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Saturday, March 5

cose divertenti che non farò mai più



Una cosa divertente che non farò mai più. Ad esempio, credere nelle persone, nelle cose, nella mia personale possibilità di costruirci qualcosa. Pensare troppo e agire poco, la formula vincente per una vita sprecata. Che belle scoperte, in un'inutile sera di marzo. Ma sento in me una nuova forza, e non capisco proprio come sia possibile. Mi sembra strano scoprirla, mi sembra scandaloso dover ammettere, ora che tutto è perduto, di sentirmi inspiegabilmente meglio. Nonostante la disperazione strisciante, mi sento libera. Sono libera dall’ansia di una scelta ancora possibile. Meglio così, no? Magra consolazione, di quelle di cui mi accontento come chi è a terra si accontenta delle briciole che cadono dal tavolo di un pranzo di nozze. Divertente, parlarne lucidamente e senza niente da perdere. Non ho più, in effetti, niente da perdere. Sei stato uno specchio, che ha mostrato di me lati che non conoscevo. Sei stato quello specchio in cui ci siamo guardati quel giorno. Avevi detto cose. Le parole si perdono nel tempo, le parole è come se non fossero mai esistite. L’immagine sullo specchio scompare, e rimango io, a guardare il mondo intorno senza più specchi, a osservare l’acqua sotto il lampione, e il ricordo di molte sere farsi lontano, sbiadito, mai esistito, forse falso. 
Continuiamo così, facciamoci del male. 
Al supermercato, nelle corsie spaziose, tra pacchetti ordinati, in sovrannumero, colorati e invitanti, mi sono sentita subito meglio. Il profumo di pane è dolce, invita a prendersi cura di sé, invita ad un calore che vorremmo tanto, che in realtà non abbiamo, ma che, illusi, pensiamo esista anche per noi, da qualche parte, quante cose può significare un panino profumato in un sabato pomeriggio di pioggia!, possibilità vaghe, sbiadite come ricordi, una baita nella neve, una luce gialla nel chiarore blu scuro della sera che scende, qualcuno che ci aspetta, qualcuno che aspetta anche me, un quadretto d’amore e felicità indefinito e vago come non mai ma che questo profumo di pane rende mio in modo violento, obbligato, è un regalo per noi, un dono non richiesto, a cui del resto ci pieghiamo volentieri nella tristezza generale, non è così? Nelle corsie ampie e ben illuminate, il bip bip alle casse è un sottofondo confuso, amico, lieto, ma rare sono le persone che vedo sorridere mentre esaminano frutta lucida, formaggi sotto vuoto, surgelati immobili e avvolti da gelido vapore dietro al vetro dei banchi frigo. Anche io non sorrido, in effetti. Con gli occhi spalancati, sono in attesa di segnali. Sono così calma. Una calma che prelude a qualcosa, una crisi, una crisi potentissima ed esplosiva. Il pazzo che vive vicino a me mi offre una visione di come potrei diventare, di come forse diventerò, a forza di rendermi conto troppo tardi che le scelte non fatte portano alla disperazione.
E la montagna che tanto amo, mi ha visto piangere come una bambina in una meravigliosa giornata di sole appena cominciata, in una conca silenziosa, nella solitudine assoluta. Lei potrebbe forse salvarmi, anzi: io potrei forse salvarmi, attraverso di lei, a patto di volerlo. Quante cose divertenti non farò mai più; immagino che sia tempo di smetterla di piangersi addosso e aspettare che qualcuno venga a salvarmi. Cerco distrazioni per non impazzire, e chissà la mia mente come lavora senza che io me ne accorga a cercare soluzioni e vie di fuga, a inventarsi compromessi inconsci da presentare alla mia vita cosciente per renderla più sopportabile, per rendere la realtà là fuori meglio sopportabile, ma è uno sforzo devastante, invisibile, un fuoco sempre acceso, un rubinetto aperto che divora energie, io sono abituata ad avanzare un passo dopo l’altro, guardando dritto davanti a me, sempre oltre, ma ora no, gli occhi sono puntati a terra, non guardo da nessuna parte, non vedo nulla oltre, nulla al di là, non vedo nulla. A ovest delle nuvole lisce e allungate, grigio scuro, striate di arancione, mi annunciano nevicate in arrivo, sembrano chiamarmi, spingo lo sguardo fino al grigiore incerto della pianura, non vedo nulla, non vedo nulla che possa salvarmi, la valle è proprio sotto di me, è molto prima e molto più vicina di tutto il panorama che ho appena attraversato con gli occhi, e ognuno, ognuno non fa che scegliersi le proprie prigioni, facendo finta di divertirsi, facendo finta che vada tutto bene, facendo finta di essere libero.


Wednesday, January 6

sorvegliato speciale


Ognuno sceglie da sè le proprie prigioni. In forma, durata, e dimensioni. 

Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare l'esperienza. Il mondo è grande, confuso, brulicante di persone, fatti, eventi, sentimenti potenzialmente eversivi. Per questo è bene imprigionarsi, trovare la propria personale gabbia, le proprie personali sbarre invisibili; per avere un luogo da cui tendere le mani verso un al di là ora finalmente precluso, e perciò non più pericoloso. I piaceri della vita, ma anche solo la vita stessa, l'esistenza che scorre tra giorni simili, forse uguali, in una monotonia forzatamente amica, ha bisogno di divieti, barriere, che impediscano di vedere la possibilità del diverso. 
La fuggevole visione di libertà non è pericolosa se osservata da dietro il vetro opaco delle proprie prigioni. 
Rinchiudiamoci, rinchiudetevi: ci sono persone che attendono solo quello. 
Crearsi una routine, trovare qualcuno con cui condividerla; qualcuno non perfetto, per carità, qualcuno che ci va bene, che entri nella routine e sia parte di essa; perchè poteva andare peggio, perchè ormai siamo arrivati fin qua e tornare indietro sembra stupido. O no? 
Rinchiusi nella bolla, una felicità da quattro soldi non dissimile da quella del vitello al pascolo, che alza il muso umido al primo sole. E' felice anche lui: chissà, forse sente l'umidità della notte allontanarsi, forse ora si alzerà e brucherà stancamente un po' d'erbetta; negli occhi acquosi nessun sogno e nessun futuro, nessun pensiero preciso oltre l'attimo; e quando si accorgerà che da dietro un pino lo stiamo osservando, ecco in fondo allo sguardo un guizzo di paura, nero, ancestrale, universale, senza scampo. Basta così poco per mandare all'aria un poco di felicità. Ma noi siamo ben più organizzati. 
Ognuno sceglie con cura la propria prigione. Si guarderà il colore degli occhi, forse il portamento, si verificherà una qualche rispondenza al piacere individuale. Si sceglieranno con cura le cose da dire, le parole, un posto nel mondo, si penserà che non è bello star da soli, che forse è tempo di metter su famiglia: altre sbarre, una dopo l'altra, invisibili, sicure, amiche. Ci si sentirà infine rasserenati, la luce del mondo là fuori sarà un poco smorzata, eppure resterà sempre vera, non è così? 
Le possibilità sono infinite, ma quelle vicine a noi, quelle probabili, sono un numero preciso, calcolabile; ognuna di quelle possibiità è uno sguardo che sorride nella notte, un terremoto che scuote la gabbia, la visione istantanea, terribile, accecante, di una vita senza legami; una vaga immagine, del tutto inventata, indefinita come in un sogno, di quel che potrebbe essere, che è ciò per cui a volte si è provata una nostalgia strana, senza oggetto preciso, ugualmente dolorosa; il dolore è reale, è come una ferita aperta, ma il suo oggetto è qualcosa che non esiste. 
Che cos'è che così fortemente mi manca? Che cosa mi è stato strappato una volta per sempre, lasciandomi qui in perenne ricerca? Guardare verso la valle mentre le nuvole se ne vanno, osservare i vapori bianchi salire nell'azzurro,  campi lontani in rettangoli ordinati; tutte cose che mentre scorrono già mi mancano; odore di legna bruciata, di camini distanti, raggi di sole che sbucano da chissà dove tagliando l'aria. Un altro inverno anomalo, un altro anno che scorre, proprio ora, proprio qui, mentre lascio impronte incerte sulla poca neve. Sento una nostalgia potente e incancellabile per la nostra vita nelle sue possibilità intrinseche, inesplorate, fuori categoria. Già mi mancano tutte le persone che hanno scelto prigioni più anguste della mia. Già mi mancano quelle che hanno preso altre strade. Mi mancano addirittura, in momenti di sconforto, quelle strade che io stessa non ho preso, la cui ombra continua a vivere da qualche parte, luoghi in cui io stessa forse continuo a vivere, in uno dei tanti mondi possibili che ogni nostra scelta e ogni bivio della vita produce.
Per cui scusami, scusami se sono un po' triste anche per te, che della tua prigione non sembri accorgerti. Io sento il peso della mia, e faccio di tutto per renderla più ampia, per illudermi che non ci sia. Cerco di vivere allungando le braccia fuori dalle sbarre, cerco di sfiorarti e portarti verso di me. Ma in fondo, forse, si tratterebbe solo di portarti inun'altra gabbia. Può darsi, forse, che tu stia bene nella tua, che noi tutti stiamo bene nelle nostre, un po' come il vitellino stava bene sul suo prato finchè non ha scorto qualcuno che l'osservava da lontano. 
Del resto è il nostro stesso sguardo la prigione più grande, non è così?

