&%"£$&!"%$!£"&/!"(§°ç§§*°_:>£$!|)="^?=! che cazzo è? Voglio dire, la mia vita. Dov’è? Ma è questa? Sono io?
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Monday, December 28
Veni Vidi Vici
Vedo l'esistenza nelle sue più minime determinazioni. La vita come può essere, come forse sarà, oppure come non sarà mai.
Non è forse questo a portare alla disperazione?
Sapere già come andrà a finire. Sapere in partenza di non poter trovare le parole. La rabbia che divora tutto. Capisco solo ora che cos'è davvero la furia cieca. Già il mio corpo non risponde più, non vuole saperne, si contorce in un odio senza direzione. Non sa risolversi. Come potrebbe?
La mia mente ormai è fissata, dovrò dirtelo, prima o poi dovrò confessare tutto. La rabbia, la rabbia che tutto trascina con sé è energia che sgorga da chissà dove, energia che toglie altra energia per il resto. Da dove arriva questa maledetta agitazione? Dal confronto, dal continuo pensare agli altri, che è un continuo pensare a se stessi. Vorrei essere un sasso del fiume su cui l'acqua di anni e secoli scorre senza traccia. Sono invece una foglia nell'aria della sera, il profilo nero, nitido e perfetto delle montagne non fa che peggiorare le cose; l'orizzonte ancora chiaro, azzurrino, mille colori diversi in una luce perfetta, attirano e respingono la mia mente stanca.
Sono molte cose assieme, oggi.
La rabbia vuole qualcosa di me, un pezzo da portarsi via, scappo sempre più in alto sperando nella catarsi, lei mi raggiunge, fuggo di nuovo. E di tutta la mia fuga, non ti è dato sapere nulla. Chissà poi quanto potrebbe interessarti. Ecco, altra rabbia a questo pensiero. Altra rabbia sapendo che è inutile. Altra ancora scrivendo queste parole, insensate tranne che per me. Ma io, tu, noi, cosa siamo? Sassi del fiume in attesa di una piena? Seguiamo il corso delle cose e della vita come fosse un corso naturale, semplice, già inscritto in regole archetipiche e originarie? E perché mai dovremmo?
Una notte, quella notte, forse un po' prima, ti confesserò tutto. Non mi interessano né Io né Tu, perché se vuoi saperlo lo e Tu non esistono.
Non esiste nulla, se non quello che noi vediamo e vogliamo vedere, ma a te questi discorsi sembrano un delirio, non è così?
Eppure qualcuno fuggirà, qualcuno dovrà fuggire nella notte in cui voglio dire la verità, e smetterla di far finta; non è colpa mia se non sono un sasso del fiume, un ramoscello nel vento, non è colpa mia se non mi piace seguire il corso delle cose come fosse physis, natura cieca e senza scampo. Dal momento che ci è possibile scegliere, tanto vale farlo.
Chissà, chissà in quella notte chi fuggirà via.
Chissà chi di noi rimarrà confuso, a guardare Orione che silenzioso, luminoso, lento, attraversa inesorabile il freddo cielo invernale.
Qui si parla di...:
amori,
cose strane,
hope,
io,
Istruzioni,
rabbia
Friday, July 17
matrimonio
Parlano di smettere di fumare. Nel frattempo, poco più in là, stanno fotografando gli sposi davanti alla piscina. Ci sarà un album immagino, lo si tirerà fuori in qualche distratta occasione per rievocare quel giorno. Sarà passato del tempo, ma i riflessi della piscina nella sera di luglio saranno rimasti intatti. Eccoli che ti guardano, e assai beffardi brillano ancora. In quel giorno e in quell'album figurerò anch'io, da qualche parte. La mia presenza sarà nell'aria, nell'atmosfera, e lo stesso per ogni invitato. Ma per ora io sono altrove.
Gli altri sembrano invece molto presenti. Molto intenti a mostrare una certa coerenza nel loro essere: nelle movenze, nelle parole e nei gesti.
Anche io sembro coerente. Poi a tratti mi estraneo. Cerco luoghi solitari. Scorgo molti metri di balaustra liberi dalla gente e vado ad appoggiarmici stancamente, e guardo l'acqua azzurra della piscina farsi più scura, immagino un tuffo, le sdraio stanno ordinatamente ripiegate su se stesse e solo per gli sposi ne è stata aperta una, dove ora siede la sposa e il suo abito con dietro il fotografo e lo sposo che si è tolto la giacca e la tiene sulla spalla, sono molto ordinati, specialmente nello sposo non c'è traccia dell'imminente sbragamento che seguirà la cena, la cravatta è ancora al collo e la camicia liscia e pulita. La sposa rimarrà invece sempre perfetta, sempre in ordine e senza una grinza, ma del resto lei ha un vestito che sembra una caramella, tutto intero, senza alcun pezzo che possa togliersi o smontarsi. Come sarà domani? Sarà dura tornare, dopo tutta questa perfezione, alle normali giornate in tuta davanti alla tele?
E per me, ci sarà mai qualcosa di simile? Riuscirò mai a considerare un giorno o un evento così importante da chiamare tutti a raccolta, tutti intorno a me? Ma poi tutti chi?
Per adesso, in ogni caso, ho problemi molto meno gravi. Appoggiata alla balaustra, con gli occhi persi nell'acqua della piscina, sto sperando in qualcuno che venga ad annunciarmi qualcosa. Che venga a consolarmi, o almeno a salvarmi da queste distruttive divagazioni. Come mai dalla montagna non ho mai visto la piscina?
Nessuno sta pensando a questa cosa, ora. Ci sono cose ben più interessanti da fare e da pensare. Molti panini al latte ripieni di un velo di burro e una fettina di prosciutto stanno ordinati su un tavolo immenso. Molte possibilità stanno, esattamente come i panini, ordinate su un metaforico e immaginario tavolo davanti a cui io me ne sto immobile come se davanti vi fosse un vetro. Molti panini, lucidi, dorati al punto giusto, soffici e invitanti sembrano chiamarmi, sono altrettante possibilità, ma io niente, sono paralizzata e a tratti impaurita.
Come mai sto aspettando qualcuno? Quel qualcuno è tra i suddetti panini? E chi se li mangerà, i panini avanzati? Qualcuno se li porterà a casa, almeno spero. Di certo qualcuno si porterà a casa, tenendole per mano, le molte possibilità che io non ho saputo cogliere al volo. Al mondo è pieno di gente furba, più furba e più pronta di me. Al mondo è anche pieno di idioti, ma le vostre foto non sembrano recare traccia di questa stupidità, e anche tu non sembri accorgertene, anche tu in fondo come me potevi dare un segno, potevi indicare un panino, potevi puntarlo e poi agguantarlo, lì in mezzo a tanti, dolce, morbido, perfetto, e invece sei rimasto lì proprio come ho fatto io.
La verità è che oggi siamo qui per non pensare a dove andranno salatini, dolcetti, antipasti e panini, e nemmeno dobbiamo preoccuparci di quanti mangiarne e quanti lasciarne sui vassoi, e di quanto bere e di dove lasciare i bicchieri; e dunque ecco arrivare vassoi di ostriche trionfanti in mezzo a ghiaccio e spicchi di limone, chissà da quale mare sono state strappate per finire qui, ma non ne avanzerà nessuna, e poi ecco comparire verdure pastellate e olive ascolane e mozzarelline impanate, ma i panini stanno là e mi guardano, non è tempo di pensare a loro, oggi no, oggi è un giorno fatto apposta per non preoccuparsi di che fine faranno eventuali briciole e avanzi; oggi la regola dice di vestirsi bene e fare finta che non ci sia un domani.
Ma il domani è già ben presente nell'oggi, specialmente nei soggetti dissociati come me. Oggi io non ho smesso di essere più o meno come sono sempre.
Come mai chi vorrei qui non c'è?
Quanto tempo riuscirò a restare immobile a guardare i panini, le vite degli altri prendere direzioni forse definitive, l'acqua dolce e liscia della piscina increspata dalla brezza della sera, quanto tempo prima di saltare la balaustra che mi separa dall'acqua e ritrovarmi giù, ma tu dove sei, tu cosa fai, tu nemmeno sospetti forse che io stia dando fuori di matto, nemmeno sospetti di essere ormai dentro di me come presenza fissa, pressante, maledettamente dolorosa, e i miei tentativi di dire la verità, li hai notati? Ho visto le tue certezze vacillare, nella notte per una volta ti ho detto qualcosa di vero, i tuoi occhi erano gli stessi di quella sera nella luce arancio dei lampioni, non ho avuto paura, ho cercato di mantenere una coerenza mentale e di tenere il mio Io protetto dalla sofferenza, ho cercato di farti arrivare un po' di verità in mezzo a silenzi e frasi confuse e inutili, chissà, chissà se hai capito.
Spero di sì, guardo gli sposi camminare lievi a bordo vasca, vedo gli altri invitati chiacchierare amabilmente, ridere. Mi vedo poco interessata alle vite degli altri, almeno in questo momento.
Da lontano qualcuno mi fa cenni. Sorride. Sembra chiamarmi. Sorrido. In effetti sembro perfettamente a mio agio.
Quando arriverà la prossima crisi?
E per me, ci sarà mai qualcosa di simile? Riuscirò mai a considerare un giorno o un evento così importante da chiamare tutti a raccolta, tutti intorno a me? Ma poi tutti chi?
Per adesso, in ogni caso, ho problemi molto meno gravi. Appoggiata alla balaustra, con gli occhi persi nell'acqua della piscina, sto sperando in qualcuno che venga ad annunciarmi qualcosa. Che venga a consolarmi, o almeno a salvarmi da queste distruttive divagazioni. Come mai dalla montagna non ho mai visto la piscina?
Nessuno sta pensando a questa cosa, ora. Ci sono cose ben più interessanti da fare e da pensare. Molti panini al latte ripieni di un velo di burro e una fettina di prosciutto stanno ordinati su un tavolo immenso. Molte possibilità stanno, esattamente come i panini, ordinate su un metaforico e immaginario tavolo davanti a cui io me ne sto immobile come se davanti vi fosse un vetro. Molti panini, lucidi, dorati al punto giusto, soffici e invitanti sembrano chiamarmi, sono altrettante possibilità, ma io niente, sono paralizzata e a tratti impaurita.
Come mai sto aspettando qualcuno? Quel qualcuno è tra i suddetti panini? E chi se li mangerà, i panini avanzati? Qualcuno se li porterà a casa, almeno spero. Di certo qualcuno si porterà a casa, tenendole per mano, le molte possibilità che io non ho saputo cogliere al volo. Al mondo è pieno di gente furba, più furba e più pronta di me. Al mondo è anche pieno di idioti, ma le vostre foto non sembrano recare traccia di questa stupidità, e anche tu non sembri accorgertene, anche tu in fondo come me potevi dare un segno, potevi indicare un panino, potevi puntarlo e poi agguantarlo, lì in mezzo a tanti, dolce, morbido, perfetto, e invece sei rimasto lì proprio come ho fatto io.
La verità è che oggi siamo qui per non pensare a dove andranno salatini, dolcetti, antipasti e panini, e nemmeno dobbiamo preoccuparci di quanti mangiarne e quanti lasciarne sui vassoi, e di quanto bere e di dove lasciare i bicchieri; e dunque ecco arrivare vassoi di ostriche trionfanti in mezzo a ghiaccio e spicchi di limone, chissà da quale mare sono state strappate per finire qui, ma non ne avanzerà nessuna, e poi ecco comparire verdure pastellate e olive ascolane e mozzarelline impanate, ma i panini stanno là e mi guardano, non è tempo di pensare a loro, oggi no, oggi è un giorno fatto apposta per non preoccuparsi di che fine faranno eventuali briciole e avanzi; oggi la regola dice di vestirsi bene e fare finta che non ci sia un domani.
Ma il domani è già ben presente nell'oggi, specialmente nei soggetti dissociati come me. Oggi io non ho smesso di essere più o meno come sono sempre.
Come mai chi vorrei qui non c'è?
Quanto tempo riuscirò a restare immobile a guardare i panini, le vite degli altri prendere direzioni forse definitive, l'acqua dolce e liscia della piscina increspata dalla brezza della sera, quanto tempo prima di saltare la balaustra che mi separa dall'acqua e ritrovarmi giù, ma tu dove sei, tu cosa fai, tu nemmeno sospetti forse che io stia dando fuori di matto, nemmeno sospetti di essere ormai dentro di me come presenza fissa, pressante, maledettamente dolorosa, e i miei tentativi di dire la verità, li hai notati? Ho visto le tue certezze vacillare, nella notte per una volta ti ho detto qualcosa di vero, i tuoi occhi erano gli stessi di quella sera nella luce arancio dei lampioni, non ho avuto paura, ho cercato di mantenere una coerenza mentale e di tenere il mio Io protetto dalla sofferenza, ho cercato di farti arrivare un po' di verità in mezzo a silenzi e frasi confuse e inutili, chissà, chissà se hai capito.
