Thursday, November 12

dormendo su erba dorata








Questa è una storia strana. C'è qualcuno, il protagonista, che sale per una strada in mezzo a un prato. C'è una leggera brezza. Tutt'intorno il paesaggio è luminoso come fosse il primo giorno sulla Terra.


È il primo giorno sulla Terra. H., il protagonista, non sa bene cosa fare. È un giorno nuovo, ma a lui sembra di aver già vissuto per così tanto tempo da aver esaurito le cose da fare.

Ma tant'è.

Se non si mette in moto, la paura lo bloccherà per sempre. La morsa della paura è una delle cose più temibili, soprattutto se è il primo giorno sulla Terra. H sembra saperlo, e lo sa pur senza averne esperienza, lo sa come si sanno le cose necessarie, lo sa con un'evidenza abbagliante.

Forse, prima ancora di esistere, aveva provato la vera paura che ti gela il sangue. Tutti l’avevano provata.

Tutti l’avevano già dentro da sempre.


Ora H è stordito dal colore intenso del paesaggio e delle cose intorno a lui, le guarda con lunghe occhiate mentre continua a camminare, ha quasi timore adesso, vede che tutto è meraviglioso e non sa proprio come fare per avere, fermare, abbracciare tutto questo che ha davanti agli occhi. Come fare anche soltanto a non farsi divorare da tanta meraviglia. Pensò che non sapeva come fare perchè nessuno gliel'aveva insegnato. Qualcuno forse un giorno lo avrebbe fatto.




***

Non c'è nessuno sulla strada di terra. Nessuno sul prato dorato. Non è più il primo giorno sulla Terra. Ormai ne sono passati tanti, di giorni, generazioni anche, e tante volte il sole è calato e poi tornato di nuovo, e pioggia neve vento hanno accarezzato l'erba, che è stata una volta verde e una volta gialla, e poi di nuovo terra marroncina. H cammina ora, ed è proprio un bel giorno fresco e soleggiato. I pini stanno nitidi in lontananza e il loro colore è talmente intenso che sembra blu invece che verde. H non ha trovato nessuno, che gli insegnasse tutte le cose che voleva sapere. certo, ha visto molte cose, e molta gente. Tante cose gli hanno insegnato e di diversi tipi. E tante cose ha imparato, e tra quelle anche come non aver paura, come far finta di niente quando tutto sembra crollare.

H l'aveva capito subito, che non era tutto lì. Mancavano tante cose. H aveva sorriso, quando questa cosa gli era balenata nella mente. Non sapeva perchè tendeva a sorridere quando gli succedeva di esser sfiorato qualcosa che non avrebbe mai compreso completamente. Questa era una delle cose che nessuno, nè H nè nessun altro sapevano, il primo giorno sulla terra. Questo perchè la cosa del sorridere era una delle cose sempre state, che per questo H aveva preso a chiamare cose-sempre. Ce n'erano veramente un'infinità, di cose-sempre, che accomunavano un’infinità di esseri umani diversi.

Era divertente scoprirne ogni giorno di nuove.

Così, quando H sorrise, con gli occhi a fessura verso i pini lontani, si accorse di non avere più paura.

Aveva imparato alcune cose sulla paura, e ora stava relativamente bene.

H aveva vissuto tanti giorni sulla terra e aveva trovato tante cose da fare, ma poi era sempre tornato sulla strada dove aveva camminato, stordito e spaventato, tanto tempo prima. La strada, del resto, era stata lì ad aspettarlo.

O almeno questo era quel che pensava H.

In realtà la strada era lì proprio come lui e ogni sasso e filo d'erba e pietruzza e grumo di terra aveva cambiato posizione un migliaio di volte durante la sua assenza, e la pioggia aveva spesso scavato solchi. E poi la strada non si faceva alcun problema rispetto a H e a tutto il resto. Aveva la sua personale felicità, di cui nè H nè nessun altro, tanto meno la strada stessa, sapevano nulla.

H invece aveva qualche problema. Aveva scoperto che le regole della terra erano rigide e questa rigidità e conformità alla legge di causa ed effetto, senza possibilità di errore, era chiamata logica dalle persone che vivevano sulla terra.

A volte era anche detta necessità, quando si voleva sottolinearne il carattere di assoluta consequenzialità, e irreversibilità nella maggioranza dei casi.

Era stato facile imparare quante cose fossero senza ritorno, anche se H ogni volta si sorprendeva di come le cose rimanessero impresse in lui anche dopo essersene andate.

Non erano più davanti agli occhi, eppure da qualche parte c'erano ancora. C'erano, senza alcun dubbio.

Questa era una delle cose che H non era mai riuscito a imparare. Che nessuno gli aveva mai insegnato.

H si arrovellava spesso su questo problema.

Perchè da qualche parte devono pur essere, le cose che non sono più.

Le persone. E le cose passate.

Quel giorno lontano, le risa, i volti, da qualche parte devono pur essere, se io le sento ancora qui.

Così ragionava H, e fu una delle prime cose su cui spese giorni interi a domandare.

Dov'è ora quello che è stato?


H non sapeva rispondere. Nonostante ciò, era un esemplare eccellente di essere umano. Oltre ad essere sopravvissuto egregiamente dal primo giorno, aveva aderito fin da subito alla necessità, cioè l'aveva vista come assolutamente chiara, ovvia, in una parola, logica. Non con tutti i suoi simili capitava lo stesso.