Monday, December 28

Veni Vidi Vici







Vedo l'esistenza nelle sue più minime determinazioni. La vita come può essere, come forse sarà, oppure come non sarà mai.
Non è forse questo a portare alla disperazione?
Sapere già come andrà a finire. Sapere in partenza di non poter trovare le parole. La rabbia che divora tutto. Capisco solo ora che cos'è davvero la furia cieca. Già il mio corpo non risponde più, non vuole saperne, si contorce in un odio senza direzione. Non sa risolversi. Come potrebbe?
La mia mente ormai è fissata, dovrò dirtelo, prima o poi dovrò confessare tutto. La rabbia, la rabbia che tutto trascina con sé è energia che sgorga da chissà dove, energia che toglie altra energia per il resto. Da dove arriva questa maledetta agitazione? Dal confronto, dal continuo pensare agli altri, che è un continuo pensare a se stessi. Vorrei essere un sasso del fiume su cui l'acqua di anni e secoli scorre senza traccia. Sono invece una foglia nell'aria della sera, il profilo nero, nitido e perfetto delle montagne non fa che peggiorare le cose; l'orizzonte ancora chiaro, azzurrino, mille colori diversi in una luce perfetta, attirano e respingono la mia mente stanca.
Sono molte cose assieme, oggi.
La rabbia vuole qualcosa di me, un pezzo da portarsi via, scappo sempre più in alto sperando nella catarsi, lei mi raggiunge, fuggo di nuovo. E di tutta la mia fuga, non ti è dato sapere nulla. Chissà poi quanto potrebbe interessarti. Ecco, altra rabbia a questo pensiero. Altra rabbia sapendo che è inutile. Altra ancora scrivendo queste parole, insensate tranne che per me. Ma io, tu, noi, cosa siamo? Sassi del fiume in attesa di una piena? Seguiamo il corso delle cose e della vita come fosse un corso naturale, semplice, già inscritto in regole archetipiche e originarie? E perché mai dovremmo?
Una notte, quella notte, forse un po' prima, ti confesserò tutto. Non mi interessano né Io né Tu, perché se vuoi saperlo lo e Tu non esistono.
Non esiste nulla, se non quello che noi vediamo e vogliamo vedere, ma a te questi discorsi sembrano un delirio, non è così?
Eppure qualcuno fuggirà, qualcuno dovrà fuggire nella notte in cui voglio dire la verità, e smetterla di far finta; non è colpa mia se non sono un sasso del fiume, un ramoscello nel vento, non è colpa mia se non mi piace seguire il corso delle cose come fosse physis, natura cieca e senza scampo. Dal momento che ci è possibile scegliere, tanto vale farlo.
Chissà, chissà in quella notte chi fuggirà via.
Chissà chi di noi rimarrà confuso, a guardare Orione che silenzioso, luminoso, lento, attraversa inesorabile il freddo cielo invernale.

Saturday, October 17

13 ottobre



Non ti rendi conto
Le tue parole nella notte
Sono di troppo
Ogni cosa è di troppo
Il tuo sguardo, occhi, sorrisi
Ti avvicini ma chi può sapere in che cosa questa sera è tanto diversa da quell'altra
Chi mai può indovinare
Da che momento in poi l'una può trasformarsi nell'altra
Confondersi
E dove c'è confusione c'è spazio perché le cose accadano
In un arco di tempo come questo
Poche ore in una sera
Può succedere di tutto
È in effetti successo di tutto
E nessuno sembra saperne niente
Anche noi
Ce ne siamo dimenticati
Ma a volte da certi sguardi pare di no
E la confusione sembra sul punto di ritornare
Per un po' prego che torni a inghiottirci
Quando poi non accade nulla
Sto peggio di prima



Friday, July 17

matrimonio



Parlano di smettere di fumare. Nel frattempo, poco più in là, stanno fotografando gli sposi davanti alla piscina. Ci sarà un album immagino, lo si tirerà fuori in qualche distratta occasione per rievocare quel giorno. Sarà passato del tempo, ma i riflessi della piscina nella sera di luglio saranno rimasti intatti. Eccoli che ti guardano, e assai beffardi brillano ancora. In quel giorno e in quell'album figurerò anch'io, da qualche parte. La mia presenza sarà nell'aria, nell'atmosfera, e lo stesso per ogni invitato. Ma per ora io sono altrove.
Gli altri sembrano invece molto presenti. Molto intenti a mostrare una certa coerenza nel loro essere: nelle movenze, nelle parole e nei gesti. 

Anche io sembro coerente. Poi a tratti mi estraneo. Cerco luoghi solitari. Scorgo molti metri di balaustra liberi dalla gente e vado ad appoggiarmici stancamente, e guardo l'acqua azzurra della piscina farsi più scura, immagino un tuffo, le sdraio stanno ordinatamente ripiegate su se stesse e solo per gli sposi ne è stata aperta una, dove ora siede la sposa e il suo abito con dietro il fotografo e lo sposo che si è tolto la giacca e la tiene sulla spalla, sono molto ordinati, specialmente nello sposo non c'è traccia dell'imminente sbragamento che seguirà la cena, la cravatta è ancora al collo e la camicia liscia e pulita. La sposa rimarrà invece sempre perfetta, sempre in ordine e senza una grinza, ma del resto lei ha un vestito che sembra una caramella, tutto intero, senza alcun pezzo che possa togliersi o smontarsi. Come sarà domani? Sarà dura tornare, dopo tutta questa perfezione, alle normali giornate in tuta davanti alla tele?
E per me, ci sarà mai qualcosa di simile? Riuscirò mai a considerare un giorno o un evento così importante da chiamare tutti a raccolta, tutti intorno a me? Ma poi tutti chi?
Per adesso, in ogni caso, ho problemi molto meno gravi. Appoggiata alla balaustra, con gli occhi persi nell'acqua della piscina, sto sperando in qualcuno che venga ad annunciarmi qualcosa. Che venga a consolarmi, o almeno a salvarmi da queste distruttive divagazioni. Come mai dalla montagna non ho mai visto la piscina?
Nessuno sta pensando a questa cosa, ora. Ci sono cose ben più interessanti da fare e da pensare. Molti panini al latte ripieni di un velo di burro e una fettina di prosciutto stanno ordinati su un tavolo immenso. Molte possibilità stanno, esattamente come i panini, ordinate su un metaforico e immaginario tavolo davanti a cui io me ne sto immobile come se davanti vi fosse un vetro. Molti panini, lucidi, dorati al punto giusto, soffici e invitanti sembrano chiamarmi, sono altrettante possibilità, ma io niente, sono paralizzata e a tratti impaurita.
Come mai sto aspettando qualcuno? Quel qualcuno è tra i suddetti panini? E chi se li mangerà, i panini avanzati? Qualcuno se li porterà a casa, almeno spero. Di certo qualcuno si porterà a casa, tenendole per mano, le molte possibilità che io non ho saputo cogliere al volo. Al mondo è pieno di gente furba, più furba e più pronta di me. Al mondo è anche pieno di idioti, ma le vostre foto non sembrano recare traccia di questa stupidità, e anche tu non sembri accorgertene, anche tu in fondo come me potevi dare un segno, potevi indicare un panino, potevi puntarlo e poi agguantarlo, lì in mezzo a tanti, dolce, morbido, perfetto, e invece sei rimasto lì proprio come ho fatto io.
La verità è che oggi siamo qui per non pensare a dove andranno salatini, dolcetti, antipasti e panini, e nemmeno dobbiamo preoccuparci di quanti mangiarne e quanti lasciarne sui vassoi, e di quanto bere e di dove lasciare i bicchieri; e dunque ecco arrivare vassoi di ostriche trionfanti in mezzo a ghiaccio e spicchi di limone, chissà da quale mare sono state strappate per finire qui, ma non ne avanzerà nessuna, e poi ecco comparire verdure pastellate e olive ascolane e mozzarelline impanate, ma i panini stanno là e mi guardano, non è tempo di pensare a loro, oggi no, oggi è un giorno fatto apposta per non preoccuparsi di che fine faranno eventuali briciole e avanzi; oggi la regola dice di vestirsi bene e fare finta che non ci sia un domani.
Ma il domani è già ben presente nell'oggi, specialmente nei soggetti dissociati come me. Oggi io non ho smesso di essere più o meno come sono sempre.
Come mai chi vorrei qui non c'è?
Quanto tempo riuscirò a restare immobile a guardare i panini, le vite degli altri prendere direzioni forse definitive, l'acqua dolce e liscia della piscina increspata dalla brezza della sera, quanto tempo prima di saltare la balaustra che mi separa dall'acqua e ritrovarmi giù, ma tu dove sei, tu cosa fai, tu nemmeno sospetti forse che io stia dando fuori di matto, nemmeno sospetti di essere ormai dentro di me come presenza fissa, pressante, maledettamente dolorosa, e i miei tentativi di dire la verità, li hai notati? Ho visto le tue certezze vacillare, nella notte per una volta ti ho detto qualcosa di vero, i tuoi occhi erano gli stessi di quella sera nella luce arancio dei lampioni, non ho avuto paura, ho cercato di mantenere una coerenza mentale e di tenere il mio Io protetto dalla sofferenza, ho cercato di farti arrivare un po' di verità in mezzo a silenzi e frasi confuse e inutili, chissà, chissà se hai capito.
Spero di sì, guardo gli sposi camminare lievi a bordo vasca, vedo gli altri invitati chiacchierare amabilmente, ridere. Mi vedo poco interessata alle vite degli altri, almeno in questo momento.
Da lontano qualcuno mi fa cenni. Sorride. Sembra chiamarmi. Sorrido. In effetti sembro perfettamente a mio agio.
Quando arriverà la prossima crisi?

