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Tuesday, April 21

agio



Di solito tendo a far sentire le persone a proprio agio. Anche quando i miei sentimenti sono contrastanti. Cerco di non suscitare timore. Ma forse sbaglio. Forse dovrei fregarmene. Forse non ne vale la pena.

Questi erano i pensieri di KK, mentre un poco brilla accompagnava in bagno uno dei tanti soggetti verso cui nutriva sentimenti contrastanti. Non le era simpatica, ma nemmeno riusciva a odiarla. Forse vedeva in lei qualcosa di sè, forse qualcosa del passato; o forse, più semplicemente, non aveva voglia di combattere su nessun fronte.
Può darsi che di combattere non ne valga la pena, proprio come non vale la pena odiare. Quel che resta, quel che faticosamente accade, è KK che apparentemente tranquilla accompagna, rassicura, parla, con qualcuno di cui non dovrebbe importarle nulla, che forse preferirebbe non vedere, e con cui davvero preferirebbe non parlare.
Ma che fare? KK è così. Vagheggia vendette ma non ne attua nessuna. Legge negli altri paura e insicurezza e non può nemmeno pensare di approfittarne.
KK cerca sempre, anche inconsciamente, di allontanare dalle persone il disagio e la paura.
Se ne sta ora fuori dalla porta, intorno la festa sotto i tendoni procede tra odori di costine e altro, la notte è fresca e KK in un attimo di lucidità si chiede come diavolo possa convivere in lei una tale dissociazione. Immagina che ci sia qualcuno, che vive nella sua testa ma sta sempre in silenzio, che un giorno urlerà a squarciagola quel che non vuole più vedere. Ma prima che quel giorno arrivi, KK avrà aspettato tanto tempo fuori da una porta come sta facendo adesso, un poco brilla, un poco euforica e vagamente triste per il destino maledetto degli affari del mondo e delle persone, tentando in tutti i modi di eliminare il disagio. Chiedendosi perché mai non è nata un po’ più cattiva, furba, magari un po’ falsa, per evitare di trovarsi, come ora, in estenuanti dispute morali interiori. In modo da evitare quei conflitti sulle massime dell’agire che popolano e complicano la sua vita sociale, tanto più che la maggior parte delle persone nemmeno sa dargli un nome, a questi conflitti.
Nonostante ciò, e nonostante le situazioni in cui si caccia le appaiano assai ridicole, KK persiste. È un animale scatenato lanciato sulla via della razionalità, illuminato e fiducioso nella possibilità che la ragione possa mettere a posto ogni cosa. Ovviamente si sbaglia, e c’è un muro invisibile ma impenetrabile che l’attende in fondo alla strada.


