Tuesday, October 23

fantasmi di ottobre



Domenica di ottobre, tiepida, azzurra, nitida e perfetta. Domenica di ottobre di quelle che anni fa erano dolorose  ma che io superavo ogni volta dicendomi che un giorno non lontano non lo sarebbero state più. E in effetti oggi non dovrebbero farmi più quell'effetto. Ma tant’è.

Ora non mi spiego cosa succede. Sto scrivendo per non affondare del tutto. Mi sembra di affogare.

Mi sento debole. È una cosa fisica. Mi sembra di non aver la forza di fare niente. È anche una cosa dentro di me. Perché devo sentirmi cosi? Mi mancano giorni molto più sensati, molto più pieni. Eppure se ci penso razionalmente, è chiaro che quei giorni torneranno. E quando succederà, riderò di queste scenate e di quei giorni inutili come oggi in cui tutto sembra perduto se non si fa qualcosa a dare un senso di compiutezza, o semplicemente un senso e basta. Cercherò di spiegare il problema come mi appare ora. Succede che io passo i miei giorni a denigrare la vita degli altri, la gente che se ne sta col golfino sulle spalle al passo mentre io arrivo in bici. Allora in quel momento posso ridere di loro e vedere chiaramente in loro l'immagine di ciò che io non voglio mai essere. Ma il giorno dopo, o forse no, diciamo un po' di giorni dopo, il corpo libero dagli effetti dell'endorfina, io senza bici e senza sforzo e senza concentrazione sono nulla, non ho letteralmente senso, fluttuo nell'aria senza direzione nè significato. E l'orrore mi prende quando in tutta questa confusione mi pare anche a me di essere come loro, come quelli che avevo tanto denigrato nei momenti esaltati e felici, quando avevo il corpo sotto l’effetto di quella meravigliosa chimica naturale. Questa identificazione improvvisa, che a pensarci seriamente è semplicemente irreale, perché è ovvio che io non sono così e mai lo sarò, riesce però lo stesso a dominare la mia vita nei giorni inutili come oggi.

Succede, penso, perché non riesco a vedere oltre le cose di oggi. Non dico di avere un progetto per chissà quale futuro lontano. Anche solo domani, non riesco a visualizzarlo e far sì che renda meno totale il fallimento che vedo realizzato oggi, qui e ora. Relativizzare è il segreto per non farsi sopraffare da questa sensazione assurda. È il segreto perché ciò che è solo una parte non venga improvvisamente preso per il tutto.    Le cose passano sempre, dovrei saperlo, dovrei averne esperienza, e sì, ne ho esperienza ma non me la ricordo più, non ricordo più niente di quando queste cose son successe nel passato, di tutti i giorni come questo di cui poi ho riso quando erano finalmente andati. Non ho memoria, in niente, non ricordo nessuna di tutte le cose che dovrebbero all'istante farmi sentire meglio. Non vedo il passato. Non vedo neanche domani. Sono così dannatamente stanca...non ho fame, ma mi sento debole, strana, vorrei partire. E fare qualcosa per convincermi che posso ancora rimediare; ma non ho letteralmente la forza fisica per farlo.

Neppure parlarne qui, scriverne, riesce ad alleviare questa cosa, riesce a farmi sentire meglio. È un'altra domenica di ottobre in cui cerco di trattenere i singhiozzi di un pianto a dirotto che non vuole lasciarmi in pace. È rabbia pura, sensazione di impotenza. Di non poter far niente per impedire che giorni come questo si ripetano uguali, ancora una volta. Anche se tutto è cambiato o meglio "tutto è cambiato", mettiamolo pure tra virgolette visto che sembra non sia cambiato proprio niente. Riesco a litigare con tutti gli aspetti della mia vita. Non me ne faccio passare una. Il punto vero qui, che poi forse è una parte della soluzione catartica che sto cercando, è che io non sopporto le cose che si ripetono. Divento pazza, non capisco più niente quando qualcosa che mi ero ripromessa di non vivere più immancabilmente succede di nuovo, uguale, e non all'improvviso ma con tutta la calma per vederlo arrivare da lontano, passarti davanti e succedere, semplicemente, davanti a te che anche stavolta non hai potuto far niente per impedirlo. Probabilmente è un residuo della mia vita adolescente, in cui letteralmente ogni attimo era perduto, capitava a volte che guardavo i giorni arrivare e andarsene sapendo esattamente che non sarebbe successo niente a cambiarne il corso, che io non avrei potuto farci niente, se non stare a osservarne i particolari, la nitidezza dei giorni di autunno, i riflessi e le foglie, il cielo alto e freddo sopra di me, osservare tutto questo da dietro un vetro, e immaginare, pensare, pensare forte forte a occhi chiusi sperando di svegliarmi da un’altra parte. È successo una volta che ricordo ancora come fosse ieri, e il ricordo mi provoca una specie di fitta. Ricordo che era fine settembre, il mio compleanno. Devo andare a scuola, ma io con la testa sono da tutt’altra parte. Prati dorati, da qualche parte. Nella realtà sono rannicchiata nel letto e vengono a chiamarmi perché mi devo alzare e andare a scuola. Un venerdì. A scuola dalle otto alle quattro. In autunno, alle quattro il giorno è già scappato via. Non voglio guardar fuori dalle tapparelle, ma vedo le lame di luce e riconosco le tonalità di un giorno di sole. Non voglio, non voglio vederlo. Sono altrove. Mi chiamano, forse urlano, forse no, perché alla fine è il mio compleanno. Non supererò mai questa cosa. Questa cosa torna tutte le volte che c’è un problema. Questa cosa riaffiora come uno scoglio nella bassa marea. Ma tant’è. Allora sono io rannicchiata nel letto, la testa altrove, la testa in una valle sconosciuta di mia invenzione, l’aria pulita dell’autunno e davanti una giornata che non sprecherai, che potrai vivere come vuoi, a cui potrai dare un nome e che potrai ricordare. Invece no. Devi andare. Devo andare. Ti chiamano. Mi chiamano. Mi alzo, non mi guardo in giro, sono uno zombie che non incrocia gli occhi di nessuno. Niente fuori mi interessa. Niente fuori è qualcosa che voglio. Semplicemente, qui e ora, questa non sono io. Scaccio con tutte le forze il pensiero che oggi passerà inesorabilmente e io non potrò far altro che stare a guardare. Osservare tutte le tonalità che il cielo e le foglie gialle degli alberi del cortile della scuola prenderanno durante ognuna delle ore di questa giornata. Sono veramente un genio perché ci riesco, riesco a non pensarci, mi alzo come uno zombie e come uno zombie esco di casa e guardo in terra per tutta la strada fino a scuola, e senza droga e senza alcol e senza niente riesco ad anestetizzare ogni mio impulso e desiderio. Ho passato gli anni del liceo a sperimentare modi per anestetizzarmi e non sentir niente quando le cose che non volevo vedere, che proprio non volevo, mi passavano davanti costringendomi a guardarle. Zombie sul banco di scuola, zombie a cui niente può far male, zombie che ha imparato a ignorare le cose cattive, a sopravvivere. Sono uno zombie che riesce a far passare indenne, pare, anche questo giorno di scuola che sembrava insopportabile. Cercando distrazioni in modo abbastanza disperato e trovandole sempre. Quindi, è successo che ancora in equilibrio, per quanto precario, sono tornata a casa e tutto sembrava normale. Mi sentivo quasi meglio, ora che la giornata, le sue parti migliori, le ore più splendenti e fonte di sofferenza, erano passate. Ma poi mi è tornata in mente la valle che avevo in testa la mattina, allora ho preso il computer e ho cercato le webcam di livigno. Volevo vedere com’era il 23 settembre a livigno. Che poteva essere uno dei tanti posti dove avrei voluto o potuto essere. Magari, se mi concentravo e lo volevo e ci pensavo forte forte forte, avrei potuto in qualche modo ritrovarmi là. Nella webcam era una giornata meravigliosa. Il sole del tardo pomeriggio aveva tutti i colori possibili. La valle era di tutti i colori possibili. Lontano si vedeva l’ombra blu scuro degli abeti. Delle persone sulla strada, una macchina, immobili nello scatto della webcam. Non è finito, questo 23 settembre. Quante cose si potrebbero fare, ancora, se solo…due passi nel sole della valle, due passi…se solo…se solo…
Non so che succede ma mi ritrovo con la testa sul tavolo e una fitta in pancia e un peso gigantesco in gola, mi stringe e non riesco a respirare bene, mi scoppia la testa, è rabbia pura, odio, sensazione di impotenza assoluta, stanchezza per questa maledetta presa in giro, per tutte le maledette volte in cui son stata presa in giro. Alzo gli occhi, lacrimoni salati si accalcano sul bordo delle ciglia, e vedo tutto come attraverso l’acqua, tremolante, la webcam sullo schermo del computer ride di me, nel suo angolo in alto a destra l’orario e la data ridono di me, e io, ancora una volta, non posso farci niente.  Dondola sul tavolo la mia testa vuota eppure pesante di rabbia e tristezza, dondola e tutto è così chiaro eppure assurdo, e tutto scorre senza poterlo fermare, e mi ritrovo a odiare la sensazione di sollievo data dal fatto che finalmente il giorno è finito, anche quella sensazione non serve, è una sconfitta, ride di me, ride di me ancora e ancora. 