Spero di sì, guardo gli sposi camminare lievi a bordo vasca, vedo gli altri invitati chiacchierare amabilmente, ridere. Mi vedo poco interessata alle vite degli altri, almeno in questo momento.
Da lontano qualcuno mi fa cenni. Sorride. Sembra chiamarmi. Sorrido. In effetti sembro perfettamente a mio agio.
Quando arriverà la prossima crisi?
Qui si parla di...:
amori,
cose strane,
Fuoriditesta,
io,
Istruzioni,
scoperte
Sunday, June 14
epiphanies
Molte primavere sono state così. Ma l’estate? L’estate non doveva essere così. L’estate non doveva nascondere questa debolezza assoluta. Non doveva portare la strana ebbrezza del nuovo? Da quant’è che non senti il nuovo entrare sotto la pelle, avvolgerti nella confusione, farti perdere la strada battuta verso nuove vie, luminose, deserte, mai percorse, pulite?
Io pensavo…io penso sempre troppo. Talmente tanto che poi per lunghi momenti, direi periodi, il cervello si spegne, per evitare un surriscaldamento, per evitare cortocircuiti. Una forma di sicurezza quanto mai necessaria. È tutto previsto, vedi? Molti giorni con la testa vuota, completamente. A chiedersi gli altri cosa fanno, cosa faranno, quante strade da percorrere attendono e per quanto attenderanno. Poi invece le cose riprendono la loro abituale forma, le sequenze di pensieri recuperano un ordine; allora tutto questo pensare torna assurdo, irrazionale; le strade da percorrere che ti attendono? E dove sarebbero? Esiste forse un limbo con le vie non prese, dove le scelte non fatte sopravvivono e formano una storia, il mondo delle alternative, esiste davvero? E quanti di questi mondi diversi dovrebbero esserci, se per ogni scelta possibile se ne generasse uno?
Devo tornare alla filosofia. Sento che intorno a me tutto è orribilmente superficiale. Tutto quello che leggo lo dimentico. Ricordo solo delle sensazioni potenti, che mi si stampano addosso, a volte anche le parole di qualcuno, a volte ricordo una situazione con precisione matematica. A volte ricordo anche l’esatta configurazione del mio pensiero quando affronto qualcosa. Ricordo come mi sono sentita, e riconosco l’arrivo di una crisi, o di un’illuminazione, l’arrivo di un’epiphany che mi si stamperà in testa e che presto tornerà in altre forme. Ma la mente comanda tutto. La mia mente è piena di maledetti mattoncini in posizioni insensate.
Sono come una stanza in cui è esplosa una valigia, e i vestiti stanno sparsi dappertutto, alcuni nella polvere, alcuni sul tavolo, in terra, tra le carte. Forse è esplosa anche la cartelletta dei documenti, i quaderni di scuola, le audiocassette del libro di inglese delle elementari, pagelle di scuola, ottimo distinto buono sufficiente, i disegni, dio i disegni li avevo scordati: ore di scuola passati a disegnare con la testa china sul foglio mentre la prof spiegava, il piacere di vedere le linee nuove uscire dalla matita, danzare sul foglio; in questa stanza confusa è esplosa la cartella di scuola, lo zaino che usavo all’università, fogli di appunti di filosofia, altri disegni, fogli bianchi e inchiostro blu, relativamente ordinato, kant con testo a fronte e appunti a matita a lato, la natura razionale esiste come fine in sé, la natura è teleologica, e poi ecco gli appunti di logica, gli appunti su Freud (la fase in cui l’Ideale dell’Io si stacca è dolorosa, perché quello continua a umiliare l’Io e a far notare la differenza con la perfezione ideale), quanta verità celata in questi fogli, quanta salvezza se ne sta in attesa di essere sfruttata, ma altra confusione nella stanza non mi permette di concentrarmi. I mondi possibili non esistono, esistono solo nella mia mente nel momento in cui decido di farli esistere, per potermi tormentare come accadeva fino a pochi anni fa. Allora le scelte non fatte mi perseguitavano. Le possibilità mancate continuavano a vivere nella mia testa, e con dovizia di dettagli; ma non è bene parlare di questo. La fase è stata quasi del tutto superata, forse anche grazie a quei lunghi momenti di letargo in cui il cervello periodicamente cade, per salvarsi dall’orrore della ripetizione, per non vedere l’eterno ritorno delle cose già viste. Tutte cose già fatte, come alzarsi la mattina mettere in terra i piedi respirare fare pipì lavare la faccia acqua fredda occhi impastati sensazione orribile di debolezza sensazione di già visto pensiero ridicolo che dice che questo giorno è nuovo, questo giorno è uno in più, questo giorno non è stato mai vissuto da nessuno, non ancora, eppure sappiamo bene come andrà a finire, se tutto va bene si intende, e poi un giorno (quanto lontano?) ci sarà un giorno nuovo che sarà l’ultimo (è tanto lontano! O forse no. Ma è inconoscibile, per ora, e questo è abbastanza) e chissà, ci saremo alzati con lo stesso strano pensiero, lavati la faccia e fatto pipì, ma nessuno può sapere queste cose, per cui è anche inutile parlarne, ed è egualmente inutile esserne spaventati.
Sono come una stanza in cui è esplosa una valigia, e i vestiti stanno sparsi dappertutto, alcuni nella polvere, alcuni sul tavolo, in terra, tra le carte. Forse è esplosa anche la cartelletta dei documenti, i quaderni di scuola, le audiocassette del libro di inglese delle elementari, pagelle di scuola, ottimo distinto buono sufficiente, i disegni, dio i disegni li avevo scordati: ore di scuola passati a disegnare con la testa china sul foglio mentre la prof spiegava, il piacere di vedere le linee nuove uscire dalla matita, danzare sul foglio; in questa stanza confusa è esplosa la cartella di scuola, lo zaino che usavo all’università, fogli di appunti di filosofia, altri disegni, fogli bianchi e inchiostro blu, relativamente ordinato, kant con testo a fronte e appunti a matita a lato, la natura razionale esiste come fine in sé, la natura è teleologica, e poi ecco gli appunti di logica, gli appunti su Freud (la fase in cui l’Ideale dell’Io si stacca è dolorosa, perché quello continua a umiliare l’Io e a far notare la differenza con la perfezione ideale), quanta verità celata in questi fogli, quanta salvezza se ne sta in attesa di essere sfruttata, ma altra confusione nella stanza non mi permette di concentrarmi. I mondi possibili non esistono, esistono solo nella mia mente nel momento in cui decido di farli esistere, per potermi tormentare come accadeva fino a pochi anni fa. Allora le scelte non fatte mi perseguitavano. Le possibilità mancate continuavano a vivere nella mia testa, e con dovizia di dettagli; ma non è bene parlare di questo. La fase è stata quasi del tutto superata, forse anche grazie a quei lunghi momenti di letargo in cui il cervello periodicamente cade, per salvarsi dall’orrore della ripetizione, per non vedere l’eterno ritorno delle cose già viste. Tutte cose già fatte, come alzarsi la mattina mettere in terra i piedi respirare fare pipì lavare la faccia acqua fredda occhi impastati sensazione orribile di debolezza sensazione di già visto pensiero ridicolo che dice che questo giorno è nuovo, questo giorno è uno in più, questo giorno non è stato mai vissuto da nessuno, non ancora, eppure sappiamo bene come andrà a finire, se tutto va bene si intende, e poi un giorno (quanto lontano?) ci sarà un giorno nuovo che sarà l’ultimo (è tanto lontano! O forse no. Ma è inconoscibile, per ora, e questo è abbastanza) e chissà, ci saremo alzati con lo stesso strano pensiero, lavati la faccia e fatto pipì, ma nessuno può sapere queste cose, per cui è anche inutile parlarne, ed è egualmente inutile esserne spaventati.
Nel frattempo attendo con ansia messaggi. Segni di vita. Qualcuno che indichi una direzione.
Ecco, qualcuno si avvicina. È gentile. Io no. Lo allontano malamente; perché non sei tu. Non lo sopporto, non sopporto nessuno, mi danno fastidio gli sguardi che pure avevo desiderato. I gesti, gli occhi, la voce, non li conosco. Non sono i tuoi. Ad aspettarmi, fuori, nella sera, con l’eco della musica lontana, non ci sei tu.
E allora la felicità, quella che è tutt’uno con il nuovo, dov’è? Quella della notte d’estate, ancora bagnata di pioggia, tiepida, infinita, con i tuoi occhi vispi nel buio, guizzanti mentre mi prendi per mano e andiamo via; questa felicità dov’è? Credo di averla intravista in un bar mentre tornavo a casa stasera. Era là con altra gente, persone che si muovono come marionette, sorrisi smorfie schizofrenie braccia che fremono e drink sul tavolo; parlano ma sono burattini muti per me che sto dietro al finestrino dell’auto e per stasera sono salva. Non so se quel che ho visto e provato fosse vera felicità o soltanto sottile piacere di starsene tranquilla a guardare gli altri da fuori, senza pericolo, e non doversi esporre né render conto a nessuno: felicità a buon mercato. Probabilmente era nostalgia per una serata persa, identica a una delle tante sere perse nella mia adolescenza, una serata in cui avrei potuto conoscere il nuovo, che cerco disperatamente, mentre invece sono rimasta a guardarlo passare.
Il mare dietro di voi è grigio, è verde, c’è il sole ma l’acqua sembra sporca, la felicità non vi manca, la felicità non vi manca, il sole bacia i belli dicono, dicono così tante cose, che sera assurda, da un palco lontano sempre la stessa musica e le parole di un’improvvisato speaker distorte dalla distanza, si perdono nella notte, la canzone è allegra (everybody need somebody), tutto questo fa un po’ ridere non è così? Sembrate felici. Ma io cerco sempre le crepe nella realtà, cerco il punto da cui il disastro inizierà, lento, vittorioso, una vita intera raccolta e riassunta in una bolla di sapone color arcobaleno, la tua e la mia e la nostra esistenza sta lì dentro mentre noi la pensiamo infinita e ci preoccupiamo del domani, la bolla dura un attimo e si libra nell’aria leggera rincorsa dai bambini, è una festa di compleanno, dev’essere il ’95, a bologna, una villa sui colli, verde e alberi e portici color ocra e rosso e grandi gazebo con sotto tavoli con sopra dolcetti e poi giochi gonfiabili che i padroni di casa avevano affittato e forse una piscina fuori terra, enorme, il cielo alto, infinito, la vita non è una bolla ma una cosa indefinita ed enorme, senza determinazione oltre l’oggi, senza significato oltre l’istante, oltre l’attesa della torta, del gioco, della mamma che assieme alle altre mamme attende poco lontano, e non ci lascerà mai.
Serata tranquilla, profumo di fiori, come quelli dell’estate della maturità, era luglio e io studiavo e non capivo e solo adesso capisco ed evidentemente è tardi, ma è così per tutti, è così sempre, non ne va mai bene una e dev’essere proprio una certa forma mentis a creare questi disguidi, la notte prima degli esami di maturità non successe nulla di particolare ma ricordo che asfaltavano la strada, tempismo perfetto complimenti, bip bip bip vrrrrrrrr stop bip bip bip eccetera eccetera e altri rumori simili e un caldo esagerato e una puzza di asfalto e gas di scarico, ma sono sopravvissuta, ricordo anche il corridoio lunghissimo e bianco e una leggera corrente d’aria calda tra le teste chine dei miei compagni in lunga fila davanti a me e la non voglia assoluta di stare seduta così tante ore e poi minuti interi a guardare il soffitto le finestre chiuse i professori che camminano lenti lungo i banchi e l’eco dei loro passi cik cik scalpiccio rimbomba nel corridoio sembrano agitati anche loro si sono vestiti bene ci sono i commissari esterni e loro devono essere pronti scattanti preparati puliti e profumati e far vedere che i loro ragazzi non sono delle capre e qualcosa hanno fatto anche se il programma di matematica non era finito ma la prof ha scritto tutto anche le cose che non avevamo fatto e che per fortuna non ci hanno chiesto, ricordo di aver pensato che non li avrei visti più, ricordo che è stata una sensazione strana, un sollievo non del tutto gioioso.
Ecco, qualcuno si avvicina. È gentile. Io no. Lo allontano malamente; perché non sei tu. Non lo sopporto, non sopporto nessuno, mi danno fastidio gli sguardi che pure avevo desiderato. I gesti, gli occhi, la voce, non li conosco. Non sono i tuoi. Ad aspettarmi, fuori, nella sera, con l’eco della musica lontana, non ci sei tu.
