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Saturday, November 30

talk on a plane


21 giugno 2013, ore ?, giorno, da qualche parte sopra l'altopiano siberiano

_Le piace proprio tanto, guardare dal finestrino, non è vero?

KK: - Oh sì. Mi piace.  È anche troppo piccolo. Mi faccio venire il torcicollo per poter guardare giù, cercando il punto più lontano sotto di me.

È l'unica a tenere questo comportamento in tutto l'aeroplano. Nessuno pare interessarsi di ciò che accade nel cielo sotto di noi. Gli italiani mangiano, guardano film. I giapponesi dormono. Si sono addormentati quasi all'istante dopo il decollo. Alcuni in posizioni imbarazzanti. Oh, non la trova una cosa interessante?

KK: - Molto. Si addormentano come bambini appena salgono su un mezzo qualunque. Si addormentano con in mano il telefono, spesso mentre sono in piedi. È indubbiamente un fenomeno da approfondire.

_Non le capita mai? Di addormentarsi così, intendo.

KK: - direi di no. Purtroppo ho troppo controllo di me stessa perché possa accadere. Il mio livello di coscienza è sempre oltre. Qualcosa in me mi impedisce di addormentarmi all'improvviso. Qualcosa in me mi impedisce di cedere. Di lasciarmi andare. Di vivere le cose in modo tranquillo, anche. Questo è un problema, molte volte. Ma ci sono abituata. Mio dio, quante cose ci sarebbero da approfondire. Questo testo rischia di perdersi in innumerevoli digressioni. Dice che i lettori si stuferanno?

_Oh, non saprei. E se anche dovesse accadere, non se ne crucci. La piena comprensione del mondo non è possibile. Il livello massimo di comprensione per noi possibile è in realtà minimo. Parliamo e non sappiamo davvero di cosa. Esistono cattedre e materie ed esami ma davvero mi pare tutta una messinscena, visto che non sappiamo letteralmente cosa possiamo davvero sapere. Insomma, dopo Socrate ogni cosa sembra fluttuare nell'incertezza. Tutto ciò era per dire che i suoi lettori forse apprezzeranno la metà, o meno, forse un quarto, del lavoro intellettuale che lei ha dovuto compiere. D'altronde, contrariamente a quel che si crede, il libro, i libri, mica son scritti per il lettore. Son scritti e basta. A un certo punto qualcosa semplicemente urge. Desidera trovare forma. È difficile e doloroso, anche quando la scrittura e lo scritto escono divertenti. È una nascita. Dopo di ciò e solo dopo, vi è il lettore. O almeno questa è la mia opinione.

KK: - Mi pare un’opinione sensata. Io penso che possiamo solo ragionare su frasi. 


[…]

Tuesday, August 20

della salita e della paura, a volte



Perché la strada ci fa paura?
Ti prende uno strano timore sulle salite che non danno tregua. Perché sei in trappola. Tu, la riga bianca che scorre lenta e rugosa, e un silenzio irreale. Particolari che in macchina non vedresti mai, ora possono essere fonte di piacevole distrazione dalla fatica continua.
La strada si muove lenta, improvvisamente la velocita si abbassa e puoi osservare sassolini, detriti, un bruco che attraversa incurante della tua sofferenza e del pericolo. A tratti provi il vago desiderio di fuggire.
Ma la liberta' delle moto che ti sfrecciano a fianco non è per te. Non ora. Mentre loro scompaiono dietro a una curva, tu sei inchiodato a questa strada e devi uscirne con le tue gambe.
Sono interessanti e istruttive, le salite che non danno tregua.  Ti perdi e torni in te, tutte le volte. In quel limbo che sta nel mezzo, accade veramente di tutto. Impari una serie di cose, a dosare le forze se riesci, a scacciare i pensieri cattivi, a trovare un precario equilibrio. Ti fai domande, pensi a chi ce la fa e a chi non ce l'ha fatta, e a volte ti disperi, e, alla fine, in cima sei una persona diversa.
Oggi è accaduto che non avevo più paura. Ho pensato che potevo farcela senza soffrire. Oggi ogni cosa si è sciolta sull'asfalto liscio. Nella strada che si innalzava davanti a me come una lama accecante di sole non ho visto pericolo. Il profumo dei pini, il colore del bosco nel pieno dell'estate, la penombra buia tra gli alberi accanto alla strada erano parte di un tutto finalmente amico, in cui io mi inserivo senza paura e senza scosse, senza quella fatica  insensata dei primi giorni. Accadeva anzi che proprio dalle piccole cose tutt'intorno riuscissi a trarre la forza necessaria per continuare. 
Cosa significa tutto questo?
Nulla, davvero. Quando quel limbo finisce, tutto torna come prima. La strada è di nuovo piana, scende, la fatica è lontana, la riga bianca è un serpente rapidissimo dai contorni sfumati. Senti in te una nuova forza, perché oggi ce l’hai fatta. Ma lei tornerà ogni volta e ti farà soffrire, e ogni volta in un modo diverso. Ma ora che è finita ti illudi di essere al sicuro.
 Tutto quello che ho detto ha senso solo sulla salita. È un mondo a sè in cui valgono regole e leggi di movimento altrove sconosciute. Quando sei lontano, rischi di dimenticare la sua voce, che ti parlava in quegli attimi di sofferenza. Lei è tutto, perché ha in se' ogni risposta.
Che ne sara' di noi, quando non avremo più strade da scalare?
Che ne sara' di noi, quando non riusciremo più a replicare quella sensazione?
E che accadra', quando non potremo più perderci e ritrovarci, sempre di nuovo, sulla stessa salita?