Tuttavia, c’era stato un tempo in cui H era inconsapevole. Sapeva tutto quello che c’era da sapere, sapeva che ci sono regole e leggi, non solo nel mondo delle convenzioni umane ma anche più in grande, nel mondo della vita, che è quello di animali, fiori, piante, sassi ed è anche il suo.

Le cose erano sempre andate così, e andavano bene. O meglio, andavano come dovevano andare.

Necessariamente.

H era tranquillo, razionale, a volte triste, ma tutto era d'altronde necessario e non ci si poteva fare nulla.

Sapeva tutto questo ma il problema era che non ne aveva mai avuto esempi concreti. Mai niente gli era passato così vicino da scuoterlo. Così, a guardar bene, H non sapeva in effetti un bel niente.



***

L’esempio capitò un giorno nella vita di H che lui avrebbe ricordato come uno dei più strani e tristi.

H aveva un amico, che non vedeva da tempo, a cui a volte pensava e che voleva da tempo rivedere.

Successe che non riuscì a rivederlo. L’aveva incrociato per caso poco tempo prima ma non potè parlargli, lo vide di sfuggita come un ombra. Poi non potè più vederlo. Mai più.

H si rese improvvisamente conto del significato di necessità solo ora così presente, vero e reale. L’amico non c’era più. Glielo dissero. H non riuscì mai a ripeterlo. Nè tantomeno riuscì a dire la parola. H sapeva quale parola.

Lo lesse, lo rilesse, lesse anche i ricordi di altri amici. Ne parlò con altre persone, ma era come parlare d’altro. H ci provò, a farsi entrare in testa quel mai più. Ma non riuscì a ripetere un bel niente. Questo succedeva molti anni prima, H era giovane e quel giorno imparò una cosa nuova. Era una cosa nuova e dolorosa. Faceva un male cane. Come un coltello piantato nella schiena. Se avesse dovuto dargli un colore sarebbe stato un verde scuro, indefinito, inesistente nello spettro cromatico.

Cercò soluzioni. Vie di fuga. Possibilità di salvezza. Ma la necessità gli si parava davanti inesorabile, solo adesso veramente chiara, e ogni volta era come correre contro un muro di mattoni sperando di poterlo attraversare.

Quel mai più era guidato dalla stessa identica logica che non permetteva a un corpo solido di passare attraverso un muro.



***

Quello fu l’esempio. H aveva scoperto una cosa-sempre di cui non si era mai accorto (o di cui mai prima d’allora aveva voluto accorgersi) e fu la cosa-sempre più brutta che H scoprì, durante la sua permanenza sulla Terra.

Tuttavia, H era pieno di dubbi. Infatti, a differenza delle altre, questa cosa-sempre non era così evidente.

Anzi la tendenza era a credere nel contrario. Agli occhi di H questa questione era divisa in due, due piani distinti.

In uno l’amico non c’era più, e nessuno l’avrebbe mai più rivisto.

Nell’altro l’amico era lì, da qualche parte, nel posto dove stanno le cose che non sono più. Ed è un posto reale, non una qualche strana idea eterea e impalpabile. H ne era convinto, contro ogni logica.

H era anche convinto di trovarsi nel primo dei due mondi da lui pensati, ma sapeva che c’era un modo per fare un giretto nel secondo. Doveva esserci. Forse si trattava solo di imparare come fare.

Così oggi, proprio oggi, H cammina su questa strada, e la strada è in mezzo a un prato, e il prato è spazzato dal vento leggero così come il volto di H. E ne ha viste di cose, H, ne ha vissuti di giorni così strani, furiosi, difficili e anche bellissimi che sembravano non dover mai finire, e a tutto è ormai abituato. Quel giorno strano in cui aveva conosciuto la nuova cosa-sempre è lontano, forse dimenticato, sommerso da mille altri giorni.

Ma oggi, proprio oggi che tutto sembra così normale H sta in realtà combattendo, ed è allo stremo, perchè non vuole più la stupidissima necessità. H la vuole abolire, la dannatissima necessità. Cammina tranquillo nonostante tutto, e intorno a lui una bellezza fuori di testa, che se fosse il primo giorno sulla terra ci sarebbe da impazzire. Ma non lo è, ormai è uno degli ultimi, di giorni, e la necessità preme, è lì, è solo qualche passo più avanti sulla strada marroncina dove H mette i piedi uno dopo l'altro.



***

Ora H ha abbandonato la strada e avanza sull’erba, e l’erba sembra non finire mai, sembra arrivare all’abisso, è gialla e fantastica così come fantastico è il rumore che fa quando H ci cammina. H pensa che tante cose possono non essere più un problema. Da oggi, non lo saranno più. H non ha paura. Qualcuno verrà, ora. Ci deve pur essere, una legge alternativa. Ci deve pur essere, una via di fuga.

H si ricordò dei giorni tristi, i più tristi di sempre, e per la prima volta la loro esistenza è qualcosa di reversibile. La loro necessità non c’è più. H può tornare a quei giorni e poi di nuovo andare avanti, e indietro e avanti continuamente.

La strada marroncina è lontana, ora. L’erba sembra non finire mai.

H non è più H.

H non è più nessuno.

H non ha più bisogno di maestri.

Pensa questo e altro ancora. Ma già ogni cosa diventa semplice. Ora si cammina senza fatica.