E allora la felicità, quella che è tutt’uno con il nuovo, dov’è? Quella della notte d’estate, ancora bagnata di pioggia, tiepida, infinita, con i tuoi occhi vispi nel buio, guizzanti mentre mi prendi per mano e andiamo via; questa felicità dov’è? Credo di averla intravista in un bar mentre tornavo a casa stasera. Era là con altra gente, persone che si muovono come marionette, sorrisi smorfie schizofrenie braccia che fremono e drink sul tavolo; parlano ma sono burattini muti per me che sto dietro al finestrino dell’auto e per stasera sono salva. Non so se quel che ho visto e provato fosse vera felicità o soltanto sottile piacere di starsene tranquilla a guardare gli altri da fuori, senza pericolo, e non doversi esporre né render conto a nessuno: felicità a buon mercato. Probabilmente era nostalgia per una serata persa, identica a una delle tante sere perse nella mia adolescenza, una serata in cui avrei potuto conoscere il nuovo, che cerco disperatamente, mentre invece sono rimasta a guardarlo passare.
Il mare dietro di voi è grigio, è verde, c’è il sole ma l’acqua sembra sporca, la felicità non vi manca, la felicità non vi manca, il sole bacia i belli dicono, dicono così tante cose, che sera assurda, da un palco lontano sempre la stessa musica e le parole di un’improvvisato speaker distorte dalla distanza, si perdono nella notte, la canzone è allegra (everybody need somebody), tutto questo fa un po’ ridere non è così? Sembrate felici. Ma io cerco sempre le crepe nella realtà, cerco il punto da cui il disastro inizierà, lento, vittorioso, una vita intera raccolta e riassunta in una bolla di sapone color arcobaleno, la tua e la mia e la nostra esistenza sta lì dentro mentre noi la pensiamo infinita e ci preoccupiamo del domani, la bolla dura un attimo e si libra nell’aria leggera rincorsa dai bambini, è una festa di compleanno, dev’essere il ’95, a bologna, una villa sui colli, verde e alberi e portici color ocra e rosso e grandi gazebo con sotto tavoli con sopra dolcetti e poi giochi gonfiabili che i padroni di casa avevano affittato e forse una piscina fuori terra, enorme, il cielo alto, infinito, la vita non è una bolla ma una cosa indefinita ed enorme, senza determinazione oltre l’oggi, senza significato oltre l’istante, oltre l’attesa della torta, del gioco, della mamma che assieme alle altre mamme attende poco lontano, e non ci lascerà mai.
Serata tranquilla, profumo di fiori, come quelli dell’estate della maturità, era luglio e io studiavo e non capivo e solo adesso capisco ed evidentemente è tardi, ma è così per tutti, è così sempre, non ne va mai bene una e dev’essere proprio una certa forma mentis a creare questi disguidi, la notte prima degli esami di maturità non successe nulla di particolare ma ricordo che asfaltavano la strada, tempismo perfetto complimenti, bip bip bip vrrrrrrrr stop bip bip bip eccetera eccetera e altri rumori simili e un caldo esagerato e una puzza di asfalto e gas di scarico, ma sono sopravvissuta, ricordo anche il corridoio lunghissimo e bianco e una leggera corrente d’aria calda tra le teste chine dei miei compagni in lunga fila davanti a me e la non voglia assoluta di stare seduta così tante ore e poi minuti interi a guardare il soffitto le finestre chiuse i professori che camminano lenti lungo i banchi e l’eco dei loro passi cik cik scalpiccio rimbomba nel corridoio sembrano agitati anche loro si sono vestiti bene ci sono i commissari esterni e loro devono essere pronti scattanti preparati puliti e profumati e far vedere che i loro ragazzi non sono delle capre e qualcosa hanno fatto anche se il programma di matematica non era finito ma la prof ha scritto tutto anche le cose che non avevamo fatto e che per fortuna non ci hanno chiesto, ricordo di aver pensato che non li avrei visti più, ricordo che è stata una sensazione strana, un sollievo non del tutto gioioso.
Ma rieccoci di nuovo qua, anni dopo (pensa un po’ come passano veloce), la sera procede, procederà oltre, ingranaggi ridicoli, pedine ridicole, stiamo giocando e tu non ci sei, ti cerco e tu non ci sei, dovrei impegnarmi di più, dovrei inseguire i sogni con più entusiasmo mentre guarda, basta una giornata no a buttarmi a terra, dopo tutta la fatica per arrivare qui, proprio tu, proprio io, la stanza fluttua nel nulla, quando ho strappato dai muri fotografie e poster del passato mi son sentita meglio, il muro sotto era più bianco e foto e fogli e poster hanno lasciato un’ombra, stencil grigiastri, quadri vuoti, si è anche staccato un po’ di intonaco e il muro sotto era blu scuro, qualcun altro evidentemente stava nella mia stanza prima di me e il bianco non gli piaceva, chissà che tavolo aveva, chissà che cosa faceva, chissà se guardava dalla finestra come me e chissà se gli sarà mai esplosa una valigia nella stanza sparpagliando vestiti ricordi sensazioni racconti in ogni angolo. Ma su questo nessuno saprà mai la verità, e poi forse questo genere di cose succedono solo a me.
Qui si parla di...:
amori,
cose strane,
esami,
Fuoriditesta,
io,
Ricordi di scuola,
Stream of Consciousness
Tuesday, September 30
perchè
Mi hai abbracciato e non so il perché. Tu non lo sai, ma io di ogni gesto mi chiedo la ragione. Suppongo che in ogni gesto si possa leggere qualcosa, e la mia mente continua a cercare anche mentre io apparentemente penso ad altro.
Così nascono i sogni strani che mi capitano in questo periodo.
Io ti cerco, ti prendo il viso tra le mani e vorrei farti mio; tu sorridi e sembri cedere ma alla fine fuggi via. Immagino che tra noi sia successo proprio questo. C'era un vuoto e bisognava riempirlo. C'è stato un momento in cui le cose potevano essere perfette, se solo si avesse sempre il coraggio di fare le scelte giuste al momento giusto. Ma questo accade nel mondo ideale, quello dove noi ci raccontiamo l'ideale storia della nostra ideale vita, dove costruiamo immensi castelli fatti di categorie e di eventi possibili, a cui tutte le volte, inconsciamente, paragoniamo la nostra esistenza reale.
Nel mondo mio e tuo e di tutti gli altri, un anno fa, le cose sono andate in modo ben più confuso. La maggior parte di queste cose è accaduta in un luogo inaccessibile e a ben vedere inesistente, cioè la mia mente. Ho pensato e pensato e ragionato e calcolato all'inverosimile, mentre fuori accadevano cose, e più queste erano oscure e prive di dettagli più la mente lavorava per trovargli una collocazione nel castello di cui sopra.
La mia mania di mettere ordine non è servita a nulla. Tutto quel tempo a cercare di capire se non solo io ma anche tu avevi visto qualcosa, avevi sentito qualcosa, e poi in una sera e in una notte un fiume di risposte mi piombano addosso, ci piombano addosso, ma sono troppo concentrate, e così improvvise dopo tanto silenzio da sembrare irreali. Ci guardiamo nello specchio e tu mi dici qualcosa su di noi, su come potremmo essere. Ti guardo attraverso lo specchio, sorrido, e le persone fuori scompaiono. Poco dopo ce ne andiamo dalla confusione e nessuno vi fa caso.
Nel silenzio delle vie deserte, sotto le luci arancio dei lampioni, le risposte sono ora così chiare e abbaglianti da farmi quasi paura; ma tu sembri tranquillo, queste risposte che ora mi dai e che io do a te sono proibite, ma in questa notte in questo parcheggio non c'è nessuno, nessuno sembra conoscerci, le nostre storie fino qui sono come annullate, dimenticate, esiste solo l'attimo e in esso possiamo far finta che questa sia la nostra normalità, possiamo fingere di amarci da sempre, e fingere che quel che facciamo ora lo faremo anche domani e dopodomani, come in un gioco.
Per il tempo indefinito in cui durerà la nostra notte, quel che eravamo fino a ieri è sospeso, nel nostro attimo le identità si annullano, i significati si confondono, ed emerge una verità segreta ma potentissima perché a lungo nascosta e scacciata.
Ma la notte finisce, l'attimo se ne va, e ora io non so come devo guardarti perché non so se quel che è accaduto sia ancora una risposta valida, rappresenti ancora la verità di qualcosa. A tratti la vedo nei tuoi occhi, ma forse, di nuovo, è solo nella mia mente. Il più delle volte cerco di dimenticarmi per sempre la sensazione agrodolce di quell'attimo senza tempo e senza storia in cui ogni cosa era chiara e semplice e non aveva bisogno di essere pensata.
Ma di nuovo quella visione ritorna, ed è colpa tua che mi abbracci ridendo e colpa mia che ti stringo le mani e guardo i tuoi occhi, perché così facendo le risposte mi balenano di nuovo davanti improvvise e inafferrabili, la verità è di nuovo incerta, i sentimenti miei e tuoi confusi come non mai, e sembra che stiamo giocando sull'orlo del baratro pur sapendo che è un gioco destinato a finire. Ma io vorrei chiederti qualcosa, io vorrei capire, io voglio ancora quelle risposte che quella volta mi avevi dato candidamente, voglio quella verità racchiusa in un attimo fuori dal tempo.
Ma niente. È un pomeriggio di ottobre. Il sole se ne va lento e si adagia come una coltre tiepida su ogni cosa e su di noi, che stiamo appoggiati al balcone, vicini, e guardiamo il fiume scorrere placido in lontananza. Parliamo ma ogni cosa mi sembra irreale perché non contiene nessun indizio utile, e le mie parole mi sembrano inutili perché non vi è in esse alcuna domanda, e di conseguenza nessuna risposta. Un anno fa le cose sembravano più complicate, ma viste dalla prospettiva di oggi si tingono di una malinconia idilliaca. Ma l’esperienza insegna che accade sempre così.
A volte vorrei che il nostro gioco durasse in eterno, come la mia mente è abituata a pensarlo, come noi tutti siamo abituati a pensare le nostre simpatiche esistenze, mentre non è così: non vedi che d’un tratto tutto può piombare nel nulla, se dietro una curva un camion non ti vede, se quello nell’altra corsia si addormenta, oppure non si accorge che il semaforo è rosso, come nella canzone dei Beatles. E allora perché pensiamo sempre il nostro gioco come infinito,? Perché rimandiamo il momento di dire la verità pensando che quel momento esisterà sempre?
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Thursday, June 19
december
Ricordi
tu avevi quelle ciabatte di gomma
non sentivo alcuna fatica
Sorridevamo
Le persone intorno sembravano divertite
non capivano
erano da un’altra parte
La giornata stava finendo
una via in mezzo alla valle si sarebbe riempita di gente:
la notte era vicina
Ricordo
Di aver pensato che senso avesse
quella corsa
L’inverno era alle porte
Ma le mie gambe
andavano da sole
Pensare al passato
è sempre una cosa inutile
Ma tu
Stringevi la mia mano nella notte
Stampavi parole nella mia testa
mentre tutti erano soli.
Gesti normali ora mi perseguitano
Vorrei – mi vedo –
Camminare sola in quella via
deserta
in una vallata disabitata
bianca
Vorrei non incrociar nessuno
che dall’alto della sua felicità getti a me il suo
sguardo
La verità è
Che non voglio più tornare dall'altra parte
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| Spring 2014 |
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Tuesday, June 10
cupio dissolvi
Ho in mano una bic. Improvvisamente ricordo di quanto fosse bello disegnare con la bic nelle ore di scuola. Ha un tratto preciso e senza sbavature, non troppo lucido, scorrevole al punto giusto. Traccio un quadrato. Quante cose avrei voluto fare e non ho fatto. Quante cose vorrei fare ma mi sembra tardi, e poi ecco, penso che davvero sono una cogliona a pensare questo adesso. Perché io dovrei avere il mondo in pugno. Il mondo è tuo, me lo dicevano gli anziani quando ero piccola, ma io ho sempre riso. Cosa diavolo significa? Il mondo non è di nessuno, e io vorrei essere un filo d’erba o l’acqua di un fiume, dimentichi di sé e della vita intorno. Sento come una spinta a dissolvermi nella natura intorno a me. Suppongo sia questo quel che cerco nello sforzo fisico mentre alberi e foglie e animaletti sulla strada mi osservano assorti, immagino che in fondo vorrei sciogliermi sull’asfalto bollente di una strada in salita, sulla terra umida del sentiero, sulla terra scura tra rocce taglienti, e nella neve nascondermi per sempre.