Tuesday, October 23

bambini a ginevra



Credo sia tempo di dire qualcosa. Non possono mettersi a sparare musica fuori dalla mia finestra a quest’ora  e pretendere che io non abbia niente da dire. Nessuno può pensare che io non abbia da dire.

Parliamone. Mi parli della sua infanzia.

Calma, calma, tutto questo mi pare troppo veloce, tutto insieme, deve capire che non riesco a seguire bene il corso dei miei pensieri.

Da dove partiamo?

Partiamo dalla musica. Ora mi fanno innervosire, non è ancora sera, non è esattamente sera, c’è luce dannazione, ma loro sono là e la musica rimbomba, e molta gente accorre, parcheggia scende e si incammina verso l’enorme tendone, sono famiglie (non è una parola abusata “famiglia”? non è sdolcinata come parola? Eppure in qualche modo si deve parlare…), insomma bambini con magliette e mamme con pantaloncini e altre cose, ma il problema centrale è che sotto il tendone ci sono suoni sconnessi, forzatamente allegri, come se per la felicità, come se per sentirsi vivi, bastasse un ritmo incalzante, così veloce da riempire ogni spazio, ogni tuo spazio, entra e pervade ognuno dei piccoli spaziettini di cui siamo fatti e così, solo così, ci sentiamo pieni. Non è così? È bene che gli spaziettini siano sempre pieni, e contigui, uno a fianco all’altro senza soluzione di continuità, in modo che la serata passi liscia liscia, e perché più tardi si possa uscire dal tendone nella notte umida e calda, e tornare alla macchina. Io sarò qui. Sentirò voci, e portiere sbattere. E macchine partire. La notte è calda, la notte è nera, e una marea di stelle stanno in silenzio sopra il tendone, ma sono lontane e invisibili, perchè l’afa intrappola tutti quaggiù. Perché non possiamo fuggire? Le stelle non si vedono,  e le auto se ne vanno ora. Senti il motore, senti che si allontanano, silenzio.  Siete contenti, ora? Che effetto fa, non sentire più niente? Che cosa succederà, ai nostri spaziettini, se nessuna musica e nessun ritmo allegro li riempirà rendendoci pieni, e completi, e sazi?

Niente di male, KK, niente di male accadrà. Deve smettere di pensare che succederà qualcosa di strano, o liberatorio, o apocalittico, quando le persone intorno a lei si renderanno conto di un inganno, o degli inganni, di cui da sempre sono preda. Per altro non deve escludere, cara KK, che un inganno sia qualcosa di piacevole, e desiderabile, e insomma in ultima istanza sia un male minore.  

Questo me lo hanno già detto. Questo me lo sono già detta troppe volte. Non ho più voglia di ascoltare questi sproloqui, ma perché non posso dire due cose sulla musica odiosa e su un tendone pieno di gente che mangia su tavoli traballanti, e sugli odori di grigliata, e il fumo grigioblù che esce dai lati del tendone e bambini che corrono e piattini di plastica con avanzi scarnificati di costine, perché non posso parlare di questo? E dei suddetti piatti che essendo troppo leggeri non si riescono a tenere in mano decentemente, e perciò molti cedono e perciò molte costine ancora intatte sono ora nell’erba calpestata del campo sportivo, a testa in giù, con il piattino suddetto e maledetto messo sopra a coprire lo scempio. E dei bicchieri di plastica bianchi che immancabilmente si crepano su un lato, vogliamo parlare? E di quanti di essi giacciono in terra schiacciati e orribilmente aperti e squarciati, e delle risa tutt’intorno, e dei ragazzini tirati a lucido che scrivono con la sigaretta il loro nome in svariati oggetti di plastica, con fare spavaldo, e delle giovinette che ridacchiano e si lanciano sguardi mielosi tutt’intorno, vogliamo parlarne? Non capisco perché mai non dovrei farmi domande, su tutto ciò. Ho già dato, dannazione. Non ne posso più di questi ragazzini idioti.

