anche se è davvero tutto diverso, io ancora una volta mi ritrovo a guardare un giorno passare, e finire. Ogni volta la storia finisce con la testa sul tavolo a sentire se la ventola del computer mi suggerisce una soluzione.

È cosi difficile da capire, di cosa ho bisogno? È cosi difficile da capire, che io ho bisogno di perdere me stessa e poi ritrovarmi di nuovo, ancora sulla stessa salita? Se non ho questa riconferma ogni giorno, ogni due giorni, se non riesco a buttare là un ostacolo e partire a testa bassa per superarlo, senza questa cosa io non sono niente, continuo a fluttuare nel nulla, sono un fantasma in una domenica di ottobre. La rabbia che ora mi divora, mi mangia letteralmente, la sento stringere, mordere dentro, lei mi conosce, lei è me, è il mio Io che ride di me che oggi no, non ce l'ho fatta. Che oggi ha perso di nuovo la riconferma di essere qualcosa di stabile, almeno per qualche ora chimica in cui la mente è annegata nelle endorfine e il corpo stanco, e per questo nessun demone viene a reclamare la mia testa, la mia tranquillità, il racconto della mia vita che ho faticosamente costruito. Soffro. Ma non è il senso comune di sofferenza. Non è fine a se stessa. È anche altro. Perché dopo di lei, tutto è meraviglioso, ha nuovo valore perché ogni cosa non è più lei, non è  sofferenza, non è fatica, ora sei in cima tutto è come un premio, e le ore di fatica concentrata, in cui senti il corpo cedere, chiamare aiuto, reclamare ossigeno, sono passate. È cosi difficile, capire che io devo perdermi e ritrovarmi sempre ancora, sempre di nuovo, perdermi nell'ombra della valle e alzare la testa e guardare la strada come una lama verticale di asfalto e sulla strada e l'asfalto lucido il riflesso accecante del sole e abbassare gli occhi, e la testa, e spingere e stringere i denti e sentire che tutto si perde...ma la strada e l'asfalto e il sole e i tornanti passano, lenti ma passano e in cima l'altro te stesso ti aspetta, il tuo fantasma che avevi lasciato in fondo ora è lassù e tu sei pronto a tornare in te, ritrovi il tuo Io sempre sfuggente e stavolta te lo attacchi addosso e lo tieni stretto, perché è stato così strano e terribile perdersi ed è ora così meraviglioso e fantastico ritrovarsi, e tutto ha più senso, tutto è prezioso, il mondo è più comprensibile e amico, quelle ore di concentrazione per dosare le forze fanno sì che ora tutto venga affrontato con la stessa attenzione concentrata, come se stessi camminando su una corda tesa. Ogni passo è misurato, pare perfetto, perché con te ora c'è quell'Io che sta in cima alla salita, quello che ti aspetta e torna in te solo quando sei cima, e quell'Io è stato perso e ritrovato tante volte, e per questo è la cosa più forte e piena e potente del mondo.

Saturday, May 29


Questi bambini sono stati abbandonati. Li vedete ora in una foto di tanti anni fa. Sorridono e già è nei loro tratti qualcosa dei loro volti adulti. Sorridono, nessun presagio negli occhi sognanti. Nessun progetto. Quello più grande tiene il fratellino stretto a sè. Nessuna parola. Del mondo che verrà, nessuna traccia.

Fuori sta venendo sera. Mi diverto sempre a notare, imperterrito, quanto riesca a rimanere dove sono, con quanta forza riesca a oppormi ad un cambiamento che sarebbe solo forzato, e come in tutto questo mi trovi anche bene. E quanto è facile, abituarsi alle cose. Diventano semplicemente normali.

C’è un odio, che scorre sotterraneo, appena sotto tutte le cose pensate. È un sottofondo, una musica, il suono del mondo che scorre attorno. Il suono degli altri. È anche, forse, odio silenzioso per il destino di quei bambini. Tutti i bambini, proprio come loro, sono stati abbandonati. Qualcosa di tutto questo si ripete in ogni infanzia. Tuttavia sembrano vivere felici, ora che sono grandi. Tranquilli. Una tranquillità sempre uguale. Non è stato un problema, essere abbandonati. In realtà lo è, e quella strana arroganza che hanno oggi sembra urlare, dentro di loro, urla e piange ma è come urlare a una porta chiusa. Come essere sepolti vivi.