Sunday, June 14

epiphanies



Molte primavere sono state così. Ma l’estate? L’estate non doveva essere così. L’estate non doveva nascondere questa debolezza assoluta. Non doveva portare la strana ebbrezza del nuovo? Da quant’è che non senti il nuovo entrare sotto la pelle, avvolgerti nella confusione, farti perdere la strada battuta verso nuove vie, luminose, deserte, mai percorse, pulite?

Io pensavo…io penso sempre troppo. Talmente tanto che poi per lunghi momenti, direi periodi, il cervello si spegne, per evitare un surriscaldamento, per evitare cortocircuiti. Una forma di sicurezza quanto mai necessaria. È tutto previsto, vedi? Molti giorni con la testa vuota, completamente. A chiedersi gli altri cosa fanno, cosa faranno, quante strade da percorrere attendono e per quanto attenderanno. Poi invece le cose riprendono la loro abituale forma, le sequenze di pensieri recuperano un ordine; allora tutto questo pensare torna assurdo, irrazionale; le strade da percorrere che ti attendono? E dove sarebbero? Esiste forse un limbo con le vie non prese, dove le scelte non fatte sopravvivono e formano una storia, il mondo delle alternative, esiste davvero? E quanti di questi mondi diversi dovrebbero esserci, se per ogni scelta possibile se ne generasse uno?
Devo tornare alla filosofia. Sento che intorno a me tutto è orribilmente superficiale. Tutto quello che leggo lo dimentico. Ricordo solo delle sensazioni potenti, che mi si stampano addosso, a volte anche le parole di qualcuno, a volte ricordo una situazione con precisione matematica. A volte ricordo anche l’esatta configurazione del mio pensiero quando affronto qualcosa. Ricordo come mi sono sentita, e riconosco l’arrivo di una crisi, o di un’illuminazione, l’arrivo di un’epiphany che mi si stamperà in testa e che presto tornerà in altre forme. Ma la mente comanda tutto. La mia mente è piena di maledetti mattoncini in posizioni insensate.

Sono come una stanza in cui è esplosa una valigia, e i vestiti stanno sparsi dappertutto, alcuni nella polvere, alcuni sul tavolo, in terra, tra le carte. Forse è esplosa anche la cartelletta dei documenti, i quaderni di scuola, le audiocassette del libro di inglese delle elementari, pagelle di scuola, ottimo distinto buono sufficiente, i disegni, dio i disegni li avevo scordati: ore di scuola passati a disegnare con la testa china sul foglio mentre la prof spiegava, il piacere di vedere le linee nuove uscire dalla matita, danzare sul foglio; in questa stanza confusa è esplosa la cartella di scuola, lo zaino che usavo all’università, fogli di appunti di filosofia, altri disegni, fogli bianchi e inchiostro blu, relativamente ordinato, kant con testo a fronte e appunti a matita a lato, la natura razionale esiste come fine in sé, la natura è teleologica, e poi ecco gli appunti di logica, gli appunti su Freud (la fase in cui l’Ideale dell’Io si stacca è dolorosa, perché quello continua a umiliare l’Io e a far notare la differenza con la perfezione ideale), quanta verità celata in questi fogli, quanta salvezza se ne sta in attesa di essere sfruttata, ma altra confusione nella stanza non mi permette di concentrarmi. I mondi possibili non esistono, esistono solo nella mia mente nel momento in cui decido di farli esistere, per potermi tormentare come accadeva fino a pochi anni fa. Allora le scelte non fatte mi perseguitavano. Le possibilità mancate continuavano a vivere nella mia testa, e con dovizia di dettagli; ma non è bene parlare di questo. La fase è stata quasi del tutto superata, forse anche grazie a quei lunghi momenti di letargo in cui il cervello periodicamente cade, per salvarsi dall’orrore della ripetizione, per non vedere l’eterno ritorno delle cose già viste. Tutte cose già fatte, come alzarsi la mattina mettere in terra i piedi respirare fare pipì lavare la faccia acqua fredda occhi impastati sensazione orribile di debolezza sensazione di già visto pensiero ridicolo che dice che questo giorno è nuovo, questo giorno è uno in più, questo giorno non è stato mai vissuto da nessuno, non ancora, eppure sappiamo bene come andrà a finire, se tutto va bene si intende, e poi un giorno (quanto lontano?) ci sarà un giorno nuovo che sarà l’ultimo (è tanto lontano! O forse no. Ma è inconoscibile, per ora, e questo è abbastanza) e chissà, ci saremo alzati con lo stesso strano pensiero, lavati la faccia e fatto pipì, ma nessuno può sapere queste cose, per cui è anche inutile parlarne, ed è egualmente inutile esserne spaventati.
Nel frattempo attendo con ansia messaggi. Segni di vita. Qualcuno che indichi una direzione.
Ecco, qualcuno si avvicina. È gentile. Io no. Lo allontano malamente; perché non sei tu. Non lo sopporto, non sopporto nessuno, mi danno fastidio gli sguardi che pure avevo desiderato. I gesti, gli occhi, la voce, non li conosco. Non sono i tuoi. Ad aspettarmi, fuori, nella sera, con l’eco della musica lontana, non ci sei tu.

E allora la felicità, quella che è tutt’uno con il nuovo, dov’è? Quella della notte d’estate, ancora bagnata di pioggia, tiepida, infinita, con i tuoi occhi vispi nel buio, guizzanti mentre mi prendi per mano e andiamo via; questa felicità dov’è? Credo di averla intravista in un bar mentre tornavo a casa stasera. Era là con altra gente, persone che si muovono come marionette, sorrisi smorfie schizofrenie braccia che fremono e drink sul tavolo; parlano ma sono burattini muti per me che sto dietro al finestrino dell’auto e per stasera sono salva. Non so se quel che ho visto e provato fosse vera felicità o soltanto sottile piacere di starsene tranquilla a guardare gli altri da fuori, senza pericolo, e non doversi esporre né render conto a nessuno: felicità a buon mercato. Probabilmente era nostalgia per una serata persa, identica a una delle tante sere perse nella mia adolescenza, una serata in cui avrei potuto conoscere il nuovo, che cerco disperatamente, mentre invece sono rimasta a guardarlo passare.

Il mare dietro di voi è grigio, è verde, c’è il sole ma l’acqua sembra sporca, la felicità non vi manca, la felicità non vi manca, il sole bacia i belli dicono, dicono così tante cose, che sera assurda, da un palco lontano sempre la stessa musica e le parole di un’improvvisato speaker distorte dalla distanza, si perdono nella notte, la canzone è allegra (everybody need somebody), tutto questo fa un po’ ridere non è così? Sembrate felici. Ma io cerco sempre le crepe nella realtà, cerco il punto da cui il disastro inizierà, lento, vittorioso, una vita intera raccolta e riassunta in una bolla di sapone color arcobaleno, la tua e la mia e la nostra esistenza sta lì dentro mentre noi la pensiamo infinita e ci preoccupiamo del domani, la bolla dura un attimo e si libra nell’aria leggera rincorsa dai bambini, è una festa di compleanno, dev’essere il ’95, a bologna, una villa sui colli, verde e alberi e portici color ocra e rosso e grandi gazebo con sotto tavoli con sopra dolcetti e poi giochi gonfiabili che i padroni di casa avevano affittato e forse una piscina fuori terra, enorme, il cielo alto, infinito, la vita non è una bolla ma una cosa indefinita ed enorme, senza determinazione oltre l’oggi, senza significato oltre l’istante, oltre l’attesa della torta, del gioco, della mamma che assieme alle altre mamme attende poco lontano, e non ci lascerà mai.