Che c’è che non va, nei bicchieri di plastica? Che cosa di essi l’ha turbata? E poi, che problemi ha, con i “ragazzini idioti”, KK? Del resto si tratta di comportamenti fisiologici, legati ad una fase della crescita. Non era forse anche lei, una di quelle ragazzine mielose?

Allora chiariamo una cosa. Cosa diavolo ne sappiamo di cosa è fisiologico. Lei lo sa che il fisiologico è definito dal patologico? Lei sa che una cosa è normale perché non è malata? Ma il confine dove sta? Lei capirà che questa cosa ha evidenti problemi fondazionali. C’è un circolo. Una petitio principii. Lei mi capisce, no? Che cosa è fisiologico?
Sto cominciando ad avere qualche problema. Non voglio incastrarmi in cose filosofiche, visto che è quello che faccio tutto il giorno, per cui tralasciamo questo discorso. In secondo luogo (visto che lei mi costringe a parlare in modo orrendamente forbito) no no e no, non credo proprio di esser stata una di quelle ragazzine. O meglio, sì, ma ho talmente odiato la cosa che l’esperienza non si è ripetuta.

Ma cosa ne sa? Ma cosa mi racconta? Lei SA che è stata una ragazzina, e sa che ha avuto desideri, speranze, attenzioni, verso i suoi coetanei. Lei ha amato e odiato, ma ha soprattutto amato. Ha sperato e desiderato, era VIVA, non è così?

Ma certo, ma certo. Questo mi fa venire in mente che devo aver sbagliato tutto nella mia descrizione. O più probabilmente la mia mente mi inganna, vuole tenermi all’oscuro di alcune cose.

Noioso. Molto noioso. Da quasi cent’anni ormai sappiamo che la mente ci tiene all’oscuro di buona parte della nostra vita psichica.  

Sì. Questo è un altro problema. Tutto questo è noioso. In ogni caso, sì sì, ammetto di esser stata quella ragazzina. Non mielosa però.

Su, sia ragionevole.

Non mielosa, ribadisco. Insomma avevo il mio personale modo di essere, e basta. E comunque ho sempre odiato i ragazzini spavaldi, i ragazzini che fumano come se lo facessero da una vita, quando la loro piccola e inutile vita è appena iniziata, ma via così, come se fumassimo dall’asilo, quando il massimo che potevano fare era imitare i grandi con le sigarette di cioccolato (un cioccolato che sapeva di carta, dalla consistenza senza senso, granulosa, che tuttavia ho sempre trovato buonissimo).

Bene, ora non so più perché mai avrò fatto questo discorso. La verità è che una tristezza strana, travestita da rivelazione, felicità camuffata, mi è venuta incontro stasera. Quelli-che-non-ce-l’hanno-fatta mi sono tornati alla mente assieme a una stilettata di dolore misto, colorato, vibrante, e il tutto mi ha spinto a dire qualcosa. Improvvisamente ho paura che molte cose possano perdersi per sempre. Ogni giorno perdo attimi e la sera me li ricordo uno a uno ma mi dico che non importa. Però è così che passa il tempo, che non risolve un bel niente.