Non essere infantile, KK. Son cose che succedono. In fondo ti sei solo invaghita del suo amico. Insomma è roba già sentita. Innamorata mi sembra esagerato. O mi sbaglio? Eppure ti vedo piuttosto sconvolta. Indecisa come sempre. L’indecisione ti ucciderà poco a poco, cara KK. Devi imparare a superarla. Farò una digressione, ma lascia che ti spieghi. Quel che ti appare ogni giorno davanti agli occhi è una cosa enorme che occupa prepotentemente tutta la visuale: la tua vita. Il tuo SGUARDO. Ma per quanto quel che hai davanti agli occhi, quel che appare e scompare nel tuo campo visivo, sembri gigantesco, soverchiante, in una parola, totalizzante, non devi farti prendere dal panico. E nemmeno da forme di egoismo autodistruttivo. Tutte le persone intorno a te hanno lo stesso problema. Hanno un solo campo visivo, che si apre al mattino e alla sera si richiude per poche ore, e anch’esso è del tutto simile al tuo. Sai perché? Perché è PIENO. Il tuo sguardo è PIENO della tua vita fino a scoppiare. Ogni sguardo è così. Il tuo, il loro, il NOSTRO sguardo è tutt’uno col nostro occhio e con la nostra vita, che così diviene improvvisamente importante, centrale, come se apparisse nella TV durante un pigro zapping serale. Mentre è ovvio che la nostra esistenza non è altro che una delle tante, e lo stesso i nostri sguardi, e ciò che davvero ESISTE è l’incontro casuale, continuo di tanti sguardi, del tutto inconsapevoli gli uni degli altri, e inconsapevoli di se stessi, ognuno portatore di mille visioni diverse di mondo, anzi: ognuno col proprio personale mondo costruito dal proprio personale sguardo. Questo è chiaramente un problema. Questo è il motivo per cui l’uomo non è un animale naturalmente sociale. Lo è, certo, ma con notevoli incidenti. Bisogna distinguere il piano normativo da quello descrittivo, cara la mia filosofa KK. Questo è anche il motivo per cui noi non siamo mai del tutto liberi dalla nostra infanzia. Di essa conserviamo lo stesso sguardo sul mondo che ci porterà alle piccole grandi catastrofi della nostra vita adulta. Lo stesso sguardo che vede quel che appare davanti agli occhi come totalizzante, ovvero come l’unica realtà che davvero possa e debba interessarci, trasforma uno scorrere di eventi, persone e atti senza scopo preciso in cose che ci riguardano, in STORIA, cioè PROGETTI, ACCUSE, ATTACCHI, PAURE. 
Niente di più lontano dal vero. 
La verità di quello scorrere è inconoscibile. 
Ma non per questo quel che appare nel nostro personale spazio visivo deve per forza riguardarci e vederci protagonisti. Non per forza quel Tutto così bello e pieno che il nostro sguardo coglie è davvero la verità di quel che c’è da vedere. Lo sguardo è per sua natura parziale, KK. Lo sguardo da nessun luogo è un’idea meravigliosa e poco praticabile. Lo si può ampliare, come fa l’antropologo. Ma è così difficile, liberarsi dall’ombra totalizzante che si allunga su tutto quel che ci accade. E così avviene con te ora, KK. Che sarà mai? Tutto questo trambusto per che cosa? Un amore passeggero, un altro. Fatti, eventi, parole e persone che diventano gigantesche sotto la lente del tuo sguardo parziale, di fronte ai tuoi occhi desiderosi di trovare un senso, di fuggire a tutti i costi l’assurdo, di costruire una storia che tu possa raccontarti senza dubbi né paure. Ma forse mi sbaglio. Forse la mia è cinica razionalità. Anche tu sei fredda e razionale, ma certe volte non basta. Ti sei innamorata di lui, non è vero? Lo sei ancora? Stai lentamente dimenticando, KK, lo so, stai cercando in tutti i modi di rendere il tuo sguardo più ampio, aperto, meno drammatico e totale. Costruisci nuove storie che rinegoziano sempre di nuovo i significati delle cose passate. Ma qualcosa è accaduto. Niente di grave. Ma qualcosa dentro di te è cambiato per sempre.