Quando d’estate guardo il lago scuro, immagino il mondo buio che sta sotto le sue acque increspate: ne immagino i fondali spaventosi, le alghe che danzano sul fondo; poi mi tuffo, e l’acqua fredda attraversa il mio corpo come una scossa. Se apro gli occhi e guardo giù, un verde scurissimo mi si apre davanti, opaco, un verde incomprensibile e non amico, e sento chiaramente il freddo delle correnti profonde sfiorarmi i piedi, e allora mi volto a pancia in su: la montagna si staglia rassicurante e alta di fronte a me, delle case arrampicate sulla costa hanno grandi vetrate su cui si specchia il sole della sera, nel cielo le nuvole solitarie scorrono veloci, altissime, il vento è diventato brezza e l’acqua smette di muoversi. La riva è poco distante, sento le voci, qualcuno se ne andrà ora, qualcuno sarà felice; tutte le vite che sono qui oggi interpreteranno questo giorno e questi istanti in modo diverso per ognuno, ogni ora e ogni istante sono parte di mille storie differenti, ma seguire questo pensiero è decisamente troppo complicato, e un poco doloroso. La sera è placida, la gente se ne va; io e il mio corpo stiamo adagiati comodamente sul pelo dell’acqua, sospesi sull’abisso sconosciuto che sta sotto, e chissà che qualcosa non allunghi il braccio dal fondo e venga a farmi il solletico alla schiena, avresti paura, te la faresti sotto, non è vero KK? Eppure non c’è volta che non ci pensi, quando nuoti nell’acqua senza senso del lago. Ti chiedi che cosa mai nasconderà il fondo buio, e pensi intensamente che la stessa acqua che lambisce ora il tuo corpo indifeso tocca nello stesso istante anche le mille cose oscure che stanno nelle profondità del lago; e questo pensiero è fastidioso e attraente insieme, ma tu non hai paura, tu apri gli occhi e osservando l’abisso continui a nuotare, e a lottare, perché c’è una parte di te che vorrebbe andare a fondo, scomparire da questa sera e dall'estate calda, da tutte le persone che ami e non comprendi, dalle situazioni odiose che ancora si ripetono; sfuggire di colpo a tutti i maledetti casini che agitano la vita tua e di tutte le persone sulla riva, che però di tutto questo non sembrano preoccuparsi, o almeno non adesso. Ogni cosa è lontana. Vociare di bambini. C’è una parte di te che sussurra qualcosa e tu vorresti abbandonarti alla sua voce; ma ignori quella spinta, continui a nuotare, stai in superficie; eviti accuratamente di guardare troppo a lungo l'abisso verde scuro da cui un giorno mille mani si leveranno per sfiorarti le gambe e sorridere di te che non resisterai; ma oggi no.
Oggi distogli lo sguardo, tenti di dimostrare che sei più forte, che tra poco salterai fuori dall'acqua per tornare alla vita di tutti, tenti di convincerti che non hai mai pensato al fondo, alle mani, alla voce che nel buio chiamava il tuo nome, al piacere sottile e insensato nell'osservare quanto facilmente una vita può andarsene senza lasciare traccia; e a come sarebbe stato bello lasciare l'estate a metà, un assonnato pomeriggio cristallizzato per sempre, ripetuto all’infinito come una maledizione. Sorridi a questo pensiero. L’acqua è leggera, scivola via veloce, nasconde un piacevole silenzio ovattato ogni volta che metti sotto la testa. Il mondo fuori è amico, è tranquillo e felice nella calma sera di agosto, e se non avrai paura il lago si lascerà attraversare senza dir nulla e senza farti del male. Ancora una volta l’acqua silenziosa ti lascerà andare, ti lascerà riemergere sull’altra riva e scappar via, di nuovo salva.
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Wednesday, April 30
categorie
Per chi accetta di farsi sconvolgere da eros, le cose sono sempre, perennemente,
irrisolte.
Chi accetta di nutrirsi della sua energia potente, deve
accettare anche di cadere nel vuoto quando questa viene meno. Camminare sull’abisso
è divertente fino a un certo punto. Costruire storie per sopravvivere può
durare per un po’ ma è così maledettamente faticoso.
Piango e non so davvero perché.
Piango e vorrei dirlo a qualcuno. Tante belle parole e tanta fiducia negli
altri e poi invece ecco, siamo di nuovo soli. Perché non può esserci un
equilibrio? Dove se ne vanno i momenti perfetti in cui tutto corrisponde? Dov’è
la tranquillità che sembrava di stringere definitivamente tra le mani e perché improvvisamente
tutto diventa difficile?
Mi sono accorta che viviamo solo di categorie. Le categorie
con cui ordiniamo il mondo, con cui ci hanno insegnato a ordinare il mondo,
sono pure costruzioni, che offuscano e impongono un certo senso allo scorrere
degli eventi, alle cose che accadono. Talvolta assumono più importanza le
categorie delle cose che si vorrebbero categorizzare. Se io penso ad una cosa
sommamente astratta, complicata e assurda come l’amore, le mie categorie mi dicono certe cose, e io ci credo, mi
dicono quali forme e quali modi una cosa come l’amore può assumere; e se gli eventi della mia vita o le cose che mi
succedono non vi corrispondono io vado in crisi, o penso di aver sbagliato
qualcosa. Nei momenti di disperazione, quando il cervello si arrende e la
smette di cercar soluzioni e palliativi per farmi galleggiare, penso di aver
sbagliato tutto. Ma immagino sia tutta colpa delle categorie. Immagino che una
buona parte della mia infelicità stia nel mio modo di pensare quel che avviene,
nel mio modo di dare senso agli eventi, stia insomma nelle maledette categorie in
cui ogni cosa che accade e che pensiamo
viene schiacciata a forza, da sempre, da quando a scuola ci hanno insegnato a
leggere e a scrivere, ma forse da prima, da quando le risposte degli adulti
hanno assunto la rigida fissità propria della verità, e la verità stessa ha smesso di essere sempre ancora
domanda.
Così, le nostre domande si sono esaurite, sono naufragate
nelle risposte e han pensato che andasse bene così, che non ci fosse più
bisogno di chiedere, o che chiedere fosse stupido. Nessuno da allora si è più domandato
perché pensiamo alle cose proprio nel
modo in cui ci pensiamo, e non in un altro. Nessuno si è più chiesto perché
mai dobbiamo pensare a oggetti, eventi, concetti, a una cosa come l’amore, solo all’interno di categorie
così ristrette e così stupide; stupide
nel senso in cui sono stupidi i computer, che non fanno che eseguire
ordini macchinalmente, che si ostinano a ripetere un comando anche quando è
fallimentare, che perseverano nell’errore e cadono in un loop, perché non sanno pensare se stessi.
E che dire delle nostre testoline, in cui si compie ogni
giorno, per ogni storia, per ogni maledetta emozione, l’eterno ritorno dell’uguale;
che dire delle nostre menti tanto brillanti che per un dettaglio insignificante
si fanno rovinare la giornata, perché quel dettaglio, opportunamente categorizzato, costituisce un pezzo di
informazione che riempie di un senso nuovo e nauseante sia il passato che il
futuro, diventa così un dettaglio totalizzante,
che ingombra come un peso morto il passaggio, il cervello, impedisce di vedere
la varietà di soluzioni che il mondo fuori
categoria offre, ma noi siamo ciechi, ma tu sei cieca KK, sbatti la testa
sempre di nuovo nello stesso punto, cerchi spiegazioni sempre di nuovo negli
stessi luoghi, usi ancora e ancora le medesime categorie che ieri e oggi ti
hanno fatto stare male. Esci per un giretto a piedi e osservi tutti, persone,
oggetti, animali, le carte per strada, con aria apocalittica. Le nuvole
inquiete e gonfie di pioggia sono dalla tua parte, l’aria umida che sposta le
foglioline nuove degli alberi è un presagio di qualcosa, ti fa pensare che
tutto alla fine passa, che tutto a un certo momento finisce, te ne sei accorta
due giorni fa quando sotto l’acqua e la neve hai imposto alla tua mente di
stringere i denti e resistere, perché tutto finirà, che sia sofferenza, fatica,
freddo; che sia felicità di un momento, farfalle nella pancia una sera
di aprile, stendersi sul pelo dell’acqua al mare a mezzogiorno, l’aria calda
nelle discese in bici.
Emerge da tutto questo una verità potente, e fuori
categoria, che ha le sembianze di una legge cosmica; e dice che ognuna di
queste cose, ognuna delle Cose, per
quanto sembri non finire mai, a un certo punto non sarà più; e tu potrai
guardarla da lontano, pensare alla distanza che ti separa da lei, pensare a
come hai fatto a superarla o com’è stato possibile che se ne sia andata così in
fretta. Di questa legge che spazza via le categorie, che sferza il sempre
uguale come la piena di un fiume, si trovano tracce sorridenti in ogni cosa che
esiste.
Adesso dalla finestra aperta entra l’aria della sera; il
cielo è finalmente chiaro e pulito, ogni cosa del mondo sembra tornata al suo
posto. È solo apparenza ma evidentemente è quanto basta. Capisco solo ora di
essere io il problema; appare chiaro nella confusione della mia testa che io
sono tutt’uno con quella legge e quella verità, che sono io l’acqua fredda di
quel fiume, e che è la mia corrente a trascinare ogni cosa nella piena,
indefinitamente, senza meta, in continuazione, senza mai fermarsi un attimo a
pensare, senza mai fermarsi sull’argine del fiume a osservare la corsa, i
ciottoli chiari, e il mondo indifferente tutt’intorno.
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Sunday, April 20
frattura
Improvvisamente non mi importa più di nulla. Non mi sento più in bisogno.
Chiamerò questo momento frattura. Per una volta uscire a far due passi in mezzo alla gente ha avuto un che di catartico.
KK fendeva la folla come un’imbarcazione sul mare. Le persone erano così lente, e così indecise, eppure così tranquille e sicure di essere pienamente nel giusto. Sono tutti con qualcuno, hanno tutti qualcuno su cui distribuire le loro attenzioni ed essere così meno soggetti agli sguardi altrui.
Ma una tranquillità del tutto inaspettata ha afferrato KK. Cammina in mezzo alla gente ma in realtà è stesa sul pelo dell’acqua, sul mare blu del mezzogiorno estivo. Osserva il cielo senza bisogno di pensare a niente. Spesso le sere d’estate le fanno il medesimo effetto. Spesso le sere in cui il vento gonfia il cielo di nuvole nere la rendono al contempo inquieta e sicura di sé, si offrono a lei come doni improvvisi e gratuiti, da cui attingere a piene mani.
KK fende come una lama la gente che cammina ignara, bambini, sorrisi di circostanza, auguri di buona pasqua, intanto il macello si è già consumato nel silenzio dei giorni passati ma qui non è giunto alcun grido.
Come siete vestiti bene, pensa KK. Com’è bello essere soli, in questo momento di osservazione. Le cose non sarebbero mai le stesse, l’occhio di KK non sarebbe lo stesso se con lei vi fosse qualcuno. Per la verità, e paradossalmente, è tutto il giorno che vorrebbe tanto essere con qualcuno, ma a sera finalmente un certo equilibrio si è ristabilito.
L’esistenza si materializza in un fiume di esseri umani che passeggiano lenti come fossero portati dalla corrente. Sono loro stessi un fiume, e KK si fa da loro trasportare, si abbandona al flusso, si guarda intorno, cerca appigli di senso nei volti, nelle case, nelle vetrine; quanta gente alla gastronomia, quanta gente nel negozio di intimo, quanti bambini che sembrano gli unici in grado di sfuggire al corso del fiume, vanno a zig-zag, fanno deviazioni improbabili, che KK osserva rapita; una bimba piccolissima si blocca in mezzo al flusso rischiando di far inciampare quelli che vanno diritti, che la schivano con un sorriso bonario, sono bambini pensano in silenzio, ma la piccola si guarda attorno trionfante, lei non è più nel flusso, lei è un ciottolo immobile in mezzo all’acqua che scorre, KK vede bene che davanti a sé si è manifestato un certo tipo di libertà difficilmente comprensibile e definibile, e che le dà un attimo di smarrimento. Ma poi tutto riprende normalmente, la bimba è riposizionata sulla retta via da un adulto, KK contempla la sua visione ma un attimo dopo ve n’è un’altra che attira la sua attenzione, ed è un’altra bambina, più grande, un bel viso tondo con occhi azzurri e capelli angelici, dice qualcosa, si guarda intorno altezzosa, ed allora KK vede chiaramente quella vita come sarà nel futuro, perfetta, senza fratture, unita e trionfante come un giorno di sole, limpida e facile come tutte le vite delle belle ragazze bionde occhi azzurri. Un profondo senso di impotenza prende KK, un profondo senso di irrimediabile diversità e lontananza da quel mondo prende KK alla visione di queste promesse di felicità; ma poi torna in sé, torna un poco più razionale, dice tra sé ma non vedi che stai dipingendo vite ideali? Cerca lucidità mentre la voce la rimprovera non vedi che inventi cose che non esistono per fare un confronto e stare male?