***

Questa musica che ascolto ora ha dentro un’attesa, di qualcosa di sconosciuto, di qualcosa che alla fine è doloroso ma ancora non sai cosa è o cosa sarà. Prendo in mano il disco e mi accorgo, dopo tanto tempo che non lo guardavo più, che la plastica è un po’ rovinata, e l’etichetta che c’è appiccicata sopra è appena ingiallita. Ma il disco non è vecchio. L’abbiamo preso qualche mese prima che io iniziassi il liceo. In certe canzoni riesco ancora a ricordare quella sensazione. Di non aver ancor incominciato il liceo. Sensazione di una cosa che stava cambiando. Ogni cosa sarebbe cambiata di lì a pochissimo. Era un’attesa fastidiosa, ma fastidiosa è un’aggiunta di oggi. In realtà aveva dentro qualcosa di speranzoso. A volte, nel bel mezzo di questo disco, sento chiaramente quell’attesa, vedo me stessa in auto seduta dietro, guardo fuori dal finestrino un cielo grigio perdersi oltre le montagne, che scorrono verso la pianura, diventano poco più che colline, e poi più niente, e io sto con la testa quasi contro il finestrino, con il discman in mano e le cuffie nelle orecchie. Il discman ha smesso di funzionare un giorno che non ricordo della quarta liceo. Prima di allora, molto era passato dalle sue cuffie. Una volta in una gita in umbria l’avevo prestato alla prof. Giovannelli. Si era sentita un intero disco dei  Coldplay guardando assorta il dolce paesaggio umbro fuori dai finestroni del pullman, e io ogni tanto le lanciavo uno sguardo e ammiravo la sua tranquillità, ed ero contenta che una piccola parte di essa fosse merito del mio discman. La mia inquietudine in quel momento era un poco sopita. Ma le gite scolastiche erano fonte di sofferenze continue. Ora voi avrete da dire sulla parola sofferenze. Lo capisco, insomma non erano sofferenze fisiche, o forse un po’ sì, ma non stavo male, non stavo morendo maledizione. Ma ho un ricordo chiaro, semplice e netto di alcuni momenti di grande insofferenza, cioè della sensazione di essere impotente davanti alla sofferenza, sofferenza causata dalla vista di cose varie, di dinamiche che avvenivano tra i miei compagni, di risa che con me non c’entravano niente, dalla sensazione di esser in mezzo a persone di cui non mi interessava molto e di essere in tanti e di essere nello stesso tempo assolutamente sola. Odiavo assai passare con il nostro rumoroso gregge in posti nuovi e belli e pieni di possibilità, e odiavo essere dentro quel gregge e non poterne uscire, e se loro fanno casino come fanno sempre gli italiani, anch’io sarò tra loro, anch’io sarò loro. Ma la cosa che più mi faceva andare in crisi nelle gite scolastiche era vedere posti nuovi, vedere le persone che vivevano là passeggiare per strada, andare in posta, e fare tutte le loro cose. Insomma vedere posti nuovi era collegato immediatamente, era tutt’uno, con la possibilità che anch’io avrei potuto vivere là, se solo avessi potuto uscire da quella fila di scolari, se solo avessi potuto….rimanere ultima della fila, e alla prima curva della strada fermarmi, e poi correre a perdifiato sul marciapiede nella direzione opposta, e girato un angolo sparire per sempre.

Questo accadde una volta a Ginevra. Era una gita autunnale, e con il mio discman e le cuffie e la musica avevo osservato le montagne avvicinarsi e diventare enormi, mentre mi dicevo che dovevo stare tranquilla perché nessuno lì conosceva le montagne come me, nessuno in quel pullman sarebbe mai sceso e corso nel bosco, nessuno sarebbe stato ore a vagare in mezzo ai pini odorando l’aria o guardando le nuvole. Stavo seriamente cominciando a sentirmi da schifo perché volevo essere in quel posto senza essere nel pullman e senza essere in gita. Invece le solite voci odiose continuavano a urlare e ridere sguaiatamente appena fuori dalle cuffie che avevo nelle orecchie.  Ma niente. Arrivammo a Ginevra senza che tutta la cosa riuscisse a sconvolgermi più di tanto. Mi ero raccontata un sacco di favole sul fatto che qualche mese dopo avrei sicuramente fatto qualcosa, avrei lasciato la scuola, sarei scappata da casa, sarei andata in Canada, e mentre passavamo il Gran San Bernardo tutto questo era già successo, e io stavo vivendo una meravigliosa e perfetta altra vita in British Columbia, dove tutto era al suo posto e non c’era bisogno di gite perché nessuna gita, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare cose che non avessi già, nessun nuovo posto mi avrebbe fatto desiderare di cambiare, mai più.

Il problema fu quando arrivammo a Ginevra. Era una di quelle giornate limpide di autunno inoltrato, in cui il sole è tiepido e le foglie sono rosse e gialle, e il cielo è terso, gelato, perfetto, azzurro chiaro, con striature uniformi di bianco, tirate dal vento freddo.  L’aria era frizzante e sapeva di neve. Il posto era bello davvero. Per una volta una città non mi dispiaceva. Per un po’ comunque la mia testa continuava a vagare in pensieri contorti in cui io non ero io e presto sarei stata qualcun altro e presto sarei stata in un altro posto. Insomma mi ero autoconvinta di essere solo di passaggio, ma non nel senso che ero di passaggio in quella città, ma proprio che il mio essere io in quel momento era di passaggio, era una fastidiosa fase di transizione verso qualcos’altro non meglio specificato; a scuola, in gita, in pullman, in quell’istante in cui stavo nel pullman, io ero di passaggio; io non ero davvero io; eddai! Io non sono una di loro, dopotutto; io vedo tutto questo con occhi diversi; io odio tutto quello che sono e dove vivo e presto andrò da un’altra parte. Presto tutto cambierà. Questa cosa resse per un certo tempo, anche se vacillò quando sentii quell’inconfondibile odore di neve appena scesa dal pullman; quell’odore di legna bruciata che era tanto familiare fu una fitta improvvisa allo stomaco, una coltellata silenziosa. Ero quasi persa. La mia strategia di difesa faceva acqua da tutte le parti.  Tuttavia andai avanti un po’, concentrandomi per non pensare a niente.