Capita anche a me, questa sensazione. Approfitto di quando sono sola in casa per urlare evitando così di farlo in situazioni non opportune. Nessuno vuole fare i conti col fatto di esser stato abbandonato. Nessuno vuole ora fare i conti con la propria impotenza. Accadono cose ingiuste, e dio solo sa quanto ora questa parola sia carica e piena e vera, per una volta. Eppure non mi scompongo. Le cose sono strane. Una brutta sensazione.

Ci sono cose irrisolte. Così come nessuno vuol riconoscere il proprio abbandono, e la propria impotenza, e abbassare gli occhi per riflettere rialzando solo dopo lo sguardo finalmente consapevole, allo stesso modo nessuno vede quanto sia tutto dannatamente irrisolto. Eppure basterebbe chiudersi un po’, stare per conto proprio, fare esperienza di una solitudine insensata, o fare qualche cosa che non abbia alcuno scopo preventivo, per vedere (improvvisamente, come un lampo, una visione spaventosa ma nuova) come tutto non abbia un senso, oltre le piccole cose che volutamente mettiamo in fila una dopo l’altra. Ordiniamo per dimenticare quello che fuoriesce, quello che non ci sta, nella nostra fila, le pedine che cadono, le pedine in eccesso, le pedine allo sbaraglio. Cosa possimo salvare in tutto questo, sembra esser stato già deciso. Voleva essere una domanda. Cosa possiamo salvare? Qualcuno ha già deciso per noi, cosa salvare. Cosa credere. Di cosa aver paura.

Così questa sensazione di cose che si ripetono non riesce a farmi alcun effetto. A volte un specie di angoscia mi prende, guardando le cose come sono e vedendo come saranno e sapendo che non sarò pronta. Anche guardando gli occhi gialli di un gattino, può prendermi una strana angoscia. Ci vedo qualcosa che mi fa paura. Qualcosa di me, probabilmente. Un gattino che gioca è divertente, da vedere da fuori, in un bel giorno fresco di maggio, la mattina preferibilmente. Ma un gattino che gioca è solo. Il gatto è un animale solitario, sarà solo tutta la vita. Evita di incontrare altri gatti. Se succede li allontana. Vuole i suoi spazi. È tranquillo solamente per conto suo. È come una scatola chiusa. Ha occhi gialli irresistibili, ma è solo e lo sarà sempre. Un senso di prigionia, di natura inconsapevole, esce da quegli occhi, va verso l’esterno, va verso di me, e vorrei comunicare, dire qualcosa che non abbia parole, come se un senso fosse comunicabile con l’aria, ma invece non dico niente, e dopo poco qualcuno dei due distoglie lo sguardo. Tra gatti lo sguardo è un affronto. Chi lo distoglie per primo se ne va da sconfitto.

Anche i bambini abbandonati non riescono a reggere lo sguardo. Per sopportare l’angoscia, che c’è ma è stata ricacciata indietro, usano stratagemmi. Gli occhiali da sole sono d’aiuto, in questi casi.

I bambini abbandonati si attaccano alle cose in modo morboso. Non stanno mai da soli. A volte senza accorgesene cercano, ingenuamente, inconsciamente, di comprare l’affetto altrui. Cercano di apparire forti. Si circondano di altri bambini abbandonati. È il festival dell’abbandono. L’abbandono è generalizzato. I genitori possono andare a fare la spesa del pesce senza che il pensiero dei bambini, ora grandi, li sfiori minimamente. Spendono tranquillamente un centinaio di euro in cernia, branzino e spada. Ora il sacchetto è un ammasso gelatinoso di pesce morto. I genitori non hanno pensieri, ora. I bambini sono cresciuti. Loro devono solo pensare a cucinare quei cento euro di pesce, prima che cominci a puzzare. I bambini abbandonati ne assaggeranno forse un po’, ma gli farà schifo, e lasceranno la cena-con-amici-dei-genitori per andare a far serata fuori, dove altri cento euro andranno in cose da bere, naturalmente e fortemente alcoliche. I genitori sorrideranno agli amici, e sorrideranno anche dentro di sè, e diranno con soddisfazione che i ragazzi crescono in fretta e che ormai son grandi. Poi finiranno cernia e spada e branzini vari, mentre i bambini abbandonati cercheranno, da qualche parte là fuori, modi alternativi per sostenere lo sguardo. Qualcosa di facile, preferibilmente. Non ci piacciono le cose impegnative. Nell’abbandono generale, cerchiamo di essere vincenti. Cerchiamo un felicità che appaia tale anche agli occhi degli altri. Dev’essere affermazione, posizione, vittoria. Bisogna sostenere lo sguardo. La sera infinita e i bicchieri di plastica pieni di birra sono vincenti. In questo senso e solo in questo, in questo mondo e non altrove. I genitori non vedono la catastrofe. Saranno tuttavia i primi a scappare quando tutto crollerà. Sono scappati già prima. Anzi sono stati i primi a scappare quando le cose sembravano eccessivamente difficili. Quando le crepe minacceranno di inghiottire loro, il loro pesce le loro cene, assieme coi loro figli abbandonati che quelle crepe hanno pian piano aperto. Ma i genitori avranno, quando il momento sarà giunto, la scialuppa pronta per scappare dalla nave. I bambini abbandonati saranno come l’orchestra che non smette di suonare anche quando la nave affonda.

