Tuesday, April 21

Cornice

Ti sei buttato dalla cornice con la fiducia cieca di chi non è mai stato tradito. 

Una fiducia innata che ho sempre ammirato, invidiato, facile come bere un bicchiere d’acqua.

Io quella facilità l’ho sempre dovuta cercare e imitare a fatica.

Ti ho sempre seguito per imparare come si fa, a fidarsi così. 

Probabilmente non ho imparato nulla ma seguirti è sempre stato facile e dolcissimo. 


Sei saltato dalla cornice e non me l’aspettavo, mi hai chiesto se ci passavi, hai smosso della neve con lo sci facendola cadere nell’ombra del canale sottostante, io ti ho detto penso di sì, poi mi sono girata e nemmeno il tempo di dire beh che eri già in volo e poi giù, un atterraggio agile e morbido come sempre e poi subito una bella curva e poi un’altra senza pensare a cosa ci fosse sotto. Io pensavo solo ai sassi a punta e alle roccette e alla neve sempre un po’ più dura a lato dove prende il sole; tu non hai pensato a nulla se non al salto, una fiducia cieca, irrazionale e irresistibile, atterrare su quegli sciettini ridicoli con un attacco diverso dall’altro, senza nemmeno provare prima, e così materiali, lamine, scarponi, diventano tutti orpelli inutili, scuse, costruzioni mentali che non fanno che nascondere l’essenziale: se vuoi saltare, salti, se davvero senti di saltare lo stai già facendo e sei già nel vuoto.


Quella facilità cieca nel fare tutto, quella fiducia a volte impossibile, è ciò che ha fatto sì che tante volte ti seguissi, ovunque nel bianco. A volte cadevi anche tu, ma a contare davvero non era l’esito ma la purezza dell’intenzione, la purezza di quella fiducia che ti faceva sempre far tutto con apparente tranquillità.


Tutto questo l’ho visto io e lo vedono i ragazzi, lo amo io e lo amano i ragazzini che come una scia ti vengono dietro e crescono cadendo e rialzandosi e testando i propri limiti, la fiducia in se stessi, la paura, ancora così imperfetti.

Eravamo così anche noi in quei pomeriggi.

Sempre in cerca di qualcosa che ci facesse uscire dalla zona di comfort, in cerca della paura di fare una scelta e sopportarne le conseguenze, sempre rincorrendo piccole sfide che dessero senso al nostro continuo essere inquieti senza sapere il perché. Una discesa, un salto, una linea, un gioco, appendersi ai seggiolini e farsi portare in alto e lasciarsi cadere, attaccarsi a metà ancora e cercare di non cadere tutti e due, tentare una capriola in neve fresca o un cliff dalle rocce sotto la seggiovia da cui tutti sporgono le teste per guardare. 


Quando sei saltato è stato un millisecondo ma il senso di tutti quei pomeriggi mi è balenato davanti chiaro e semplice, il senso di tutta l’attrazione che ho sempre sentito per te e il tuo modo facile di fare le cose, un modo puro ed essenziale come la tua stessa sciata. Sei saltato e ogni cosa era semplicemente al suo posto in una chiarezza disarmante, come quella volta tanti anni fa quando ho incrociato il tuo pulmino al tramonto, tutto era giallo e arancio e ti avevo riconosciuto da lontano un miglio; non sapevo se mi avresti visto ma non importava, ogni cosa era chiara e semplice in un attimo perfetto, tu salivi verso il passo fuggendo sopra la linea del sole mentre io scendevo verso la valle già immersa nella notte, ci incrociamo, forse mi riconosci e forse sorridi, o forse no. 

Il tramonto corre veloce. 

Dove andavamo non importa, non importa più.


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