La crisi fu quando vidi il lago. Il lago era grande, perfettamente cintato da file uguali di alberi, rossi e arancioni e gialli, e sotto di loro un pavimento di foglie colorate, e intorno al lago correva un viottolo asfaltato dove dei bambini andavano coi pattini, dei bambini svizzeri alle tre di pomeriggio pattinavano intorno al lago, ridevano, erano felici; il giorno stava per finire e loro sarebbero rientrati in una casetta svizzera, in una città che non puzza e dove l’aria sa di neve, e ogni tanto nelle vie puoi sentire il profumo di arrosto che non è come quello di casa, e il profumo di torta, e puoi fare tutto questo in un normale pomeriggio di un giorno di scuola di quegli stessi giorni di scuola che tu odi perché sono fondamentalmente sprecati, inutili, vuoti, perché tu non potrai mai pattinare intorno al lago il pomeriggio dopo la scuola.
I bambini sorridono, ignari di tutto questo delirio che la mia testa fabbrica a loro insaputa e ad insaputa di tutta la fila di miei compagni che avanza scomposta e se ne sbatte altamente dei bambini e del lago, e di tutte le mie malate considerazioni. I bambini che pattinavano intorno al lago è stata la crisi. Era il segno evidente, chiaro e limpido come quel cielo d’autunno, della mia maledetta sconfitta.  Dell’inconsistenza di tutti i miei progetti e piani per cambiare qualcosa, che non erano che castelli in aria. Era orrore, sofferenza, tristezza irrimediabile, era il tonfo sordo di una casa che crolla, del pavimento che si sfascia sotto i miei piedi. Continuai a camminare sul tappeto di foglie mentre il sole faceva strani giochi con l’acqua del lago, ma niente mi interessava più. Tutto era come era, io ero proprio io e non un personaggio di passaggio, io non ero altro che io, e se la cosa mi faceva schifo, bè, c’era poco da fare. Vorrei tornare indietro. Vorrei tornare…

Ora sono proprio io che cammino sul lungolago di Ginevra, sono sempre io che da fuori mi vedo camminare a testa bassa senza capire perché devo sentirmi così male, sono io che mi trascino dietro al mio gregge, sono io che non posso uscire dal gregge né da quella che è la mia attuale vita per pattinare sul lungolago, e i sogni infranti sono ora in mille pezzi scomposti, specchi che riflettono cose a caso, pezzi di progetti e desideri di un’altra vita in un altro posto, diversa, che ora non hanno più senso, anzi sembra che mi deridano per la mia ingenuità. Ahah! Guarda! I bambini giocano ancora, e tra poco rientreranno a casa, dalle finestre puoi vedere la luce gialla della cucina, è caldo dentro, e la cena quasi pronta. Cosa fai tu? Perché piagnucoli? Pensa a camminare dritto. Pensa a camminare dritto. Cammino dritto, gli occhi fissi sulle scarpe di chi cammina davanti a me. Devo concentrarmi per non cadere, perché sto seriamente per cadere giù. Mi guardo intorno in un attimo di disperazione e vedo chiaramente che non c’è via d’uscita. Dove vorresti andare? Non puoi far altro che camminar dritto.

A quest'ora, da qualche parte, i bambini giocano ancora. Io volevo essere uno di quei bambini. Volevo solo pattinare nelle giornate di sole, e aspettare l’inverno, e non sentire più quell’ansia per le cose a venire perché sapevo che non sarebbero state come volevo, sapevo che avrei dovuto sopportare di stare chiusa in casa, che avrei dovuto andare a scuola e stare in un posto che non avrei mai voluto. Volevo solo aspettare l’inverno, ma perché nessuno ha capito? Non volevo  fare del male a nessuno, perché nessuno ha capito?

Bambini, bambini! Cancellate il mio nome e la mia storia, bruciate i miei documenti e tutti i ricordi, sono inutili, sono corrotti, forse sono falsi. Nessuno venga a cercarmi, perché ora starò qui. Nessuno si ricordi di me perché io non ci sono più. Perché non posso essere anonima? Perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Perché perché perché non posso essere una di voi?
Bambini, bambini! Perché perché perché non si può cancellare tutto e partire daccapo? Bambini, bambini! Quand’è quand’è quand’è che potrò essere una di voi?