Oggi è tutto passato. Niente più scuola, e niente più zombie. Io non so perché, ma queste cose mi sono rimaste dentro da allora e ogni tanto vengono fuori, quando un giorno qualunque di tanti anni dopo, come oggi, le cose si ripetono uguali, e anche se è davvero tutto diverso, io ancora una volta mi ritrovo a guardare un giorno passare, e finire. Ogni volta la storia finisce con la testa sul tavolo a sentire se la ventola del computer mi suggerisce una soluzione.

È cosi difficile da capire, di cosa ho bisogno? È cosi difficile da capire, che io ho bisogno di perdere me stessa e poi ritrovarmi di nuovo, ancora sulla stessa salita? Se non ho questa riconferma ogni giorno, ogni due giorni, se non riesco a buttare là un ostacolo e partire a testa bassa per superarlo, senza questa cosa io non sono niente, continuo a fluttuare nel nulla, sono un fantasma in una domenica di ottobre. La rabbia che ora mi divora, mi mangia letteralmente, la sento stringere, mordere dentro, lei mi conosce, lei è me, è il mio Io che ride di me che oggi no, non ce l'ho fatta. Che oggi ha perso di nuovo la riconferma di essere qualcosa di stabile, almeno per qualche ora chimica in cui la mente è annegata nelle endorfine e il corpo stanco, e per questo nessun demone viene a reclamare la mia testa, la mia tranquillità, il racconto della mia vita che ho faticosamente costruito. Soffro. Ma non è il senso comune di sofferenza. Non è fine a se stessa. È anche altro. Perché dopo di lei, tutto è meraviglioso, ha nuovo valore perché ogni cosa non è più lei, non è  sofferenza, non è fatica, ora sei in cima tutto è come un premio, e le ore di fatica concentrata, in cui senti il corpo cedere, chiamare aiuto, reclamare ossigeno, sono passate. È cosi difficile, capire che io devo perdermi e ritrovarmi sempre ancora, sempre di nuovo, perdermi nell'ombra della valle e alzare la testa e guardare la strada come una lama verticale di asfalto e sulla strada e l'asfalto lucido il riflesso accecante del sole e abbassare gli occhi, e la testa, e spingere e stringere i denti e sentire che tutto si perde...ma la strada e l'asfalto e il sole e i tornanti passano, lenti ma passano e in cima l'altro te stesso ti aspetta, il tuo fantasma che avevi lasciato in fondo ora è lassù e tu sei pronto a tornare in te, ritrovi il tuo Io sempre sfuggente e stavolta te lo attacchi addosso e lo tieni stretto, perché è stato così strano e terribile perdersi ed è ora così meraviglioso e fantastico ritrovarsi, e tutto ha più senso, tutto è prezioso, il mondo è più comprensibile e amico, quelle ore di concentrazione per dosare le forze fanno sì che ora tutto venga affrontato con la stessa attenzione concentrata, come se stessi camminando su una corda tesa. Ogni passo è misurato, pare perfetto, perché con te ora c'è quell'Io che sta in cima alla salita, quello che ti aspetta e torna in te solo quando sei cima, e quell'Io è stato perso e ritrovato tante volte, e per questo è la cosa più forte e piena e potente del mondo.

Thursday, January 5

egoismo indù


Ordunque eccoci! Scopro ora che quel faticoso affannarsi, per tenere unito il mio e nostro IO sfuggente, per nasconderne le crepe, era illusione. Quell'io, quel me, quel noi, intorno a cui tanto fatichiamo e costruiamo, il sanatana dharma l'ha infine chiamato col suo nome: ahamkara, egoismo. Quante cose si scoprono pur senza chiederle. Oh, ma ora la cosa non deve toccarci più di tanto. È ormai impossibile, dove ora sono molti, vedere uno. E poi è cosi da asociali. È tempo di feste e pranzi, tempo in cui mettere in dubbio assunti fondanti genera grasse risate e pacche sulle spalle, il modo per dire che se anche c'è qualcosa di non chiaro, si sta tanto bene ora qui, la casa è calda e il mangiare fumante, e le domande semplicemente non hanno senso. È cosi facile e inevitabile distrarsi sempre! È altresi inutile voler fare i naif, perché distrarsi è probabilmente la nostra salvezza da una pazzia certa. Quando le luci si spengono, la casa è deserta, il frigo vuoto, quando tutti se ne sono andati e la festa è finita, sapremo come davvero stanno le cose. Sapremo, sarà un'intuizione potente e improvvisa, che non possiamo vivere nel gioco, non noi. Scoprendo ciò che ci è precluso, avvertiremo la nostra diversità dall'assoluta libertà di dio. Il gioco meraviiglioso ed eterno non è per noi, e segna la frattura irrimediabile, la ferita di quel giorno lontano in cui dio ci scacciò, ci separò da lui per mandarci al mondo.

Tuesday, November 29

"Stop alle Telefonate!"