Saturday, January 3

ventitré



Povera piccola. Lui ti ha deluso, non è così? 
Ultimamente dormo in un sacco a pelo per abituarmi all'assenza e ai futuri spostamenti. Dovresti farlo anche tu.
Ora ne parli disinvolta e divertita, ma come potevi sapere di lei? Non guardare me: nemmeno io ne sapevo nulla. Un piccolo pezzo di mondo, il tuo, è scosso d'improvviso e dalle fondamenta, e non ci sei abituata. Vorrei poterti aiutare...vorrei volerti aiutare...ma non è così. La mia naturale disposizione a mettere le persone a proprio agio si sta ingolfando. Quando è troppo è troppo. Non ho più intenzione di ascoltare le vostre storie piagnucolose, e far finta che mi interessino, e cercare per voi soluzioni. Il mio tempo è prezioso. Un egoismo ancestrale avanza a passo trionfante spazzando via le questue inutili di chi non merita le mie attenzioni. Bisogna saper scegliere. La terra non perdona nessuno, e per quanto si auspichi che essa sia lieve, la verità è che non lo è mai veramente. La terra è scura, umida e soffocante. La vita è breve e io fatico a fermare gli attimi di questa corsa maledetta. Per cui mi dispiace, lui ti ha tradita, ma che vuoi farci? Io non ho soluzioni per te. Molti giorni di liceo polverosi, lenti, grigi, sono stati usati per cercare soluzioni a problemi come il tuo, ma allora sembrava tutto così enorme; in attimi di pausa pranzo con la scuola deserta ogni nostro sguardo e ogni sentimento era dotato di forza soverchiante, tragica e senza redenzione come solo un giorno dell'adolescenza sa essere.
E ora tu vorresti stabilire un contatto, venirmi accanto e metterti alla pari, vorresti una qualche fratellanza senza sapere quel che io so, quel che io e lui sappiamo e che tu e il resto del mondo ignorate, davvero vorresti questo?
Mi dispiace davvero, ma è finito il tempo per avere una qualche pietà di voi. Io aiuto chi si offre a me con animo puro. Senza paura e senza certezze. La notte è nera e molti sono in cerca. Ho avuto i miei momenti di buio totale e con le mie gambe ne sono uscita. Non ricordo vi fossero braccia tese da afferrare per uscire più in fretta. Ricordo una disperazione silenziosa, strisciante, senza parole e senza redenzione, una tristezza senza senso nè direzione. Sento ancora l'eco di risate lontane e ovattate, le vostre. Ricordo la sensazione, vivida e bruciante, di aver subito un tradimento ben più grave di tutti quelli che si sarebbero verificati dopo, l'archetipo, la matrice di ogni tradimento, anzi di ogni inganno. La psicanalisi ha detto: il mondo è quella cosa che a un certo punto mi delude.
Avvenne proprio così, come avviene alla fine di ogni infanzia. La vita che avrei voluto non era disponibile: e quella che avevo addosso, in cui mi muovevo goffa e ridicola, era l'unica vita possibile. Gli sguardi di disprezzo, le risate di scherno, odiose, assumevano i tipici tratti del destino immutabile.
Ma anche questo era falso. Passato il liceo ogni cosa ha ripreso le sue dimensioni normali. Non era falso in quel preciso momento: si è rivelato tale, nel tempo. La verità è sempre un disvelarsi: aletheia

La verità è un processo mai concluso. Oggi che so queste cose, solo oggi, la mia inquietudine ha un nome e ha una voce: eros, che ogni cosa manda avanti in movimento incessante.
Per cui, come vedi, qua non c'è nulla di definitivo. Si scoprono molte cose pur senza chiederle. Ma non pensare che voglia tranquillizzarti. Il mio lavoro di paladina degli afflitti è terminato stasera. L'ho deciso dopo un lungo tergiversare. Io e lui ci guardavamo negli occhi e la notte era perfetta e sembrava infinita. Sappi che io non ho pensato a te nemmeno per un secondo. Lui, non so. Neanche questo mi interessa. Sappi che ogni mia mossa d'ora in avanti sarà già vittoria. Attesa paziente senza un reale interesse. Guarderò ogni cosa da fuori senza che il mio pensiero se ne occupi. Oggi è il ventitré e un anno fa vagavo per le strade in attesa di una risposta.
In un anno ho imparato a dare nomi nuovi alla realtà che lenta si disvela. Ho imparato a convivere con sentimenti ambivalenti. Ogni anno è una scoperta. Ho raggiunto la cima del muro e la scala a questo punto non mi serve più, come Wittgenstein. Ma forse quello valeva solo a livello teorico. Un anno fa uscivo nella notte cercando disperatamente un segno. Non ero tanto diversa da un pazzo qualunque, che urla le sue pene ai prati e al cielo.
Pioveva, e lo ricordo come fosse ieri.
Poi è successo davvero di tutto.