Tuesday, December 2

nuovo video!

esilarante video direttamente da dubai, dove verrà illustrata da me in stile documentario la nostra fantastica toyota camry (la più cessa di tutta l'impero persiano...). Non si capisce molto della mia super descrizione perchè c'è un vento assurdo che disturba un po'....
Location: Jumeirah Beach, Dubai, United Arab Emirates
Year: 2006


Tuesday, September 2

cronache da un lunapark - dubai 2006

[ Un po' di pazzi resoconti del viaggio a dubai del 2006. Tutte le altre foto le trovate QUI ]

STORE GUIDE. È scritto sulla mappa del mall, di fianco alla foto di una tipa molto occidentale seduta davanti a un drink con le mani presumibilmente strabordanti di sacchetti. Un foto un po’ del cavolo, tutta sui toni del blu, e la scritta arancione nel mezzo. La guida l’ho presa la prima volta che ci sono andata, nel mall, quella mattina in cui daddy doveva stare in ufficio. Veramente non ricordo la sensazione del primo giorno. Il fatto è che io non avevo capito che fosse così grande. E poi all’inizio non c’era nessuna sensazione, siamo arrivati all'hotel alle sei di mattina e io ero tutta presa dalla hall alta una ventina di metri, non riuscivo a staccare gli occhi dai muri di acqua in movimento dietro ai banchi della reception. Il pavimento candido di marmo e una serie di divani enormi fatti a onda, e un gran freddo secco. È una cosa a cui ci si abitua dopo un po’ di giorni, l’impatto con l’aria condizionata rispetto alla sauna umida che c’è fuori. Poi il tipo della reception ha detto, incalzato dalle domande un po’ sconvolte di daddy: yes sir, yes, ski dubai is there. You can see the slopes from the mall, it’s just straight over there. Slopes?? Ci sono delle piste da sci. È normale. In fondo alla hall, in lontananza, c’è una vetrata da cui si intravede un paesaggio biancastro. Il tipo mi guarda e dice con aria normalissima, raggiante e sorridente: go! You can go. It’s over there. Già l’avevo vista dal taxi, la pista racchiusa nell’astronave di metallo, e mi sembrava sconvolgente che il nostro hotel fosse proprio lì. Ci avevano spediti proprio sopra ski dubai, senza che nessuno ce l’avesse detto.


Ecco il mall, oltre la porta a vetri e gli scalini bianchi che lo separano dalla hall dell'albergo. Un po’ più in là, c’è la neve. Dietro i vetri sta nevicando fitto, e sull’alberello finto e il ponte di legno e la pista di bob c’è già uno stratino bianco. Mi avvicino al vetro tutto bagnato, dove la condensa cola fino a formare un laghetto sul davanzale che sta sotto. Più tardi mi spiegheranno che la notte nevica fino alla mattina presto. Siamo arrivati in tempo per la nevicata, sono le sei e mezzo. Intorno c’è il mall, ma io non so ancora cosa significhi, non so che i corridoi che vedo alla mia sinistra vanno avanti quasi all’infinito e che è pieno di scale e negozi e bar e ristoranti. Sono tutte cose che vedi solo gli ultimi giorni, e siccome una settimana non è sufficente a immagazzinarle tutte, ti perseguitano per giorni anche quando sei tornato nel mondo normale.

Una delle ultime sere ero lì che giravo nell’unica zona del mall dove riuscivo ad orientarmi decentemente, stavo aspettando daddy per mangiare. Nel frattempo giro un po’ a caso, pensando in quale della fila di dieci ristoranti possiamo mangiare stasera. Questa è la food court n.1 del 2nd floor del mall of the emirates. I ristoranti stanno tutti attaccati, con i tavoli uno accanto all’altro in un enorme area aperta, in ordinate file dove confinano ristoranti giapponesi con indiani e indiani con iraniani e iraniani con libanesi. Famigliole saudite grasse, molto grasse, mangiano ai tavoli, capifamiglia debordanti in abitone bianco e kefiah rossa pulitissima stanno in bilico sulle seggiole. Io scorro tutti i ristoranti guardando i menu come se dovessi scegliere un pacchetto da comprare al supermercato; è pieno di nomi pieni di k e h e j in posizioni inpronunciabili, e sotto un’appossimativa descrizione della pietanza in inglese. C’è questo grande menu su un piedistallo, davanti a tre gradini che conducono all’area in fondo alla quale c’è il ristorante vero e proprio, inteso come cucina, cassa, eccetera. La scelta è difficile dannazione. Mi guardo intorno, brulica di gente e donne tutte nere con visibili solo gli occhi ben truccati. Ragazzi molto alti molto magri molto abbronzati e molto belli nella loro tunica bianca e la kefiah arrotolata sulla testa sembrano muoversi veloci come se fossero sospesi a pochi centimetri da terra. Altri vanno lenti con aria sofferente, hanno tutti degli assurdi sandali molto simili tra loro, differenziati soltanto dal tipo di pelle di cui sono fatti, il più orrendo è stato sicuramente uno in pelle di struzzo, lucidissimo e sciabattante sullo splendente pavimento di marmo del mall.