Serata tranquilla, profumo di fiori, come quelli dell’estate della maturità, era luglio e io studiavo e non capivo e solo adesso capisco ed evidentemente è tardi, ma è così per tutti, è così sempre, non ne va mai bene una e dev’essere proprio una certa forma mentis a creare questi disguidi, la notte prima degli esami di maturità non successe nulla di particolare ma ricordo che asfaltavano la strada, tempismo perfetto complimenti, bip bip bip vrrrrrrrr stop bip bip bip eccetera eccetera e altri rumori simili e un caldo esagerato e una puzza di asfalto e gas di scarico, ma sono sopravvissuta, ricordo anche il corridoio lunghissimo e bianco e una leggera corrente d’aria calda tra le teste chine dei miei compagni in lunga fila davanti a me e la non voglia assoluta di stare seduta così tante ore e poi minuti interi a guardare il soffitto le finestre chiuse i professori che camminano lenti lungo i banchi e l’eco dei loro passi cik cik scalpiccio rimbomba nel corridoio sembrano agitati anche loro si sono vestiti bene ci sono i commissari esterni e loro devono essere pronti scattanti preparati puliti e profumati e far vedere che i loro ragazzi non sono delle capre e qualcosa hanno fatto anche se il programma di matematica non era finito ma la prof ha scritto tutto anche le cose che non avevamo fatto e che per fortuna non ci hanno chiesto, ricordo di aver pensato che non li avrei visti più, ricordo che è stata una sensazione strana, un sollievo non del tutto gioioso. 
Ma rieccoci di nuovo qua, anni dopo (pensa un po’ come passano veloce), la sera procede, procederà oltre, ingranaggi ridicoli, pedine ridicole, stiamo giocando e tu non ci sei, ti cerco e tu non ci sei, dovrei impegnarmi di più, dovrei inseguire i sogni con più entusiasmo mentre guarda, basta una giornata no a buttarmi a terra, dopo tutta la fatica per arrivare qui, proprio tu, proprio io, la stanza fluttua nel nulla, quando ho strappato dai muri fotografie e poster del passato mi son sentita meglio, il muro sotto era più bianco e foto e fogli e poster hanno lasciato un’ombra, stencil grigiastri, quadri vuoti, si è anche staccato un po’ di intonaco e il muro sotto era blu scuro, qualcun altro evidentemente stava nella mia stanza prima di me e il bianco non gli piaceva, chissà che tavolo aveva, chissà che cosa faceva, chissà se guardava dalla finestra come me e chissà se gli sarà mai esplosa una valigia nella stanza sparpagliando vestiti ricordi sensazioni racconti in ogni angolo. Ma su questo nessuno saprà mai la verità, e poi forse questo genere di cose succedono solo a me.

Saturday, June 6

basta



Basta con le assurdità. Le cose invecchiano troppo presto. Anche noi siamo francamente ridicoli.

Ero stata ad aspettarti e sei fuggita. Che modi strambi.

Ce la farò, a non uccidere qualcuno nei prossimi giorni e tempi? Ce la farò, a confessare la verità e gettare tutti nello scompiglio? Eppure è quasi bello guardarvi dormire, quasi mi dispiace turbare il vostro sonno; ma la mia esistenza esige ordine, le cose irrisolte che stanno da qualche parte hanno bisogno di essere spostate, stanno nel mezzo, sono fuoriposto come un divano incastrato in una scala, come quello di tanti anni fa che ci era sfuggito di mano. Un piccolo problema di presa, succede, avevamo tredici anni e il divano infranse la porta a vetri in fondo alle scale, ma l'albergo era abbandonato e il divano rimase lì. Allo stesso modo rimangono nel mezzo quegli eventi passati e ormai inutili a cui non pensavo da tempo e che all'improvviso saltan fuori dal buio. 

Colpa tua. No, colpa mia. Colpa di tutti e due o di non si sa chi. In ogni caso quelle cose stanno ora nel mezzo e io devo levarle. Potreste anche toglierle voi; potresti toglierti anche tu di mezzo e smetterla di ballettarmi davanti, anzi potresti dirmi la verità, potresti, ti prego di dirmi qualcosa, a voce o per lettera; ma forse, penserai tu, avrei potuto farlo io e invece non ho fatto niente.

Ma insomma si sa.

Le cose sfuggono di mano, il tempo passa, e io sono notoriamente incapace di dare svolte alla mia vita al momento giusto.

Ma tu? Tu sei davvero certo di quel che stai facendo? Qualcuno mi fermi perché sto per esplodere.

Un merlo zampetta nel prato davanti a me. Come fa a sapere che là sotto c'è un verme? Come diavolo fa a non sbagliare? Perché non sono stata programmata così bene come un merlo, in modo da sapere sempre esattamente cosa fare? Eccolo che becca il prato con inaudita violenza. La cena è servita. Ammazza senza particolare fretta un maggiolino. Lui alza le zampe in aria come per arrendersi, il cielo è blu, rondini gridano come pazze, temperatura 16 gradi, ultimi istanti di una piccola vita nella calma sera di maggio.

Sbrighiamoci a tirar fuori la verità, perché io sto degenerando.

Crack. Il maggiolino trafitto è portato via in volo, nella sera tiepida. Terminerà la sua agonia altrove. Altri rumori? Cip cip. Uccellini che cenano attraversando nuvolette di insetti. Ognuno ha il suo compito, ognuno la sua funzione, ognuno la sua meravigliosa e splendente casella in cui rientrare ed essere così cittadino del mondo a tutti gli effetti. Una sera di maggio fatta di categorie.

Anche le lumache staranno strisciando fuori da sotto i sassi, e nell'umidità della notte andranno verso l'insalatina tenera, ma tu KK non ce l'hai fatta a farla fuori quella sera in cui hai incrociato il suo piccolo sguardo fatto di antennine mobili. Lei ti guardava come stupita, in attesa, allora hai sentito l'essenza del tuo potere verso di lei e poi l'hai visto propagarsi al resto del mondo di cui secondo la legge del più forte puoi disporre, formiche, lucertole, animaletti vari che potrebbero cadere nelle tue mani ed essere facilmente e senza apparente colpa eliminati; ed eccola l'essenza del potere e della violenza, quella che sta dietro alla cattiveria dei bambini, ma mentre pensavi tutto questo la lumachina ti osservava attenta, interessata, infinitamente ingenua e innocente, stava protesa fuori dal guscio e da te si aspettava qualcosa, e tu eri così debole quella sera, così sconvolta da tutto, ci mancava solo un esserino morbido e viscido e senza colpa. L'hai afferrata delicatamente e lanciata nella siepe della vicina, sperando così di lasciare aperto il suo destino, evitando così di fare scelte scomode, che già ce ne sono tante, e la sera è così stanca, maggio è così pieno di possibilità, i km di oggi non sono stati abbastanza per spegnermi il cervello, ho ancora energie, nella notte ti vorrei cercare, nella notte vorrei farti mio, nella notte vorrei che le cose fossero semplici, non vorrei davvero far male a nessuno ma la verità non può restare senza conseguenze, vorrei delle risposte ma non ho il coraggio di domandare, ed è tutto assurdo, senza quelle risposte in effetti nulla mi interessa, se mi distruggo di fatica è solo perché l'assenza di risposte sia più gestibile e meno dolorosa, se cerco di stancarmi e di esaurire le forze è solo per non pensare a come sarebbe se, perché quando lo penso è finita, la felicità possibile è troppo luminosa e accecante, tutto il resto è a confronto inutile attesa annoiata, vita senza particolare senso. In questi casi sarebbe utile essere invisibile. O essere un animaletto che vaga nella sera, programmato per fare il suo dovere e nient'altro, in attesa che qualcuno più forte e più potente dia una svolta alla sua piccola esistenza. Una svolta qualunque.

Wednesday, May 20

prigioni




Certi giorni mi sento bene. Rispetto a me, agli altri, e alle cose in generale. Mi guardo intorno e non ho nulla da chiedere. Certi giorni ho la sensazione potente e incancellabile di essere libera. Che le mie azioni verso di te, e verso di me, e le cose che voglio e vorrei, siano chiare come non mai.
Ma ognuno costruisce intorno a sè delle prigioni. E con la prigione intorno ce ne andiamo in giro, pensando che i nostri atti siano pienamente nostri, e che i nostri pensieri e la nostra mente siano liberi.
Forse è meglio non chiamare, chissà cosa penserà.
Forse è meglio non dir niente, altrimenti chissà.
Ognuno è circondato dalla gabbia della propria visione del mondo e dei rapporti con gli altri, e da quella delle categorie con cui ogni giorno ordinare un'esperienza che è sfuggente, mutevole, a tratti dolorosa.
Ognuno ha, per le proprie prigioni, un attaccamento ancestrale e profondo, inconscio, naturale solo in quanto autoconservativo; irrazionale quanto a esiti concreti.
Non le vedi, le sbarre invisibili? È accaduto tante di quelle volte, ricordi? Un tempo la prigione era molto più ampia intorno a te, le persone ti sfioravano appena, tu ti facevi avvicinare a fatica. Anche oggi accade: sorridi nella notte senza saper cosa dire. Abbassi gli occhi per non saper cosa fare. Ti appoggi alle sbarre e aspetti, mentre la folla intorno a te si muove, ognuna con la sua personale prigione.
Molte volte hai allungato le braccia e molte volte hai sfiorato mani protese verso di te, e hai pensato che la gabbia non ci fosse più. Ma lei c’è sempre, intorno a te, dentro di te, forse è una cosa sola col tuo essere, con la tua esistenza nel mondo. Immagino che ci sia molto da filtrare, nella faticosa esperienza dei rapporti con gli altri, e molto da cui difendersi. È necessario trovare un modo per non essere del tutto permeabili a quel che ci accade intorno, e alla potenziale sofferenza che sta dietro ogni contatto. La gabbia reclama uno statuto di utilità pubblica.
Così, accade che ci sono tante cose che ci precludiamo da soli, senza nemmeno bisogno che a farlo sia il caso.