C’è un pettirosso che vola nell’aria pulita oltre la testa di H, e disegna cerchi dorati nel cielo blu. H lo segue con lo sguardo finchè non sparisce oltre l’orizzonte erboso del prato. Sta per distogliere gli occhi quando vede che c’è qualcun’altro, ora, che sbuca da quell'orizzonte erboso.

È l’amico. Gli viene incontro sull’erba scricchiolante. Guarda in basso, intento a camminare.

Alza lo sguardo, vede H, sorride, i capelli lunghi ora danzano nel vento, torna il pettirosso dalle ali lievi e si posa silenzioso sulla sua spalla. H non ha bisogno di parole. La strada è lontana, il sole fermo in mezzo al cielo.

Nessuno in questo strano, nuovo, incredibile giorno sulla terra, ha più bisogno di parole. H sorride a quegli occhi, non li aveva mai dimenticati. Erano tra le cose rimaste da qualche parte, impresse, incancellabili.

Quelle di cui H si era tanto domandato quando si chiedeva dove mai fossero andate le cose che non ci sono più. H si accorse in quel momento che lo aveva sempre saputo, dove si trovassero.

Lo sentiva come una delle cose-sempre. Era tornato sulla sua strada innumerevoli volte alla ricerca di quello che sembrava sparito.

Adesso il suo amico sta davanti a lui, sull’erba dorata, e dietro sono le sagome nitide delle montagne, immobili, colorate, ora non più terribili. E il suo sorridere è immobile nel tempo, è felicità pura, è come una corsa a perdifiato oltre ogni cosa del mondo.

Non ha più paura, H, non ne avrà mai più. Ha trovato il posto che cercava, dove stanno le cose che non sono più, e questo gli basta. Non ha più niente da dire, H. Non ci sono più parole per l’ultimo giorno sulla terra, così come non ce n’erano il primo.

H si muove verso l’orizzonte azzurro, sull’erba luccicante, come mercurio piede alato senza far rumore, avanza verso il suo amico che da là lo guarda col pettirosso sulla spalla, il vento sa di neve ora, e tutto, tutto è finalmente chiaro.





Sunday, October 25


Scritto a mano sul quaderno, indecifrabile come sempre
Questo è un addio
Vorrebbe essere l’addio di oggi che non sono riuscita a sopportare
Mi dispiace
Per un sacco di cose dispiace sempre, e sempre è tardi
Ma non importa
Non mi interessa se è tardi
Oggi mi è sembrato di vedere una bandiera bianca in cima alla croce della presolana
E’ stato abbastanza
E’ stato giusto così
Qualunque cosa voglia dire giusto

Thursday, October 22

κἁθαρσις (katharsis)



Karloz K. è sconvolta.

Karloz K. non riesce a smettere di pensare e non vuole rassegnarsi.

Karloz K. è proprio sconvolta, ma non vuole dirlo.

Ci sono cose che muoiono, attorno a lei, cose che se ne vanno prima del tempo e altre che vanno via in perfetto orario secondo la legge che già conosciamo, ma a cui non vogliamo abituarci.

Sia l’una che l’altra di queste cose hanno rotto qualcosa, nell’equilibrio di Karloz K. . Adesso c’è rabbia, e avvolge tutto e tutto fa ruotare come un tornado, e lancia in giro pezzi sparsi, parole e ricordi che sembrano staccati da tutto. Sembrano veri. Da qualche parte sono sicuramente veri. Forse non nella nostra dimensione. E così K.K. cerca soluzioni, vie di fuga. Talvolta le crea dal nulla, vede che non stanno in piedi e le scarta. K.K. fa questo a tutte le ore del giorno, oltre a continuare a darsi schiaffi e pizzicotti sperando di svegliarsi.

Karloz K. stasera si accontenterà. Anche se ha sempre odiato accontentarsi. Odia anche arrendersi, smettere di tentare.

Ma K.K. adesso non può che odiare, proprio ora proprio qui, proprio in questo istante e in quell’altro, maledetto. Odia le cose che non vanno come dovrebbero andare. Ed è curioso, perchè le sembra di avere la testa chiusa in un sacchetto di plastica.

Karloz K. vorrebbe salire, correre su di un sentiero erboso facendo finta che non sia successo niente, come poco tempo fa poteva fare, perchè fino a ieri, solo fino a ieri poteva farlo. La montagna è tranquilla, ferma nell’azzurro. Ora anche il loro sguardo odia, pur sapendo che non può odiarlo; e questo incasina tutto; questo, tutto quello che viene dopo, è confusione massima. Lui non vorrebbe che le odiasse. A suo tempo, lui non le ha odiate. Loro hanno portato via in silenzio qualcosa di suo e lui per tutta risposta le ha amate ancora di più.

Ma ora K.K. non sopporta più le montagne dallo sguardo assente. È uno sguardo senza occhi e ora è improvvisamente invadente. È oltre ogni misura, è troppo troppo e troppo

***

K.K. vorrebbe essere felice per la prima spruzzata di neve là in alto. L’anno scorso nello stesso periodo ci aveva camminato, sulla prima spruzzata di neve.

Era scricchiolante. Era fredda. Meravigliosa.