Ma perché crucciarsi? Perché farsi rovinare ore e giorni da nient’altro che pensieri arbitrari?
KK sente la vita andarsene, sente in modo chiaro e inconfutabile l’inutilità dell’esistenza che ora le scorre davanti e che fino a poco fa la tirava da una parte all’altra, e faceva di lei ciò che voleva. Sente i significati scivolar via da cose, persone, fatti accaduti, la sente sciogliersi come una glassa dolciastra, che se ne va lasciando il mondo degli eventi nudo e finalmente senza senso e determinazione, e lasciando KK piacevolmente tranquilla, libera da quel terribile senso di necessità apocalittica che ogni attimo si portava dietro.
KK è scossa da brividi ora, cammina e deve avere in faccia un sorriso ebete, cammina cammina ma nulla ha più senso, e KK è da questo sollevata, è improvvisamente più leggera, KK è una piuma che fluttua oltre le cose e le parole di questa via affollata, oltre ogni cosa del mondo che prima di questo istante perfetto reclamava a gran voce la sua attenzione, ogni cosa ogni gesto e ogni ricordo voleva la sua testa, ghignava alle sue spalle, voleva prender la rincorsa e buttarla a terra; ma ora no, più niente tocca la mente libera di KK, la brezza della sera è così ambigua, sa di fiori e di legna bruciata, è primavera e inverno contemporaneamente, KK non capisce verso quale stagione stiamo andando, ogni cosa ora è semplice e trasparente, KK cammina e le gambe la portano nei luoghi più disparati, la portano là dove tutto sembrava perfetto, la portano nella piazza di sera con poche macchine dove siete stati a guardarvi e sorridere e volevate entrambi la stessa cosa, e poi un tira e molla infinito, e poi siete scappati senza dir niente a nessuno, e lui ti ha detto potremmo andar via senza dir niente a nessuno e tu ha sorriso e la notte era perfetta, la sua pelle era salata, la luna vi guardava con un sorriso triste; ma nemmeno questo ora ha più un peso come l’aveva un attimo fa, come l’aveva solo ieri quando KK pensava non ci fosse via d’uscita per liberarsi da questo desiderio, dalla maledetta voglia di vederti, voglia di avere qualcuno da aspettare, ma niente, tutto tornerà di nuovo al punto di partenza, accadrà forse stasera, domani, chissà, ma KK è così inquieta, KK sente che il tempo è fatto di gocce che non sono per noi infinite, KK sa che la disinvoltura con cui lasciamo passare i giorni cela una cattiva infinità, perché il tempo che ci rimane è perfettamente calcolabile, KK ora ride alla grande rotolandosi nella sabbia di una clessidra immensa, ma stasera no, stasera è a sé, stasera il fiume delle persone che esistono ignare, e ignare si trascinano, ha svelato il suo volto a KK, ha gettato la maschera.
KK fluttua nella via, oltre la via, oltre la sera d’aprile che ora non è più triste e solitaria ma è solo una sera d’aprile in cui alberi e foglie nuove, sassolini e rametti, e neve là in alto, stanno nell’esistenza, stanno gettati nel mondo esattamente come KK, che al momento non ha nulla di diverso da un sasso o un filo d’erba, perché per pochi minuti, forse qualche ora, la crepa si è richiusa, KK non sente la distanza dalle cose, dalle persone, da quello che vorrebbe eppure non è qui; ora la consapevolezza come musica entra in lei, la musica è vibrazione fisica che entra nella cassa toracica e scuote il corpo inutile di KK, lei sorride, i tuoi occhi volteggiano ancora una volta nella sua testa ma l’apocalisse è rimandata, ogni cosa stasera è semplicemente superflua. Ogni illusione è caduta. KK cammina su un filo, giace sull’acqua guardando tranquillamente il cielo, esiste e nient’altro.
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Thursday, March 6
asciugamano
KK ricorda perfettamente di aver visualizzato, sull'asciugamano davanti a sé mentre se ne stava beata sotto la doccia, la sua vita futura.
Tutto questo accadeva anni fa, cinque almeno.
Quel giorno, con una chiarezza e soprattutto con una fiducia che mai si sarebbero ripetute, KK aveva creduto fermamente di avercela fatta. Dopo la visione sull'asciugamano, bianco come la neve che aveva appena lasciato, KK stette un tempo indeterminato sotto l'acqua calda a sciogliere la tensione di quei giorni, felice, in attesa. Finalmente tranquilla e consapevole KK se ne stava a rimirare quello che aveva fatto.
Oh, ma ancora non era finita.
Quel pomeriggio sotto la doccia, per l'ultima volta KK credette in se stessa. Tempo dopo, spese mesi e anni a chiedersi quanto diversa sarebbe stata non tanto la sua vita, ma la sua stessa persona, qualora l'esito di quel maledetto pomeriggio fosse stato diverso. Se qualcuno avesse detto sì, se qualcun'altro avesse scritto ammessa sul foglio che avrebbero poi appeso fuori dall'hotel, dove dopo la doccia KK si recò incontrando tutte le facce paonazze della mattina, vestite civili, e dove KK dovette vedere la gioia degli altri senza poter far nulla e senza poter gioire lei stessa. Cosa sarebbe cambiato e quanto?
L'ultimo pomeriggio di vita della fiducia di KK se ne andò così, neanche il tempo di goderselo, e neanche il tempo di pensare a un piano B per salvarla, la fiducia, nel caso il piano A avesse fallito.
Invece niente. Fallì il piano A, e fallì il mondo faticosamente costruito da KK, e morì quel giorno poche ore dopo la visione sull'asciugamano anche la fiducia di KK nelle cose a venire, negli eventi, cioè in fin dei conti in se stessa.
Una parte di KK è rimasta sotto la doccia credendo di essere invincibile. Quell'anno, finito miseramente in quel pomeriggio di inizio primavera, fu il primo e l'ultimo in cui KK si sentì davvero forte, invincibile, capace di reggere la pressione e l'ansia, capace di gestire la prova, la paura, la sensazione di non essere all'altezza. Questi ultimi erano allora concetti sconosciuti, per KK.
Aveva costruito un mondo in cui niente era impossibile, in cui impegnandosi si arrivava al risultato, in cui l'ansia di non riuscire erano combattute con la concentrazione attenta e testarda. Aveva ripetuto tutti i gesti necessari e aveva fatto tutto giusto.
Perciò una parte di lei era rimasta sotto la doccia, per capire che cosa di tutta quella storia e di quel mondo fosse andato storto, cosa ci fosse stato di sbagliato e dove diavolo fosse, se in lei, negli altri o nelle cose stesse.
Una parte di KK, infinite docce più tardi, guardando l’asciugamano scorge ancora quella visione così chiara, nitida e semplice, e quel giorno in cui tutto si è perso le pare così vicino e insopportabile da esser nella sua testa rielaborato, ricostruito e riposizionato, diventa l’inizio di una discesa, lo spartiacque tra un prima e un dopo del tutto convenzionali, inventati, che daranno a KK la sensazione che la vita in fin dei conti sia fatta di tanti pezzettini uno diverso dall’altro, da posizionare a piacimento come fossero mattoncini di lego. Tutto questo e molto altro, mentre dall'asciugamano spariva la visione perduta per sempre, tutto questo e poco altro mentre la vita tanto desiderata fuggiva in un baleno, e la fiducia di KK nelle cose, negli altri e in sé, svaniva di botto, ridendosela alla grande, una fragorosa risata mentre KK rannicchiata nella vasca sparirebbe volentieri assieme all’acqua che se ne va.
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Saturday, January 4
a wish
Come vorrei non aver bisogno di nessuno. Pensavo fosse possibile, l'ho sempre pensato, e invece ecco che non è vero. Io vengo presa nel vortice proprio come tutti. Cosa pensavi, KK, di essere immune? Davvero credevi possibile sfuggire ad eros che tutto muove e tutto manda avanti? Ognuno è preso per il collo e non può sfuggire. Tu KK non fai eccezione. Tu ami proprio come gli altri e adesso soffri maledettamente; vorresti tanto non aver bisogno di nessuno e avere la mente libera, non aver bisogno di nessun legame e nessuna persona; e invece eccoti qua, ridicola, sconquassata, in attesa di qualcuno. Pregare mentalmente che il tempo si faccia occasione, e che le occasioni si succedano, non serve più a niente. Pensare e ripensare, rivedere gli attimi passati, non serve davvero a niente. È tutta apparenza e quasi viene la nausea, a KK. Quasi non riesci più a dir nulla, non è vero KK? Muta e incredula davanti alle occasioni perse, muta e perseguitata da immagini e sensazioni che non si possono cancellare. KK, perché dev'esser tutto complicato? Perché non provi semplicemente a prendere quello che viene, senza curarti di quel che è stato?
KK ha un flash improvviso.
È estate.
È un luminoso giorno d'estate, appena sopra il lago, una strada in salita al sole, il caldo che diventa quasi insopportabile, il presagio della sofferenza che sta in agguato qualche centinaio di metri più su, dove l'asfalto è bollente e ripido e la salita non dà tregua, e le gambe saranno già stanche di pedalare. Il lago sta dietro di noi, fresco, meraviglioso, l'estate è solo a metà, rivoli di sudore tiepido scendono dalle tempie, negli occhi, lungo la schiena, dietro le gambe, tu sei davanti a me e vai a zig zag, ti raggiungo e ti sto di fianco. Credo di aver pensato, in quell'istante, a come sarebbe andata a finire, questa mia strana sensazione verso di te. Eppure sembrava allora così innocua, innocente e casuale come un sorriso nella notte. Forse potrei sforzarmi e con un po' di agilità passarti, e lentamente andar via. Non lo faccio. Sto lì mentre la salita diventa sempre più cattiva e insopportabile, e il manubrio scivoloso, e il fiato corto. Ti aspetto. Voglio stare qua. Sento che sto facendo una cazzata. Fa caldo e non so nemmeno come finirà, oggi. Ti guardo e mi guardi e siamo maledettamente stupidi. Vorrei dire qualcosa a proposito della mia visione, vaga e sfumata e resa delirante dalla fatica e dall'endorfina nel mio cervello. Non dico nulla ma dentro di me qualcosa cresce, va formandosi e reclama spazio e visibilità. Il lago è ora lontano, luccica nell'aria tremolante di mezzogiorno, l'altra riva è quasi invisibile dietro la foschia umida e calda. Un senso di malinconia quando siamo finalmente in cima, un'altra valle si apre dopo questa, e così per molti chilometri, altre valli e altri laghi fino ad arrivare alla pianura, immersa nella cappa di calore, grigia, e in fondo in fondo, invisibile a noi, il mare.
Tutto questo e molto altro quando scolliniamo su una strada dissestata e dimenticata da dio, tutto questo e molto altro nella mia testa mentre mi lancio nella discesa misurando le sensazioni e immaginando la bici senza freni, immaginando i criteri per una felicità possibile, immaginando che forse non mi serve nient'altro che giorni liberi e una bicicletta, per essere contenta. Tutto questo e molto altro, nel mezzo di un giorno e nel mezzo dell'estate; pedalo e intanto penso che forse non ho e non avrò bisogno di legami, forse non avrò bisogno di persone, per trovare la tranquillità che cerco. Ma tu sei ad un passo da me, tu sei qui ora e non mi rendo conto che è solo per questo che sono tranquilla; se ora va tutto bene, è solo perché tu sei qui, sei vicino e sei con me. Soltanto finita l'estate questa cosa è apparsa chiara. Avrei dovuto passare oltre e invece eccomi qua. Avrei dovuto liberare la mente da inutili pensieri e sensazioni, e invece eccomi qua. Saresti dovuto restare in quel giorno d'estate, un'immagine e un sorriso e delle parole su una salita, e invece eccoti qua con me, di nuovo. KK, come fai ad essere così prevedibile? KK perché non ti fai una risata e non salti fuori dall’angolo dove ti sei cacciata?
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Monday, December 9
kairós
L'insensato flusso del tempo si carica di significato solo quando lo si limita e circoscrive. Allora il tempo non è più chronos, tempo che scorre come un fiume davanti agli occhi, acqua sempre diversa ma sempre uguale.
È bastato un giorno, degli sguardi e delle parole e dei gesti, perché il tempo lineare diventasse kairós. Tu sei kairós, occasione, occhi chiari nella notte a dirmi che sì, lo vuoi anche tu. Ma perché, a queste parole, mi sono sentita persa?
Non era quello che volevi, KK? Eppure qualcosa mi ha fermato, proprio io.