Tuttavia affogheranno. Ora però di tutto questo orrore, non si vedono tracce.

Noi che invece le vediamo, affogheremo ugualmente.

Quando la nave sarà affondata il mare sarà calmo. Nell’acqua si zittirà la musica insensata che i bambini abbandonati non hanno smesso di suonare, stonata, insensata, disperata. L’acqua farà tacere tutti.

Il mare è silenzio, e pesci colorati.

Friday, April 23

per ora non ancora tuttavia in qualsiasi momento


Stavo cercando qualcosa sul corso del professore ed è saltata fuori questa pagina.

E’ la cronaca di un giornale. Due anni fa circa. A uno col suo stesso cognome è successo qualcosa.

Non è quello che stavo cercando, e sarà una coincidenza, uno che si chiama come lui, così torno indietro e guardo quello che mi serve, cose per il corso, libri da studiare, qualche informazione. Ma di nuovo vado a finire sulla pagina di prima. Il titolo dice che qualcuno è caduto in un dirupo (dicono sempre così, anche quando si tratta di un semplice pendio ripido) e l’hanno trovato solo giorni dopo, troppo tardi. Non era una montagna particolarmente conosciuta. Neanche tanto alta. Mi metto a pensare che forse la vedo anche, quando dal pora guardo giù verso il lago. È pieno di montagne senza nome, con una vegetazione strana, incoerente. Arbusti a picco verso valle. Non ci si pensa mai, se ci siano strade per salirci. O forse semplicemente, e molto probabilmente, sono io che non le conosco. Non conosciamo la valle di là. Non ce ne occupiamo più di tanto. Il lago è bello da vedere d’inverno. Ha un colore argenteo e freddo. L’acqua è increspata leggermente, solcata da correnti sconosciute, tagliata da lame di sole che la rendono abbagliante anche a distanza. Il lago è silenzioso. L’acqua sembra muoversi ipercettibilmente, ma non fa alcun rumore.

Così, su questa montagna senza nome ma che io ho sicuramente visto, e che si trova incredibilmente vicino a me da qualche parte là fuori, è successo qualcosa a qualcuno con il suo stesso cognome. Continuo a leggere e qualcosa dentro di me ha già capito tutto. Il giornale dice (lo dicono sempre) che era prudente ed esperto. Poi aggiunge che aveva solo 23 anni. Era andato a fare un giro, non tornava e così hanno dato l’allarme. In fondo c’era scritto che anche il papà si era subito offerto di partecipare alle ricerche. Diceva che il papà è un eminente studioso. Un professore della statale.

* * *

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi. Succede quando non ho abbastanza difese. Credo sia come quando prendi l’influenza.

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi; cose che si portano dietro troppo; così scopro che neanche stare qui a sentire Petto che parla di Cassirer e di teoremi e di scienza e forse nemmeno pensa al suo lago che pure c’è, ed è lo stesso che io guardo dall’alto immerso nella nebbia, nemmeno questo si può più fare; nemmeno questo è senza dolore, perchè gli occhi di Petto lo dicono, che alla fine nè Cassirer nè la scienza risolvono niente, perchè le parole non possono dire quello che io so e lui sa e gli altri forse no.