K.K. era arrivata sulla cresta oltre la cima verde all’alba e il cielo era grigio e l’aria gelata, un vento freddo saliva dalla valle, e tutto era perfettamente nitido. E K.K. ricorda di aver riso e amato tanto quel vento assurdo mentre per la troppa aria gli occhi socchiusi le si riempivano di lacrime congelate, lacrime di felicità per quel vento e quel giorno appena iniziato e perchè in realtà stava morendo di freddo come al solito, una maglietta e il pile non sono ovviamente sufficienti e allora il lato sinistro è mezzo congelato, e l’aria che entra nei polmoni è troppo fredda, ma K.K. continua imperterrito a camminare sulla cresta, inciampando, e non smette di guardare quello stratino bianco su cui mette i piedi, e si stanno congelando anche quelli ma lei continua a ridere e non sa bene il perchè, ma sa che lui lo sa, il perchè, così come lo sa la parete là in alto, che ora si perde nel grigio del cielo. K.K. si ricorda troppe cose. Non sa se riuscirà ancora a salire quella cresta senza che lui le appaia davanti agli occhi, mentre corre verso lo spigolo con una corda messa a tracolla, come è stato in quella bella mattina di settembre. Perchè corresse nessuno mai lo saprà.

K.K. sa che dovrebbe lasciar andare. Dovrebbe smetterla. K.K. ha paura, ma non vuole più odiare.

Ora corre sulla cresta, e il vento le ha completamente congelato la parte sinistra della faccia, il braccio e tutto, e la neve scricchiola, e scivolano i piedi sull’erba che c’è sotto; e K.K. ride, o forse piange, perchè è convinta che tra un attimo tornerà giù, giù per la stradina di sassi, e arriverà al rifugio appena in tempo, arriverà prima che faccia buio, prima di non vederci più niente, ed entrerà dalla porta sul retro nella luce abbagliante della sala e tu sarai lì, al tavolo con la cena e con gli altri e sorriderai con gli occhi illuminati e riderai anche tu, mentre fuori è proprio buio ora, e freddo, e lo strato di neve se n’è andato già.

***

Con queste parole K.K. vuole lasciarti andare. Ti ha detto tutto questo perchè sapessi quanto fossi importante per noi; quanto il tuo esserci fosse qualcosa di già dato ma di essenziale come lo sono l’aria, l’acqua e qualunque elemento naturale; e che era un bambino quello che correva una mattina di settembre.

K.K. tornerà anche sulla cresta a salutarti, quando tutto questo sarà passato.

Guarderà la valle e la rabbia si scioglierà in silenzio, nell’aria fredda che sa di inverno e di legna bruciata.

Tutto questo, ogni nostra parola diverrà neve.

Guarderemo ancora in alto senza paura.




Wednesday, October 21

se così sei felice


C’è un bambino che corre . Lo seguo con lo sguardo.

C’è un bambino che sale sul prato scosceso, e sopra brillano le rocce, altissime e nitide al sole; le rocce toccano il cielo; il bambino si ferma e le indica guardando in su.

Ci sono tanti adulti, ma qui non c'è nessuno. Giù, tanti grandi ridono e sembrano divertirsi, e parlano di cose da grandi e parlano di cose serie e sembrano avere in mano le chiavi del mondo. Le loro risate spavalde arrivano fin quassù. Il bambino non ha orecchie per sentirle. Sorride in silenzio e continua a salire. Il bambino non vuole avere chiavi, e non si riempie la bocca di parole; non pensa di sapere tutto, non ha nessun nemico; calpesta l'erba lievemente, accarezza i sassi su cui cammina.

Gli adulti hanno cose, ma gli adulti non sono niente; non si fanno domande; fanno un gran rumore.

Il bambino sa solo quello che gli serve.

Il bambino ha ora il naso all'insù, e gli brillano gli occhi scuri quando guarda il cielo lontano.

Non vuole altro. Forse solo lui ha capito tutto.

Solo il bambino è felice.

***

Hanno detto (lo dicono sempre):

quelli prima di lui sono passati e non è successo niente.

Così mi sono un po' incazzata col mondo e con le cose, più di quanto non lo fossi già, e ho pensato troppo, e per un attimo ho anche odiato la montagna che se ne stava placida nel cielo azzurro.

Cioè ho testato tutti i possibili sentimenti generati da questa cosa.

Poi mi è passato, forse.

Sento voci sommesse che conosco a memoria e sussurano qualcosa, ma io non capisco, ora proprio non capisco, parlano in un'altra lingua forse, è una voce portata dal vento.

"Se così sei felice"

***

questa cosa mi martellava in testa senza sosta. Una musica ripetitiva e dannata.

Perchè?

Infatti perchè era la seconda cosa, che mi martellava in testa.

Neve e una corda. Erano le altre due cose, a martellarmi in testa.

La notte stellata nella valle, anche.

Guardando in su, un dolore nero, punteggiato di stelle silenziose e sorridenti. Qualcuno, forse sei proprio tu, se la ride, ora che tutto è finito.

Le montagne sono sagome nitide contro il buio. Le guardo con rabbia.

Odio anche voi, sappiatelo.

Vorrei urlarlo, ma so che tornerò ancora ad amarle, tornerò con la coda tra le gambe. In un’altra notte, tutto sarà chiaro. In un’altra notte, ti vedrò sorridere, e capirò quel che c’è da capire e che ora sfugge.


***

Questa è la nostra vita. Così si sceglie. Ma perchè?