Quello che accadrà non uscirà da queste mura. Quello che è accaduto non lo saprà nessuno.
KK, hai creato un kairós potentissimo.
Ora il tempo può davvero diventare relativo. I secondi si ammucchiano, e i minuti, e le ore, come quelle lunghissime dell'altra notte; ora non più. Minuti e ore e giorni hanno un senso. Parlarti liberamente e ridere sono stati come una rivelazione. Sono stati meglio di qualunque altra cosa capitata ultimamente. Sorrido e sono felice nonostante la confusione. Forse l'altra sera avrei dovuto mettere il cervello fuori dalla porta come dicevi tu, e a quest'ora avremmo un segreto in più da custodire.
Invece no. Ho scoperto una cosa nuova e cioè che il mio cervello è davvero difficile da spegnere.
Soffro perché ti vorrei tutto per me. Soffro perché non so se sia lo stesso per te, ma credo di no, almeno non adesso. Però ho capito quel che mi hai detto. È un momento così, di scoperte. Forse dovrei prenderlo anch'io così, cogliere l'attimo e non pensare a nient'altro. Forse un giorno tra tutte le scoperte ci ritroveremo a guardarci e a sorridere come l'altra sera e non ci sarà bisogno di cercare altrove quello che abbiamo qui, improvvisamente così chiaro davanti agli occhi.
La notte è lunga ma non piove più. Tante notti e tanti giorni ancora attendono di farsi kairós, fonte di scoperte, di vita e di senso. Stanno aspettando noi, a chiamarle per nome e farle uscire dalla monotonia del tempo sempre uguale. KK è in attesa. Sente la tranquillità più vicina e vorrebbe urlarlo al mondo. Sta invece in silenzio. KK è piena di fiducia. La calma e il pensiero senza legami portano alla verità.
Kairós, occhi azzurri nella notte, prometto che la prossima volta la mia mente sarà libera.
La notte è lunga ma non piove più. Tante notti e tanti giorni ancora attendono di farsi kairós, fonte di scoperte, di vita e di senso. Stanno aspettando noi, a chiamarle per nome e farle uscire dalla monotonia del tempo sempre uguale. KK è in attesa. Sente la tranquillità più vicina e vorrebbe urlarlo al mondo. Sta invece in silenzio. KK è piena di fiducia. La calma e il pensiero senza legami portano alla verità.
Kairós, occhi azzurri nella notte, prometto che la prossima volta la mia mente sarà libera.
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Thursday, November 28
rivelazione
Salivo tranquilla e senza pensare a niente, quando la voce ha iniziato a parlarmi. È forte e chiara, scandisce le parole con calma e viene direttamente da me. Ho approfittato di questo momento, mi dice. Tu devi approfittare di questi momenti, per comprendere la verità di tutte le cose, compresa la tua vita che tu pensi così complessa e totalizzante e che a tratti ti fa disperare. Perché mai, tutto ciò? Perché mai, tutto questo inutile affannarsi a correr dietro a pensieri, giudizi, inconsce paure su di te e sugli altri?
In realtà, la tua vita non è nulla di separato da tutto il resto. L'esistenza stessa, di cui la tua fa parte, è il mare calmo che torna sempre uguale dopo ogni tempesta. Tutto si muove, sotto il pelo dell'acqua, e ti sembra che accadano cose, e ti sembra che le parole dette dagli altri siano irreparabili; le persone muoiono, questo sì; forse questo è l'unico mistero che ancora può rimanere intatto. Ma tutto il resto è pura apparenza.
Non vedi quanto è semplice, seguendo la mia voce, ricondurre i molti a uno?
Ma presto la voce sparirà. Tutto sarà come prima. I momenti di consapevolezza sono rari e la vita ci impedisce di vedere l'orizzonte che sta sempre là davanti. La vita che costruiamo giorno dopo giorno come fosse un castello di lego, che agghindiamo e addobbiamo come l'albero di natale, che mostriamo a tutti sottoforma di Identità immutabile, è un simpatico castello di carte in attesa di un soffio di vento.
Le risate sono assicurate. Venghino signori allo spettacolo! il divertimento non mancherà, quando un'altra tempesta rivolgerà le acque, sposterà i riferimenti, sconvolgerà il senso.
Tuttavia l'esistenza del tutto non farà una piega. L'acqua tornerà sempre calma, il mare sarà piatto e tranquillo sotto il cielo chiaro. Dunque perché affannarsi tanto? Perché i pettegolezzi, la cattiveria, l'ostilità insensata? Perdiamo in partenza.
Del nostro affogare, nel buio là in fondo, arriverà sul pelo dell'acqua solo qualche bolla silenziosa.
Prima di noi e dopo di noi, il mare era e sarà calmo per sempre.
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Friday, September 20
Maledettamente ridicoli
Non siamo maledettamente ridicoli?
KK pensa
intensamente a questa cosa, e a se stessa e ai suoi desideri, e non prova
nulla. Ripensa con grande concentrazione a ciò che vorrebbe dire, guarda dentro
di sé. Non trova niente.
Tuttavia il tempo avanzerà ugualmente, e mangerà tanti
di quei giorni ancora, giorni inutili come questo. In fin dei conti che
importanza hanno, i giorni, in sé e per sé? Ognuno si inventa eventi e cose da
fare perché i giorni si differenzino gli uni dagli altri, e perché messi
assieme e visti da lontano siano una storia. Ma restano una semplice
invenzione.
Allora KK vorrebbe ora inventare un nuovo modo di essere, di esistere, vorrebbe dire una nuova vita ma ancora non è quello il punto.
Ci sarebbe da cambiare proprio tutto.
KK vorrebbe ora ridere in preda all’alcol e incrociare i suoi occhi e vedervi
una luce, un lampo che dice sì,
aspetta solo un attimo, stiamo qui a studiarci da lontano, non aver fretta, non
preoccuparti che prima o poi succederà qualcosa, e prima che tu possa aprir
bocca io sarà ormai troppo vicino, e capirai tutto, tutto il mondo in uno
sguardo che desidera solo te e di cui nessuno davvero sa nulla. Oh sì. Nessuno sospetta
nulla, qui attorno. KK ama la complicità. KK a tratti vivrebbe solo di quei
tuoi sguardi, che prima di essere tuoi
erano di molti altri esseri umani come te, nei quali in momenti diversi quell’energia
si è concentrata; su di loro, gli amori temporanei, le infatuazioni senza meta
precisa, KK ha investito tutta se stessa, e questo accadeva ogni volta, per
ognuno, singolarmente. Forse varrebbe la pena di farsi uno schema con la durata
di quegli amori maledetti, pensa KK, in modo da sapere in anticipo quanto
durerà il prossimo, e quanto durerà quello presente, e se è possibile evitarne
la ripetizione, o alleviare la pur piacevole sofferenza che ci causa. KK non sa
davvero più cosa pensare. Un anno fa, questo, e molte altre cose, erano in
effetti impensabili. Ma invece succede sempre, maledizione. KK è presa da due
cose contemporaneamente, anzi forse la prima è ora passata in secondo piano. Il
nuovo temporaneo ha preso il sopravvento. L’altra, l’altro, ciò che era primo
ed era sembrato, con grande cautela, per
sempre, è ora una stanza buia, una luce spenta, è semplicemente invisibile.
La nuova luce dell’altro temporaneo acceca.
Bisogna stare attenti all’accecamento,
KK, ricordalo sempre.
Ma si sta così bene, senza pensare troppo. In queste
giornate che sembrano senza senso, in cui tu sei assente anche se ripetiamo che
va tutto bene, l’accecamento è tutto. L’accecamento è l’unica cosa possibile,
quella che permette a KK di andare avanti. KK chiude gli occhi e cerca di
capire. KK soffre in silenzio guardandovi da lontano. KK è sempre stata leale
ma non ha mai voluto sentirsi così.
Vorresti
forse una pausa da tutto, non è vero?
Credo di sì, dice KK candidamente. Io
voglio poter parlare chiaro, aggiunge. Poi, silenzio. KK con la testa sott’acqua
pensa di nuovo ai tuoi occhi nella sera calda umida, è uno smarrimento senza
parole, silenzioso, un cenno invisibile e solo per noi, un sorriso che vuol
dire tutto. Cosa aspetti, KK? Cosa aspetti perché tutto, nella tua esistenza,
diventi reale?
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Friday, August 23
Non mi è dispiaciuto
Non mi è dispiaciuto, quando mi ha toccato il braccio. Non mi è dispiaciuto, il suo sorriso che pure suonava così strano. Non mi è spiaciuto, sentirmi sfiorata da altre mani e altre parole. La verità è che cerco qualcuno che dia senso ai miei giorni; perché tu non ci sei più.
Che senso ha questa mia attrazione?
Mi pare, stando ferma qua, di accumular tristezza.
Mi pare, incrociando i suoi sguardi, di intravedere una vita nuova dietro l'angolo, appena oltre; una nuova considerazione, un nuovo modo di essere me stessa e di sentirmi. O forse è tutto frutto di quel bellissimo e maledetto momento in cui non fai altro che sentire le farfalle nella pancia e pensi che dureranno per sempre. Ma io aspiro a questo. Io ci credo, che questo sia possibile. Magari mi sbaglio, ma io cerco questo. Se questo non c'è più, posso anche passare oltre.
Io ora sono qui, a tratti soffro, a tratti cerco di recuperare e di avvicinarmi a te ma tu sei sempre distante. Mi accorgo che questa dinamica è logora, non può durare in eterno. Mi stai perdendo. Giorno dopo giorno. Io non vorrei perderti perché in fin dei conti non voglio proprio star da sola. Forse però dovrei farlo. Ma non voglio fare nessun passo. Io sto qua e aspetto, come spesso faccio per altre cose. Stavolta è diverso. Stavolta è una specie di esperimento; tuttavia non voglio farti soffrire.
Io voglio amare, è così difficile da capire? È possibile che quella spinta si esaurisca così presto? Amore è tutto, porta avanti e trascina con sé ogni cosa del mondo, in una felicità voluttuosa ma anche composta, ordinata, meravigliosa. Dov'è, tutto questo? Ti guardo da lontano e sento che quella cosa si è spenta; i tuoi sguardi non mi dicono niente; i tuoi gesti verso di me sono bruschi. Guardo lui e cerco di nuovo quello smarrimento; cerco il brivido, quella piacevole sofferenza agrodolce che tante volte è rimasta insoddisfatta ma che ha nondimeno mandato avanti molti dei miei giorni. Quel sentire dolce, quella voglia di sfiorarlo e di essere soli e tranquilli. Anche solo per una volta.
Piove, adesso. La notte è inquieta ed io anche. Ma sono lucida, perché ora le mie parole riescono a dire quasi con esattezza cosa voglio. Ma non per questo le cose sono più facili e meno dolorose. Sento bruciare quella sofferenza come la prima volta, come tutte le volte. Desidero quel coltello nel fianco.
E così adesso, in questa stanza con la luce spenta dovrei dormire. Chissà se nei miei sogni verrà a trovarmi.
Dio, come vorrei che in qualche modo fosse qui con me, ora. Senza dir niente a nessuno. Solo noi. Tutto daccapo come la prima volta. Aspetto solo un suo segno, per farmi capire che lo vuole anche lui e non sta solo scherzando. Aspetto solo un gesto.
Com'è possibile questo? Eppure di te sono ancora gelosa. Come cavolo è possibile questa compresenza di sentimenti e questo delirio? Eppure tutto ciò riesce a convivere perfettamente in me. Passo da un pensiero all'altro senza controllarne l'eventuale razionalità o logica, con una facilità che mi lascia piacevolmente sorpresa. Vi osservo da lontano e non mi scompongo. Penso a cosa succederebbe se all'improvviso sapeste cosa mi passa per la testa. Penso a cosa penseresti tu, se sapessi i miei pensieri. Immagino che soffriresti. Ma io cosa posso farci? Sento che lentamente mi sto allontanando, ma io non ho davvero fatto niente perché ciò accadesse. Tu sei lontano e non mi guardi, e ti ricordi di me quando è troppo tardi. Io non voglio soffrire e basta.
Io quella cosa la cerco ancora, io ci credo ancora, e se tu hai smesso di cercare non è affar mio.
La notte è lunga.
Mi ritrovo a farfugliare preghiere insensate.
La notte è lunga e piove ancora.
Aspetto solo un suo gesto.
Che senso ha questa mia attrazione?
Mi pare, stando ferma qua, di accumular tristezza.
Mi pare, incrociando i suoi sguardi, di intravedere una vita nuova dietro l'angolo, appena oltre; una nuova considerazione, un nuovo modo di essere me stessa e di sentirmi. O forse è tutto frutto di quel bellissimo e maledetto momento in cui non fai altro che sentire le farfalle nella pancia e pensi che dureranno per sempre. Ma io aspiro a questo. Io ci credo, che questo sia possibile. Magari mi sbaglio, ma io cerco questo. Se questo non c'è più, posso anche passare oltre.