Quello che ho scoperto, per caso, cercando su internet il suo nome.

E sono sicura che lui ora direbbe, lucido e coerente, che quello, qui e ora, non c’entra; che queste sue parole adesso hanno un senso e sono del tutto legittime, perchè lui sta facendo lezione, ed è qui per questo come lo siamo noi.

In realtà tutto questo, ogni cosa che dice, si porta dietro l’impossibilità di dire quella cosa, e l’impossibilità di tutto il suo discorso di darci un qualche sollievo.

Non c’è resistenza. Non c’è redenzione.

Forse vorrebbe correre fuori, lo penso perchè forse è quello che vorrei fare io, invece se ne sta lì a spiegare e ogni tanto perde lo sguardo al di là delle enormi finestre.

Non resisto a star qui a guardarlo. Eppure lui ci riesce, a guardare noi.

Non so a che prezzo, ma ci riesce.

Il problema sono le pause. Nelle pause, quando finisce una frase e sta in silenzio a pensare la successiva, e noi siamo chini sul foglio, con la penna che finisce come in automatico le frasi e rimane così, in attesa, davanti alla pagina ancora bianca; succede allora che c’è un momento, quando alziamo la testa per vedere che succede, per vedere come mai non sentiamo più nessuna voce, accade in questo secondo che noi percepiamo la vertigine.

È lì.

E’ lì in piedi, con le mani strette attorno al microfono, si staglia contro la parete di legno scuro mentre fissa un punto indefinito in fondo all’aula, oltre le nostre teste che ora sono volti in attesa.

Così, a tratti mi trovo ad essere spaventata da questa cosa. Mi rimetto a fissare il foglio e cerco di recuperare il filo, o provo a rileggere le parole contorte e incomprensibili che ho appena scritto per far passare questi secondi infiniti ma non c’è niente da fare, sono letteralmente paralizzata, perchè è in questi attimi vuoti, chiari e trasparenti che tutte le altre cose sembrano crollare dall’alto verso di noi, minacciano di schiacciarmi, e sono tutte della stessa specie, sono le cose cattive le cose che non dovrebbero succedere le cose possibili e quelle necessarie, e sono qui concentrate in questo silenzio e negli occhi di Petto, una mente tra le menti, che ora però non basta; e di quella mente le parole, capaci di definizioni ardite, di pura conoscenza, capaci di senso, sembrano ora soffocate dal riso beffardo delle cose, che accadono in silenzio, che sono già accadute, che non si possono fermare, e che si annunciano perchè verranno; e verranno, come un ladro nella notte.

Le puoi riconoscere una ad una nel suo sorriso spezzato, nel suo sguardo ora inspiegabilmente smarrito come quando qualcosa che credevi avere in pugno ti sfugge dalle mani.

Durano veramente il tempo di un secondo, queste pause, ma è abbastanza per gettarmi nel panico finchè non lo sento di nuovo parlare. Come se sentirlo parlare risolvesse qualcosa.

Oggi per una volta ho trovato, nel libro che stiamo leggendo, qualche parola sensata e qualche idea che mi pareva buona; ma non ho fatto in tempo a finire di comprenderle che lui subito si è messo a smontarle una per una, ha smontato il significato stesso di filosofia, ed era rabbioso, era cattivo, era come stanco per il troppo combattere, e sembrava non voler più sollevare gli occhi a guardar fuori, perchè ora li tiene puntati verso di noi, mentre attorciglia le mani come rampicanti attorno al microfono, lo tiene stretto e ci dice che un senso non c’è, e ha quel sorriso triste mentre lo dice, e ora nemmeno di Kant parla più, ci dice che neanche il fine c’è, perchè questa, questo mondo e questa vita, è la cosa più insensata in cui siamo capitati.

* * *

Petto sorride quando passa a fatica in mezzo a noi ragazzi ammassati, si fa strada nel corridoio troppo stretto con il suo sguardo furbo. È passato molto tempo dai titoli di giornale trovati per caso e dalle lezioni e da quella strana sensazione che ci prende quando non sentiamo più la voce. Mesi, sono passati. Il suo corso è finito. Cose nuove si sono messe in mezzo a noi. Cose.

Oggi è l’appello di un esame. Siamo in troppi e non sentiamo i nomi che un prof, là in fondo, sta dicendo in tono basso, troppo flebile per noi.