"Ma è chiaro! È chiaro! Il salume di Milano è il SALAME!" (annuncio della tv alle ore 12)

* * *

Non si può essere subissati di deliranti parole a ogni santa ora del giorno. Qualcuno metta un freno a questa situazione. Intanto non riesco neanche più a prendere appunti in modo decente perché il demone mi assale mentre scrivo di storia medievale e il risultato è che trovate invocazioni, insulti, digressioni metafisiche, nel bel mezzo della vita di Federico II. Poco male comunque. Ora tipi scolpiti mi ronzano attorno. Senza intenzioni bellicose o d'accoppiamento, s'intende. Io sono euforica e confusa, innamorata di varie cose a giorni alterni; inoltre tra una settimana il medioevo dovrebbe essere il mio campo di eccellenza ma per ora non è così. Davanti a me gente in pantaloncini si agita sui tappeti. Nelle orecchie i Muse, compagni della mia vita nei momenti difficili. Che bello. Ora mi è pure arrivato un messaggio.

Spogliatoio. Donne di mezz'età, nude come mamma le ha fatte cinquant'anni orsono, zampettano davanti a me con flaconi vari tra le mani. Alcune si passano energicamente la crema sulle cosce facendole muovere in modo innaturale e a tratti osceno. Io non mi scompongo, mentre loro, ignude e rosa, alcune marroncino spento, vagano sciabattando tra le docce e gli armadietti. Non mi scompongo, anche se tento in tutti i modi di non guardarle, non mi scompongo nonostante loro facciano tutto come se fossero vestite e anzi sembra che gli piaccia proprio, stare ignude tra donne. Un revival femminista anni 70, e in effetti facendo due calcoli di età i conti tornano. Tuttavia quelle tra loro un po' più cadenti e non proprio in formissima tendono a essere più pudiche; le altre invece svolazzano, alzano le gambe i posizioni terrificanti per arrivare con la suddetta crema in luoghi normalmente irraggiungibili. Poi, così come sono, prendono a parlare di cene, di figli, di irritazioni vaginali o dell'infezione alle vie urinarie della figlia. Ignude e felici annuiscono vigorosamente, ridono sguaiate, e però non c'è traccia di autentica felicità; quel riso appare piuttosto come un attimo di distrazione in mezzo a un mondo freddo e triste e, soprattutto, vestito. Qui si può stare nude, che diamine! Non è meraviglioso?
Come vanno i collant? Sei dimagrita? Ma no, tu sei sempre stata uno scricciolo! Oddio, dove ho messo le mutande? Ahah eccole!
Non è meraviglioso dopo cinquant'anni di vergogna e pudicizia, liberarsi finalmente di questi fastidiosi veli? Non è meraviglioso e liberatorio, tornare alla verità? Finalmente non siamo più bimbette spaventate, abbiamo avuto mariti, figli, figlie, adolescenze delle figlie, periodo punkabbestia dei figli, abbiamo navigato in acque tempestose, ma ora siamo qui, dopo anni che tutto sommato non sono neanche tanti (insomma Brahma vive 25.920.000.000 volte 12mila anni!), trovarsi qui è un attimo! Chi l'avrebbe mai detto? Ci avresti mai pensato, in quel lontano primo giorno di liceo, con davanti a te orribili anni di scoperte a volte oscene, di ingiurie tra compagni, di iniziazioni alle pratiche più varie; te l'immaginavi, un giorno di tanti anni dopo, di trovarti in questo spogliatoio con tue coetanee, a girare nuda e parlare di figli, creme antirughe, infezioni vaginali, senza remore nè problemi, in tranquillità e gioia, come una venere nuda nell'olimpo, come la felicità libera da legami dei paradisi indù?
Vorrei domandarlo, alle signore abbronzate e palestrate che continuano imperterrito a starmi davanti con tette, chiappe e triangolini un po' sbiaditi. Insomma gli anni passano per tutti. Sono signore veramente in forma. Tutta la crema che ora si scambiano deve pure aver avuto qualche effetto. Dovrei cominciare anch'io a metterla fin da ora. Dio, anch'io voglio girare nuda come loro un giorno. Libera e felice a disquisire del ripieno delle lasagne (vegetali e light, perdio!) e della vita sessuale delle mie figlie. Libera e felice, dannazione. Non dev’essere così difficile.




Saturday, July 9

Oggi





Oggi è stata dura, per KK. Ha guardato con gli occhi socchiusi verso il sole, e tutto era giallo e bianco.
Ha cercato un varco tra i corpi caldi, e la massa rosa si muoveva come se il mondo stesse per finire. Sembrava che di sottofondo ci fosse una musica ipnotica che tutti ballavano, compresi i bambini ignari del casino impegnati con la sabbia, e compresi i maschi oliati e marroni nel loro costumino bianco di calvin klein.
È stata dura, non è vero KK? Improvvisamente sembrava che tutta quella carne potesse fare qualcosa, potesse venire verso di te, e sembrava di non poterla arginare. È tanta, è debordante, una signora emette una risata profondissima e terribile facendo ondeggiare il suo enorme corpo, dove il costume si appoggia largo e slabbrato, ma tutto questo alla signora e agli altri non importa granchè. KK rallenta il passo, sembra ipnotizzata, qualcosa nel suo IO le si rivolta contro, fa spostare il suo sguardo verso il mare agitato alla sua destra, dove la carne si disperde in modo abbastanza regolare, e proporzionale alla distanza dalla riva, e qualcosa in KK le fa osservare le onde libere che stanno lontano, le onde libere e blu dove tutta quella carne non si avvicinerà mai.
KK, dopo aver sentito e registrato una intuizione riguardante la contingenza, l’imprevedibilità, e l’irrequietezza della natura umana che non può stare in nessuna legge fissa, schiva altra carne pericolosa e qualche manichino oliato e va verso l’acqua.
È calda e bassa e marroncina. Vicino alla riva c’è stato uno sconvolgimento di sabbia dovuta alle onde, ai bambini e alle alghe. KK non si cura di tutto ciò e avanza stoicamente fissando lo sguardo là dove le onde sono verde, azzurro e poi blu scuro, e non c’è traccia di esseri rosa. KK si fa strada e, dovrà confessare a se stessa, non senza fatica supera vari personaggi esagitati e ridenti, ignari, attorno a cui delle femmine fanno finta di avere freddo e di non volersi bagnare e fanno altre moine tipiche della femmina attorno al maschio. Il maschio dal canto suo non può che essere lusingato da tutte quelle scene rituali e perfettamente rispondenti a quel modello genetico-biologico ormai scritto da secoli. Il modello genetico non tradisce mai. KK passa questa scena vagamente darwiniano-freudiana in modo impassibile, lo sguardo fisso nel blu finalmente libero appena oltre. Là niente di quello che accade qui in mezzo alla carne rosa avrà più senso, pensa KK. Ci sono altre regole, là.
Non senza un poco di orrore KK deve farsi strada nell’acqua tiepida ancora orribilmente marrone e densa di sabbia, e non senza orrore schiva una cosa gialla che poteva essere una medusa o un’alga. Ma stranamente KK non si agita e non fugge, si limita a cambiare leggermente strada, deviazione che la obbliga a passare in mezzo ad altri esseri rosa e marroni che giocano con una palla. Poco dopo KK è finalmente arrivata in un punto dove sembra possibile nuotare. La testa sottacqua significa silenzio, per KK. L’acqua scorre, è ancora sabbiosa, sembra di stare nella nebbia, attraverso cui KK guarda con gli occhi spalancati, guarda e all’improvviso le appare davanti, sul fondo, un ferro arrugginito, immobile nella corrente, coperto di alghe, KK estasiata e un pelo spaventata lo osserva scomparire così com’era arrivato, e prosegue. L’acqua ora migliora, è gialla, poi più chiara, poi diventa leggera e si vede chiaramente il fondo ondulato, e qualche pesciolino solitario. KK tira fuori la testa dal silenzio e rumori di spiaggia le arrivano alle orecchie per poi cessare non appena torna sotto. Questo gioco la prende non poco, e ora KK si diverte a fare capriole e ad ascoltare il vuoto che c’è sott’acqua finchè non sta per soffocare e allora si lancia in alto, e tutto il casino della spiaggia ritorna a farsi sentire a tutto volume. KK continua questa cosa, e le sembra di stare a sentire i suoni come da uno stereo rotto. KK alza la testa e davanti a lei un mare di onde blu scuro, grandi, la sollevano e la riportano giù, e KK cerca di fissare un punto nel blu per avere un riferimento ma prontamente il punto e il riferimento e ogni cosa vengono inghiottiti da un’altra onda, e KK sta così, si fa buttare in alto, si gira su se stessa e guarda il cielo, che è fermo, e sente i rumori lontani, le risa, e poi improvvisamente si ricorda che, dannazione, anche lei ha una vita, giusto?
Allora improvvisamente prova antipatia per quelle risa, e poi l’acqua è pulita ma ancora tremendamente calda, i corpi rosa laggiù l’hanno scaldata, eppure ci sarà dell’acqua nuova, dell’acqua ancora di nuovo fresca da qualche parte qui attorno, giusto?
Allora KK sente tutto quel caldo appiccicato addosso e dà qualche bracciata rabbiosa verso il largo, dove delle onde più alte del solito fanno la spuma, ma niente, tutto è troppo caldo. KK allora osserva il fondo, verde chiaro, e si lancia verso di esso, e là sotto il mondo è nuovo, è fresco, l’acqua è meravigliosamente fredda, e KK si lascia cullare nel vuoto ovattato. Poi si gira sulla schiena e in alto sopra di lei, lontano, sta lo specchio dell’acqua dove il cielo chiaro si riflette come su un telo argentato, e appena sotto KK può vedere lo strato di acqua calda dove era intrappolata, lo vede lontano, vagamente giallino, opaco, ma ora ogni cosa è fresca qui sotto; ma non può durare per sempre. KK torna su con uno scatto che le fa un gran male alle orecchie e sbuca nuovamente in mezzo alle onde. Lancia uno sguardo alla riva brulicante di esserini impegnati in varie attività, e che producono un sottofondo costante, ma già le onde si intromettono e KK non vede altro che blu, e quelle grandi masse d’acqua hanno un colore così blu che KK non si stanca di guardarle e le sembra di essere nella pubblicità del tonno pinne gialle, e se un branco di tonni le passasse di fianco non sarebbe né sorpresa né spaventata.