D’altronde le sbarre sono un’interessante e comoda prospettiva, da cui guardare la propria e l’altrui vita, in attesa di qualcosa. 
Invece a volte salti fuori all’improvviso, dalla gabbia invisibile, o almeno così ti pare (in realtà lei se ne sta adagiata intorno a te come fosse un vestito comodo) e allora quella nuova libertà sembra addirittura irreale. Pensi che durerà per sempre perché dalle conquiste e dalle scoperte non si torna indietro uguali.
Ma qualche tempo dopo, in una sera autunnale fin troppo tranquilla, ti ritrovi di nuovo appoggiata alle sbarre, a guardare verso un fuori del tutto indefinito di cui non sai nulla tranne che non è il dentro dove ti trovi adesso. 
Fa buio presto e questa è una cosa che non ti piace. 
I giorni passano velocissimi e sono anche belli e intensi, ma a volte nemmeno questo ti piace. 
Vorresti saltar fuori di nuovo, ma forse non è il momento.

Tuesday, April 21

agio



Di solito tendo a far sentire le persone a proprio agio. Anche quando i miei sentimenti sono contrastanti. Cerco di non suscitare timore. Ma forse sbaglio. Forse dovrei fregarmene. Forse non ne vale la pena.

Questi erano i pensieri di KK, mentre un poco brilla accompagnava in bagno uno dei tanti soggetti verso cui nutriva sentimenti contrastanti. Non le era simpatica, ma nemmeno riusciva a odiarla. Forse vedeva in lei qualcosa di sè, forse qualcosa del passato; o forse, più semplicemente, non aveva voglia di combattere su nessun fronte.
Può darsi che di combattere non ne valga la pena, proprio come non vale la pena odiare. Quel che resta, quel che faticosamente accade, è KK che apparentemente tranquilla accompagna, rassicura, parla, con qualcuno di cui non dovrebbe importarle nulla, che forse preferirebbe non vedere, e con cui davvero preferirebbe non parlare.
Ma che fare? KK è così. Vagheggia vendette ma non ne attua nessuna. Legge negli altri paura e insicurezza e non può nemmeno pensare di approfittarne.
KK cerca sempre, anche inconsciamente, di allontanare dalle persone il disagio e la paura.
Se ne sta ora fuori dalla porta, intorno la festa sotto i tendoni procede tra odori di costine e altro, la notte è fresca e KK in un attimo di lucidità si chiede come diavolo possa convivere in lei una tale dissociazione. Immagina che ci sia qualcuno, che vive nella sua testa ma sta sempre in silenzio, che un giorno urlerà a squarciagola quel che non vuole più vedere. Ma prima che quel giorno arrivi, KK avrà aspettato tanto tempo fuori da una porta come sta facendo adesso, un poco brilla, un poco euforica e vagamente triste per il destino maledetto degli affari del mondo e delle persone, tentando in tutti i modi di eliminare il disagio. Chiedendosi perché mai non è nata un po’ più cattiva, furba, magari un po’ falsa, per evitare di trovarsi, come ora, in estenuanti dispute morali interiori. In modo da evitare quei conflitti sulle massime dell’agire che popolano e complicano la sua vita sociale, tanto più che la maggior parte delle persone nemmeno sa dargli un nome, a questi conflitti.
Nonostante ciò, e nonostante le situazioni in cui si caccia le appaiano assai ridicole, KK persiste. È un animale scatenato lanciato sulla via della razionalità, illuminato e fiducioso nella possibilità che la ragione possa mettere a posto ogni cosa. Ovviamente si sbaglia, e c’è un muro invisibile ma impenetrabile che l’attende in fondo alla strada.


Non essere infantile, KK. Son cose che succedono. In fondo ti sei solo invaghita del suo amico. Insomma è roba già sentita. Innamorata mi sembra esagerato. O mi sbaglio? Eppure ti vedo piuttosto sconvolta. Indecisa come sempre. L’indecisione ti ucciderà poco a poco, cara KK. Devi imparare a superarla. Farò una digressione, ma lascia che ti spieghi. Quel che ti appare ogni giorno davanti agli occhi è una cosa enorme che occupa prepotentemente tutta la visuale: la tua vita. Il tuo SGUARDO. Ma per quanto quel che hai davanti agli occhi, quel che appare e scompare nel tuo campo visivo, sembri gigantesco, soverchiante, in una parola, totalizzante, non devi farti prendere dal panico. E nemmeno da forme di egoismo autodistruttivo. Tutte le persone intorno a te hanno lo stesso problema. Hanno un solo campo visivo, che si apre al mattino e alla sera si richiude per poche ore, e anch’esso è del tutto simile al tuo. Sai perché? Perché è PIENO. Il tuo sguardo è PIENO della tua vita fino a scoppiare. Ogni sguardo è così. Il tuo, il loro, il NOSTRO sguardo è tutt’uno col nostro occhio e con la nostra vita, che così diviene improvvisamente importante, centrale, come se apparisse nella TV durante un pigro zapping serale. Mentre è ovvio che la nostra esistenza non è altro che una delle tante, e lo stesso i nostri sguardi, e ciò che davvero ESISTE è l’incontro casuale, continuo di tanti sguardi, del tutto inconsapevoli gli uni degli altri, e inconsapevoli di se stessi, ognuno portatore di mille visioni diverse di mondo, anzi: ognuno col proprio personale mondo costruito dal proprio personale sguardo. Questo è chiaramente un problema. Questo è il motivo per cui l’uomo non è un animale naturalmente sociale. Lo è, certo, ma con notevoli incidenti. Bisogna distinguere il piano normativo da quello descrittivo, cara la mia filosofa KK. Questo è anche il motivo per cui noi non siamo mai del tutto liberi dalla nostra infanzia. Di essa conserviamo lo stesso sguardo sul mondo che ci porterà alle piccole grandi catastrofi della nostra vita adulta. Lo stesso sguardo che vede quel che appare davanti agli occhi come totalizzante, ovvero come l’unica realtà che davvero possa e debba interessarci, trasforma uno scorrere di eventi, persone e atti senza scopo preciso in cose che ci riguardano, in STORIA, cioè PROGETTI, ACCUSE, ATTACCHI, PAURE. 
Niente di più lontano dal vero. 
La verità di quello scorrere è inconoscibile. 
Ma non per questo quel che appare nel nostro personale spazio visivo deve per forza riguardarci e vederci protagonisti. Non per forza quel Tutto così bello e pieno che il nostro sguardo coglie è davvero la verità di quel che c’è da vedere. Lo sguardo è per sua natura parziale, KK. Lo sguardo da nessun luogo è un’idea meravigliosa e poco praticabile. Lo si può ampliare, come fa l’antropologo. Ma è così difficile, liberarsi dall’ombra totalizzante che si allunga su tutto quel che ci accade. E così avviene con te ora, KK. Che sarà mai? Tutto questo trambusto per che cosa? Un amore passeggero, un altro. Fatti, eventi, parole e persone che diventano gigantesche sotto la lente del tuo sguardo parziale, di fronte ai tuoi occhi desiderosi di trovare un senso, di fuggire a tutti i costi l’assurdo, di costruire una storia che tu possa raccontarti senza dubbi né paure. Ma forse mi sbaglio. Forse la mia è cinica razionalità. Anche tu sei fredda e razionale, ma certe volte non basta. Ti sei innamorata di lui, non è vero? Lo sei ancora? Stai lentamente dimenticando, KK, lo so, stai cercando in tutti i modi di rendere il tuo sguardo più ampio, aperto, meno drammatico e totale. Costruisci nuove storie che rinegoziano sempre di nuovo i significati delle cose passate. Ma qualcosa è accaduto. Niente di grave. Ma qualcosa dentro di te è cambiato per sempre.