Ma Petto, quanta gente c’è qui, eppure passi senza dir niente, e mentre passi vedi che non sono altro che ragazzi ammassati e ognuno ha la sua vita e le sue cose, ma ora sono tutti qui, tutti salvi.

Perchè loro qui? Perchè loro ?

Eppure è così facile, essere salvi. Può essere facile quanto lo è ora camminare tra noi con quel sorriso e quegli occhi azzurro ghiaccio che non so comprendere ma che hanno dietro un mondo in cui, inspiegabilmente per me, non c’è traccia di odio.

Davvero non so cosa passi per quella mente, Petto, ma so cosa passa per la mia, che di grandi cose non sa niente e non capisce la fisica e si perde dietro a cose lontane e intuizioni improvvise.

Perchè noi siamo qui? Perchè siamo in tanti, e perchè siamo salvi?

E perchè, perchè lui no?

In tutta questa gente, tra tutti questi volti, qualcuno gli somiglierà; e tuttavia in ogni corridoio, e aula affollata, ovunque entrerai ci saranno ragazzi della sua età, ragazzi come lui, ma lui non ci sarà. Dietro ogni angolo, oltre ogni porta chiusa, accendendo la luce in una stanza buia, lui non sarà là.

Tutto questo e molto altro mi ha detto quello sguardo, mentre noi siamo qui e siamo in tanti e siamo salvi e nessuno di noi è lui, nessuno di noi potrà mai esserlo benchè siamo in tanti, e siamo ragazzi, e a logica poteva esserci anche lui qui tra noi, a rigore direbbe qualcuno, ma forse non c’è nessun rigore e nessuna logica, perchè per quanto fosse possibile e semplice e facile, lui no, lui non si è salvato.

Petto, questa cosa che ora ci assale

non ha un nome, e se ce l’ha noi non lo conosciamo

Ma il terrore che ora ci prende

È come è il cielo, calmo nella notte

Dolore nero punteggiato di stelle

Eppure i nostri occhi ancora si incrociano.

Beffardi.

Sembrano così ignari.

Sono azzurri

Il dolore è tutto dentro.

* * *

Ci sono dei momenti, in cui tutto si concentra. Ma un giorno guarderai lontano e tutto se ne sarà andato. I giorni non hanno colpa. Gli altri non hanno colpa. Questi attimi sono innocenti, scorrono come hanno sempre fatto, vengono riempiti di azioni, coincidenze, scontri e incontri; sono io che ci passo in mezzo a rimanere colpita. Sono io, la causa. Ci sono attimi in cui, improvvisamente, tutto si concentra alla massima potenza, tutto sembra avere dentro di sè un fine che ogni cosa raccoglie e ordina a suo piacimento. Io ci passo in mezzo e semplicemente vengo sopraffatta. Ogni cosa ha il suo significato. La marea di significati mi arrivano addosso come un’onda, e io sto come si sta sulla sabbia nel tramonto arancione, a sentire l’onda che mi scuote e mi sposta, sposta il mio corpo sdraiato e immobile come un tronco portato dal mare, mentre io guardo il cielo, meraviglioso, pensando a quel giorno, in cui non ci sarà che calma, in cui le lacrime saranno felicità che lava il viso, e all’orizzonte si potrà slanciare ancora una volta le mani senza paura.



Monday, November 23

è stato così tante volte

Questo sfondo mi distrae. Tutta la neve e la luce e il tramonto rosa. Mi distraggono. Adesso l’ho tolto.

Vorrei mettere un po’ di musica ma temo che mi distragga anche quella. Poi mi entra in testa e non vuole più andarsene. Mi martella. Ogni cosa è martellante in questo periodo.

Poco fa ero in giro con la bici. Niente di particolarmente impegnativo. Stava giusto scendendo un po’ di nebbia dal cielo sereno. Tutto è dannatamente umido adesso. Io e la bici ce ne andiamo mentre lente scendono nuvole piene di goccioline d’acqua sopra la mia testa.