Tuesday, March 29

Springtime and love

Questo e' il giorno perfetto. Luce chiara. Nuvole di primavera, e la sensazione che tra poco tutto finirà; ma ora no.
Questo e' l'unico tra tutti gli attimi del giorno in cui il tempo si ferma a guardare, e noi sorridiamo con lui.
Il sapere che anche questo giorno finirà non ci dà alcun pensiero; ha un gusto dolce amaro; ha il colore del sole sulla neve; tutto si muove incessante ma le cause prime le ignoriamo. Siamo in attesa, ora.
Questo giorno deve pur finire, giusto?

Monday, March 28

I bambini e noi (tristezza inspiegabile e tardiva in una domenica di febbraio)



Oggi era una giornata splendente ma tutto, tutto era intriso di odio.
Ogni cosa e' pervasa dalla rabbia, che ha dentro paura, terrore, buio, dolore.
I bambini ridono, corrono in giro.
Hanno un sacco di cose da scoprire e poche cose da pensare.
Io oggi sono come i vecchi. A invidiare i bambini e le loro corse e i loro giochi, come se fossero lontanissimi lussi ormai inconcepibili. Sono come i vecchi. Le voci delle cose passate mi chiamano. Le voci dei morti mi circondano.
Le cose che succedono senza motivo mi suggeriscono che e' meglio stare attenti a non farsi ulteriormente male.
Ad accettare quel che si ha e non volere nient'altro di più'. Le voci pervadono ogni cosa, anche la più' bella. Quelle indifferenti le rendono peggio di quanto non siano.
Il futuro, le cose a venire, non hanno un andamento preciso. Quello che mi scorre in testa non ha un andamento preciso.
Dentro di me ogni cosa sente le voci, ogni cosa e' la', rotta, non funziona più'. Sono come i vecchi. Sento che le mie azioni perdono senso.
Succedono cose. Oggi e' stata una giornata splendente per i bambini; per loro non e' stato necessario farsi troppe domande; corrono, vanno, ridono, ogni cosa e' nuova e ogni cosa e' per sempre. Noi viviamo di convenzioni.
Viviamo di cose inventate.
Convenevoli, ruoli.
Oggi ci ho messo mezzora a capire come comunicare qualcosa che somigliasse a un po' di simpatia in un gruppo di miei simili. Sembrava di parlare un'altra lingua. Sembrava di essere stranieri. Ci ho messo mezzora per capire che l'unico modo per non sembrare stupidi era stare zitti, o andarsene con una scusa. E che quello era il massimo concesso dalle regole a cui tutti si e' convenuto di sottoporsi. Le stesse regole rendono a volte impossibile dire qualcosa di sensato senza esser presi per scemi; rendono impossibile dire quello che si vuole dire, semplicemente.
Cosi' oggi ho voluto (o forse l'ho inventato) che fosse una giornata senza luce. Senza occhi e senza entusiasmo. Dietro al cielo blu, qui e ora, buio completo. La neve e' abbagliante sotto il sole tiepido eppure la neve ha ucciso. Tutto qui e' meraviglioso ma io sento i morti urlare. Non c'e' ragione perché questo succeda. Non dovrei vedere in questo modo le cose. So esattamente come le cose andrebbero prese, e affrontate. Ma nessuno ora e' felice; niente in questo momento e' giusto.

Cosi' ora sono immobile. Sono appena tornata a casa. Ho pranzato con qualche fetta di torta, ora ho la nausea.
Fuori e' ancora chiaro ma io non ce l'ho fatta a dare un senso a questa giornata. I bambini da qualche parte ancora giocano.
Ricordo delle domeniche ovattate di un sacco di anni fa. Si andava a fare la gara e poi il pomeriggio a sciare era infinito; c'erano le torte, e quella felicita' strana di quando hai fatto la tua gara e la tensione si sciogle e c'e' tutto il pomeriggio per divertirsi, stare tranquilli al sole, giocare nella neve. Vedo tutto questo come dietro a un vetro. E' sempre più' opaco, sempre più' lontano. Se ne va.
Oggi e' stato come quando una goccia di inchiostro cade nell'acqua, si spande con un guizzo e lentamente invade tutto, e tutto diventa un po' più' blu. Perché e' tutto cosi' faticoso?
Eppure, da qualche parte in questo momento, i bambini ancora giocano.

Monday, July 5

Che aria respiri oggi?


Che aria respiri oggi? Controlla l’aria della tua città e leggi le notizie verdi!