Saturday, January 3

ventitré



Povera piccola. Lui ti ha deluso, non è così? 
Ultimamente dormo in un sacco a pelo per abituarmi all'assenza e ai futuri spostamenti. Dovresti farlo anche tu.
Ora ne parli disinvolta e divertita, ma come potevi sapere di lei? Non guardare me: nemmeno io ne sapevo nulla. Un piccolo pezzo di mondo, il tuo, è scosso d'improvviso e dalle fondamenta, e non ci sei abituata. Vorrei poterti aiutare...vorrei volerti aiutare...ma non è così. La mia naturale disposizione a mettere le persone a proprio agio si sta ingolfando. Quando è troppo è troppo. Non ho più intenzione di ascoltare le vostre storie piagnucolose, e far finta che mi interessino, e cercare per voi soluzioni. Il mio tempo è prezioso. Un egoismo ancestrale avanza a passo trionfante spazzando via le questue inutili di chi non merita le mie attenzioni. Bisogna saper scegliere. La terra non perdona nessuno, e per quanto si auspichi che essa sia lieve, la verità è che non lo è mai veramente. La terra è scura, umida e soffocante. La vita è breve e io fatico a fermare gli attimi di questa corsa maledetta. Per cui mi dispiace, lui ti ha tradita, ma che vuoi farci? Io non ho soluzioni per te. Molti giorni di liceo polverosi, lenti, grigi, sono stati usati per cercare soluzioni a problemi come il tuo, ma allora sembrava tutto così enorme; in attimi di pausa pranzo con la scuola deserta ogni nostro sguardo e ogni sentimento era dotato di forza soverchiante, tragica e senza redenzione come solo un giorno dell'adolescenza sa essere.
E ora tu vorresti stabilire un contatto, venirmi accanto e metterti alla pari, vorresti una qualche fratellanza senza sapere quel che io so, quel che io e lui sappiamo e che tu e il resto del mondo ignorate, davvero vorresti questo?
Mi dispiace davvero, ma è finito il tempo per avere una qualche pietà di voi. Io aiuto chi si offre a me con animo puro. Senza paura e senza certezze. La notte è nera e molti sono in cerca. Ho avuto i miei momenti di buio totale e con le mie gambe ne sono uscita. Non ricordo vi fossero braccia tese da afferrare per uscire più in fretta. Ricordo una disperazione silenziosa, strisciante, senza parole e senza redenzione, una tristezza senza senso nè direzione. Sento ancora l'eco di risate lontane e ovattate, le vostre. Ricordo la sensazione, vivida e bruciante, di aver subito un tradimento ben più grave di tutti quelli che si sarebbero verificati dopo, l'archetipo, la matrice di ogni tradimento, anzi di ogni inganno. La psicanalisi ha detto: il mondo è quella cosa che a un certo punto mi delude.
Avvenne proprio così, come avviene alla fine di ogni infanzia. La vita che avrei voluto non era disponibile: e quella che avevo addosso, in cui mi muovevo goffa e ridicola, era l'unica vita possibile. Gli sguardi di disprezzo, le risate di scherno, odiose, assumevano i tipici tratti del destino immutabile.
Ma anche questo era falso. Passato il liceo ogni cosa ha ripreso le sue dimensioni normali. Non era falso in quel preciso momento: si è rivelato tale, nel tempo. La verità è sempre un disvelarsi: aletheia

La verità è un processo mai concluso. Oggi che so queste cose, solo oggi, la mia inquietudine ha un nome e ha una voce: eros, che ogni cosa manda avanti in movimento incessante.
Per cui, come vedi, qua non c'è nulla di definitivo. Si scoprono molte cose pur senza chiederle. Ma non pensare che voglia tranquillizzarti. Il mio lavoro di paladina degli afflitti è terminato stasera. L'ho deciso dopo un lungo tergiversare. Io e lui ci guardavamo negli occhi e la notte era perfetta e sembrava infinita. Sappi che io non ho pensato a te nemmeno per un secondo. Lui, non so. Neanche questo mi interessa. Sappi che ogni mia mossa d'ora in avanti sarà già vittoria. Attesa paziente senza un reale interesse. Guarderò ogni cosa da fuori senza che il mio pensiero se ne occupi. Oggi è il ventitré e un anno fa vagavo per le strade in attesa di una risposta.
In un anno ho imparato a dare nomi nuovi alla realtà che lenta si disvela. Ho imparato a convivere con sentimenti ambivalenti. Ogni anno è una scoperta. Ho raggiunto la cima del muro e la scala a questo punto non mi serve più, come Wittgenstein. Ma forse quello valeva solo a livello teorico. Un anno fa uscivo nella notte cercando disperatamente un segno. Non ero tanto diversa da un pazzo qualunque, che urla le sue pene ai prati e al cielo.
Pioveva, e lo ricordo come fosse ieri.
Poi è successo davvero di tutto.

Tuesday, September 30

perchè



Mi hai abbracciato e non so il perché. Tu non lo sai, ma io di ogni gesto mi chiedo la ragione. Suppongo che in ogni gesto si possa leggere qualcosa, e la mia mente continua a cercare anche mentre io apparentemente penso ad altro.
Così nascono i sogni strani che mi capitano in questo periodo.
Io ti cerco, ti prendo il viso tra le mani e vorrei farti mio; tu sorridi e sembri cedere ma alla fine fuggi via. Immagino che tra noi sia successo proprio questo. C'era un vuoto e bisognava riempirlo. C'è stato un momento in cui le cose potevano essere perfette, se solo si avesse sempre il coraggio di fare le scelte giuste al momento giusto. Ma questo accade nel mondo ideale, quello dove noi ci raccontiamo l'ideale storia della nostra ideale vita, dove costruiamo immensi castelli fatti di categorie e di eventi possibili, a cui tutte le volte, inconsciamente, paragoniamo la nostra esistenza reale.
Nel mondo mio e tuo e di tutti gli altri, un anno fa, le cose sono andate in modo ben più confuso. La maggior parte di queste cose è accaduta in un luogo inaccessibile e a ben vedere inesistente, cioè la mia mente. Ho pensato e pensato e ragionato e calcolato all'inverosimile, mentre fuori accadevano cose, e più queste erano oscure e prive di dettagli più la mente lavorava per trovargli una collocazione nel castello di cui sopra.
La mia mania di mettere ordine non è servita a nulla. Tutto quel tempo a cercare di capire se non solo io ma anche tu avevi visto qualcosa, avevi sentito qualcosa, e poi in una sera e in una notte un fiume di risposte mi piombano addosso, ci piombano addosso, ma sono troppo concentrate, e così improvvise dopo tanto silenzio da sembrare irreali. Ci guardiamo nello specchio e tu mi dici qualcosa su di noi, su come potremmo essere. Ti guardo attraverso lo specchio, sorrido, e le persone fuori scompaiono. Poco dopo ce ne andiamo dalla confusione e nessuno vi fa caso.
Nel silenzio delle vie deserte, sotto le luci arancio dei lampioni, le risposte sono ora così chiare e abbaglianti da farmi quasi paura; ma tu sembri tranquillo, queste risposte che ora mi dai e che io do a te sono proibite, ma in questa notte in questo parcheggio non c'è nessuno, nessuno sembra conoscerci, le nostre storie fino qui sono come annullate, dimenticate, esiste solo l'attimo e in esso possiamo far finta che questa sia la nostra normalità, possiamo fingere di amarci da sempre, e fingere che quel che facciamo ora lo faremo anche domani e dopodomani, come in un gioco.
Per il tempo indefinito in cui durerà la nostra notte, quel che eravamo fino a ieri è sospeso, nel nostro attimo le identità si annullano, i significati si confondono, ed emerge una verità segreta ma potentissima perché a lungo nascosta e scacciata.
Ma la notte finisce, l'attimo se ne va, e ora io non so come devo guardarti perché non so se quel che è accaduto sia ancora una risposta valida, rappresenti ancora la verità di qualcosa. A tratti la vedo nei tuoi occhi, ma forse, di nuovo, è solo nella mia mente. Il più delle volte cerco di dimenticarmi per sempre la sensazione agrodolce di quell'attimo senza tempo e senza storia in cui ogni cosa era chiara e semplice e non aveva bisogno di essere pensata.
Ma di nuovo quella visione ritorna, ed è colpa tua che mi abbracci ridendo e colpa mia che ti stringo le mani e guardo i tuoi occhi, perché così facendo le risposte mi balenano di nuovo davanti improvvise e inafferrabili, la verità è di nuovo incerta, i sentimenti miei e tuoi confusi come non mai, e sembra che stiamo giocando sull'orlo del baratro pur sapendo che è un gioco destinato a finire. Ma io vorrei chiederti qualcosa, io vorrei capire, io voglio ancora quelle risposte che quella volta mi avevi dato candidamente, voglio quella verità racchiusa in un attimo fuori dal tempo.
Ma niente. È un pomeriggio di ottobre. Il sole se ne va lento e si adagia come una coltre tiepida su ogni cosa e su di noi, che stiamo appoggiati al balcone, vicini, e guardiamo il fiume scorrere placido in lontananza. Parliamo ma ogni cosa mi sembra irreale perché non contiene nessun indizio utile, e le mie parole mi sembrano inutili perché non vi è in esse alcuna domanda, e di conseguenza nessuna risposta. Un anno fa le cose sembravano più complicate, ma viste dalla prospettiva di oggi si tingono di una malinconia idilliaca. Ma l’esperienza insegna che accade sempre così.
A volte vorrei che il nostro gioco durasse in eterno, come la mia mente è abituata a pensarlo, come noi tutti siamo abituati a pensare le nostre simpatiche esistenze, mentre non è così: non vedi che d’un tratto tutto può piombare nel nulla, se dietro una curva un camion non ti vede, se quello nell’altra corsia si addormenta, oppure non si accorge che il semaforo è rosso, come nella canzone dei Beatles. E allora perché pensiamo sempre il nostro gioco come infinito,? Perché rimandiamo il momento di dire la verità pensando che quel momento esisterà sempre?