Vorrei che fossi rimasto qui con noi. Potevi rimanere, e insegnarci come, come si può amare anche le rocce appuntite e il freddo che taglia il viso e la fatica, e tutto quello che sembra impossibile amare, tutto quello che c’è là fuori e sembra così indifferente, nella notte nera della montagna. Perchè?

Dovevi ancora insegnarci a capire le cose che sfuggono. Ad esempio come si può amare ancora, nonostante tutto, qualcosa che ti ha portato via così tanto.

Queste cose ci si mette una vita, a capirle. Ora tocca a noi capirle da soli, perchè forse non c’erano davvero parole per spiegare.

Quando questa rabbia che riempie gli occhi di lacrime sarà passata, forse, cercheremo di capirlo, cercheremo come ci hai detto, cercheremo ovunque, quando nella vertigine guarderemo giù, oltre la corda. Perdendoci nella parete arancione di sole. Sentendo i passi dei camosci nel cuore della notte. Siamo soli, ma non smetteremo di inseguire quel bambino.

***

Così, succede che queste cose mi uccidono. Non solo me. Uccidono chi si fa uccidere. Queste cose ci lasciano sbattuti in terra a guardare in su. Voglio vedere oltre. Voglio vedere la notte stellata senza dolore. Silenzio senza attesa. Senza paura. Ma lo so che qualcuno già sorride, adesso, adesso che tutto è finito, e rideremo anche noi un giorno, ameremo di nuovo anche noi. Ora no però.

Per ora, questa cosa è insopportabile. Questa cosa bisogna capirla pian piano. Questa cosa è una strada e noi avanziamo a piccoli passi.

È una cosa che c’entra con la felicità, e con la neve e con una corda; è una domanda che si ripete all’infinito.

***

Sapete, ci sono veramente un sacco di cose che potremmo non fare. Possiamo decidere di stare al sicuro. Possiamo dormire sonni tranquilli o possiamo correre, inquieti.

Possiamo scegliere un sacco di cose.

Ieri ero in macchina, seduta dietro. Guardavo il paesaggio e le cose fuori sfrecciare. C’era un bar. Uno di quei bar con grandi tavoli all’aperto con giovani idioti (il mio stato mentale non poteva che identificarli così) letteramente spalmati su sedie o panche o direttamente sui tavoli, e c'erano cose da bere e altre cagate. E c’era una domenica pomeriggio fredda, leggermente grigia, una domenica che sta finendo, e che era una presenza reale, un'atmosfera che sembrava di poter toccare. E poi, domani, ci sarà anche un lunedì che sarà una gran rottura di palle.

A un certo punto è successo che ho odiato tutto questo. Ho odiato il bar, i giovani e ho odiato questa domenica pomeriggio così dannatamente piena di cose che non vanno. Con la testa contro il finestrino pensando tre cose senza alcun collegamento. La cosa aveva superato il limite. Tutto questo, tutto assieme era andato oltre, oltre ogni capacità di sopportazione. E ogni cosa adesso è automaticamente stupida e insensata e l’odio scorre come un fiume sotterraneo che si mangia tutto e vaffanculo a voi e ai vostri tavolini e ai vostri cocktail e a tutta la vostra merdosa razza di giovani-della-domenica-pomeriggioche non potrà mai estinguersi. Contenti voi. Anche a te col cappellino, la sigaretta e lo sguardo spavaldo, vaffanculo.

Non ho niente da dire, alla fine.

Nemmeno sono affari miei.

Torno a guardare la strada scappar via, e dopo tutte queste considerazioni mi sento anche peggio di prima.

***

C’è un bambino che sale sul prato scosceso, e sopra brillano le rocce, altissime e nitide al sole.

Non smetteremo di inseguire il bambino.

Grazie grazie grazie, davvero, per non aver mai smesso di inseguirlo.

Solo il bambino è felice.

Saturday, September 26

l'arte di correre e i salti temporali del sabato sera


dannazione. non deve venirmi da vomitare. non ora. però che fatica cazzo.
poi un attimo dopo tutto è semplicemente fantastico. le gambe vanno da sole e c'è come una scossa di corrente continua che fa muovere il mio corpo, che un attimo prima avrebbe dato qualunque cosa per buttarsi un po' sul prato mentre adesso inspiegabilmente sembra non volersi fermare più.
passo di fianco ad una collinetta fatta di erba brillante e sorrido, immagino di accarezzarla, passandoci la mano come sulla schiena di un gatto addormentato. non riesco a smettere di sorridere. è semplicemente fantastico.
questo avevo nella mente stamattina mentre correvo e rifacevo per la seconda volta quel dannato pezzetto in salita.
ma è per quella sensazione che ho ricominciato a correre. c'è qualcosa che mi attira.
dovrei ricordarmi di pensarci le volte in cui non ho voglia di andare.
sempre, bisognerebbe pensarci.

ho appena scritto una balla colossale via sms per evitare di andare domani a fare un giro. no so nemmeno come cavolo mi sia venuta in mente, una balla così elaborata e credibile. ogni tanto mi sconvolgo da sola per le cagate che faccio. non lo faccio spesso, intendiamoci. cerco di evitarlo.
è che proprio non avevo voglia, di andare. ma proprio zero. e non c'erano spiegazioni alternative. ma alla fine se nessuno saprà mai la verità nè indagherà nè si chiederà niente, che differenza fa? l'importante è che nessuno si faccia male.
nessuno si è fatto male, giusto?
la cosa non mi convince, e infatti per consolarmi e dimenticare la mia meschinità mi sono fatta un aperol con un quintale di zucchero sul bordo del bicchiere, che ora sorseggio e sgranocchio insieme.
cazzo. quante cose. quante cose stanno vagando ora senza meta.