Questo è quello che mi propone la pagina iniziale di Firefox. Che aria si respira? Parliamone pure. Potremmo parlare anche di Cinture per l’estate: quali colori? Non so, scegliete pure. Queste sono le alternative. Io sono qui, e ho tante, mille alternative. Non nel passato, ma ora. Ora che batto sui tasti, con in testa una serie di cose che mi fanno rabbia. Quasi tutte le cose che mi vengono in mente mi fanno rabbia. Ora ho finito le risorse. Non so, mi sembra che tutto stia finendo, quando invece non è nemmeno iniziato un bel niente. Sento, ed è un’intuizione presente, chiarissima e dolorosa, che ci sono tante cose che mi aspettano. Che io potrei, vorrei, ma che non aspettano in eterno. Sono treni. È come abitare davanti alla stazione senza esserci mai entrati. Senti il rombo del treno, meraviglioso, che sa di cose nuove e possibili e di futuro. Ce ne sono tanti, di treni. Passano anche vicino a te. Spostano l’aria di fianco a te. Torna l’intuizione improvvisa. Non puoi farci niente.

Le offerte della settimana!

Non so che dire, delle offerte della settimana. Non riesco a convincermi a studiare. Proprio non mi interessa. Già vedo la scena. Mi sembra che ci sia sempre qualcosa che mi sfugge. E lo so che niente lo si capisce mai completamente, questo succede sempre. Ma stavolta ci sono troppi buchi. La scena me la vedo davanti semplice e chiara. Farà caldo e sarà una stupida aula grigiastra. Io scapperò con lo sguardo fuori dai finestroni. Immaginerò cose, attaccherò le mie parole, i concetti, alle cose che vedo fuori. Ad esempio una cosa come la ragione antagonista avrà la forma della scala marroncina dall’altra parte del cortile, e i mattoncini bianchi sul muro di fronte raffigureranno perfettamente il concetto di mistificazione. È sempre così. Legare i concetti che si formano in testa a delle immagini fuori, forse per maneggiarli meglio. Ma già tutto questo mi fa rabbia. Non ho nessuna voglia di niente di tutto ciò. Vorrei uscire di casa e iniziare a camminare all’infinito in una direzione, senza voltarmi indietro. Sento che niente sarà per sempre. Sento che rimpiangerò le cose di oggi che non ho vissuto a sufficienza. Già qualcosa in me mi dice che questo pensiero è una cazzata. Ma tant’è. Non penso che riuscirò a sopportare più di tanto la concentrazione.

Something is broken. Mi sembra di aver vissuto un sacco. Una sacco di tempo che ora mi appare come disposto ciclicamente. O forse come un specie di parabola. Ora io sto scendendo, nel caso non si fosse capito. Non è una constatazione volutamente pessimista, nè tristemente compiaciuta. È una constatazione, e basta. Qualcosa sta finendo. Mi sembra di essere sopravvissuta fin qui. O meglio, mi sembra che la mia vita fin qui sia stata soprattutto sopravvivenza. Tentativo continuo di non cadere. Suppongo che sia così anche per gli altri esseri umani, anche se quasi nessuno se ne accorge. Danno nomi alle cose che non vanno per illudersi che siano controllabili. Chiamano per nome le cose, le esperienze, le situazioni, e così possono staccarsi da esse, e proseguire. Nessuno vuole ammettere che viviamo nell’angoscia. Ma io sono d’accordo. Vorrei essere dalla parte di chi vive inconsapevole. L’ho sempre voluto. Vorrei dare un nome qualsiasi alle cose che accadono e andare avanti. Invece il miscuglio di cui è fatto il reale mi appare come effettivamente è, confusione e dolore senza redenzione. Eppure io sono la prima a essere ottimista rispetto alla media delle persone. Sono ottimista, in generale, nonostante tutte le stupidate che ho appena detto.

Non mi piace parlare di cazzate. Tipo che palle che piove o che palle che fa caldo oppure fa troppo freddo per essere estate eccetera. Queste cose mi snervano, veramente. Non me ne frega niente.

Ora sono le dodici e trenta. Ho sprecato un’altra mattina nella non-voglia totale. Eppure tante cose intorno a me sono invitanti. Altrettante sono amiche. Chiunque altro nella mia situazione si alzerebbe e andrebbe a farsi un giro fischiettando. Per ora, questa capacità è lontana per me. Le cose non mi sono ostili. Io sono ostile. Mi fisso sulle cose, ci penso troppo. Mi sembra che per tante non valga la pena. Mi sembra che tante siano ormai andate.

A questo punto del percorso, a questo punto della mia personale sopravvivenza, personale distrazione per non vedere le cose che nel mio mondo mi fanno rabbia, è finito qualcosa. Ho finito quel che mi permetteva di andare avanti. È una droga. Qualcosa che prendo goccia a goccia, giorno per giorno, per andare oltre le settimane e farle apparire, in un eventuale e inconscio bilancio, complessivamente accettabili. Ora questa cosa, questo farmaco, è finito. Ora vedo le cose come sono veramente. Le cose senza nessuna aggiunta per farle apparire allettanti.

Magari stiamo dormendo. Magari dormiamo e il nostro corpo è da qualche parte, scosso da spasmi, come il mio gatto ora si muove involontariamente nel sonno. Magari stiamo scappando. Magari un giorno dovremo render conto a qualcuno di questi giorni insensati. Sarà già abbastanza render conto a me stessa. Già ora mi fa sentire di merda.

Per fortuna il tempo non si ferma, nelle situazioni di merda. Siccome va avanti, c’è il cinquanta per cento di possibilità che vada meglio. Tuttavia non è il tempo a risolvere le cose. Il tempo in sè non risolve un bel niente. E’ un’invenzione umana. Anche questo è dare un nome a qualcosa per tenerlo sotto controllo. Attaccarcelo al polso per averlo sempre con noi.

A questo punto vorrei dire qualcosa di carino per concludere in bellezza, ma non mi viene in mente niente. Il mio equilibrio non si è ristabilito. Scrivere questa cazzata non è servito a niente. Temo che molto di tutto questo sia falso. Non mi fido neanche di quello che mi viene in mente, e di quello che scrivo. Per cui, no , non mi interessa sapere che aria respiro oggi. Bastano delle stupide foto su internet di gente che conosco appena perchè io mi perda completamente. Ho appoggiato la testa sul tavolo. Guardo il legno e le venature, ne seguo il disegno che sembra una strada nel deserto. La ventola del computer è un interessante rumore di sottofondo. Non ho fame. Questo è strano. Io ho sempre fame. Ora in questa strana posizione tutto sembra diverso. Voglio sollevare la testa. Voglio decidere qualcosa. Voglio progettare, realizzare e vincere. Voglio che qualcosa vada in porto. Stare con la testa sul tavolo a sentire la ventola del computer non risolve niente. Sperare che queste nuvole estive fuori dalla mia finestra portino una tempesta non risolve niente. Sono stata altre volte con la testa sul tavolo. È una cosa ogni volta nuova. È una posizione adatta per cercare vie d’uscita. Ascoltare questo ronzio. Mi piace. Almeno lui, non potrà durare in eterno.

Sunday, June 20

che c'è che non va?