Io ora sono qui, a tratti soffro, a tratti cerco di recuperare e di avvicinarmi a te ma tu sei sempre distante. Mi accorgo che questa dinamica è logora, non può durare in eterno. Mi stai perdendo. Giorno dopo giorno. Io non vorrei perderti perché in fin dei conti non voglio proprio star da sola. Forse però dovrei farlo. Ma non voglio fare nessun passo. Io sto qua e aspetto, come spesso faccio per altre cose. Stavolta è diverso. Stavolta è una specie di esperimento; tuttavia non voglio farti soffrire.
Io voglio amare, è così difficile da capire? È possibile che quella spinta si esaurisca così presto? Amore è tutto, porta avanti e trascina con sé ogni cosa del mondo, in una felicità voluttuosa ma anche composta, ordinata, meravigliosa. Dov'è, tutto questo? Ti guardo da lontano e sento che quella cosa si è spenta; i tuoi sguardi non mi dicono niente; i tuoi gesti verso di me sono bruschi. Guardo lui e cerco di nuovo quello smarrimento; cerco il brivido, quella piacevole sofferenza agrodolce che tante volte è rimasta insoddisfatta ma che ha nondimeno mandato avanti molti dei miei giorni. Quel sentire dolce, quella voglia di sfiorarlo e di essere soli e tranquilli. Anche solo per una volta.
Piove, adesso. La notte è inquieta ed io anche. Ma sono lucida, perché ora le mie parole riescono a dire quasi con esattezza cosa voglio. Ma non per questo le cose sono più facili e meno dolorose. Sento bruciare quella sofferenza come la prima volta, come tutte le volte. Desidero quel coltello nel fianco.
E così adesso, in questa stanza con la luce spenta dovrei dormire. Chissà se nei miei sogni verrà a trovarmi.
Dio, come vorrei che in qualche modo fosse qui con me, ora. Senza dir niente a nessuno. Solo noi. Tutto daccapo come la prima volta. Aspetto solo un suo segno, per farmi capire che lo vuole anche lui e non sta solo scherzando. Aspetto solo un gesto.
Com'è possibile questo? Eppure di te sono ancora gelosa. Come cavolo è possibile questa compresenza di sentimenti e questo delirio? Eppure tutto ciò riesce a convivere perfettamente in me. Passo da un pensiero all'altro senza controllarne l'eventuale razionalità o logica, con una facilità che mi lascia piacevolmente sorpresa. Vi osservo da lontano e non mi scompongo. Penso a cosa succederebbe se all'improvviso sapeste cosa mi passa per la testa. Penso a cosa penseresti tu, se sapessi i miei pensieri. Immagino che soffriresti. Ma io cosa posso farci? Sento che lentamente mi sto allontanando, ma io non ho davvero fatto niente perché ciò accadesse. Tu sei lontano e non mi guardi, e ti ricordi di me quando è troppo tardi. Io non voglio soffrire e basta.
Io quella cosa la cerco ancora, io ci credo ancora, e se tu hai smesso di cercare non è affar mio.
La notte è lunga.
Mi ritrovo a farfugliare preghiere insensate.
La notte è lunga e piove ancora.
Aspetto solo un suo gesto.
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Tuesday, August 6
informazione di servizio
Eccoci! Vi sarete chiesti che fine avessi fatto, non è così?
Che fine ha fatto la mia urgenza di parlare,
parlarne, comunicare la mia insofferenza verso il mondo. Invece niente. Nessuna voce, nessun lamento e
nessun grido.
Silenzio.
Oh, ma vi assicuro che quel che conta c’è ancora, è tutto
dentro. Lo sento rivoltarsi, contorcersi dentro di me come un figlio che
vorrebbe veder la luce. Un figlio che non esiste. Senza occhi né bocca. Ma lui
è lì e devo liberarmene. È bello, per una volta parlare da sola. È strana,
questa mia trasformazione. Non sono più sola,
adesso; in verità non riesco a capire cosa mi succede, o forse un poco di
comprensione sta iniziando solo ora; sono letteralmente in balia degli eventi. Giorni e cose, giorni pieni di vita che solo
un anno fa desideravo ardentemente senza mai vederli, ora si accavallano, si
susseguono, si accatastano letteralmente l’uno sull’altro senza che io riesca a
coglierne appieno il senso e la meraviglia. Allo stesso modo, non riesco più a
concentrare l’attenzione sulle cose che mi fanno soffrire e mi infastidiscono,
oppure semplicemente su quelle che mi colpiscono. Prima era così facile, farsi
sconvolgere dalle cose, dagli eventi, anche solo dalle piccole ispirazioni e
illuminazioni di cui erano costellati i miei giorni, sebbene quei giorni, a ripensarci
oggi, fossero miseri e vuoti in confronto a ora. Eppure, io avevo qualcosa in
più. Ero proprio io. Ora mi sento
come sdoppiata, perché ci sono io e c’è lui e poi ci sono io con lui. E
arriviamo quindi a tre, la cosa si complica.
Cara la mia KK, lei
deve imparare una cosa che la salverà la vita nei momenti bui. Lei deve
imparare a credere nella sua propria FORZA. Sa cosa significa? Devo proprio
essere io a spiegarglielo? Ebbene, la sua forza è quella che le ha permesso di
buttarsi nelle sfide. Di continuare a pedalare anche quando sembrava
impossibile. Quante volte le cose le sono sembrate impossibili? E quante volte,
con la forza e la costanza, ha superato muri insormontabili? Quanti di quei muri
sono ora dietro le sue spalle? Li conti, li ricordi uno per uno, ne rammenti la
metamorfosi che lei, e solo lei, è stata capace di imprimervi. Questa cosa, è
la sua forza.
Sagge parole. Ha in effetti colto nel segno. Troppe volte mi
sento svuotata. Lui mi fa sentire così, ma immagino che una parte della
questione sia il naturale esito dell’incontro, finalmente, con gli Altri. Da
sola era tutto più logico e semplice. Ma non è possibile generalizzare. In ogni
caso, dobbiamo continuare il discorso di prima. Quello sdoppiamento mi causa
non pochi problemi. È davvero una cosa che non riesco a comprendere. Qualcosa
dentro di me ha smesso di funzionare; sono come perennemente distratta. Non
riesco a focalizzare la mia esistenza e il suo possibile sviluppo futuro. Sto
qui e vivo, semplicemente. Mi godo anche il fatto di poter vedere dei risultati
in tutte le mie faticate in bici, a piedi e con gli sci. Prima era come girare
sulla ruota del criceto. È successo, ad un certo punto di molti anni fa, che il
mio corpo ha smesso di rispondere. Soffriva
e basta. Non c’era allenamento, non c’era avanzamento. Stanchezza continua, a
cui mi ero abituata. Pensavo di essere così. La cosa deve aver avuto degli
effetti psicologici sulla mia già problematica persona, perché alla fine
credevo proprio che fosse un problema mio. Ricordo innumerevoli volte in cui ho
dovuto arrendermi perché le gambe non
mi reggevano oltre. Ricordo di aver guardato in alto e poi in basso, su una
distesa di sassi, e di essere stata lì un po’ con le mani sulle ginocchia, a
sentire il sudore correre lungo la schiena e sulle tempie, e da lì andare a
impastare gli occhi. A ripensarci adesso, senza voler esagerare, tutte quelle
volte in cui mi sono fermata non erano altro che piccole, microscopiche
sconfitte. Una dopo l’altra, giorno dopo giorno. Questo non potermi fidare del
mio corpo, non poter sapere se resisterà e quanto, mi toglieva fiducia,
distruggeva l’immagine di me stessa, mi metteva ogni volta di fronte al mio
senso di debolezza. Chissà il mio corpo, la sua povera carne e muscoli e ossa,
quanto stress ha subito in anni di
anemia. Chissà la mia testa, dopo anni di debolezza, come deve sentirsi. Oggi sto
bene. Niente più stanchezza. Soffro solo quando lo dico io, e poche altre volte.
Ma la mia testa è rimasta a tratti debole. Non si fida. A volte ride di me,
quando non riesco a spingere sui pedali come vorrei. A volte ride di me e
basta, allora io accendo la musica e vado da un’altra parte, finchè la sua voce
e la mia voce non le sento più.
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Tuesday, October 23
fantasmi di ottobre
Domenica di ottobre, tiepida,
azzurra, nitida e perfetta. Domenica di ottobre di quelle che anni fa erano
dolorose ma che io superavo ogni volta
dicendomi che un giorno non lontano non lo sarebbero state più. E in effetti oggi
non dovrebbero farmi più quell'effetto. Ma tant’è.
Ora non mi spiego cosa succede.
Sto scrivendo per non affondare del tutto. Mi sembra di affogare.
Mi sento debole. È una cosa
fisica. Mi sembra di non aver la forza di fare niente. È anche una cosa dentro
di me. Perché devo sentirmi cosi? Mi mancano giorni molto più sensati, molto
più pieni. Eppure se ci penso razionalmente, è chiaro che quei giorni
torneranno. E quando succederà, riderò di queste scenate e di quei giorni
inutili come oggi in cui tutto sembra perduto se non si fa qualcosa a dare un
senso di compiutezza, o semplicemente un senso e basta. Cercherò di spiegare il
problema come mi appare ora. Succede che io passo i miei giorni a denigrare la
vita degli altri, la gente che se ne sta col golfino sulle spalle al passo
mentre io arrivo in bici. Allora in quel momento posso ridere di loro e vedere
chiaramente in loro l'immagine di ciò che io non voglio mai essere. Ma il
giorno dopo, o forse no, diciamo un po' di giorni dopo, il corpo libero dagli
effetti dell'endorfina, io senza bici e senza sforzo e senza concentrazione
sono nulla, non ho letteralmente senso, fluttuo nell'aria senza direzione nè
significato. E l'orrore mi prende quando in tutta questa confusione mi pare
anche a me di essere come loro, come quelli che avevo tanto denigrato nei
momenti esaltati e felici, quando avevo il corpo sotto l’effetto di quella
meravigliosa chimica naturale. Questa identificazione improvvisa, che a
pensarci seriamente è semplicemente irreale,
perché è ovvio che io non sono così e mai lo sarò, riesce però lo stesso a dominare
la mia vita nei giorni inutili come oggi.
Succede, penso, perché non riesco
a vedere oltre le cose di oggi. Non
dico di avere un progetto per chissà quale futuro lontano. Anche solo domani,
non riesco a visualizzarlo e far sì che renda meno totale il fallimento che
vedo realizzato oggi, qui e ora. Relativizzare è il segreto per non farsi
sopraffare da questa sensazione assurda. È il segreto perché ciò che è solo una parte non venga improvvisamente preso
per il tutto. Le cose passano sempre, dovrei saperlo, dovrei
averne esperienza, e sì, ne ho esperienza ma non me la ricordo più, non ricordo
più niente di quando queste cose son successe nel passato, di tutti i giorni
come questo di cui poi ho riso quando erano finalmente andati. Non ho memoria,
in niente, non ricordo nessuna di tutte le cose che dovrebbero all'istante
farmi sentire meglio. Non vedo il passato. Non vedo neanche domani. Sono così
dannatamente stanca...non ho fame, ma mi sento debole, strana, vorrei partire.
E fare qualcosa per convincermi che posso ancora rimediare; ma non ho
letteralmente la forza fisica per farlo.
Neppure parlarne qui, scriverne,
riesce ad alleviare questa cosa, riesce a farmi sentire meglio. È un'altra domenica
di ottobre in cui cerco di trattenere i singhiozzi di un pianto a dirotto che
non vuole lasciarmi in pace. È rabbia pura, sensazione di impotenza. Di non
poter far niente per impedire che giorni come questo si ripetano uguali, ancora
una volta. Anche se tutto è cambiato o meglio "tutto è cambiato",
mettiamolo pure tra virgolette visto che sembra non sia cambiato proprio
niente. Riesco a litigare con tutti gli aspetti della mia vita. Non me ne
faccio passare una. Il punto vero qui, che poi forse è una parte della
soluzione catartica che sto cercando, è che io non sopporto le cose che si
ripetono. Divento pazza, non capisco più niente quando qualcosa che mi ero
ripromessa di non vivere più immancabilmente succede di nuovo, uguale, e non
all'improvviso ma con tutta la calma per vederlo arrivare da lontano, passarti
davanti e succedere, semplicemente, davanti a te che anche stavolta non
hai potuto far niente per impedirlo. Probabilmente è un residuo della mia vita
adolescente, in cui letteralmente ogni attimo era perduto, capitava a volte che
guardavo i giorni arrivare e andarsene sapendo esattamente che non sarebbe successo niente a cambiarne
il corso, che io non avrei potuto farci niente, se non stare a osservarne i
particolari, la nitidezza dei giorni di autunno, i riflessi e le foglie, il
cielo alto e freddo sopra di me, osservare tutto questo da dietro un vetro, e
immaginare, pensare, pensare forte forte a occhi chiusi sperando di svegliarmi
da un’altra parte. È successo una volta che ricordo ancora come fosse ieri, e il
ricordo mi provoca una specie di fitta. Ricordo che era fine settembre, il mio
compleanno. Devo andare a scuola, ma io con la testa sono da tutt’altra parte.