ho avuto un vuoto temporale. c'è stato un vuoto, da qualche parte. come in aereo. non so dov'ero, dove sono stata durante questo lasso di tempo. quando sono tornata in me, stavo guardando il sito della mia scuola. della mia ex-scuola, si intende.
cosa cerchi?
che cavolo stai facendo?
...ehi?
non so niente di tutto questo.
il vuoto temporale mi ha lasciato qui come confusa, e sorridente e mi viene così da ridere, riderei per ore adesso. non provo niente. non è fantastico? non c'è niente di niente che riesca a farmi arrabbiare. non c'è odio. trovo anche un po' di foto del liceo di gente che conosco, le hanno messe così, come presentazione della scuola.
magari ci sarò pure io in qualcuna. di quelle che ci faceva il fratello-fotografo schizzato durante le varie conferenze in sala audiovisivi. lui zampettava qua e là tra le file armato di enorme fotocamera, gesticolando per farci spostare la testa in una posizione che risultasse congeniale alla composizione spaziale della fotografia. questo durante tutta la dannata conferenza, mentre l'ospite parlava incurante dei flash.
le foto venivano immancabilmente oscene. le nostre facce, erano oscene.
minchia.
una cosa spaventosa. anche i professori. un'espressione mista tra disinteresse-noia-allucinazione da lsd-apparizione della vergine. quest'ultima neanche troppo strana, visto l'orientamento della scuola.
quindi ora qualcuna di queste foto è in rete. le nostre facce, il riflesso di un merdoso giorno adolescenziale, tanti corpi vagamente inconsapevoli, e vuoti, vaghi come ombre, perchè così eravamo; e così di noi alunni che cercavamo di evitare l'inquadratura del fratello-fotografo, di noi chiusi in sala audiovisivi, nella noia e nel mal di schiena causato dalle dannate sedie, è rimasta una traccia, da vedere molti anni dopo, per pensare qualche cosa o per non pensare un bel niente; non so, vorrà dire qualcosa tutto questo?
ma io lo so, me lo hanno detto mentre fluttuavo, durante il famoso salto temporale, in un limbo sconosciuto, galleggerai in una pozza di consapevolezza e felicità mi han detto; ma questa cosa, questa cosa delle foto, nell'economia dell'universo, in mezzo a tutte le cose, ha un solo ed unico scopo, serve per ricordarti e stampare nella tua testolina che giorni come questi sono esistiti anche se tu non ne sai niente, giorni realmente senza alcun significato, senza alcuna connessione con la realtà.
questo giorno della foto, è stato uno dei tuoi giorni. congratulazioni.
la vita è fatta anche di giorni insensati.

mi sveglio e non c'è più nessuna foto, il sito della scuola è sparito, probabilmente perchè il computer adesso è spento e lo schermo è nero, e la stanza è buia. fuori dalla finestra la luce del lampione non è mai stata così chiara, e crea disegni arancioni intrecciati alle ombre sul muro davanti a me. qualcuno parla, è nella mia testa, e mi tempesta di domande.
perchè? perchè questo momento così strano è anche così felice e come si generano questi attimi, e perchè non possiamo ricrearli in modo da averli già pronti quando stiamo male, e da dove viene questa scossa che mi tiene con gli occhi spalancati e mi fa sembrare meravigliosa anche solo la luce del lampione sul muro, com'è possibile tutto questo?
e io non faccio altro che ridere fino alle lacrime, perchè so che non c'è risposta e so che è proprio questo il bello, è proprio per questo che rido e piango ed è per questo che questa strana cosa che mi tiene sveglia è un'inquietudine felice a cui non voglio sottrarmi e da cui non voglio scappare.
e questa, dannazione, è l'unica felicità che conosco.



Thursday, September 24

ci sono stati momenti migliori



Le letture pragmatiche di oggi pomeriggio hanno fatto sì che nel momento in cui ho pensato di scrivere qualcosa, stavo già scrivendo qualcosa. Sto già scrivendo qualcosa. Volete sentire, qual è la mia voce? Deve trovare uno spazio adeguato, anche lei. Mi vengono sempre in mente strane cose, strane parole da dire, frasi meravigliose dal suono perfetto, ma non riesco, non sempre riesco a fermarle. Così la voce rimane da qualche parte, nel posto delle cose non dette, suppongo. Che non so dove sia. Forse è anche lui nella quarta dimensione. Un giorno qualcuno mi ha detto che ci sono tante di quelle cose nella quarta dimensione che nemmeno ci immaginiamo. Anche l’odore della felicità, se ne sta lì, assieme alle parole non dette e agli amori tristi e alle cose meravigliose a cui vogliamo dare un nome per tentare di non farle scappar via. Poi loro scappano ugualmente, ma questo è un altro problema.

Così, è una sera di fine settembre, e la cosa non mi piace non tanto per la sera in sè quanto per l’incipit noioso a cui mi costringe. Fuori c’è un’atmosfera fosca e umida, e il cielo bianco sembra una cupola finta. Sembra quei coperchi sferici di plastica che coprendo un piatto caldo si riempiono di vapore. Noi sulla terra siamo il piatto caldo, e quella cosa là sopra è il cielo appannato.