Oggi è stata una giornata lunga. Oggi non è successo quel che di solito capita, cioè che le ore cominciano a correre alla velocità della luce per arrivare a sera. Oggi era come domenica. Una domenica lentissima. Sono certa che qualcosa si è fermato, oggi pomeriggio. C’era un bel sole, oggi pomeriggio, che si adagiava sul muro giallino di casa e sull’erba appena tagliata. L’erba somiglia a una distesa di capelli corti arruffati col gel. Questo giorno ha come sempre qualcosa di strano, e come sempre non so cosa sia. Come sempre non trovo niente che me lo spieghi, allora mi metto a fare altre cose e dopo un po’ me ne dimentico. Così per molti giorni.

Eccetera eccetera.

Oggi sulla bici è successa questa cosa carina. C’era una discesa, e io mi stavo giusto riposando, mentre per la nebbia non si vedeva più niente e tutto attorno era chiaro e vagamente azzurrino. Penso che sono contenta che ci sia questa discesa, proprio ora. Guardo l’asfalto sotto di me, che è a grana grossa e grigio chiaro, e l’asfalto mi chiede: Che c’è? Sei stanca? Che hai?

Non ho niente. Mi godo la discesa, suppongo. – gli dico.

E lui:

Non ti piace più la fatica?

La fatica è ok - dico io - ma senza altre cose di mezzo. Solo io e lei. Come era una volta. Ora sono cambiate tante cose. Ora ci sono troppe cose che si mettono in mezzo. Capisci?

L’asfalto sembra scorrere più lentamente. Non ho idea di chi stia guidando la bici. Di certo è qualcuno ma non sono io. Non riesco a capacitarmi di come faccia a stare in piedi. Sto a sentire cosa mi dice la strada.

Dice questo: Lo vedo. Io le vedo queste cose. Vedo tutto, voi non vi accorgete perchè siente dannatamente distratti. Ad ogni modo vedo che mi guardi in modo diverso.

E io rispondo questo:

Non so. Ora c’è sempre qualche cosa che mi viene in mente e così non riesco a far più nulla. Mi distrugge. Ti guardo e non c’è più solo la fatica. C’è molto altro, e la fatica non c’entra più niente. C’è tutto un mondo di cose che non vanno e sono come fango in cui i piedi affondano e non escono più e tante cose vorrei dire e fare e magari mettere un eccetera anche qui per dire che sono troppe per elencarle tutte e che forse non voglio dirne molte e che forse sono solo un pochino fuori di testa, giusto un po’. Ma queste cose mi fanno impazzire, per questo parlo con te caro il mio amico asfalto, in una sera di nebbia su una bici guidata da qualcuno che non sono io, capisci, capisci che la situazione non è esattemente la migliore possibile?

Queste che ti ho detto, sono queste le cose che si mettono in mezzo, quando devo attaccare la salita, quando devo mettere i passi uno dopo l’altro lungo una salita di sassi perchè allora tutte queste bastarde mi tirano indietro, si attaccano come folletti alle spalle e mi trascinano giù.

Silenzio ora. Questa discesa dev’essere infinita. C’è solo nebbia davanti a me. È bianca e ha il solito odore ferroso. Solo nebbia e asfalto grigio su cui le ruote vanno ad una velocità indefinita. L’asfalto grigio ora dice:

Non chiederti come lo so, ma i folletti se ne andranno. Quando succederà, io so che sarai lì. Ci sarò anch’io. Sarò sempre qui come tutte le altre cose. Ti guarderemo correre su questa strada.

È stato così tante volte.

L’asfalto mi guarda e non dice niente. Poi sembra dissolversi. Fa improvvisamente freddo e io mi ricordo degli scatti su questa strada, un giorno di novembre come questo.

La discesa è finita, l’asfalto ora non è più grigio ma nero, è nuovo, e non mi parla più. Sono di nuovo io alla guida della bici. Le goccioline di umido mi attraversano. Ho le mani congelate come al solito. Congelate ma incredibilmente in grado di frenare evitando di farmi ammazzare contro un ostacolo. Siamo in pianura ora. Ricomincio a pedalare. Una signora con la spesa compare e scompare nel bianco. Campanacci di mucche invisibili risuonano e sono vicinissimi. Le sento muoversi da qualche parte nel bianco, oltre la strada e oltre l’asfalto, oltre qualcosa che non vedo.

Vedo anche te, sia chiaro. Ti vedo come si vede oltre la nebbia. Come quando in casa ci si alza di notte e si vede tutto anche al buio. Ti vedo come si vedono le cose che si sanno a memoria.

Come passi di animali nella notte.

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