N°1: I tedeschi al mare. I tedeschi in Toscana alle sei di pomeriggio. A quest’ora, forse a Siena in un ristorante con la veranda, i tavoli fuori, su piazza del campo senza sabbia e senza cavalli, i tedeschi già mangiano nell’ultimo sole arancione. Inconfondibili nei loro cappelli da esploratori. Profumi di cibo e tintinnare di posate.

I figli se ne stanno tranquilli coi genitori. Sono due, generalmente. I figli sono sempre belli. Ragazzini biondi. Fratelli e sorelle si rincorrono. Eppure non fanno il casino di quelli italiani. Sono ordinati. Il sole italiano li ha abbronzati delicatamente, senza fargli male. Ora sono perfetti, e non sembrano pensare a niente.

Immagini vaghe ma potentissime di una vita diversa e nuova, la loro, e di un’estate finalmente divertente ti balenano davanti agli occhi.

Così hai l’impressione che tutto questo assieme, la sera tiepida e l’ultimo sole e il fatto che loro siano lì, biondi e belli e tranquilli a mangiare mentre anche tu hai fame, tutto questo sembra essere l’essenza della felicità.

È un’intuizione improvvisa per me. Una visione che dura un secondo. Tutto questo sembra un che di irraggiungibile, un sogno chiaro dentro una campana di vetro, che tu guardi solo da fuori, passando. E tu, che alla fine sei nella tua terra, e sei sbucato su queste colline per lo stesso principio per cui crescono le piante, sei semplicemente lontano da questa visione. Sei altro.

È sera anche per te, ma per te è troppo presto per mangiare. E tu in quel ristorante nemmeno ci andresti mai, perchè sai che li spennerà, i tedeschi; perchè è il tipico ristorante per turisti, per mangiare alle sei nel sole arancione.

Ma la visione ti perseguita. Quei ragazzini. Sono lontano da casa, in un posto per loro nuovo, ma sono tranquilli con mamma e papà. Maledetti ragazzini.

Tu sai che loro, qui e ora, sono felici .

Una felicità di Altro, una felicità possibile solo altrove . In un determinato luogo e in un determinato tempo. Niente di generale. Niente di intercambiabile. È qui e ora, ed è per loro. Un giorno piangeranno e andranno a scuola e l’estate finirà; ma ora no.

Hai fame, hai fame anche tu, di questa sera nell’ultimo sole e di questa sensazione e di questo profumo forse di pizza che avrai sentito mille volte;

ma il tuo posto è fuori.

Questo è il loro momento. Tu puoi solo guardare e passare oltre.

Questa non è una terra lontana, per te. Senti le voci, capisci le parole. Eppure è estranea. Tutti intorno a te parlano la tua lingua. Tuttavia quell’altra felicità ti perseguita. E non è perchè quella degli altri è sempre migliore. È strano. È nostalgia di qualcosa che se n’è andato tempo fa. Nemmeno ce ne ricordiamo più. Ora di quel qualcosa che c’era e di cui non sappiamo nulla rimangono delle schegge conficcate non si sa dove. Qualcosa è stato diviso, tempo fa. Qualcosa era diverso, in un tempo di cui nessuno ha memoria. Ora siamo schegge impazzite, siamo come chiusi, camminiamo in mezzo alla gente e ancora siamo soli, e nella luce arancione della sera tutte le cose di quel tempo che non sappiamo tornano in mente, nelle vite degli altri. Le guardi venirti incontro come si osserva qualcosa che non si può fermare. Le osservi senza poterti muovere. Sono loro che vengono da te. Tu non ti muovi.

Io non mi muovo. Guardo le cose che vanno. Le vite degli altri, meravigliosi luoghi dove ogni cosa ha funzionato. La vita di chi passa ora nella via sghignazzando inconsapevole, meravigliosi luoghi dove ogni cosa funziona. Tutto questo, tutto questo casino che sono io, non regge il confronto. È tutto una crepa. Nelle crepe ci infili un bastoncino e si spacca tutto. Le crepe sono su qualcosa che non sta assieme. In realtà nessuno sta assieme veramente, solo che non se ne rende conto. Per questo sghignazza. Pensa che sia impossibile disgregarsi, e la sola convinzione basta perchè questo a lui non succeda mai.

Non gli succede, in effetti. In realtà è possibilissimo.

Nessuno è senza crepe, ma a me basterebbe far finta.

Vorrei che quella sera fosse finalmente mia.
Vorrei far finta che qui e ora, e magari anche domani, questo sia
un luogo meraviglioso dove ogni cosa funziona.


Saturday, May 29


Questi bambini sono stati abbandonati. Li vedete ora in una foto di tanti anni fa. Sorridono e già è nei loro tratti qualcosa dei loro volti adulti. Sorridono, nessun presagio negli occhi sognanti. Nessun progetto. Quello più grande tiene il fratellino stretto a sè. Nessuna parola. Del mondo che verrà, nessuna traccia.

Fuori sta venendo sera. Mi diverto sempre a notare, imperterrito, quanto riesca a rimanere dove sono, con quanta forza riesca a oppormi ad un cambiamento che sarebbe solo forzato, e come in tutto questo mi trovi anche bene. E quanto è facile, abituarsi alle cose. Diventano semplicemente normali.

C’è un odio, che scorre sotterraneo, appena sotto tutte le cose pensate. È un sottofondo, una musica, il suono del mondo che scorre attorno. Il suono degli altri. È anche, forse, odio silenzioso per il destino di quei bambini. Tutti i bambini, proprio come loro, sono stati abbandonati. Qualcosa di tutto questo si ripete in ogni infanzia. Tuttavia sembrano vivere felici, ora che sono grandi. Tranquilli. Una tranquillità sempre uguale. Non è stato un problema, essere abbandonati. In realtà lo è, e quella strana arroganza che hanno oggi sembra urlare, dentro di loro, urla e piange ma è come urlare a una porta chiusa. Come essere sepolti vivi.

Capita anche a me, questa sensazione. Approfitto di quando sono sola in casa per urlare evitando così di farlo in situazioni non opportune. Nessuno vuole fare i conti col fatto di esser stato abbandonato. Nessuno vuole ora fare i conti con la propria impotenza. Accadono cose ingiuste, e dio solo sa quanto ora questa parola sia carica e piena e vera, per una volta. Eppure non mi scompongo. Le cose sono strane. Una brutta sensazione.

Ci sono cose irrisolte. Così come nessuno vuol riconoscere il proprio abbandono, e la propria impotenza, e abbassare gli occhi per riflettere rialzando solo dopo lo sguardo finalmente consapevole, allo stesso modo nessuno vede quanto sia tutto dannatamente irrisolto. Eppure basterebbe chiudersi un po’, stare per conto proprio, fare esperienza di una solitudine insensata, o fare qualche cosa che non abbia alcuno scopo preventivo, per vedere (improvvisamente, come un lampo, una visione spaventosa ma nuova) come tutto non abbia un senso, oltre le piccole cose che volutamente mettiamo in fila una dopo l’altra. Ordiniamo per dimenticare quello che fuoriesce, quello che non ci sta, nella nostra fila, le pedine che cadono, le pedine in eccesso, le pedine allo sbaraglio. Cosa possimo salvare in tutto questo, sembra esser stato già deciso. Voleva essere una domanda. Cosa possiamo salvare? Qualcuno ha già deciso per noi, cosa salvare. Cosa credere. Di cosa aver paura.