Ad ogni modo, sono le 19.09 e la nonna è andata a letto. L’ho portata, a letto. Molto divertente.
Chiudere tutte le tapparelle su un giorno ancora vivo, intendo. Questa cosa di starsene al buio completo in una stanza mentre fuori è ancora chiaro.
In una giornata come oggi si nota di meno. Ma non riesco a sopportarlo nelle giornate estive, quando ancora le ultime nuvoline rosate si allungano in alto, nel cielo terso. Lasciar fuori una sera d’estate, con tutto quello che può esser una sera d’estate anche solo stando lì a guardarla passare con la finestra aperta, è una cosa che non riesco a capire. Così io semplicemente chiudo tutto, dico buonanotte e scappo via, come sempre un po’ sconvolta dalla non-umanità di tutto questo, e mentre scendo le scale cerco un nome per questa cosa, ma non riesco a trovare che definizioni ex-negativo. Mi viene in mente tutto quello che questa cosa non è.
E la musica e i profumi della domenica, e l’attesa, e tutte le cose che sono, dove le mettiamo?
Non so neanche perchè sto tentando di capire.
Mi sconvolge il fatto che questa cosa effettivamente mi interessi, al di là dell’umana e naturale pietà, e al di là di una sorta di legge che mi dice (e io lo so che è vera, è la cosa più certa che abbiamo) che un essere umano bisogna sostenerlo sempre e ascoltarlo e far sì che viva.
Ma la mente contorta della nonna è sempre stato un mistero. Nessuno ha mai voluto studiarlo. Non è possibile avvicinarsi, a un mistero del genere. E’ come un automa di cui ignori completamente le leggi. Per cui non ho mai cercato di capire oltre una certa soglia.
Il punto è che a volte urge una spiegazione, ed è una necessità dirompente, è quasi peggio di un’esigenza metafisica, perchè quando l’assurdo raggiunge certi livelli poi deborda allagando tutto.

Oggi pomeriggio ho avuto un attimo di sclero, mentre nel salotto polveroso la nonna stava in una strana posizione mezza piegata sulla poltrona, tutta rivolta verso la signora che sedeva davanti a lei. Mormora una serie di cose, il cui significato ultimo è che andrebbe a letto subito e non sa nemmeno perchè si è alzata e non sa nemmeno perchè deve mangiare eccetera. Poi dice:

Tu non sai...tu non sai...eh, è bello avere vent’anni...

Cazzo cazzo cazzo io non saprò un bel niente ma cazzo siamo un battito di ciglia nella storia dell’universo, e non puoi, non puoi sprecarne nè buttarne via neanche mezzo, di quel battito, e nemmeno un quarto e neanche uno 0,00001, non so , vuoi che ti faccia uno schema, vuoi che ti faccia un disegno, serve anche a me per capire, forse poi tutto sarà più chiaro, devo prendere una lavagna?
La vedi questa cosa?
Questa cosa è la vita, e questa cosa cazzo è DAPPERTUTTO, e c’è anche quando chiudi tutte le tapparelle per lasciarla fuori, lei tornerà sempre, è come acqua che non riesci a fermare, e mi dispiace cazzo mi dispiace davvero che a volte noi non capiamo, perchè sai capita a tutti, capita sempre, ogni tanto, di sentirsi di merda, ma mi dispiace, non siamo sassi non siamo erba non siamo alberi, noi vogliamo sempre un senso, noi vogliamo dare un nome alle cose, e stabilire connessioni tra loro e vogliamo amare piangere correre saltare e urlare, perchè noi siamo così.
Non siamo come le bestie dagli occhi spenti, come le bestie spaventate, che trovano forse ogni giorno uguale all’altro, e che vivono nell’attimo, e la cui sola forma di felicità sta nell’essere inconsapevoli. Non siamo come sassi, o sì?

Così, mentre distrattamente guardo fuori, attraverso le tende, il pomeriggio che è passato e il sole pallido sulla ghiaia, dico:
Io ho vent’anni ma anche tu li hai avuti, vent’anni, giusto? E anch’io, nonna, avrò un giorno la tua età, e la mia vita e la tua vita fanno ridere davanti alla storia dell’universo, ammesso che l’universo ce l’abbia, una storia con un inizio e una fine.
Quindi perchè preoccuparsi tanto?

Dopodichè mi sento ancora come prima, forse sto fluttuando sospesa in mezzo alla stanza, l'unica cosa certa è che le tende stanno nella stessa posizione, e la signora sorride per le cose che ho detto; ma la nonna non so, non so se stia sorridendo o cosa stia pensando, io sono distratta, guardo il sole pallido sulla ghiaia, e mi perdo a osservare come ogni sassolino sia meravigliosamente distinto l'uno dall'altro grazie alla luce solare e poi penso a tante altre cose, mi viene in mente un pomeriggio di tanti anni fa, quando eravamo piccoli, quando tutto era semplice e ovattato, e anche la nonna era qualcosa di indefinito di cui non preoccuparsi più di tanto. E mi viene in mente una canzone, che mi sembra parli di tutto questo e molto altro.