Thursday, June 19

december


Ricordi
Correvamo fianco a fianco
tu avevi quelle ciabatte di gomma
non sentivo alcuna fatica
Sorridevamo
Le persone intorno sembravano divertite
non capivano
erano da un’altra parte
La giornata stava finendo
una via in mezzo alla valle si sarebbe riempita di gente:
la notte era vicina
Ricordo
Di aver pensato che senso avesse
quella corsa
L’inverno era alle porte
Ma le mie gambe
andavano da sole
Pensare al passato
è sempre una cosa inutile
Ma tu
Stringevi la mia mano nella notte
Stampavi parole nella mia testa
mentre tutti erano soli.
Gesti normali ora mi perseguitano
Vorrei – mi vedo –
Camminare sola in quella via
deserta
in una vallata disabitata
bianca
Vorrei non incrociar nessuno
che dall’alto della sua felicità getti a me il suo sguardo
La verità è
Che non voglio più tornare dall'altra parte



Spring 2014


Tuesday, June 10

cupio dissolvi





Ho in mano una bic. Improvvisamente ricordo di quanto fosse bello disegnare con la bic nelle ore di scuola. Ha un tratto preciso e senza sbavature, non troppo lucido, scorrevole al punto giusto. Traccio un quadrato. Quante cose avrei voluto fare e non ho fatto. Quante cose vorrei fare ma mi sembra tardi, e poi ecco, penso che davvero sono una cogliona a pensare questo adesso. Perché io dovrei avere il mondo in pugno. Il mondo è tuo, me lo dicevano gli anziani quando ero piccola, ma io ho sempre riso. Cosa diavolo significa? Il mondo non è di nessuno, e io vorrei essere un filo d’erba o l’acqua di un fiume, dimentichi di sé e della vita intorno. Sento come una spinta a dissolvermi nella natura intorno a me. Suppongo sia questo quel che cerco nello sforzo fisico mentre alberi e foglie e animaletti sulla strada mi osservano assorti, immagino che in fondo vorrei sciogliermi sull’asfalto bollente di una strada in salita, sulla terra umida del sentiero, sulla terra scura tra rocce taglienti, e nella neve nascondermi per sempre.
Quando d’estate guardo il lago scuro, immagino il mondo buio che sta sotto le sue acque increspate: ne immagino i fondali spaventosi, le alghe che danzano sul fondo; poi mi tuffo, e l’acqua fredda attraversa il mio corpo come una scossa. Se apro gli occhi e guardo giù, un verde scurissimo mi si apre davanti, opaco, un verde incomprensibile e non amico, e sento chiaramente il freddo delle correnti profonde sfiorarmi i piedi, e allora mi volto a pancia in su: la montagna si staglia rassicurante e alta di fronte a me, delle case arrampicate sulla costa hanno grandi vetrate su cui si specchia il sole della sera, nel cielo le nuvole solitarie scorrono veloci, altissime, il vento è diventato brezza e l’acqua smette di muoversi. La riva è poco distante, sento le voci, qualcuno se ne andrà ora, qualcuno sarà felice; tutte le vite che sono qui oggi interpreteranno questo giorno e questi istanti in modo diverso per ognuno, ogni ora e ogni istante sono parte di mille storie differenti, ma seguire questo pensiero è decisamente troppo complicato, e un poco doloroso. La sera è placida, la gente se ne va; io e il mio corpo stiamo adagiati comodamente sul pelo dell’acqua, sospesi sull’abisso sconosciuto che sta sotto, e chissà che qualcosa non allunghi il braccio dal fondo e venga a farmi il solletico alla schiena, avresti paura, te la faresti sotto, non è vero KK? Eppure non c’è volta che non ci pensi, quando nuoti nell’acqua senza senso del lago. Ti chiedi che cosa mai nasconderà il fondo buio, e pensi intensamente che la stessa acqua che lambisce ora il tuo corpo indifeso tocca nello stesso istante anche le mille cose oscure che stanno nelle profondità del lago; e questo pensiero è fastidioso e attraente insieme, ma tu non hai paura, tu apri gli occhi e osservando l’abisso continui a nuotare, e a lottare, perché c’è una parte di te che vorrebbe andare a fondo, scomparire da questa sera e dall'estate calda, da tutte le persone che ami e non comprendi, dalle situazioni odiose che ancora si ripetono; sfuggire di colpo a tutti i maledetti casini che agitano la vita tua e di tutte le persone sulla riva, che però di tutto questo non sembrano preoccuparsi, o almeno non adesso. Ogni cosa è lontana. Vociare di bambini. C’è una parte di te che sussurra qualcosa e tu vorresti abbandonarti alla sua voce; ma ignori quella spinta, continui a nuotare, stai in superficie; eviti accuratamente di guardare troppo a lungo l'abisso verde scuro da cui un giorno mille mani si leveranno per sfiorarti le gambe e sorridere di te che non resisterai; ma oggi no.
Oggi distogli lo sguardo, tenti di dimostrare che sei più forte, che tra poco salterai fuori dall'acqua per tornare alla vita di tutti, tenti di convincerti che non hai mai pensato al fondo, alle mani, alla voce che nel buio chiamava il tuo nome, al piacere sottile e insensato nell'osservare quanto facilmente una vita può andarsene senza lasciare traccia; e a come sarebbe stato bello lasciare l'estate a metà, un assonnato pomeriggio cristallizzato per sempre, ripetuto all’infinito come una maledizione. Sorridi a questo pensiero. L’acqua è leggera, scivola via veloce, nasconde un piacevole silenzio ovattato ogni volta che metti sotto la testa. Il mondo fuori è amico, è tranquillo e felice nella calma sera di agosto, e se non avrai paura il lago si lascerà attraversare senza dir nulla e senza farti del male. Ancora una volta l’acqua silenziosa ti lascerà andare, ti lascerà riemergere sull’altra riva e scappar via, di nuovo salva.