Thursday, June 19

december


Ricordi
Correvamo fianco a fianco
tu avevi quelle ciabatte di gomma
non sentivo alcuna fatica
Sorridevamo
Le persone intorno sembravano divertite
non capivano
erano da un’altra parte
La giornata stava finendo
una via in mezzo alla valle si sarebbe riempita di gente:
la notte era vicina
Ricordo
Di aver pensato che senso avesse
quella corsa
L’inverno era alle porte
Ma le mie gambe
andavano da sole
Pensare al passato
è sempre una cosa inutile
Ma tu
Stringevi la mia mano nella notte
Stampavi parole nella mia testa
mentre tutti erano soli.
Gesti normali ora mi perseguitano
Vorrei – mi vedo –
Camminare sola in quella via
deserta
in una vallata disabitata
bianca
Vorrei non incrociar nessuno
che dall’alto della sua felicità getti a me il suo sguardo
La verità è
Che non voglio più tornare dall'altra parte



Spring 2014


Tuesday, June 10

nighthawks




Ti ho sognato, maledizione
Facevi cenno di sì con la testa
Sorridevi nella notte
ci dicevamo la verità
Mi prendevi tra le braccia
volevi solo me
Seguivano momenti confusi, eppure 
lucidi e perfetti
Poche volte un sogno è stato così reale
Ti appoggiavo la testa sul petto:
il cuore batteva lentissimo e io
ti guardavo perplessa






Wednesday, April 30

categorie



Per chi accetta di farsi sconvolgere da eros, le cose sono sempre, perennemente, irrisolte.
Chi accetta di nutrirsi della sua energia potente, deve accettare anche di cadere nel vuoto quando questa viene meno. Camminare sull’abisso è divertente fino a un certo punto. Costruire storie per sopravvivere può durare per un po’ ma è così maledettamente faticoso. 
Piango e non so davvero perché. Piango e vorrei dirlo a qualcuno. Tante belle parole e tanta fiducia negli altri e poi invece ecco, siamo di nuovo soli. Perché non può esserci un equilibrio? Dove se ne vanno i momenti perfetti in cui tutto corrisponde? Dov’è la tranquillità che sembrava di stringere definitivamente tra le mani e perché improvvisamente tutto diventa difficile?
Mi sono accorta che viviamo solo di categorie. Le categorie con cui ordiniamo il mondo, con cui ci hanno insegnato a ordinare il mondo, sono pure costruzioni, che offuscano e impongono un certo senso allo scorrere degli eventi, alle cose che accadono. Talvolta assumono più importanza le categorie delle cose che si vorrebbero categorizzare. Se io penso ad una cosa sommamente astratta, complicata e assurda come l’amore, le mie categorie mi dicono certe cose, e io ci credo, mi dicono quali forme e quali modi una cosa come l’amore può assumere; e se gli eventi della mia vita o le cose che mi succedono non vi corrispondono io vado in crisi, o penso di aver sbagliato qualcosa. Nei momenti di disperazione, quando il cervello si arrende e la smette di cercar soluzioni e palliativi per farmi galleggiare, penso di aver sbagliato tutto. Ma immagino sia tutta colpa delle categorie. Immagino che una buona parte della mia infelicità stia nel mio modo di pensare quel che avviene, nel mio modo di dare senso agli eventi, stia insomma nelle maledette categorie in cui ogni cosa che accade e che pensiamo viene schiacciata a forza, da sempre, da quando a scuola ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, ma forse da prima, da quando le risposte degli adulti hanno assunto la rigida fissità propria della verità, e la verità stessa ha smesso di essere sempre ancora domanda.
Così, le nostre domande si sono esaurite, sono naufragate nelle risposte e han pensato che andasse bene così, che non ci fosse più bisogno di chiedere, o che chiedere fosse stupido. Nessuno da allora si è più domandato perché pensiamo alle cose proprio nel modo in cui ci pensiamo, e non in un altro. Nessuno si è più chiesto perché mai dobbiamo pensare a oggetti, eventi, concetti, a una cosa come l’amore, solo all’interno di categorie così ristrette e così stupide; stupide nel senso in cui sono stupidi  i computer, che non fanno che eseguire ordini macchinalmente, che si ostinano a ripetere un comando anche quando è fallimentare, che perseverano nell’errore e cadono in un loop, perché non sanno pensare se stessi.
E che dire delle nostre testoline, in cui si compie ogni giorno, per ogni storia, per ogni maledetta emozione, l’eterno ritorno dell’uguale; che dire delle nostre menti tanto brillanti che per un dettaglio insignificante si fanno rovinare la giornata, perché quel dettaglio, opportunamente categorizzato, costituisce un pezzo di informazione che riempie di un senso nuovo e nauseante sia il passato che il futuro, diventa così un dettaglio totalizzante, che ingombra come un peso morto il passaggio, il cervello, impedisce di vedere la varietà di soluzioni che il mondo fuori categoria offre, ma noi siamo ciechi, ma tu sei cieca KK, sbatti la testa sempre di nuovo nello stesso punto, cerchi spiegazioni sempre di nuovo negli stessi luoghi, usi ancora e ancora le medesime categorie che ieri e oggi ti hanno fatto stare male. Esci per un giretto a piedi e osservi tutti, persone, oggetti, animali, le carte per strada, con aria apocalittica. Le nuvole inquiete e gonfie di pioggia sono dalla tua parte, l’aria umida che sposta le foglioline nuove degli alberi è un presagio di qualcosa, ti fa pensare che tutto alla fine passa, che tutto a un certo momento finisce, te ne sei accorta due giorni fa quando sotto l’acqua e la neve hai imposto alla tua mente di stringere i denti e resistere, perché tutto finirà, che sia sofferenza, fatica, freddo; che sia felicità di un momento, farfalle nella pancia una sera di aprile, stendersi sul pelo dell’acqua al mare a mezzogiorno, l’aria calda nelle discese in bici.
Emerge da tutto questo una verità potente, e fuori categoria, che ha le sembianze di una legge cosmica; e dice che ognuna di queste cose, ognuna delle Cose, per quanto sembri non finire mai, a un certo punto non sarà più; e tu potrai guardarla da lontano, pensare alla distanza che ti separa da lei, pensare a come hai fatto a superarla o com’è stato possibile che se ne sia andata così in fretta. Di questa legge che spazza via le categorie, che sferza il sempre uguale come la piena di un fiume, si trovano tracce sorridenti in ogni cosa che esiste.

Adesso dalla finestra aperta entra l’aria della sera; il cielo è finalmente chiaro e pulito, ogni cosa del mondo sembra tornata al suo posto. È solo apparenza ma evidentemente è quanto basta. Capisco solo ora di essere io il problema; appare chiaro nella confusione della mia testa che io sono tutt’uno con quella legge e quella verità, che sono io l’acqua fredda di quel fiume, e che è la mia corrente a trascinare ogni cosa nella piena, indefinitamente, senza meta, in continuazione, senza mai fermarsi un attimo a pensare, senza mai fermarsi sull’argine del fiume a osservare la corsa, i ciottoli chiari, e il mondo indifferente tutt’intorno.


Sunday, April 20

frattura



Improvvisamente non mi importa più di nulla. Non mi sento più in bisogno.
Chiamerò questo momento frattura. Per una volta uscire a far due passi in mezzo alla gente ha avuto un che di catartico.


KK fendeva la folla come un’imbarcazione sul mare. Le persone erano così lente, e così indecise, eppure così tranquille e sicure di essere pienamente nel giusto. Sono tutti con qualcuno, hanno tutti qualcuno su cui distribuire le loro attenzioni ed essere così meno soggetti agli sguardi altrui.
Ma una tranquillità del tutto inaspettata ha afferrato KK. Cammina in mezzo alla gente ma in realtà è stesa sul pelo dell’acqua, sul mare blu del mezzogiorno estivo. Osserva il cielo senza bisogno di pensare a niente. Spesso le sere d’estate le fanno il medesimo effetto. Spesso le sere in cui il vento gonfia il cielo di nuvole nere la rendono al contempo inquieta e sicura di sé, si offrono a lei come doni improvvisi e gratuiti, da cui attingere a piene mani.
KK fende come una lama la gente che cammina ignara, bambini, sorrisi di circostanza, auguri di buona pasqua, intanto il macello si è già consumato nel silenzio dei giorni passati ma qui non è giunto alcun grido.
Come siete vestiti bene, pensa KK. Com’è bello essere soli, in questo momento di osservazione. Le cose non sarebbero mai le stesse, l’occhio di KK non sarebbe lo stesso se con lei vi fosse qualcuno. Per la verità, e paradossalmente, è tutto il giorno che vorrebbe tanto essere con qualcuno, ma a sera finalmente un certo equilibrio si è ristabilito.
L’esistenza si materializza in un fiume di esseri umani che passeggiano lenti come fossero portati dalla corrente. Sono loro stessi un fiume, e KK si fa da loro trasportare, si abbandona al flusso, si guarda intorno, cerca appigli di senso nei volti, nelle case, nelle vetrine; quanta gente alla gastronomia, quanta gente nel negozio di intimo, quanti bambini che sembrano gli unici in grado di sfuggire al corso del fiume, vanno a zig-zag, fanno deviazioni improbabili, che KK osserva rapita; una bimba piccolissima si blocca in mezzo al flusso rischiando di far inciampare quelli che vanno diritti, che la schivano con un sorriso bonario, sono bambini pensano in silenzio, ma la piccola si guarda attorno trionfante, lei non è più nel flusso, lei è un ciottolo immobile in mezzo all’acqua che scorre, KK vede bene che davanti a sé si è manifestato un certo tipo di libertà difficilmente comprensibile e definibile, e che le dà un attimo di smarrimento. Ma poi tutto riprende normalmente, la bimba è riposizionata sulla retta via da un adulto, KK contempla la sua visione ma un attimo dopo ve n’è un’altra che attira la sua attenzione, ed è un’altra bambina, più grande, un bel viso tondo con occhi azzurri e capelli angelici, dice qualcosa, si guarda intorno altezzosa, ed allora KK vede chiaramente quella vita come sarà nel futuro, perfetta, senza fratture, unita e trionfante come un giorno di sole, limpida e facile come tutte le vite delle belle ragazze bionde occhi azzurri. Un profondo senso di impotenza prende KK, un profondo senso di irrimediabile diversità e lontananza da quel mondo prende KK alla visione di queste promesse di felicità; ma poi torna in sé, torna un poco più razionale, dice tra sé ma non vedi che stai dipingendo vite ideali? Cerca lucidità mentre la voce la rimprovera non vedi che inventi cose che non esistono per fare un confronto e stare male?