It is the evening of the day
I sit and watch the children play
Smiling faces I can see
But not for me
I sit and watch
As tears go by

My riches can't buy everything
I want to hear the children sing
All I hear is the sound
Of rain falling on the ground
I sit and watch
As tears go by

It is the evening of the day
I sit and watch the children play
Doin' things I used to do
They think are new
I sit and watch
As tears go by

Monday, September 14

il primo giorno di scuola


vaffanculo. a tutti senza distinzione. una cosa totale.
nient’altro di sensato potrebbe descrivere la situazione.
mi dispiace. mi dispiace dannazione.


oggi era il primo giorno di scuola.
non per me, s'intende.
molto divertente comunque. significa che adesso quelle stupidissime mamme con le loro macchine enormi e lucide ricominceranno a parcheggiare selvaggiamente sotto casa mia. poi apriranno la portiera e dovranno affrontare il grave problema di come coprire la distanza che le separa dal marciapiede. per fortuna dio ha inventato le hogan, che sono fatte apposta per ammortizzare eventuali salti dal predellino di un suv. le mamme-in lo sanno bene, e ora assieme a hogan, borsetta e imbarazzanti occhiali da sole possono avviarsi in un tintinnare di chiavi orecchini e altra strana argenteria verso il crocchio di mamme già arrivate che stanno sul marciapiede poco più in là.
ci sono anche mamme sfigate, tra loro.
le riconosci subito perchè individuano e seguono attentamente l'arrivo delle mamme-in fin da lontano, lanciando occhiate fulminee nella loro direzione.
le mamme sfigate sono sempre nervose. per forza. non possono reggere il confronto, cazzo.
confronto a cui le altre inevitabilmente le costringono, con le loro movenze sinuose e ammiccanti e le loro stupide chiavi della macchina ben salde in mano.
per fortuna che nel crocchio ci si confonde un po'. le mamme con le hogan arrivano fluttuando nell'aria, sembrano camminare in un'altra dimensione, e anche la loro enorme automobile sembra non rispondere alla forza di gravità tanto è parcheggiata male.
in realtà le mamme con le hogan si muovono come burattini, e urlano invece di parlare, e ridono in modo isterico, e guidano le loro macchine con movimenti scomposti; inoltre sembrano del tutto incapaci di svolgere qualunque attività seria.
Ma questo le mamme sfigate non lo sanno.

Stasera, al supermercato, ho avuto la solita visione. Il supermercato mi fa sempre questo effetto illuminante. Stavo vagando tra gli scaffali e pensavo a quel che mi aveva detto w***, qualcosa come: chissà come saranno invidiose le tue amiche...eccetera eccetera ...perchè io sono una sportiva eccetera eccetera e altre cazzate. Ricordo di essermi chiesta di che cosa cazzo dovessero essere invidiose. Mi sembra la cosa più insensata del mondo.
In più non ha nessun senso, essere invidiosi. Non è una cosa produttiva. Non porta a niente.
La giusta risposta per w*** sarebbe senz’altro stata un liberatorio vaffanculo come quello sopra. Comunque, questa cosa mi è tornata in mente stasera, e mentre camminavo nei corridoi del supermercato, e mi sembrava di essere sospesa da terra, una specie di cosa fluttuante ed eterea, ecco, ho pensato che io che cosa ne so delle mie amiche?
Non ne so veramente un cazzo. E in questo momento sono talmente fuori dal mondo che se tutta la mia esistenza fosse un sogno temo che non me ne accorgerei.

Dopo essere arrivata faticosamente a questo punto del ragionamento, mi sento una deficente. Vedo da me che la conclusione a cui sono giunta è pressochè ridicola. Serve qualcosa che mi risollevi un po’ da questa situazione. Così mi viene in mente mia nonna, che però no c’entra assolutamente nulla. Penso che forse anch’io, un giorno, sarò abbastanza isterica come è lei. Lei risolve la cosa non mangiando.
Così mi immagino a non mangiare, e la cosa mi sembra positiva. Fantastico, mi dico, forse un giorno potrò non aver fame. Questa specie di convinzione sembra compensare la convinzione precedente, e cioè che comunque in qualche modo diventerò anch’io una vecchia isterica.
Tutto il ragionamento si rivela però molto debole.
Mi conosco troppo bene.
Non potrò mai sublimare un bel niente non mangiando.
Se mai diventerò un vecchia isterica, so già che mangerò come un porco, e non ci saranno altre consolazioni.
Ho questa intuizione mentre, sempre fluttuando, vedo passare di fianco a me lo scaffale della pasta e poi quello delle patatine. Non sono molto chiari, anzi in verità è tutto sbiadito e strano attorno a me, ma io so che sono lì.
Mi assale anche il pensiero che magari nemmeno esisteranno più le golia bianca, quando sarò vecchia e isterica. A volte ho il terrore che possano sparire anche adesso, improvvisamente, da un giorno all’altro.

Mentre penso tutto questo e molto altro, svolazzando nel supermercato, una serie di strani odori dal banco della gastronomia mi fanno venire in mentre altre cose, altri luoghi, cose lontane, cose mai viste; e all’improvviso mi vedo da fuori mentre incurante dell’assurdità della cosa sto andando allegra e felice a comprare il pane da qualche parte a new york. Sono sicura che è new york, perchè c’è un ponte e una serie di altri dettagli familiari, di quelli che dal ‘94 se ne stanno incastonati da qualche parte nella mia memoria. Sono proprio io. E so anche che prenderò il pane e un pezzo di apple pie. Non posso sbagliarmi.