Let me sleep.

Thursday, April 10

specchi



E' un interessante nuovo inizio, per KK.
Si sente, e forse è, finalmente naturale. Molto divertente. Quell'affannarsi continuo non è sopito, ma non ha più il monopolio sulla sua vita com'era prima. Lui era uno specchio, che rifletteva di lei un'immagine distorta. KK si rende conto solo adesso che n lei non c'è proprio niente che non va.
Scopre quanto sia lontana e finalmente superata quella sensazione di non essere mai all'altezza che dominava la sua adolescenza. Mentre si dice questo, KK si accorge che non è così semplice come sembra, ma tant'è. Se ne sta qui e davvero non ha bisogno di niente, per sentirsi naturale. Non ha fame. Non ha ansia di nulla, a parte vederti. Sei stato un nuovo specchio, indifferente, luminoso, occhi azzurri riflessi nella notte infinita. Amarsi senza impegno è interessante, no? Certo hai passato il giorno successivo a chiederti come aveste fatto a renderlo reale; e ogni ora del giorno successivo era un continuo domandarsi che significato avesse tutto questo. Per voi, per l'economia dell'universo, per cosa succederà in futuro. Potrebbe non succedere nulla e sarebbe stato interessante in ogni caso.
KK ha scoperto di non aver bisogno di specchi, o forse solo di specchi giusti. 
E devi sceglierli con giudizio, KK, perché nei loro occhi tu possa leggere una nuova verità su te stessa, perchè tu possa vedere la tua esistenza risplendere nelle sue possibilità, senza odio né tristezza né rimpianti.
In questo senso, sei stato uno specchio fantastico in effetti, pensa KK. Chi l'avrebbe mai detto?
Più ci pensa, più le cose passate acquistano un significato diverso, si possono ora leggere come fossero una storia il cui esito è qui e ora, anzi è stato tre giorni fa in una notte in una macchina, in cui qualcosa finiva e forse qualcos'altro è iniziato. Oppure no. I significati da dare alle cose che accadono non sono nelle cose ma in noi, giusto? Arbitrariamente hai deciso che volevi lui, arbitrariamente avete deciso così, e ognuno darà a quel che è accaduto il senso che vuole, o non glielo darà affatto. 
Ci sono attimi perfetti fatti solo per due. In quel tempo indefinito, il resto del mondo letteralmente scompare.
Un luogo chiuso e nessun testimone, e il mondo tutto non esiste più.
Ma come si può esser certi che una cosa segreta sia reale?
Se nessuno saprà nulla, come sapremo noi che qualcosa è successo davvero?
L’unica cosa certa è che l’altra sera la luna era più luminosa che mai, e guardava KK col suo sorriso ambiguo.
Anche lei non ha saputo suggerirle niente su cosa stesse accadendo. Lei era silenziosa e argentata, abbagliante nella desolazione intorno a voi.
KK chiude gli occhi. Immagina che le cose e gli eventi che passano di qua siano come le nuvole leggere e le scie degli aerei nel cielo blu delle sere d’estate; se ne vanno lentamente sotto la brezza, finché al tramonto non c'è più nessuna nuvola e nessuna scia, e il cielo è alto e nuovo, meraviglioso e pronto per un altro giorno.
Non è così? E quelle scie, non vedi come si sfaldano e si sformano, e scivolano via sfinite, fino a sparire nell'altra metà del cielo? 
E ora KK, rifletti: la tua domanda su cosa significhi quel che è stato, ha ancora senso? 
Non è il tuo star bene e la tua tranquillità, quello che conta davvero? 
Non è quel cielo blu prima della notte, quello che cerchi?