Ma perché crucciarsi? Perché farsi rovinare ore e giorni da nient’altro che pensieri arbitrari?
KK sente la vita andarsene, sente in modo chiaro e inconfutabile l’inutilità dell’esistenza che ora le scorre davanti e che fino a poco fa la tirava da una parte all’altra, e faceva di lei ciò che voleva. Sente i significati scivolar via da cose, persone, fatti accaduti, la sente sciogliersi come una glassa dolciastra, che se ne va lasciando il mondo degli eventi nudo e finalmente senza senso e determinazione, e lasciando KK piacevolmente tranquilla, libera da quel terribile senso di necessità apocalittica che ogni attimo si portava dietro.
KK è scossa da brividi ora, cammina e deve avere in faccia un sorriso ebete, cammina cammina ma nulla ha più senso, e KK è da questo sollevata, è improvvisamente più leggera, KK è una piuma che fluttua oltre le cose e le parole di questa via affollata, oltre ogni cosa del mondo che prima di questo istante perfetto reclamava a gran voce la sua attenzione, ogni cosa ogni gesto e ogni ricordo voleva la sua testa, ghignava alle sue spalle, voleva prender la rincorsa e buttarla a terra; ma ora no, più niente tocca la mente libera di KK, la brezza della sera è così ambigua, sa di fiori e di legna bruciata, è primavera e inverno contemporaneamente, KK non capisce verso quale stagione stiamo andando, ogni cosa ora è semplice e trasparente, KK cammina e le gambe la portano nei luoghi più disparati, la portano là dove tutto sembrava perfetto, la portano nella piazza di sera con poche macchine dove siete stati a guardarvi e sorridere e volevate entrambi la stessa cosa, e poi un tira e molla infinito, e poi siete scappati senza dir niente a nessuno, e lui ti ha detto potremmo andar via senza dir niente a nessuno e tu ha sorriso e la notte era perfetta, la sua pelle era salata, la luna vi guardava con un sorriso triste; ma nemmeno questo ora ha più un peso come l’aveva un attimo fa, come l’aveva solo ieri quando KK pensava non ci fosse via d’uscita per liberarsi da questo desiderio, dalla maledetta voglia di vederti, voglia di avere qualcuno da aspettare, ma niente, tutto tornerà di nuovo al punto di partenza, accadrà forse stasera, domani, chissà, ma KK è così inquieta, KK sente che il tempo è fatto di gocce che non sono per noi infinite, KK sa che la disinvoltura con cui lasciamo passare i giorni cela una cattiva infinità, perché il tempo che ci rimane è perfettamente calcolabile, KK ora ride alla grande rotolandosi nella sabbia di una clessidra immensa, ma stasera no, stasera è a sé, stasera il fiume delle persone che esistono ignare, e ignare si trascinano, ha svelato il suo volto a KK, ha gettato la maschera.
KK fluttua nella via, oltre la via, oltre la sera d’aprile che ora non è più triste e solitaria ma è solo una sera d’aprile in cui alberi e foglie nuove, sassolini e rametti, e neve là in alto, stanno nell’esistenza, stanno gettati nel mondo esattamente come KK, che al momento non ha nulla di diverso da un sasso o un filo d’erba, perché per pochi minuti, forse qualche ora, la crepa si è richiusa, KK non sente la distanza dalle cose, dalle persone, da quello che vorrebbe eppure non è qui; ora la consapevolezza come musica entra in lei, la musica è vibrazione fisica che entra nella cassa toracica e scuote il corpo inutile di KK, lei sorride, i tuoi occhi volteggiano ancora una volta nella sua testa ma l’apocalisse è rimandata, ogni cosa stasera è semplicemente superflua. Ogni illusione è caduta. KK cammina su un filo, giace sull’acqua guardando tranquillamente il cielo, esiste e nient’altro.

Saturday, April 19

semplice



Una sera di aprile, il vento ha pulito il cielo che ora è alto e perfetto, indefinito finché non compare la prima stella ancora immersa nell'azzurro.
Una sera di aprile, chissà quante altre ce ne sono state prima di questa, chissà quante esattamente uguali a questa, silenziose, con il mondo appena nato e tutto un cinguettare di uccelli prima della notte.
Così tante sere come questa eppure questa è nuova. Anche la brezza è nuova eppure c'è sempre stata.
Che senso ha il nuovo? Il giorno e la notte, e le ore, e le sere come questa non sono altro che il modo, per altro intelligente, con cui è stato organizzato il tempo del mondo.
Quando abbiamo potuto guardarci da fuori, quando dal satellite abbiamo scorto la Terra fluttuare ridicola e insensata nel nero infinito, solo allora è stato chiaro come il tempo sia una pura invenzione, un modo per mettere ordine, e giustamente, nel caos di un flusso che è in fin dei conti sempre uguale.
Mettere ordine è la prima cosa da fare, non è vero KK? Lo fai anche tu, in continuazione. Osservi questa sera di aprile e ti perdi a pensare a tutte le sere d'aprile prima di questa, tenti di contarle come si fa con le pecorelle per prendere sonno; ma tu non vuoi prender sonno, non è vero KK? Tu vuoi svegliarti, alzarti, vivere, uscire sempre di nuovo dalle trappole in cui da sola ti cacci, scappare sempre di nuovo dalla sensazione di essere rinchiusa in qualcosa che non vuoi. Correr via ancora e ancora in perenne ricerca.
KK mette ordine, ed ecco il risultato.
È iniziato così. Lo hai visto, lo hai guardato; la prima volta hai sentito come una voce ma non ci hai dato peso; l'hai studiato ancora; poi è successo qualcosa, ma nessuno può dire quando esattamente; allora qualcosa in te voleva andare oltre, qualcosa in lui si faceva insopportabile come un coltello nel fianco; hai cominciato a cercarlo; cercavi anche solo quel coltello; stargli di fianco e sorridere, cercare nei suoi occhi risposte, trovare nei vostri gesti complicità, ritrovarsi con le mani a giocare, non vedersi per tanto e soffrire come non mai, assurdo, assurdo, non credi KK?
E poi? Pensavi che sarebbe stato diverso, se fosse successo qualcosa invece che nulla? Quanto tempo sei stata a pensare alla tua rinuncia credendola irreparabile, e quanto tempo ora pensi a quel che è stato e invece di essere tranquilla ugualmente soffri e ugualmente non capisci come mai?
Una sera di aprile neanche fosse la fine del mondo. E invece è tutto così semplice. È tutto così incredibilmente semplice KK, se solo tu riuscissi a vederlo con gli occhi di ghiaccio di chi non muore mai. Se riuscissi a rileggere la tua esistenza fin qui alla luce di quel che è successo, di quel che hai imparato soffrendo e rinascendo ogni volta ad una vita nuova.
Devi compiere l'azione e sopportarla, e sedere in alto sul tuo trono, e guardare all'oggi e al domani come quelli che non muoiono mai.

L'aria è tiepida ora, ma KK è scossa da brividi. Ci sono profumi che innescano ricordi potenti e indecifrabili, immagini di una felicità pura com'è solo quella dell'infanzia. KK è di nuovo da un'altra parte, profumo di fiori, profumo di glicine, i giardini di bologna, o forse in toscana, il sole che muore su un muro a secco nella sera d'estate, il muro è tiepido, l'erba intorno si muove piano, grilli nei prati, qualcuno in casa ride, ma le voci arrivano indistinte, è una meravigliosa musica indistinta che non tornerà mai più, la risata del nonno, sembra lontana ma è solo a pochi passi, è al sicuro, il nonno e le zie e tutti sono al sicuro, hanno finito di mangiare e ora siedono nella sera d'estate, tutta la vita di KK racchiusa in una bolla di felicità, l'unica possibile, l'unica sicura, l'unica che per un attimo è davvero senza tempo, KK immersa nei suoni e nei profumi delle sera fa esperienza di una libertà che non tornerà mai più e di cui si accorgerà anni e anni più tardi, sotto il cielo nero, in mezzo a un flusso insensato, mentre orione scompare lento dal cielo invernale, lento, sera dopo sera sempre più vicino all'orizzonte, lento, KK con gli occhi a fessura vorrebbe trattenerlo ma non riesce, ogni cosa è quasi ferma ora, ogni cosa ritorna, è di nuovo una sera di aprile, KK riapre gli occhi umidi, la visione è già fuggita. Una sera di aprile, ogni cosa scappa dalle mani; ma le braccia rimangono tese ad aspettare.