Prati dorati, da qualche parte. Nella realtà sono rannicchiata nel letto e
vengono a chiamarmi perché mi devo alzare e andare a scuola. Un venerdì. A
scuola dalle otto alle quattro. In autunno, alle quattro il giorno è già
scappato via. Non voglio guardar fuori dalle tapparelle, ma vedo le lame di
luce e riconosco le tonalità di un giorno di sole. Non voglio, non voglio
vederlo. Sono altrove. Mi chiamano, forse urlano, forse no, perché alla fine è
il mio compleanno. Non supererò mai questa cosa. Questa cosa torna tutte le
volte che c’è un problema. Questa cosa riaffiora come uno scoglio nella bassa
marea. Ma tant’è. Allora sono io rannicchiata nel letto, la testa altrove, la
testa in una valle sconosciuta di mia invenzione, l’aria pulita dell’autunno e
davanti una giornata che non sprecherai,
che potrai vivere come vuoi, a cui potrai dare un nome e che potrai ricordare. Invece no. Devi andare. Devo
andare. Ti chiamano. Mi chiamano. Mi
alzo, non mi guardo in giro, sono uno zombie che non incrocia gli occhi di
nessuno. Niente fuori mi interessa. Niente fuori è qualcosa che voglio. Semplicemente,
qui e ora, questa non sono io. Scaccio con tutte le forze il pensiero che oggi
passerà inesorabilmente e io non potrò far altro che stare a guardare.
Osservare tutte le tonalità che il cielo e le foglie gialle degli alberi del
cortile della scuola prenderanno durante ognuna delle ore di questa giornata.
Sono veramente un genio perché ci riesco, riesco a non pensarci, mi alzo come
uno zombie e come uno zombie esco di casa e guardo in terra per tutta la strada
fino a scuola, e senza droga e senza alcol e senza niente riesco ad
anestetizzare ogni mio impulso e desiderio. Ho passato gli anni del liceo a
sperimentare modi per anestetizzarmi e non sentir niente quando le cose che non
volevo vedere, che proprio non volevo,
mi passavano davanti costringendomi a guardarle. Zombie sul banco di scuola,
zombie a cui niente può far male, zombie che ha imparato a ignorare le cose
cattive, a sopravvivere. Sono uno zombie che riesce a far passare indenne,
pare, anche questo giorno di scuola che sembrava insopportabile. Cercando
distrazioni in modo abbastanza disperato e trovandole sempre. Quindi, è
successo che ancora in equilibrio, per quanto precario, sono tornata a casa e tutto
sembrava normale. Mi sentivo quasi meglio, ora che la giornata, le sue parti
migliori, le ore più splendenti e fonte di sofferenza, erano passate. Ma poi mi
è tornata in mente la valle che avevo in testa la mattina, allora ho preso il
computer e ho cercato le webcam di livigno. Volevo vedere com’era il 23
settembre a livigno. Che poteva essere uno dei tanti posti dove avrei voluto o
potuto essere. Magari, se mi concentravo e lo volevo e ci pensavo forte forte
forte, avrei potuto in qualche modo ritrovarmi là. Nella webcam era una
giornata meravigliosa. Il sole del tardo pomeriggio aveva tutti i colori
possibili. La valle era di tutti i colori possibili. Lontano si vedeva l’ombra
blu scuro degli abeti. Delle persone sulla strada, una macchina, immobili nello
scatto della webcam. Non è finito, questo 23 settembre. Quante cose si
potrebbero fare, ancora, se solo…due passi nel sole della valle, due passi…se
solo…se solo…
Non so che succede ma mi ritrovo
con la testa sul tavolo e una fitta in pancia e un peso gigantesco in gola, mi
stringe e non riesco a respirare bene, mi scoppia la testa, è rabbia pura,
odio, sensazione di impotenza assoluta, stanchezza per questa maledetta presa
in giro, per tutte le maledette volte in cui son stata presa in giro. Alzo gli
occhi, lacrimoni salati si accalcano sul bordo delle ciglia, e vedo tutto come
attraverso l’acqua, tremolante, la webcam sullo schermo del computer ride di
me, nel suo angolo in alto a destra l’orario e la data ridono di me, e io,
ancora una volta, non posso farci niente. Dondola sul tavolo la mia testa vuota eppure
pesante di rabbia e tristezza, dondola e tutto è così chiaro eppure assurdo, e
tutto scorre senza poterlo fermare, e mi ritrovo a odiare la sensazione di
sollievo data dal fatto che finalmente il giorno è finito, anche quella
sensazione non serve, è una sconfitta, ride di me, ride di me ancora e ancora.
Oggi
è tutto passato. Niente più scuola, e niente più zombie. Io non so perché, ma
queste cose mi sono rimaste dentro da allora e ogni tanto vengono fuori, quando
un giorno qualunque di tanti anni dopo, come oggi, le cose si ripetono uguali,
e anche se è davvero tutto diverso, io ancora una volta mi ritrovo a guardare
un giorno passare, e finire. Ogni volta la storia finisce con la testa sul
tavolo a sentire se la ventola del computer mi suggerisce una soluzione.
È cosi difficile da capire, di
cosa ho bisogno? È cosi difficile da capire, che io ho bisogno di perdere me
stessa e poi ritrovarmi di nuovo, ancora sulla stessa salita? Se non ho questa
riconferma ogni giorno, ogni due giorni, se non riesco a buttare là un ostacolo
e partire a testa bassa per superarlo, senza questa cosa io non sono niente,
continuo a fluttuare nel nulla, sono un fantasma in una domenica di ottobre. La
rabbia che ora mi divora, mi mangia letteralmente, la sento stringere, mordere
dentro, lei mi conosce, lei è me, è il mio Io che ride di me che oggi no, non
ce l'ho fatta. Che oggi ha perso di nuovo la riconferma di essere qualcosa di
stabile, almeno per qualche ora chimica in cui la mente è annegata nelle
endorfine e il corpo stanco, e per questo nessun demone viene a reclamare la
mia testa, la mia tranquillità, il racconto della mia vita che ho faticosamente
costruito. Soffro. Ma non è il senso comune di sofferenza. Non è fine a se
stessa. È anche altro. Perché dopo di lei, tutto è meraviglioso, ha nuovo
valore perché ogni cosa non è più lei, non è
sofferenza, non è fatica, ora sei in cima tutto è come un premio, e le
ore di fatica concentrata, in cui senti il corpo cedere, chiamare aiuto,
reclamare ossigeno, sono passate. È cosi difficile, capire che io devo perdermi
e ritrovarmi sempre ancora, sempre di nuovo, perdermi nell'ombra della valle e
alzare la testa e guardare la strada come una lama verticale di asfalto e sulla
strada e l'asfalto lucido il riflesso accecante del sole e abbassare gli occhi,
e la testa, e spingere e stringere i denti e sentire che tutto si perde...ma la
strada e l'asfalto e il sole e i tornanti passano, lenti ma passano e in cima
l'altro te stesso ti aspetta, il tuo fantasma che avevi lasciato in fondo ora è
lassù e tu sei pronto a tornare in te, ritrovi il tuo Io sempre sfuggente e
stavolta te lo attacchi addosso e lo tieni stretto, perché è stato così strano
e terribile perdersi ed è ora così meraviglioso e fantastico ritrovarsi, e
tutto ha più senso, tutto è prezioso, il mondo è più comprensibile e amico,
quelle ore di concentrazione per dosare le forze fanno sì che ora tutto venga
affrontato con la stessa attenzione concentrata, come se stessi camminando su
una corda tesa. Ogni passo è misurato, pare perfetto, perché con te ora c'è
quell'Io che sta in cima alla salita, quello che ti aspetta e torna in te solo
quando sei cima, e quell'Io è stato perso e ritrovato tante volte, e per questo
è la cosa più forte e piena e potente del mondo.
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Tuesday, November 29
"Stop alle Telefonate!"
"Ma è chiaro! È chiaro! Il salume di Milano è il SALAME!" (annuncio della tv alle ore 12)
* * *
Non si può essere subissati di deliranti parole a ogni santa ora del giorno. Qualcuno metta un freno a questa situazione. Intanto non riesco neanche più a prendere appunti in modo decente perché il demone mi assale mentre scrivo di storia medievale e il risultato è che trovate invocazioni, insulti, digressioni metafisiche, nel bel mezzo della vita di Federico II. Poco male comunque. Ora tipi scolpiti mi ronzano attorno. Senza intenzioni bellicose o d'accoppiamento, s'intende. Io sono euforica e confusa, innamorata di varie cose a giorni alterni; inoltre tra una settimana il medioevo dovrebbe essere il mio campo di eccellenza ma per ora non è così. Davanti a me gente in pantaloncini si agita sui tappeti. Nelle orecchie i Muse, compagni della mia vita nei momenti difficili. Che bello. Ora mi è pure arrivato un messaggio.
Spogliatoio. Donne di mezz'età, nude come mamma le ha fatte cinquant'anni orsono, zampettano davanti a me con flaconi vari tra le mani. Alcune si passano energicamente la crema sulle cosce facendole muovere in modo innaturale e a tratti osceno. Io non mi scompongo, mentre loro, ignude e rosa, alcune marroncino spento, vagano sciabattando tra le docce e gli armadietti. Non mi scompongo, anche se tento in tutti i modi di non guardarle, non mi scompongo nonostante loro facciano tutto come se fossero vestite e anzi sembra che gli piaccia proprio, stare ignude tra donne. Un revival femminista anni 70, e in effetti facendo due calcoli di età i conti tornano. Tuttavia quelle tra loro un po' più cadenti e non proprio in formissima tendono a essere più pudiche; le altre invece svolazzano, alzano le gambe i posizioni terrificanti per arrivare con la suddetta crema in luoghi normalmente irraggiungibili. Poi, così come sono, prendono a parlare di cene, di figli, di irritazioni vaginali o dell'infezione alle vie urinarie della figlia. Ignude e felici annuiscono vigorosamente, ridono sguaiate, e però non c'è traccia di autentica felicità; quel riso appare piuttosto come un attimo di distrazione in mezzo a un mondo freddo e triste e, soprattutto, vestito. Qui si può stare nude, che diamine! Non è meraviglioso?
Come vanno i collant? Sei dimagrita? Ma no, tu sei sempre stata uno scricciolo! Oddio, dove ho messo le mutande? Ahah eccole!
Non è meraviglioso dopo cinquant'anni di vergogna e pudicizia, liberarsi finalmente di questi fastidiosi veli? Non è meraviglioso e liberatorio, tornare alla verità? Finalmente non siamo più bimbette spaventate, abbiamo avuto mariti, figli, figlie, adolescenze delle figlie, periodo punkabbestia dei figli, abbiamo navigato in acque tempestose, ma ora siamo qui, dopo anni che tutto sommato non sono neanche tanti (insomma Brahma vive 25.920.000.000 volte 12mila anni!), trovarsi qui è un attimo! Chi l'avrebbe mai detto? Ci avresti mai pensato, in quel lontano primo giorno di liceo, con davanti a te orribili anni di scoperte a volte oscene, di ingiurie tra compagni, di iniziazioni alle pratiche più varie; te l'immaginavi, un giorno di tanti anni dopo, di trovarti in questo spogliatoio con tue coetanee, a girare nuda e parlare di figli, creme antirughe, infezioni vaginali, senza remore nè problemi, in tranquillità e gioia, come una venere nuda nell'olimpo, come la felicità libera da legami dei paradisi indù?
Vorrei domandarlo, alle signore abbronzate e palestrate che continuano imperterrito a starmi davanti con tette, chiappe e triangolini un po' sbiaditi. Insomma gli anni passano per tutti. Sono signore veramente in forma. Tutta la crema che ora si scambiano deve pure aver avuto qualche effetto. Dovrei cominciare anch'io a metterla fin da ora. Dio, anch'io voglio girare nuda come loro un giorno. Libera e felice a disquisire del ripieno delle lasagne (vegetali e light, perdio!) e della vita sessuale delle mie figlie. Libera e felice, dannazione. Non dev’essere così difficile.

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