Saturday, January 25

ciao, sono la neve



Mi piace tanto anche coprire la vista alle webcam.




Ciao, sono la neve.
Mi piace starmene qui a coprire ogni cosa, e mi piace starmene qui sotto il sole. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, il sole mi farà sparire.
Ma adesso no.
Ti piaccio, non è vero?
Un tempo io e te non ci conoscevamo.
Un tempo te ne stavi nella culla e io esistevo già. Esistevo già da sempre mentre tu nascevi, e anche mentre papà e mamma nascevano, e così per molte generazioni. Te ne stavi al sicuro, allora.
Poi qualcuno ha deciso di doverci presentare. Chi è stato? È stato il papà non è vero? Te lo leggo negli occhi.
Ricordi tutto. Le mattine d'inverno, la luce azzurrina dell'alba, il freddo secco, la ricognizione della gara, freddo, freddo, il numero, riuscirò a passare da questa lunga? Tutto questo e molto altro nella tua testolina, e il papà sempre dietro, a vedere se volevi la giacca, se volevi il cioccolato, se avevi freddo alle mani, se dovevi fare pipì. Ricordi quella volta che ti chiamavano, chiamavano il tuo numero e tu hai detto che non volevi scendere e allora il cronometrista è uscito dal gabbiotto di partenza e ha detto: dai che all'arrivo ci sono le torte, ma tu niente, e il papà sembrava proprio arrabbiato ma non lo dava a vedere, e la pista era perfetta nell'ombra azzurra, le porte erano rosse e blu e stavano ordinate, immobili, un giorno come tanti per me, ero dappertutto ed ero bianchissima, ma tu non ne volevi sapere di scendere, tu eri ancora una bambina e davvero non mi conoscevi ancora. Più tardi, neanche troppo, ti saresti definitivamente innamorata. Doveva passare del tempo, altre gare, altri giorni iniziati col buio e la brina sui vetri della macchina.
Passarono tanti inverni e tutte le volte osservavi il cielo aspettando. Passarono inverni in cui tutto sembrava crollare, e tu ancora non capivi dove fosse il problema. Mi cercavi, eppure non eri soddisfatta. Allora cominciasti a spingere lo sguardo oltre il già visto, studiavi boschi, canali, rocce, volevi scendere, e non volevi regole; ma volevi anche la fatica, volevi ancora conquistare, ma cosa? pensavi forse di conquistare me? come se a me importasse qualcosa.
Ancora non capivi.
Ma un giorno ti accorgesti che ovunque io fossi, ero semplicemente sinonimo di felicità.
Bastava quello e nient'altro, a dar senso ai giorni.
Da allora niente è stato più come prima.
Sei stata ingenua. Ma siete tutti ingenui, in effetti.
La mia tranquillità è eterna e il mio sguardo indifferente. Siamo tutti indifferenti, qui. Io e i monti su cui me ne sto adagiata. I larici e i giochi di luce e ombra sui pendii candidi.
Oggi, dopo tutti quegli inverni a cercare di capire, passi in mezzo a noi e sei così incredibilmente felice di essere qui. Passi in silenzio, farfugliando ringraziamenti a non si sa chi; ma noi davvero non possiamo garantirti nulla. Non è colpa nostra. Qualche settimana fa, hai misurato il peso di ogni passo sulla traccia e noi sentivamo la tua voce. Pregavi non è vero? Pregavi che io me ne stessi ferma, osservavi la cornice alla tua destra, la costa ripida, immaginavi dove avrei potuto venir giù, immaginavi vie di fuga, e non ce n'era nessuna, mentre il sole era maledettamente caldo e le cose a venire maledettamente incerte; e ancora una volta, era solo colpa tua.
Mi spiace averti dovuto spaventare un po'.
Oh, sono sicura che non cambierà nulla tra noi. Non sarai mai sufficientemente spaventata.
Altri giorni verranno.
Di nuovo pregherai scivolando in silenzio sulla traccia; e noi, ancora una volta, non potremo davvero far nulla.