In ogni caso sono ancora ferma alla scelta del pacco cena per stasera, una sera così speciale, fra tutte queste luci e questo risplendere di cose e di benessere, e la mia piccolezza in mezzo alla food court mi fa sentire strana e sento che l’unica cosa che posso fare per interagire con tutto questo è, a parte lanciarmi nello shopping, scegliere un ristorante e mangiare.

La scelta è resa più complicata dall’odore penetrante dei pop corn dolci che viene dalle circa quindici casse e bar del cinema multisala che c’è di fianco alla zona ristoranti. Una cosa che ti fa passare la fame e ti confonde totalmente. Niente è normale, qui. Il luna park per adulti se ne sbatte di tutto, non ti fa pensare a niente, ti abbraccia con la sua grandezza e ti riempie gli occhi e la giornata, e non ti fa preoccupare di nulla. Qui tutto è pulito e ordinato, è qui per te, tu che non ti accorgi dell’omino indiano ben vestito che passa l’enorme lucida-pavimenti a forma di forbice inosservato, perchè i pavimenti del MOE siano sempre splendenti, per te. Non ti lasciano neanche il tempo di chiederti cosa c’è dietro, il tuo compito è non preoccuparti, adesso. Niente è normale perchè tutto è troppo perfetto, i ristoranti hanno tavoli attaccati ma a nessuno frega della concorrenza, non è che quelli del messicano ce l’hanno con quelli di fianco o roba simile. Anche il profitto è artificiale, anche quello che vanno a guadagnare oggi e domani è in qualche modo garantito, è già stato calcolato. Anche tu visitatore sei già stato calcolato. Mi godo questo momento di euforia per la mia entità di numero di visitatore, mi godo il mio posto nelle previsioni numeriche che qualcuno avrà disegnato su una lavagnetta a proposito del turismo a dubai del 2006. Non è divertente? Stare qui è bello, sembra proprio tutto quello che ti serve sia qui. Ci saranno momenti peggiori, ora sono fresca e tranquilla e aspetto solo di mangiare.

Gli ultimi giorni invece, quando andavo al mall sempre più tardi, la cosa diventava abbastanza stancante. Cercare un negozio con la mappa in mano e andarci a piedi era una fatica terribile. Cammino velocemente, ma il posto sembra sempre più lontano, ci sono queste cazzo di scale mobili sparse per ogni dove ma sono lontano da dove sei tu e generalmente scendono quando ti serve che salgano e viceversa. Supero l’enorme area giochi per bambini, con riproduzioni ad altezza uomo di animaletti tipo mosche e zanzare. In questa zona il tetto è di vetro blu fatto ad arco e trasparente sulla notte. C’è un incrocio di corridoi lunghissimi e pieni di luce calda e colori tenui, non sono sicura che sia questa la direzione nonostante la mappa con i suoi numeri a tre cifre mi indichi che sì, lo store n.423 è proprio in quella direzione. Mentre avanzo ho l’impressione che ci metterò un sacco di tempo a tornare indietro, e pensieri del cazzo mi affolano la mente annebbiata dalla stanchezza. Non ho fame. Non ho mangiato niente oggi, ma non ho fame, è come se lo stomaco mi si fosse ristretto. Solo che se non mangio svengo perchè non ho più molte energie. Poi in effetti la temperatura fresca del mall oltre a congelarmi le ginocchia mi stimola leggermente l’appetito. Ho perennemente voglia di un milkshake, ma non trovo il posto dove l’avevamo preso l’altra volta, non ho idea di dove sia nella selva di numeri di bar che sono sulla mappa, e comunque sono sicura che è dalla parte opposta rispetto a dove mi trovo adesso. Continuo a pensare a dove sarà daddy e spero che torni presto perchè ho bisogno di sedermi e mangiare qualcosa per scaldarmi. Esploro una zona del mall sconosciuta per passare il tempo, ci sono dei negozietti abbastanza stupidi pieni di cose arabe molto turistiche tipo cammellini di legno di varie misure o caffettiere di ottone tutte decorate. Mi perdo in mezzo ai souvenir, non compro niente, non ricordo se per mancanza di soldi o per noia. Poi continuo a camminare per i corridoi. La luce riflessa dai corrimano dorati e i muri pulitissimi e il lieve sottofondo musicale di voci e musichetta ambient mi frastornano.