Così questa sensazione di cose che si ripetono non riesce a farmi alcun effetto. A volte un specie di angoscia mi prende, guardando le cose come sono e vedendo come saranno e sapendo che non sarò pronta. Anche guardando gli occhi gialli di un gattino, può prendermi una strana angoscia. Ci vedo qualcosa che mi fa paura. Qualcosa di me, probabilmente. Un gattino che gioca è divertente, da vedere da fuori, in un bel giorno fresco di maggio, la mattina preferibilmente. Ma un gattino che gioca è solo. Il gatto è un animale solitario, sarà solo tutta la vita. Evita di incontrare altri gatti. Se succede li allontana. Vuole i suoi spazi. È tranquillo solamente per conto suo. È come una scatola chiusa. Ha occhi gialli irresistibili, ma è solo e lo sarà sempre. Un senso di prigionia, di natura inconsapevole, esce da quegli occhi, va verso l’esterno, va verso di me, e vorrei comunicare, dire qualcosa che non abbia parole, come se un senso fosse comunicabile con l’aria, ma invece non dico niente, e dopo poco qualcuno dei due distoglie lo sguardo. Tra gatti lo sguardo è un affronto. Chi lo distoglie per primo se ne va da sconfitto.

Anche i bambini abbandonati non riescono a reggere lo sguardo. Per sopportare l’angoscia, che c’è ma è stata ricacciata indietro, usano stratagemmi. Gli occhiali da sole sono d’aiuto, in questi casi.

I bambini abbandonati si attaccano alle cose in modo morboso. Non stanno mai da soli. A volte senza accorgesene cercano, ingenuamente, inconsciamente, di comprare l’affetto altrui. Cercano di apparire forti. Si circondano di altri bambini abbandonati. È il festival dell’abbandono. L’abbandono è generalizzato. I genitori possono andare a fare la spesa del pesce senza che il pensiero dei bambini, ora grandi, li sfiori minimamente. Spendono tranquillamente un centinaio di euro in cernia, branzino e spada. Ora il sacchetto è un ammasso gelatinoso di pesce morto. I genitori non hanno pensieri, ora. I bambini sono cresciuti. Loro devono solo pensare a cucinare quei cento euro di pesce, prima che cominci a puzzare. I bambini abbandonati ne assaggeranno forse un po’, ma gli farà schifo, e lasceranno la cena-con-amici-dei-genitori per andare a far serata fuori, dove altri cento euro andranno in cose da bere, naturalmente e fortemente alcoliche. I genitori sorrideranno agli amici, e sorrideranno anche dentro di sè, e diranno con soddisfazione che i ragazzi crescono in fretta e che ormai son grandi. Poi finiranno cernia e spada e branzini vari, mentre i bambini abbandonati cercheranno, da qualche parte là fuori, modi alternativi per sostenere lo sguardo. Qualcosa di facile, preferibilmente. Non ci piacciono le cose impegnative. Nell’abbandono generale, cerchiamo di essere vincenti. Cerchiamo un felicità che appaia tale anche agli occhi degli altri. Dev’essere affermazione, posizione, vittoria. Bisogna sostenere lo sguardo. La sera infinita e i bicchieri di plastica pieni di birra sono vincenti. In questo senso e solo in questo, in questo mondo e non altrove. I genitori non vedono la catastrofe. Saranno tuttavia i primi a scappare quando tutto crollerà. Sono scappati già prima. Anzi sono stati i primi a scappare quando le cose sembravano eccessivamente difficili. Quando le crepe minacceranno di inghiottire loro, il loro pesce le loro cene, assieme coi loro figli abbandonati che quelle crepe hanno pian piano aperto. Ma i genitori avranno, quando il momento sarà giunto, la scialuppa pronta per scappare dalla nave. I bambini abbandonati saranno come l’orchestra che non smette di suonare anche quando la nave affonda.

Tuttavia affogheranno. Ora però di tutto questo orrore, non si vedono tracce.

Noi che invece le vediamo, affogheremo ugualmente.

Quando la nave sarà affondata il mare sarà calmo. Nell’acqua si zittirà la musica insensata che i bambini abbandonati non hanno smesso di suonare, stonata, insensata, disperata. L’acqua farà tacere tutti.

Il mare è silenzio, e pesci colorati.

Friday, April 23

per ora non ancora tuttavia in qualsiasi momento


Stavo cercando qualcosa sul corso del professore ed è saltata fuori questa pagina.

E’ la cronaca di un giornale. Due anni fa circa. A uno col suo stesso cognome è successo qualcosa.

Non è quello che stavo cercando, e sarà una coincidenza, uno che si chiama come lui, così torno indietro e guardo quello che mi serve, cose per il corso, libri da studiare, qualche informazione. Ma di nuovo vado a finire sulla pagina di prima. Il titolo dice che qualcuno è caduto in un dirupo (dicono sempre così, anche quando si tratta di un semplice pendio ripido) e l’hanno trovato solo giorni dopo, troppo tardi. Non era una montagna particolarmente conosciuta. Neanche tanto alta. Mi metto a pensare che forse la vedo anche, quando dal pora guardo giù verso il lago. È pieno di montagne senza nome, con una vegetazione strana, incoerente. Arbusti a picco verso valle. Non ci si pensa mai, se ci siano strade per salirci. O forse semplicemente, e molto probabilmente, sono io che non le conosco. Non conosciamo la valle di là. Non ce ne occupiamo più di tanto. Il lago è bello da vedere d’inverno. Ha un colore argenteo e freddo. L’acqua è increspata leggermente, solcata da correnti sconosciute, tagliata da lame di sole che la rendono abbagliante anche a distanza. Il lago è silenzioso. L’acqua sembra muoversi ipercettibilmente, ma non fa alcun rumore.

Così, su questa montagna senza nome ma che io ho sicuramente visto, e che si trova incredibilmente vicino a me da qualche parte là fuori, è successo qualcosa a qualcuno con il suo stesso cognome. Continuo a leggere e qualcosa dentro di me ha già capito tutto. Il giornale dice (lo dicono sempre) che era prudente ed esperto. Poi aggiunge che aveva solo 23 anni. Era andato a fare un giro, non tornava e così hanno dato l’allarme. In fondo c’era scritto che anche il papà si era subito offerto di partecipare alle ricerche. Diceva che il papà è un eminente studioso. Un professore della statale.

* * *

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi. Succede quando non ho abbastanza difese. Credo sia come quando prendi l’influenza.

Ci sono cose che tendono a schiacciarmi; cose che si portano dietro troppo; così scopro che neanche stare qui a sentire Petto che parla di Cassirer e di teoremi e di scienza e forse nemmeno pensa al suo lago che pure c’è, ed è lo stesso che io guardo dall’alto immerso nella nebbia, nemmeno questo si può più fare; nemmeno questo è senza dolore, perchè gli occhi di Petto lo dicono, che alla fine nè Cassirer nè la scienza risolvono niente, perchè le parole non possono dire quello che io so e lui sa e gli altri forse no.

Quello che ho scoperto, per caso, cercando su internet il suo nome.

E sono sicura che lui ora direbbe, lucido e coerente, che quello, qui e ora, non c’entra; che queste sue parole adesso hanno un senso e sono del tutto legittime, perchè lui sta facendo lezione, ed è qui per questo come lo siamo noi.