Un altro giorno in cui ti ho fatto paura.

Saturday, November 30

talk on a plane


21 giugno 2013, ore ?, giorno, da qualche parte sopra l'altopiano siberiano

_Le piace proprio tanto, guardare dal finestrino, non è vero?

KK: - Oh sì. Mi piace.  È anche troppo piccolo. Mi faccio venire il torcicollo per poter guardare giù, cercando il punto più lontano sotto di me.

È l'unica a tenere questo comportamento in tutto l'aeroplano. Nessuno pare interessarsi di ciò che accade nel cielo sotto di noi. Gli italiani mangiano, guardano film. I giapponesi dormono. Si sono addormentati quasi all'istante dopo il decollo. Alcuni in posizioni imbarazzanti. Oh, non la trova una cosa interessante?

KK: - Molto. Si addormentano come bambini appena salgono su un mezzo qualunque. Si addormentano con in mano il telefono, spesso mentre sono in piedi. È indubbiamente un fenomeno da approfondire.

_Non le capita mai? Di addormentarsi così, intendo.

KK: - direi di no. Purtroppo ho troppo controllo di me stessa perché possa accadere. Il mio livello di coscienza è sempre oltre. Qualcosa in me mi impedisce di addormentarmi all'improvviso. Qualcosa in me mi impedisce di cedere. Di lasciarmi andare. Di vivere le cose in modo tranquillo, anche. Questo è un problema, molte volte. Ma ci sono abituata. Mio dio, quante cose ci sarebbero da approfondire. Questo testo rischia di perdersi in innumerevoli digressioni. Dice che i lettori si stuferanno?

_Oh, non saprei. E se anche dovesse accadere, non se ne crucci. La piena comprensione del mondo non è possibile. Il livello massimo di comprensione per noi possibile è in realtà minimo. Parliamo e non sappiamo davvero di cosa. Esistono cattedre e materie ed esami ma davvero mi pare tutta una messinscena, visto che non sappiamo letteralmente cosa possiamo davvero sapere. Insomma, dopo Socrate ogni cosa sembra fluttuare nell'incertezza. Tutto ciò era per dire che i suoi lettori forse apprezzeranno la metà, o meno, forse un quarto, del lavoro intellettuale che lei ha dovuto compiere. D'altronde, contrariamente a quel che si crede, il libro, i libri, mica son scritti per il lettore. Son scritti e basta. A un certo punto qualcosa semplicemente urge. Desidera trovare forma. È difficile e doloroso, anche quando la scrittura e lo scritto escono divertenti. È una nascita. Dopo di ciò e solo dopo, vi è il lettore. O almeno questa è la mia opinione.

KK: - Mi pare un’opinione sensata. Io penso che possiamo solo ragionare su frasi. 


[…]