Le vans sottili ai miei piedi trasmettono al mio corpo il duro del marmo; lo guardo distrattamente, mi vedo riflessa tanto è lucido. Ho le ginocchia congelate e i piedi che mi fanno abbastanza male ma in un impeto di eroismo apro la mappa e mi concentro per ricordare il nome del dannato posto dove avevamo preso il milkshake al mango con daddy. C’è un’altra food court segnata sulla mappa, cercando di non pensare quanto è lontana mi avvio incerta, ci arrivo ma non c’è traccia di ristoranti, mi accorgo che la bastarda è al second floor cazzo ecco perchè. La scala mobile non si trova. La individuo rabbiosamente e le vado incontro. Il milkshake è là, il posto ha un nome che ispira cibi sani ma non è altro che uno dei bar e fast food che affollano questa food court, molto meno raffinata di quella dove andiamo di solito; quassù c’è pure un mongolian barbecue e un noto mc donalds senza carne di maiale. Non so perchè ma alla fine non prendo il milkshake, qualcosa mi distrae, qualcuna delle mille cose che ti trascinano senza meta da una parte all’altra del mall, poi mi chiama daddy che ce l’ha fatta a riconsegnare la macchina a noleggio e così devo tornare della nostra zona, al ristorante che non ho ancora scelto.


Le famigliole saudite hanno già mangiato e se ne vanno dondolanti, gruppetti di donne nere ridono e parlano concitate tra loro, borsetta molto fashion sulla spalla, occhiali neri alcune, incredibilmente normali a parte il coso nero. Davanti alle vetrate di ski dubai i sauditi guardano rapiti la neve. Fuori, appena fuori dal mall e dall’hotel, nenche tanto lontano da tutto questo, la fila di valet parking (parcheggiatori) in divisa elegantissima suda nella notte bollente. Operai con le tute uguali tornano o vanno al lavoro sui pulmini scassati che camminano lenti su una corsia della sheik zayed road; certi non hanno nemmeno la portiera. Intanto la nostra vita scorre normalmente nel mall. È ora di mangiare e io e daddy ci sediamo al ristorante indiano, dove ci serve una tipa filippina. Più in là, al ristorante italiano, camerieri e cameriere cinesi vestiti con un cappellino di paglia fanno coppia con lo stile vagamente napoletano dell’interno della sala, con tanto di finte finestre e finti panni stesi e oliere e altre cavolate mediterranee dipinte sui muri. Odore di pop-corn dal cinema multisala poco più in là. Il nostro tavolo confina con quello giapponese. Camerieri di nazionalità opposte rispetto al ristorante dove lavorano servono ai tavoli. Confusione. Ti chiedono le cose in un inglese incomprensibile e molto approssimativo. Molta confusione. Odore di sushi misto a kebab e a pop corn.
Gli omini con la kefiah non smettono di guardare la neve.

Friday, July 4

BLU

in attesa di un po' di resoconto dettagliato, e di una galleria seria, qui c'è qualche foto dal Salento....e poi non dite che di posti così non ce ne sono in Italia.....


Faraglione a Sant'Andrea



Porto Selvaggio dalla scogliera




Porto Selvaggio


Gallipoli


Otranto dalla rocca





Qualche foto delle grotte di Leuca







Tre Porte




Io e Borre, pazzo olandese, alle Tre Porte di Leuca



Qualche salto dalle rocce con Borre, sempre a Leuca





Altro cliff, vicino Santa Caterina




Tuesday, June 24

da bordo piscina

Non capiterà mai più di scrivere da un posto del genere quindi ne approfitto....
aiuto sembra una pubblicità della vodafone....
Descrizione della scena:
cicale che fanno casino dagli alberi qui attorno; alla mia destra un irlandese ustionato legge sulla sdraio; io sto sotto a una specie di tettoia fatta di canne di bambù su un tavolino pieno di telefoni e scede sim e batterie vaganti a causa del mio collegamento selvaggio col modem del cellulare; la piscina alla mia destra è azzurra e fa un rumore lieve tipo ruscello; comincia a fare caldo ma c'è un po' di vento. Non so che animale sia ma continua a pizzicarmi sulle gambe; poco fa ero tutta gocciolante ma adesso l'aria mi ha asciugato e la tastiera è al sicuro....
Decisamente meglio di Montesilvano....
ora vado che devo ancora esplorare in bici i dintorni....poi alle 12 si va a brindisi a portare dad in aeroporto....poi al ritorno si possono fare innumerevoli giri nel caldo deserto delle due.....
adios e saluti dal tacco dello stivale

(esattamente lì sulla mappa)


Visualizzazione ingrandita della mappa

Friday, June 20

aiuto....

saluti da montesilvano, PESCARA, meta di passaggio verso la puglia.
per fortuna solo di passaggio... mancano 1,39 secondi prima che il credito del collegamento a internet si esaurisca quindi adios...
aiuto è pieno di bambini che cercano di impossessarsi del computer e gente in ciabatte e gente nuda che gira argh

ciao ciao karloz

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