In realtà tutto questo, ogni cosa che dice, si porta dietro l’impossibilità di dire quella cosa, e l’impossibilità di tutto il suo discorso di darci un qualche sollievo.

Non c’è resistenza. Non c’è redenzione.

Forse vorrebbe correre fuori, lo penso perchè forse è quello che vorrei fare io, invece se ne sta lì a spiegare e ogni tanto perde lo sguardo al di là delle enormi finestre.

Non resisto a star qui a guardarlo. Eppure lui ci riesce, a guardare noi.

Non so a che prezzo, ma ci riesce.

Il problema sono le pause. Nelle pause, quando finisce una frase e sta in silenzio a pensare la successiva, e noi siamo chini sul foglio, con la penna che finisce come in automatico le frasi e rimane così, in attesa, davanti alla pagina ancora bianca; succede allora che c’è un momento, quando alziamo la testa per vedere che succede, per vedere come mai non sentiamo più nessuna voce, accade in questo secondo che noi percepiamo la vertigine.

È lì.

E’ lì in piedi, con le mani strette attorno al microfono, si staglia contro la parete di legno scuro mentre fissa un punto indefinito in fondo all’aula, oltre le nostre teste che ora sono volti in attesa.

Così, a tratti mi trovo ad essere spaventata da questa cosa. Mi rimetto a fissare il foglio e cerco di recuperare il filo, o provo a rileggere le parole contorte e incomprensibili che ho appena scritto per far passare questi secondi infiniti ma non c’è niente da fare, sono letteralmente paralizzata, perchè è in questi attimi vuoti, chiari e trasparenti che tutte le altre cose sembrano crollare dall’alto verso di noi, minacciano di schiacciarmi, e sono tutte della stessa specie, sono le cose cattive le cose che non dovrebbero succedere le cose possibili e quelle necessarie, e sono qui concentrate in questo silenzio e negli occhi di Petto, una mente tra le menti, che ora però non basta; e di quella mente le parole, capaci di definizioni ardite, di pura conoscenza, capaci di senso, sembrano ora soffocate dal riso beffardo delle cose, che accadono in silenzio, che sono già accadute, che non si possono fermare, e che si annunciano perchè verranno; e verranno, come un ladro nella notte.

Le puoi riconoscere una ad una nel suo sorriso spezzato, nel suo sguardo ora inspiegabilmente smarrito come quando qualcosa che credevi avere in pugno ti sfugge dalle mani.

Durano veramente il tempo di un secondo, queste pause, ma è abbastanza per gettarmi nel panico finchè non lo sento di nuovo parlare. Come se sentirlo parlare risolvesse qualcosa.

Oggi per una volta ho trovato, nel libro che stiamo leggendo, qualche parola sensata e qualche idea che mi pareva buona; ma non ho fatto in tempo a finire di comprenderle che lui subito si è messo a smontarle una per una, ha smontato il significato stesso di filosofia, ed era rabbioso, era cattivo, era come stanco per il troppo combattere, e sembrava non voler più sollevare gli occhi a guardar fuori, perchè ora li tiene puntati verso di noi, mentre attorciglia le mani come rampicanti attorno al microfono, lo tiene stretto e ci dice che un senso non c’è, e ha quel sorriso triste mentre lo dice, e ora nemmeno di Kant parla più, ci dice che neanche il fine c’è, perchè questa, questo mondo e questa vita, è la cosa più insensata in cui siamo capitati.

* * *

Petto sorride quando passa a fatica in mezzo a noi ragazzi ammassati, si fa strada nel corridoio troppo stretto con il suo sguardo furbo. È passato molto tempo dai titoli di giornale trovati per caso e dalle lezioni e da quella strana sensazione che ci prende quando non sentiamo più la voce. Mesi, sono passati. Il suo corso è finito. Cose nuove si sono messe in mezzo a noi. Cose.

Oggi è l’appello di un esame. Siamo in troppi e non sentiamo i nomi che un prof, là in fondo, sta dicendo in tono basso, troppo flebile per noi.

Ma Petto, quanta gente c’è qui, eppure passi senza dir niente, e mentre passi vedi che non sono altro che ragazzi ammassati e ognuno ha la sua vita e le sue cose, ma ora sono tutti qui, tutti salvi.

Perchè loro qui? Perchè loro ?

Eppure è così facile, essere salvi. Può essere facile quanto lo è ora camminare tra noi con quel sorriso e quegli occhi azzurro ghiaccio che non so comprendere ma che hanno dietro un mondo in cui, inspiegabilmente per me, non c’è traccia di odio.

Davvero non so cosa passi per quella mente, Petto, ma so cosa passa per la mia, che di grandi cose non sa niente e non capisce la fisica e si perde dietro a cose lontane e intuizioni improvvise.

Perchè noi siamo qui? Perchè siamo in tanti, e perchè siamo salvi?

E perchè, perchè lui no?

In tutta questa gente, tra tutti questi volti, qualcuno gli somiglierà; e tuttavia in ogni corridoio, e aula affollata, ovunque entrerai ci saranno ragazzi della sua età, ragazzi come lui, ma lui non ci sarà. Dietro ogni angolo, oltre ogni porta chiusa, accendendo la luce in una stanza buia, lui non sarà là.

Tutto questo e molto altro mi ha detto quello sguardo, mentre noi siamo qui e siamo in tanti e siamo salvi e nessuno di noi è lui, nessuno di noi potrà mai esserlo benchè siamo in tanti, e siamo ragazzi, e a logica poteva esserci anche lui qui tra noi, a rigore direbbe qualcuno, ma forse non c’è nessun rigore e nessuna logica, perchè per quanto fosse possibile e semplice e facile, lui no, lui non si è salvato.

Petto, questa cosa che ora ci assale

non ha un nome, e se ce l’ha noi non lo conosciamo

Ma il terrore che ora ci prende

È come è il cielo, calmo nella notte

Dolore nero punteggiato di stelle

Eppure i nostri occhi ancora si incrociano.

Beffardi.

Sembrano così ignari.

Sono azzurri

Il dolore è tutto dentro.

* * *

Ci sono dei momenti, in cui tutto si concentra. Ma un giorno guarderai lontano e tutto se ne sarà andato. I giorni non hanno colpa. Gli altri non hanno colpa. Questi attimi sono innocenti, scorrono come hanno sempre fatto, vengono riempiti di azioni, coincidenze, scontri e incontri; sono io che ci passo in mezzo a rimanere colpita. Sono io, la causa. Ci sono attimi in cui, improvvisamente, tutto si concentra alla massima potenza, tutto sembra avere dentro di sè un fine che ogni cosa raccoglie e ordina a suo piacimento. Io ci passo in mezzo e semplicemente vengo sopraffatta. Ogni cosa ha il suo significato. La marea di significati mi arrivano addosso come un’onda, e io sto come si sta sulla sabbia nel tramonto arancione, a sentire l’onda che mi scuote e mi sposta, sposta il mio corpo sdraiato e immobile come un tronco portato dal mare, mentre io guardo il cielo, meraviglioso, pensando a quel giorno, in cui non ci sarà che calma, in cui le lacrime saranno felicità che lava il viso, e all’orizzonte si potrà slanciare ancora una volta le mani senza paura.